Convocazione Assemblea Straordinaria
Convocazione Assemblea Straordinaria  dei Soci del 7 febbraio 2020       Come già annunciato nell’Assemblea precedente del 28 ottobre 2019, si ripropone la necessità di decidere in modo... Leggi tutto...
Programma di Dicembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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La pittora dei demoni di Antonio Errico PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 03 Gennaio 2015 09:40

Che si scriva  per rabbia o  per amore, si scrive, che si scriva per colmare un vuoto, per una mancanza o per un empito, per un eccesso di vita, si scrive. Che si scriva per fare i conti con i propri demoni, si scrive; oppure si dipinge, come fa la protagonista  di La pittora dei demoni (2014), ultima prova narrativa di Antonio Errico, per Manni Editore. Ambientato nel Seicento, fra Napoli e altre località non meglio precisate dell’Italia meridionale, questo romanzo affronta un periodo caratterizzato da grande fermento artistico, attraverso le cupe e tormentate vicende dei suoi personaggi. Una pittrice e un violinista: vite parallele seminate di luci e ombre, inseguite da rimorsi, tallonate da colpe. Due vite parallele, di amore e morte, che ne sussumono altre, nell’ampia  orchestrazione creata  dall’autore, che è anche  raffinato intellettuale, saggista, dirigente scolastico. Due vite, quelle dei due artisti , destinate a correre come due rette parallele senza incrociarsi mai, se non intervenisse invece il fato, l’elemento insaputo, l’arcano, a sconvolgerle e renderle perpendicolari. La scrittura di Antonio Errico scorre piana, circolare,  e anche stavolta il senso di questo romanzo è negli aggettivi, nei sinonimi e nei contrari, e soprattutto negli spazi bianchi fra una parola e l’altra, tra una frase e l’altra. Anche stavolta si tratta di un libro che si impone all’attenzione non solo per la sua resa artistica ma anche per la sua proposta originale nell’indagine psicologica così attenta a cogliere ogni emozione dei suoi personaggi,  ogni sussulto, ogni momento rivelatore della coscienza.

Il genere letterario nel quale si colloca il libro infatti  è quello del romanzo psicologico, nato agli inizi del Novecento in seguito agli studi di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi. Da  Svevo a Pirandello, il punto di forza di questa forma di romanzo è lo scandaglio interiore, l’attenzione ai moti dell’animo dei personaggi che si muovono sulla scena, alle loro pulsioni, alla loro vita interiore. Così nei romanzi di Errico la narrazione si frantuma, si disgrega  in una sorta di flusso di coscienza ininterrotto, alla Joyce. La descrizione del mondo esterno, se c’è,  non è mai oggettiva, ma sempre filtrata dalla sensibilità di chi lo guarda.  E’, la sua,  una narrazione di odori, colori, pensieri, memorie, riflessi, fortemente impressionista.  Non una scrittura di cose, insomma, ma di sensazioni. Questa tecnica narrativa si serve del monologo interiore, diventa sospesa, rarefatta , onirica, vagamente metafisica.

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Per Amore... solo per amore di Ortensio Seclì PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 27 Dicembre 2014 09:39

L’amore per la piccola patria può avere diverse sfaccettature e portare  uno storico a farsi romanziere. Così l’erudito Ortensio Seclì  lascia le ricerche e la saggistica e profonde la sua abilità scrittoria nell’invenzione narrativa.  E dopo “Il giardino grande” (2012), pubblica, sempre con l’editore Il Laboratorio di Parabita, “Per amore…solo per amore” (2014). A dire il vero, la commistione dei generi non è trovata di poco momento e lo sanno bene gli appassionati lettori dei romanzi storici. In questo genere letterario di gran successo infatti si colloca il libro di Seclì, che unisce alla piacevolezza della fiction, la precisione del dato storico, in un impianto narrativo solido cui fa da basamento la pluridecennale esperienza letteraria dell’autore. La complessa vita sociale, politica e religiosa  parabitana fa da sfondo alla narrazione e si intreccia alle varie love stories raccontate. Nell’ordine:  quella sfortunata e senza prole fra il duchino Giovanni e l’ aristocratica napoletana Olimpia, che monopolizza la prima parte del libro e la cui sfortuna viene attribuita da un lato alla fama da jettatore che il nobiluomo Della Valle, padre di Olimpia si porta dietro, e dall’altro alla “maledizione di Rosaria”, vale a dire la protagonista della storia d’amore del precedente libro di Seclì, la quale, a detta di Lucia la Greca, madre di Giovannino, dopo aver disonorato la famiglia dei Ferrari in vita, a causa del matrimonio fra lei, popolana, e l’altolocato Don Saverio, continuava a portar sfortuna anche dopo morta. Poi la storia d’amore, pure molto tormentata, fra Vincenzo Ferrari, figlio di quella stessa Rosaria Cataldo, e Lucia Nicolazzo, che occupa la parte centrale del libro;  l’amore di Andrea Giannelli, noto esponente liberale del risorgimento salentino, e Agnese, una dei tre figli di Vincenzo e Lucia; la storia d’amore, complice Giuseppe Ferrari, fra l’umile falegname Gaetano e la bella Concetta;  e infine la storia d’amore fra lo stesso Giuseppe, terzo figlio dei signori Vincenzo e Lucia, anche Sindaco di Parabita dal 1857 e il 1860, ed una esponente del popolo, tanto povera quanto onesta e timorata di Dio, Nunziata.

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Ritratti salentini 4. Maria Pia Romano e la settima stella PDF Stampa E-mail
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Scritto da Augusto Benemeglio   
Venerdì 26 Dicembre 2014 09:39

Un testamento liquido.

Chi è Maria Pia Romano?  E’ presto detto. “Un’innamorata del silenzio/ che scrive storie di pelle e di mare”. L’immagine che ho di lei  è quella di una ragazza salentina intelligente, bella, colta, piena di vitalità, sportiva (una sub vera e propria con tanto di brevetto, una sirenetta, di quelle che “possono amare solo ciò che scorre”) , con un neo veneziano sulla guancia sinistra e lunghissime ciglia nere (“Ho ciglia lunghe per dissetarmi d’ombra”) sotto uno sguardo di velluto, sognante, che scivola sulle cose invisibili, che crea le cose che nascono dal nulla, dalla trasparenza degli atomi , “dai granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia” . E’ una che scrive da molti anni, da sempre. Scrive per professione ( è giornalista), ma anche per diletto, per vocazione, per dannazione. Scrive ogni giorno che ha fatto Dio, per celebrare un rito, per farsi un’anima, o un supplemento d’anima. E scrive di mare, metafora dell’inconscio, che è forza creativa e distruttiva, come nella sua ultima silloge di poesie, La Settima stella, Besa, Nardò, 2009,  - che mi ha inviato, con una splendida e lirica dedica personale . Poesie dense e intense, piene di simboli, miti, metafore, rinvii, roba da doppia o tripla lettura, poesie che parlano ovviamente di mare, ma anche di silenzi. E di Sud, “tra foglie di tabacco  e pieghe d’anima… sapori di mandorle … silenzi incurvati… notti dei coltelli”, con case bianche che sudano scirocco, con pescatori vuoti  con le reti in  mano, lenzuoli al vento, lidi murati,  rosari di salsedine,  conchiglie e terrecotte, “notti immobili e sogni lasciati seccare al sole… collane di sogni che non hanno ganci per chiudersi”, fatti di cieli scomposti e di armonia di stelle, di giorni azzurri e solitudini. Sogni  pieni di volti, lasciati, perduti, ritrovati, svaniti, volti comunque amati.   E  noi avvertiamo, sentiamo ancora quelle grida di vento, quel  sudore di  pietra, quelle preghiere e lacrime  di speranze nate nel dolore, vediamo quel teatro del pathos di naufragi e sconfitte, quel ricettacolo di ricchezze dove si mescolano le cose più strane, folli, misteriose, (voci di flauto e di conchiglie colorate) e impreviste di questo suo “testamento liquido”: Sono acqua / ora che il corpo giace / sul fondale dipinto / e l’anima mastica vagabondaggi di sale”, ( vds. pag. 11). Il suo è un atto di fede (“Mi fido della bellezza aperta del mare”)  nei confronti di quel mare degli eventi della storia, mare invisibile ad occhio nudo,  dove servono più di mille parole  per trarne una sola essenza, una sola goccia, che è amara, salata, come una medicina che non sempre guarisce. E’ un atto di fede anche nei confronti del suo Sud con la esse maiuscola, nonostante le mille e una difficoltà di natura esistenziale: “So che la mia vita è qui / Nella terra che non capisce le mie lettere. / Eppure conosce il mio alfabeto. / A Sud.” (vds. pag. 28).

Maria Pia cerca di tradurre  la musica che fanno le onde nella propria lingua, che è misera, insufficiente, incapace di esprimere il suo pensiero fulmineo (troppo veloce per le parole) che le attraversa la mente come un lemure notturno. Seguirla su questi sentieri, in queste traiettorie  “che sono parabole di vento” significa per uno come me ri-attraversare  tutte le spiagge interiori del mondo, sentirmi di nuovo scorrere i minuti, le ore, i giorni, gli anni tra le dita, avere il tempo di ri-ammassare abbastanza giovinezza per ricominciare da capo il tran tran del lunedì mattino;  significa tenere nascosti nei taschini sconosciuti che ci cuciamo sotto la pelle  tutti quei pensieri strani, quelle fantasie un po’ morbose, quelle astrusità che ci frullano per la testa, e poi, zac, farne una collana e infilare parole come perle, una dopo l’altra, come fa la zingara quando ti legge la mano e scruta, e sente percepisce le tue reazioni. Una  rosa di verbi , sostantivi e  aggettivi che ti ri-creino quel  soprassalto di emozioni. Senza mai dimenticare che Maria Pia ha mani da funambola, è una sensuale affabulatrice, una fromboliera, una prestigiatrice di parole con cui scrive il mondo, le cose e i desideri, i viaggi, le distanze, le mappe, le rotte, le partenze e gli arrivi che forse non ci sono mai stati.

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Di posa in posa, l’arte, la vita… PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Domenica 14 Dicembre 2014 07:52

[in "Ilpaesenuovonline", 16 giugno 2013]

 

Nel libro “Di posa in posa” (Manni Editore 2012), Paola Cattaneo racconta un’esperienza straordinaria : quella di modella di nudo per pittori, attività da lei svolta per molti anni prima di passare dall’altra parte del cavalletto e diventare  pittrice. Un universo affascinante quanto sconosciuto, quello artistico delle modelle di nudo, che fino ad ora era stato poco esplorato perché di rado accade che chi posa passi poi a descrivere questa esperienza dal di dentro. Rappresenta dunque quasi un unicum il caso di questa modella per pittori, artista ella stessa e poliedrica intellettuale. Un osservatorio privilegiato, il suo, dal quale ha potuto trarre materia viva per la narrazione che si dipana in questo agile volumetto, a metà fra saggio e romanzo, leggera e quasi imponderabile, piana e lieve, come il corpo nudo di una modella. Quanti spunti, idee, ispirazioni infatti deve aver colto la Cattaneo nei tempi lunghi delle sue pose quando negli atelier in cui si esibiva, doveva prestare il corpo allo sguardo attento ed interessato di pittori, professionisti o dilettanti, che la riproducevano sulla tela. Paola Cattaneo ha iniziato con la danza, la recitazione e il canto, prima di approdare al lavoro di modella per pittori. Laureata in filosofia, ha pubblicato libri di fiabe, poesie e saggistica. Divenuta pittrice, ha tenuto svariate mostre. Vive fra Roma e Baveno sul Lago Maggiore.

Nella prima parte del libro, l’autrice narra i propri inizi nell’atelier dell’artista Enrico Lui, una sorta di guru che segna inequivocabilmente la sua vita. Il posare diventa per la Cattaneo un vero lavoro al quale si dedica negli anni successivi con passione e grande professionalità. Essendo anch’ella artista e donna di pensiero  ha modo di sviluppare una riflessione critica sul proprio ruolo che poi, su suggerimento di Enrico Lui, decide di mettere per iscritto e che diventa il libro che ora abbiamo in mano. Scrive infatti la Cattaneo nell’Introduzione: "Il tempo del posare  è un tempo di osservazione e di attenzione all’ambiente e alle persone che vi operano. E’ un tempo che prevede un saldo equilibrio di energie fisiche ed emotive, un’abilità di resistenza per mantenere corpo e viso immobili e concentrati il più a lungo possibile. Ề il tempo che, anche nelle sue pause tra una posa e l’altra, mette in relazione modella e pittore, corpo e spirito di entrambi. In questo tipo di rapporto, dove chi posa e chi disegna soprattutto ‘mette a nudo’ le sue parti più intime e autentiche, emergono in modo esplicito comportamenti, abitudini di pensiero, incertezze, che coinvolgono non solo  il fare artistico, ma il fare e l’essere ‘umano’delle persone.”

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Senza potere PDF Stampa E-mail
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Scritto da Francesco Pasca   
Sabato 13 Dicembre 2014 18:53

“o forse quel niente è la distanza/che divide il tuo dal mio tempo …”

 

Non credo nelle differenze fra un testo ed un altro per chi legge di emozioni, di silenzio, di poesia e si vogliono vedere unicamente gli intenti.

Il filo, il proprio, di Maria Rita Bozzetti, conduce sempre nell’utile psichico di un verso e, se nel differente, il senso sarà per l’altro, chi legge, scrivere in un discorrere sereno di quel verso.

È indispensabile sempre il ricordare o quel che si è già letto in un testo precedente. Ciò conferma il divenire dell’“utile” per comprenderne ancor più la scrittura che veste abiti per l’intransigente ed esplora i fondali di quel che l’abito nasconde.

Nel sottotitolo ho voluto sottolineare quest’aspetto, ricondurre a quanto già scritto dalla poetessa nel 2007 per “i dintorni della tua memoria” in Pensieri ispirati da Nicola G. De Donno in vita e dopo la Sua morte. (Ed. Ibiskos Ulivieri)

Quel pretesto l’ho preso da pag. 39 e per un titolo da me ritenuto fondamentale per l’autrice. In quei due primi versi c’è Fede.

Ecco dunque il verso ricondotto, quell’andare più teso, lo scoprire il così come descritto in prefazione da Dante Maffia per l’andar, per racconto.

Ho letto con piacere tutti i testi che mi ha donato M.R. in occasione di un parlare di Arte fra laico e cristiano, fra l’astratto|informale e l’estremamente visibile di un figurativo.

La sua Fede l’ho ritrovata allora nel mio astratto commentato.

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