Convocazione Assemblea Straordinaria
Convocazione Assemblea Straordinaria  dei Soci del 7 febbraio 2020       Come già annunciato nell’Assemblea precedente del 28 ottobre 2019, si ripropone la necessità di decidere in modo... Leggi tutto...
Programma di Dicembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Qualche nota a margine di Così stanno le cose di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Franco Martina   
Venerdì 31 Ottobre 2014 20:02

Finita la lettura dell'ultimo libro di Gianluca Virgilio (Così stanno le cose, Edit Santoro, Galatina, 2014, pp. 146), non si può fare a meno di continuare a riflettere e non solo sulle sottolineature o su qualche nota inserita tra le pagine, quanto sul suo significato complessivo. Il volumetto si compone, infatti, di diversi testi, 26 per la precisione più la ‘Premessa’ e un ‘Preambolo’, ognuno centrato su un fatto, su un luogo, una situazione e quindi con una finalità propria. Solo una lettura completa consente di cogliere il filo conduttore che lega l'insieme dei testi e a essa Virgilio affida l’opportunità di cogliere il significato generale del suo lavoro. Prima di cercare di metterlo in evidenza, è opportuno sottolineare un aspetto del volume che non sembra marginale: la parsimonia di riferimenti o citazioni letterarie, filosofiche o culturali in genere, troppo evidente per essere casuale e tanto più notevole se si considera che l'autore ha una dimestichezza quotidiana con testi classici della letteratura italiana e latina. Poche sono anche le ‘pietre d'inciampo’: termini colti inglesi o tedeschi, greci o latini, cui troppo spesso si ricorre con le più diverse finalità. Insomma, non c'è il solito riferimento al flâneur (di Baudelaire e magari di Leopardi) o a Benjamin ecc. Solo qualche toponimo o termine dialettale inseriti come parte integrante del luogo e del tempo.

Nel ‘Preambolo’, però, Virgilio dà un'indicazione importante per afferrare il bandolo del filo rosso che corre lungo tutti i testi raccolti e lo fa invitando a riflettere sul rapporto tra ‘sostare’ e ‘raccontare’. Dove ‘sostare’ è sinonimo di vivere in un certo luogo, senza alcuna concessione a pretese radici o presunte identità culturali; ‘raccontare’ rimanda invece alla necessità di filtrare criticamente il mondo che ci circonda, quello vicino e quello lontano. ‘Raccontare’, infatti, comporta di trasferire le cose in parole, in concetti e non solo le cose, ma anche gli stati d'animo, i sentimenti, le impressioni. Un processo che non è mai meccanico. E tuttavia può essere più passivo o più attivo, cioè critico, quando ci si sforza di vedere ‘come stanno le cose’, ossia di andare oltre quella sorta di specchio dell'apparenza che ci rimanda la realtà per come siamo abituati a vederla e non per quello che effettivamente è.

Né il sostare né il raccontare si esauriscono in se stessi, in uno spazio privatistico o edonistico, come troppo spesso accade. Anzi, una nota di vigile sofferenza accompagna le due attività. Nel momento in cui si rompe l'incantesimo del consueto, del familiare e lo sguardo va oltre la superficie, ecco che si mostra con evidenza ciò che tutti hanno sotto gli occhi ma nessuno vede: lo sfilacciarsi del tessuto economico, l'indebolimento delle relazioni sociali, l’abbassamento del sentimento non solo civico ma  anche umano. Il laboratorio di Virgilio è la sua città, Galatina, una realtà tra le più belle, colte e laboriose del Salento. Anche lì chi ha coraggio può vedere quelli che Giovanni Bernardini definiva ‘i segni del diluvio’. Gli edifici vuoti, i teatri chiusi, i luoghi istituzionali dismessi trasmettono un senso di vuoto, di perdita di quella vitalità da cui erano nati e di cui erano la manifestazione architettonica e quindi plasticamente sociale. E poi la campagna deturpata non solo dalle discariche criminali, rese possibili da interessate disattenzioni, ma anche da quelle non meno devastanti prodotte dalla micro demenza diffusa, mentre avanzano i mattoni e i cartellini colorati che fanno comprendere anche ai più pigri la sproporzione tra il valore di scambio e quello d'uso.

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Leopardi, il poeta immaginato e quello sullo schermo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 31 Ottobre 2014 19:52

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 30 0ttobre 2014]

 

Appena tornato a casa ho messo le mani nello scaffale con i libri  di e su Leopardi e ho preso la biografia di Renato Minore. Non i saggi, né le Operette morali, né i Canti. Una biografia. Avvertivo la sensazione di dovermi riprendermi quello che conoscevo dell’esistenza dell’uomo, la sua disperazione e la sua tenerezza, la sua fragilità, l’implacabilità del suo pensiero, la sua ansia lucidissima. La tristezza dei suoi amori. Le sue rabbie contratte.

“Il giovane favoloso” mi aveva disorientato, mi aveva quasi sottratto Leopardi: il mio, perché ciascuno ha il suo Leopardi: se lo è configurato nel corso degli anni, lo ha elaborato, ha lasciato che si stratificasse, lettura dopo lettura, con la lettura degli stessi versi in tempi diversi. In tempi diversi ognuno di noi ha dato un significato ulteriore a quella reticenza terribile e stupenda: “altro dirti non vo’”. A quindici anni significa una cosa, a trenta un’altra, a cinquanta un’altra ancora. A quindici anni ci si domanda che cosa non vuole dire, a trenta si comincia ad intuire, a cinquanta lo si capisce perfettamente, e si capisce perfettamente che ha fatto bene a non fartelo capire quando ne avevi quindici. Mario Martone ha raccontato il suo Leopardi. Quando si racconta un gigante, può  anche accadere che il modo in cui la storia viene raccontata a qualcuno non piaccia, che non lo convincano le scelte, le interpretazioni.

Elio Germano è bravo. Bravissimo. E’ riuscito a rendere in  maniera superba la sofferenza, il progressivo ingobbirsi, il rovello della mente. In certe scene lo sguardo fugge dallo schermo e perlustra l’infinito. Ha saputo perfino a sottrarsi all’incombenza di un passaggio forzato, che fa sprofondare Leopardi in una scena quasi surreale: quella nei bordelli cavernosi di Napoli.

Credo che quella scena non risulti funzionale a nulla, che non sia neppure necessaria. Comunque sarebbe dovuta essere diversa, meno carica di metafora e più aderente alla realtà. Realizzata con un’altra modalità non avrebbe tolto niente al film; forse avrebbe aggiunto.  Leopardi era umano, troppo umano, e nella sua umanità doveva essere rappresentato, in quella circostanza. Com’è accaduto, per esempio, con la sua rabbia al tavolino del bar, quando viene accusato di scrivere poesie cupe. Lì c’era Giacomo: autentico, vero.

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Ultimo tramonto in Sudafrica PDF Stampa E-mail
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Scritto da Maurizio Nocera   
Venerdì 24 Ottobre 2014 16:17

«Padre, se anche tu non fossi il mio padre,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t’amarei».

Camillo Sbarbaro

(da Pianissimo, Firenze 1914)

 

Nei miei ricordi gallipolini, Augusto Buono Libero, uno pseudonimo di un nome che poi tanto tanto non si discosta da quello vero, altro non era che un signore che allora sentivo muoversi nella cabina di comando di una nave a terra, ma fisicamente un po’ lontano da me. Sapevo che scriveva testi letterari, in particolare quelli teatrali, e che, in un certo senso, riusciva a calcare bene le scene del palcoscenico della città ionica. In questo suo poema, i funerali di mio padre, di se stesso scrive: «(augusto buono libero dov’è di scena?/ al sant’angelo o al castello angioino/ al teatro Garibaldi o all’armi/ alla torre sabea o al circolo della vela)» (cap. XIX).

A Gallipoli, mi dicevano, ed io comunque sapevo, che egli era un militare della Marina portuale, un comandante, un signore che aveva a che fare col mare e con gli uomini che vivevano attorno ai problemi e alle bellezze del più sconfinato continente liquido del pianeta Terra. Sapevo pure che, per via del suo amore per il mare, egli dirigeva una rivista (tuttoggi la dirige), «L’uomo e il mare», che da sempre, con i suoi interventi, ha tenuto (tiene) sveglia l’attenzione dei gallipolini sui differenti problemi della città. Confesso che, a suo tempo, non sempre leggevo questa rivista. Sentivo una certa difficoltà ad affrontarla, forse per via di quella mia giovanile predisposizione ideologica verso le cose del mondo. Forse avevo paura di venire influenzato negativamente dalla lettura di quelle pagine; avevo paura, forse, che mi venissero meno alcuni principi che i miei genitori mi avevano conculcato. Principi che oggi posso tranquillamente individuare come provenienti dalla grande tradizione cristiana, che bene si erano coniugati con gli insegnamenti dall’altra grande tradizione, da me acquisita attraverso gli studi e le esperienze vissute in giro per la penisola e per il resto del mondo, cioè la tradizione legata alla storia del movimento operaio e alle sue gloriose battaglie rivoluzionarie.

Sì, Augusto Buono Libero scriveva testi e li rappresentava teatralmente, sapendo fare buon uso di quelle poche e a volte non ancora sufficienti strutture pubbliche della città. Sapevo anche del suo grande amore per Gallipoli, per questa città del sud, affacciata come una bella sull’antico Mediterraneo, una città la cui grande ospitalità deriva direttamente dalla cultura magnogreca. Una città, ancora, la nostra Gallipoli, che sa essere madre amorevole per un qualsiasi figlio del mondo, e amante dalle braccia aperte per una qualsiasi altra persona che qui vi giunga, provenendo da altri luoghi, da altri emisferi. L’amore di Augusto Buono Libero per Gallipoli è come l’amore profondo per la propria donna, un amore sconfinato e fine, che si perde nelle pieghe della dolcezza del miele in riva al mare.

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“COSI’ STANNO LE COSE”: IL SALENTO DEL PROF. VIRGILIO PDF Stampa E-mail
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Scritto da Augusto Benemeglio   
Giovedì 23 Ottobre 2014 20:55
  1. La morte di Virgilio

No, amici lettori, non  è il Salento che vide  Publio Virgilio Marone tornando dalla Grecia in  quel lontanissimo giorno di un settembre di fuoco, col sole a picco, senza ombre, fiumare asciutte, terra gialla di stoppie, rintronata dal frinire ossessivo di cicale scoppiate (“ogni notte scoppiano tra i rami cigolii sanguinari”); quello fu un Salento nero, pieno di occhi di luna e strisce di lutto, in cui il mantovano trovò la parola chiusa, che diventa morte, trovò la sua lenta fine (Hermann Broch, nel suo libro,“Morte di Virgilio”, immagina una lunga agonia di diciotto giorni). Il grande poeta morì tra le antiche colonne del porto di Brindisi, il 21 settembre del 19 a.C, raccomandando ai suoi fidati amici e discepoli, Plozio Tucca e Vario Rufo, di distruggere il suo poema perché non aveva avuto il tempo di rileggerlo e limarlo a dovere. Se ciò fosse accaduto, probabilmente sarebbe cambiata tutta la storia dell’Occidente. Come avrebbe fatto Dante  senza “L’Eneide”?, e la poesia di Baudelaire, a partire dalla Andromaca, che sembra tradotta da una lingua morta, inesistente, frammista di Virgilio e liturgia cristiana, come sarebbe stata? Cosa avrebbero studiato le infinite  generazioni di studenti romani e  di tutti gli imperi ed esarcati dell’occidente, orfani del più grande poema della latinità?

 

2. Il prof. Virgilio

Il divino si riconosce dal portamento e lui fu sempre maestro in questo. Tutta la cultura ne sarebbe stata gravemente diminuita, parola del suo omonimo, prof. Virgilio, insegnante di letteratura italiana e latina al liceo Scientifico di Galatina, uno che il latino lo conosce bene, e nel Salento ci è nato circa  duemila anni dopo quello storico e triste evento, e continua a viverci senza rimpianti o desideri di fuga, pur facendo costante esercizio di una  lunga pazienza (è per impazienza che abbiamo perduto il paradiso, disse una volta Kafka), con  momenti insonni, di palpebre non chiuse, e di indignazione per il degrado, l’indifferenza, l’incuria in cui vengono lasciate le cose sotto questo cielo ancora intatto (teatri, tumuli funerari di grandi discariche,  mercati agricoli e capannoni industriali  abbandonati, edifici diruti, attività artigianali  collassate); ma ci sono anche momenti di nostalgia, quando le lunghe ombre cardarelliane dei ricordi attraversano i giardini della sua infanzia e le finestre s’aprono dentro il cielo come in un quadro di Magritte. Ecco la masseria dei Doganieri, lu Pindaru con gli olivi centenari, il canale dell’Asso formare un’ansa e un folto canneto, il declivio de lu Cola Maria trasfigurato dal padre in un podere del Chianti, li cozzi de Corianu  e la Melelea, poche are di terra che gli avi materni avevano sottratto alla roccia, che diventano il giardino dell’Eden! Insomma, lunghi esiti di memorie, elegia alla stato puro, occhi limpidi di innocenza che si alternano ai suoi umori scuri per le altalene arrugginite, gli scivoli inghiottiti dalle erbacce, gli alberi intristiti, le notti della taranta, o le notti  del  delirio per la conquista del mondiale di Calcio (era il 1982 e Virgilio era ancora un ragazzo, si sedette su una panchina – sulla spalliera - e non partecipò alla  festa dei tamburi e delle bandiere). “Per qualche stupido goal eravamo già dimentichi del mondo che volevamo cambiare. Contava solo vincere, vincere la partita, vincere il mondiale, vincere…. Vincere che cosa? Mi si avvicinò un giovane storpio e senza amici, che allora andava sempre in giro per il paese suonando un’armonica a bocca, sbeffeggiato da tutti. Mi disse: “Te la regalo”, e insistette per prendessi la sua armonica. Penso che la sua solitudine sia stata molto simile alla mia, perché tutte le solitudini si eguagliano e solidarizzano tra loro. ( pagg.135-136)

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Due libri di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Giovedì 23 Ottobre 2014 15:42

["Il Galatino" anno XLVII n. 16 del 17 ottobre 2014, p. 8]

 

L’uscita  di ben due libri, in questa estate 2014, dimostra la vitalità creativa del loro autore e conferma l’ottimo stato di salute del settore letterario galatinese. Ad essere precisi, non si tratta di due libri del tutto nuovi, essendo, il  primo uscito, uno zibaldone, una raccolta di articoli già pubblicati su alcune riviste locali, e il secondo,  la traduzione in francese di estratti di alcuni libri precedenti.  Fatto sta che Gianluca Virgilio, classe 1963, docente di materie letterarie presso il Liceo Scientifico “Antonio Vallone” di Galatina e Presidente dell’Università Popolare “Aldo Vallone” di Galatina, ritorna al pubblico dei lettori e, sebbene in sordina, come sua abitudine, pubblica, con Edit Santoro, “Così stanno le cose” (luglio 2014) e “Resonances salentines”, a cura di Walter e Annie Gamet  (settembre 2014). Quest’ultimo libro, come detto, è la traduzione in francese ad opera dei due studiosi curatori, di alcune precedenti prove letterarie di Virgilio, ed è destinato al mercato francese.

Come stanno le cose, dunque? Dal titolo del suo libriccino, l’amico Gianluca Virgilio sembra non avere dubbi : le cose stanno appunto così come egli sostiene.  Una affermazione perentoria, potrebbe sembrare, un fatto senza mezzi termini asseverato da Virgilio, con l’autorità dell’ ipse dixit.  Invece,  l’asserzione del titolo  è tratta dal linguaggio comune, dal nostro linguaggio dell’uso in cui è insito un certo fatalismo, ed  è sottilmente ambigua, potendo contenere una accezione positiva, ottimistica, quanto negativa, pessimistica. È la solita vecchia storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Come lo vede l’autore? E soprattutto, come lo vedono i lettori?  “Così stanno le cose” è anche il titolo di una rubrica tenuta da Gianluca Virgilio sul periodico galatinese “Il Galatino”, da cui è tolta buona parte di questi scritti.

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