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Programma di Dicembre
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Programma di Novembre
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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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La poesia di Daniela D'Errico PDF Stampa E-mail
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Scritto da Pietro Giannini   
Martedì 19 Aprile 2016 08:46

L'ultima raccolta di versi di Daniela D'Errico (Tracce di eden, San Cesario di Lecce, Piero Manni, 2015) si compone di due parti molto diverse tra loro. La prima è costituita, come vuole la consuetudine, da frammenti lirici di varia estensione. La seconda offre un interessante esperimento che ruota attorno al rapporto incrociato tra poesia ed immagine, e si articola in due sezioni: poesie dell'autrice illustrate da immagini di Francesco Cuna e pitture di Francesco Cuna commentate da poesie dell'autrice.

In questa mia proposta di lettura ho deciso di tenere le due parti nettamente separate, in quanto appunto diverse, non solo tipologicamente, ma anche geneticamente: infatti la prima parte è, se vogliamo, crocianamente autonoma, poiché nasce da impulso spontaneo dell'autrice, la seconda è eteronoma perché ha un punto di origine esterno. Un'eccezione si potrebbe fare per le poesie della prima sezione della seconda parte (poesie illustrate da immagini) perché anche qui l'origine dei componimenti è all'interno dell'autrice, ma per comodità in questo caso la tipologia prevale sulla genesi.

La prima parte del libro si può definire più complessivamente con le parole del titolo, che ha una sua ragion d'essere se è dato dall'autore: Tracce di eden. E il titolo si precisa meglio se letto nel contesto della lirica da cui è tratto (Vita n. 2, p. 62):

Sprazzi di senso

nella realtà d'ogni giorno

 

tracce di eden

epifanie del bello.

Sotto il titolo Vita i versi ci dicono che "nella realtà d'ogni giorno", cioè nello scorrere ordinario della vita, vi sono dei momenti speciali che costituiscono "sprazzi di senso, tracce di eden, epifanie del bello". Diluendo un poco la naturale densità del discorso poetico, possiamo inferire che in quei momenti la vita acquista un senso (ma allora, per implicazione, il resto della vita non ha un senso o un senso minore?), compaiono i residui di una felicità perduta, espressa appunto dal topos dell'eden (senza significati religiosi, per via della minuscola; ma allora il resto della vita è infelicità o soltanto ordinarietà?), si manifesta la bellezza (e quindi il resto della vita è bruttezza o almeno grigiore?). L'uso, poi, di termini quali "sprazzi", "tracce", denuncia il carattere effimero di questi momenti (ed anche, a ben vedere, "epifanie" ).

Comunque il verso "tracce di eden", assunto a titolo del libro, vuole suggerire che i componimenti ivi contenuti rispecchiano i momenti in cui tali tracce si sono manifestate.

Dunque la poesia di Daniela D'Errico è poesia di momenti che balenano nella realtà d'ogni giorno. Anzi di attimi, come ella stessa fa capire, rivolgendosi all'attimo con un tono non si sa se di comando o di implorazione (Un ricordo, p. 58):

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Riflessioni e ricordi parlando con l’ombra. Per Giovanni Bernardini PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonio Errico   
Sabato 16 Aprile 2016 05:45

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 12 aprile 2016]

 

Come accade in una giovinezza, in una di quelle giovinezze che si ha tanto da scrivere e si sente una frenesia nelle dita, ecco, nella giovinezza dei suoi novantatré anni, Giovanni Bernardini ha tanto da scrivere. Con una differenza, forse. Nella giovinezza, nella stagione che va dai venti ai trent’anni, si pretende, ingenuamente, di scrivere del mondo; in quella che va dagli ottanta in poi si accetta, saggiamente, di scrivere di sé. Con un confronto spietato, senza indulgenze, senza timori, senza false umiltà, senza ipocrisie, senza ambigue mediazioni. Un duello, un corpo a corpo. Anche perché non si può indulgere, non si può mediare, non si può fingere: c’è un’ombra che sorveglia, che smaschera e rivela l’identità autentica.  “Il vecchio e l’ombra” è il titolo che Bernardini ha dato all’ultimo suo libro edito da Esperidi con una puntuale prefazione di Franco Martina. Venti dialoghetti. Sulla morte. Quando è questa la cosa che si pensa, che si scrive, quando è questa l’angoscia, il rovello, l’orizzonte, non è che ci sia tempo e parole per premesse, per diramazioni del discorso, per le digressioni. Tutto converge verso quel nucleo esistenziale, semantico, quel grumo. Con una scrittura asciutta, essenziale, che sembra quasi rifiutare l’aggettivazione, tesa  alla confessione o alla scoperta, alla metafora esplicita, tagliente.  Il modello mi pare quello del dialogo filosofico finalizzato all’indagine, all’analisi, condotto attraverso una logica serrata, che giunge alla dimostrazione adottando il metodo della comparazione. In realtà il lavoro poetico e narrativo di Bernardini è stato sempre caratterizzato da una venatura filosofica, che in questo caso si  struttura nella relazione tra la domanda e la risposta  conseguente ad un ragionamento che, nel suo svolgersi, scarta progressivamente gli elementi secondari per trattenere quelli fondamentali, dimostrandoli con il riferimento all’io, all’esperienza personale, alle circostanze, ai fatti, agli accadimenti quotidiani.  Nell’opera di Giovanni Bernardini, la costante componente autobiografica probabilmente risponde  proprio a questo metodo, a questa esigenza. Il vivere serve a fornire la prova di quello che si pensa, e quello che si pensa viene provato dal vissuto. La scrittura costituisce la rappresentazione del vissuto, della riflessione sul vissuto e della riflessione sulla stessa scrittura, che in questo libro si propone in modo significativo sintetizzandosi particolarmente  nell’ultimo dialogo, che Giovanni usa anche per ribadire la natura del suo pessimismo.

L’ombra sa già tutto. Di ogni domanda conosce la risposta. L’ombra è il vecchio stesso oppure è colui che ha dato vita al vecchio. (Non so se Giovanni potrebbe accettare di chiamarlo Dio). Le domande incalzanti, assedianti, che pone al vecchio hanno soltanto la funzione di consentirgli il racconto. Quindi, se da un punto di vista psicologico è un alter ego, una proiezione dell’io, da un punto di vista narrativo costituisce un elemento di metodo. L’ombra serve a far raccontare al vecchio quello che sa, quello che sente, quello che vuole. Ma serve anche, o forse soprattutto, a consentire al vecchio di giustificare a se stesso il suo racconto. Gli permette, se è il caso, di dire che non voleva raccontare, non voleva scrivere ancora, non voleva scrivere più, perché a un certo punto il racconto si fa sempre più doloroso, a un certo punto scrivere non dà più consolazione,   ma qualcuno – un’ombra – gli  ha fatto le domande e il vecchio non ha il costume di negare le risposte. Mai. Su niente. A nessuno.  Quest’altro libro forse il vecchio non lo voleva scrivere; ha dovuto; ha dovuto scriverlo per non negare le risposte.

Ma i lettori di Giovanni Bernardini esprimono la loro gratitudine all’ombra che ha posto le domande, costringendo il vecchio a dare le risposte.

 


Ripubblicata “La malapianta" PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 26 Marzo 2016 17:22

“La malapianta” è un romanzo di Rina Durante (1928-2004), pubblicato nel 1964 nella collana “Zodiaco” della Rizzoli. La Durante aveva esordito giovanissima con una raccolta di poesie, “Il tempo non trascorre invano” (Misura 1951), ed era stata collaboratrice del periodico letterario “Il Critone”, importante rivista giuridico-culturale, guidata per la parte letteraria da Vittorio Pagano. La Durante fu segretaria di redazione della rivista dal 1961 fino al 1966. E proprio sulle pagine del “Critone” pubblicò nel 1963 il racconto “Tramontana”, da cui Adriano Barbano trasse il film omonimo del 1965.  Rina Durante, che viveva a Melendugno, si trasferì per motivi di lavoro a Roma e collaborò con Giovanna Marini nell’ambito degli studi demo etno antropologici che divennero poi una costante del suo impegno di intellettuale militante . Dopo “Da verga a Balestrini. Antologia della condizione meridionale” (Saedi 1975), pubblicò “Tutto il teatro a Malandrino” (Bulzoni 1977), poi “Il sacco di Otranto” (Adda 1977), “Lecce e la sua provincia” (Adda 1981), e soprattutto “Gli amorosi sensi” (Manni 1996), con Prefazione di Maria Corti. “La malapianta” rimane dunque un unicum nella sua lunga carriera ed è ormai un classico della pubblicistica salentina. Oggi (2014) questo libro viene ripubblicato da Zane Editrice per le cure di Antonio Lucio Giannone, che ne scrive una puntuale Introduzione. Un unicum, dicevamo, perché la Durante, autrice versatile,  profuse i suoi interessi su tante e diverse tematiche, tutte comunque accomunate dal fil rosso della sua passione civile e del suo impegno militante. Si occupò di teatro, di musica e tradizioni popolari, riprendendo gli studi di Ernesto De Martino e fondando il “Canzoniere Greganico Salentino”, e collaborò con la Rai tv e con la radio alla produzione di documentari di carattere antropologico. Proprio dal suo “Il sacco di Otranto”, la Rai trasse uno sceneggiato per la radio trasmesso nel 1977. Pubblicò racconti e saggi, su volumi e riviste. Prestigiosa la sua collaborazione con la Guida dell’Espresso e importanti le sue pubblicazioni sulla cultura enogastronomica del nostro territorio; significativa anche la sua lunga collaborazione con la rivista leccese “Qui Salento”. Nel 2005 venne pubblicato, postumo, “L’oro del Salento. Per una storia sociale dell’olio d’oliva in Terra D’Otranto”, a cura di Massimo Melillo (Besa).

“La malapianta”, come spiega A.L. Giannone nell’ Introduzione, è un romanzo che, pur nato in un periodo storico caratterizzato dal punto di vista letterario dalla corrente del neorealismo, se ne distacca in realtà, sebbene i personaggi e gli ambienti descritti portino a pensare a quell’epopea di miserabili e a quelle atmosfere di arretratezza e di emarginazione in cui viveva il Sud in quegli anni. Si tratta invece di un romanzo dalle forti connotazioni psicologiche e il malessere che accomuna tutti i personaggi della storia conferisce al libro una connotazione esistenzialistica. “Solitudine, incomunicabilità, inettitudine, alienazione, aridità interiore, nessuno di essi sembra sfuggire a questo ‘male oscuro’”, scrive Giannone facendo riferimento all’opera di Giuseppe Berto, appunto “Il male oscuro”, coeva a quella della Durante. Il romanzo narra la storia della famiglia Ardito ed è ambientato a Melendugno negli anni della Seconda guerra mondiale. A proposito della genesi del libro della Durante, apprendiamo che, nella sua prima versione, esso non incontrò il favore di Elio Vittorini, al quale la scrittrice lo propose in lettura. Purtroppo  non si dispone della prima versione, sicché non si può operare un raffronto. Tuttavia appare interessante leggere quanto Vittorini scriveva alla Durante e capire poi come l’autrice abbia fatto tesoro dei consigli del grande scrittore e abbia, non sappiamo se parzialmente o radicalmente, modificato la struttura del libro. “La malapianta” venne insignito nel 1964  del prestigioso Premio Salento, la cui motivazione è riportata in Appendice insieme ad una bella foto che ritrae la giovanissima autrice mentre riceve le congratulazioni di Maria Bellonci , che della giuria faceva parte insieme a Mario Sansone, Bonaventura Tecchi e Sandro De Feo. Nella presente ripubblicazione compare anche una scheda bio-bibliografica della Durante, curata da Simone Giorgino. Inoltre, nell’Appendice, vengono riproposti uno scritto di Massimo Melillo, “In memoriam”, e uno di Francesco Guadalupi, “Un mondo magico e disperato”. La foto dell’autrice che compare sull’aletta di retrocopertina la ritrae col cappello da marinaio in testa e rimanda all’altra grande passione della Durante, quella per il mare e la navigazione, e su questi aspetti intimi ma non meno importanti della vita privata della scrittrice e critica letteraria si sofferma proprio Melillo nel suo commosso ritratto dell’amica e collaboratrice. “La malapianta” proiettò la Durante su una ribalta ben più ampia di quella provinciale e segnò la sua affermazione come scrittrice di vaglia e intellettuale attenta alle problematiche del territorio.

Il libro dunque si allontana dagli schemi collaudati del neorealismo per avvicinarsi al romanzo moderno del Novecento. Soprattutto l’analisi psicologica dei personaggi, le problematiche affrontate, della solitudine e dell’incomunicabilità, di una aridità dei sentimenti che si riflette nel paesaggio stesso teatro della narrazione, e poi il linguaggio usato, che,  soprattutto nelle parti descrittive, è abbastanza lirico, sul modello della prosa d’arte novecentesca, come ben chiarito da Giannone; tutti questi elementi insomma, ne fanno un esperimento originale, una scrittura di mezzo, fra la prosa neorealista del dopoguerra e l’avanguardia letteraria della seconda metà del Novecento. Ciò detto, il libro è tutto da leggere, non solo per il suo valore documentario, perché è doveroso conoscere un classico come questo, ma anche perché la fabula è ben congegnata, l’intreccio narrativo avvince e convince.


"Lettura al rovescio. Dialogo poetico con il mio Maestro” di Maria Rita Bozzetti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Maria Concetta Cataldo   
Sabato 26 Marzo 2016 08:55

L’ultima, in ordine di tempo, opera poetica di Maria Rita Bozzetti ha come titolo“ LETTURA AL ROVESCIO”. I due termini rivelano “ab initio” la complessità del contenuto: che si dipana in questo assunto: l’essenza di ogni sentire umano non è in ciò che è immediatamente percepibile ma nel suo “retro”. Si tratta di uno scritto intimo che, come ci svela l’autrice, “nasce da una personale via cercata nella solitaria coscienza” e io aggiungo quando la disperante distanza che altri frappongono da noi genera il dolore più profondo nell’anima. Nel momento in cui i perchè dell’uomo all’uomo non ricevono risposta, nasce l’esigenza interiore dell’ascolto di una parola saggia e limpida che salvi la coscienza ( cito l’Autrice) “da smarrimento di paura” e di violenza.  Siamo in presenza del dialogo tra un’anima e il “Maestro” verso il quale salgono come  preghiera acuti interrogativi capitali sul senso dell’umano sentire; e il Maestro all’ascolto di quel “canto d’aiuto” conduce l’anima, per mano e con passo lieve verso il “rovescio” della tela disegnata dalle azioni umane, là dove più evidenti sono i nodi, le imperfezioni, le infedeltà, le tortuosità del cuore. Così l’inganno non è di chi lo subisce e sperimenta l’infedeltà e l’incomprensione nel cerchio più intimo di se stesso da parte dell’amico o dell’altro, ma l’inganno lede colui che inganna che credendo di liberarsi dal dolce giogo di un legame amicale  entra nella schiavitù di un altro più forte potere quello della propria malizia, un potere che attraverso tutta una serie di minute infedeltà lo fa decadere spiritualmente ed  entrare nella notte dell’anima. L’inganno non ferisce la persona tradita, che pur soffrendo giunge all’approdo “della coscienza dell’universo in noi”... “dimensiona male e inganno fuori dal cuore”. L’inganno si rovescia nel suo opposto, su colui che ha tradito, come lacerazione e tradimento di sé.Queste riflessioni dell’anima convergono tutte in un’unica urgente richiesta: CHI E’ PER OGNI UOMO L’ALTRO DA SE.  Qual è la verità che non delude nella relazione tra sé e l’altro. L’altro dovrebbe essere colui che può colmare  il nostro bisogno non il nostro vuoto, né  causarlo allontanandosi e fuggendo come spinto dalla “centrifuga forza del tuo dolore”  e arroccato in superba solitudine evita accuratamente di soffrire della tua sofferenza  preferendo il silenzio alla simbiosi dell’incontro!   Il bisogno che l’altro dovrebbe colmare è il bisogno di un incontro, è desiderio di percorrere appaiati, con mano stretta all’altrui mano, con passo uguale, insieme un tratto di strada alla ricerca di quella luce che permette di vivere il meglio possibile da uomini: essenziale esigenza nel dialogo tra l’io e il tu! L’uomo moderno ha voluto e creduto di colmarla con i “lumi” della razionalità, del denaro, del potere, del proprio tornaconto, dell’ipocrisia che esclude la forza del cuore.

L’incalcolabile danno ha prodotto l’estraneità delle coscienze, la disumanizzazione  dei rapporti  d’amore. L’abbandono del noi non può mai supplire l’unisono di due vite dove ciascuna è disponibile in reciprocità all’altra mettendo in gioco la propria esperienza del vivere. In queste pagine l’estrema sensibilità dell’Autrice tende ad aprirsi alla speranza, a una via che sia possibilità che ogni azione umana divenga verità dell’agire non ingannevole apparenza. All’interno del “noi” solo l’autenticità dello scambio tocca il cuore, e aiuta a dare  nuovo indirizzo all’esistenza. In questa intima complicità si coglie la luce di Verità che si accende nella comune accoglienza di un’immensità che dissolve le tenebre dell’angoscia, del dubbio, del dolore. A questo punto la simbiosi con l’altro innesta inevitabilmente il senso di Dio che il Maestro indica come Amore Assoluto di relazione espressa nella prossimità più tenera alla creatura. Le pagine di questo libro sono da tenere a parte, come in uno scrigno e da sfogliare quando l’intimità del nostro pensiero ha necessità di un faro che compensi l’ombra che ha oscurato la vita.

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Le ragioni antiche dei ritardi del Sud PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Spedicato   
Venerdì 11 Marzo 2016 17:21

[“Nuovo Quotidiano di Puglia" del 19 febbraio 2016]

É stato pubblicato da poco, dall’Editore BESA, con il contributo del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento, un testo a cura di Franco Merico e Luca Carbone, dal titolo “Sociologia e sviluppo del Mezzogiorno”. I curatori hanno il merito di aver recuperato delle lezioni, tenute negli anni 2002-2003, dal compianto Prof. Gianni Giannotti, nel Corso di Laurea in Scienze sociali per la Cooperazione presso l’Università del Salento.

Le lezioni sono incentrate sui caratteri sociologici ed economici dell’arretratezza del Mezzogiorno, ed hanno, tra gli altri, il pregio di essere proposte in un’epoca dove non si discuteva ormai da tempo della “questione meridionale”, come se il Meridione non avesse più né rappresentanti presso il Parlamento, né una classe di intellettuali. Nonostante siano trascorsi tanti anni, le tesi di Giannotti restano ancora drammaticamente attuali, in particolare quando individua le cause del sottosviluppo del Meridione. Le attribuisce all’esistenza di una “fitta rete clientelare”, che blocca qualsiasi tentativo di sviluppo. Questa rete è frutto dell’antico latifondo feudale collegato alla criminalità. Tutto ciò ha partorito un potere autonomo da quello statale, un ceto di intermediari, che gestisce il potere reale in buona parte del Meridione. A dirigere il “gioco” è un ristretto gruppo di potenti locali, che controllano il territorio attraverso le Istituzioni pubbliche, rese funzionali ai loro interessi. Il vero affare è il controllo della spesa pubblica. È pertanto un potere parassitario, disposto a tutto pur di continuare ad arricchirsi e non ha alcun reale interesse a promuovere lo sviluppo del territorio. Le stesse politiche fatte passare per “politiche di sviluppo”, sono in realtà strumenti per deviare le risorse pubbliche verso interessi privati. Ciò avviene in un sistema di complicità e connivenze.

Il Meridione è quindi condannato ad essere una società sottosviluppata, dove regna la precarietà, un’economia di bassissima produttività, il ferreo controllo delle opportunità lavorative e quindi l’illegalità diffusa. Una società dominata da “gruppi predatori”, che riproducono una sorta di sistema feudale, dove vi è un welfare alternativo a beneficio dei potenti e degli amici dei potenti, dove il merito non può essere riconosciuto, dove vengono trascurate le reali attività produttive e premiate la rendita e l’occupazione improduttiva.

Giannotti intravede una via d’uscita attraverso la promozione di un’imprenditoria sana, ma anche attraverso un cambiamento radicale - nei risultati ma non nei modi e nei tempi -, a partire dalla cultura e dal costume. Tale cambiamento, però, incontra un ostacolo di non poco conto. L’intera Italia è ormai dominata da “gruppi predatori” e con la fine della via socialista i valori della tradizione umanista sembrano ormai tramontati.

Noi non possiamo che constatare che nel recente passato l’esistenza di forme specifiche di socialità e solidarietà hanno, tra le altre cose, facilitato non poco l’inserimento sociale dei tanti meridionali che si sono trasferiti nel nord Italia. Gli attuali immigrati trovano un’Italia molto differente. Per tale ragione spesso il parlare di “società multiculturale”, sembra solo l’occasione per esercizi di mera retorica, utile ad occultare i veri termini della questione. L’esprimere nobili intenzioni, sia che si tratti di sviluppo del territorio, che di accoglienza di immigrati, prescindendo dalla valutazione reale dei problemi e delle forze in campo, come invece ha fatto Giannotti, significa solo posticipare la risoluzione dei problemi. Dobbiamo prendere atto di avere non solo una debole cultura dei diritti e dei doveri, ma anche di avere una “coscienza” non adeguata a risolvere i nuovi problemi.

 

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