Convocazione Assemblea Straordinaria
Convocazione Assemblea Straordinaria  dei Soci del 7 febbraio 2020       Come già annunciato nell’Assemblea precedente del 28 ottobre 2019, si ripropone la necessità di decidere in modo... Leggi tutto...
Programma di Dicembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Qualche riflessione sul fenomeno della sofferenza salentina (tarantismo) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Maurizio Nocera   
Martedì 03 Giugno 2014 21:37

Nel libro dello sfortunato ricercatore Giorgio Di Lecce (Lecce, 1953-2003), La danza della piccola taranta. Cronache da Galatina: (dalla parte dei protagonisti): 1928-1993. A memoria d’uomo, alla compilazione del quale avevo contributo, nella parte iniziale, per volontà di Giorgio, riportammo i nomi delle persone che, dicendosi di essere state tarantate, ci avevano rilasciato delle interviste. Alcuni loro nomi sono veri, altri pseudonimi.

I danzatori: Anna di Ruffano, Luigia (La furnara) di Cannole, Donna Pina di Scorrano, Carmela di San Pietro Vernotico, Maria di Nardò, Evelina di Galatone, Ziu Peu di Caprarica di Lecce, Luigi (Cevelli) di Acaya, Paolo di Borgagne, Pino Zimba di Aradeo, Tore (Tremolizzo) di Cannole, Peppina di Muro Leccese, Antonio di Cannole, Tore (Greco) di Badisco.

I musicisti: Luigi Stifani di Nardò, Pantaleo Stifani (fratello del primo) di Nardò, Luigi Cecere di Nardò, Donna Rosa di Muro Leccese, ‘Nzilla di Ostuni, ‘Zì Gaetano di Ostuni.

I testimoni coinvolti, con interviste, o con interventi, o con loro testimonianze: Fernando Antonio Panico di Tuglie, Rina Durante di Melendugno, Brizio Montinaro di Calimera, Michela Almiento di Brindisi, Dario Caggìa (Tuglie, 1936-1988), Gino Santoro di Melendugno, Luigi Chiriatti di Calimera, Edoardo Winspeare di Depressa-Tricase, Gigi Spedicato di Arnesano, Giovanni Pellegrino di Zollino, Alfredo Majorano di Taranto, Don Giuseppe Tundo di Galatina, Comadante dei Vigili Urbani di Nardò, Maresciallo dei Carabinieri di Galatina.

In quel libro riportammo pure delle poesie e brevi prose di Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Gino Locaputo, Ernesto Barba. Il resto del volume, oltre alla bella introduzione di Georges Lapassade, si risolse nel riportare altre interviste e saggi raccolti dal vivo oppure tratti da altre riviste. All’ultimo momento della chiusura del volume da dare alle stampe, a causa della mia disattenzione, a Giorgio sfuggì l’inserimento della mia Avvertenza e la mia proposta di Indice al libro.

Tra l’altro, in quella Avvertenza, c’era scritto che, nella ripresa della riflessione sul fenomeno, col tempo si erano andate configurandosi nel tarantismo tre categorie caratterizzanti: tarantate/i, attarantate/i, attarantanti, intesi come:

Tarantate/i: coloro che sentono la sofferenza del morso e del rimorso per essersi messi in gara con la divinità (Athena greca, Minerva romana, san Paolo della cristianità) la quale perciò li ha “punisce” facendo sì che il loro corpo venga posseduto del ragno.

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Quei "Fiuri de la pathria" recisi combattendo sul Carso PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 03 Giugno 2014 06:36

 

Mercoledi 30 aprile, in risposta ad un gentile invito di Paolo Rausa, giornalista, scrittore e regista teatrale, mi sono recato in quel di Poggiardo, Palazzo della Cultura, per assistere alla presentazione del libro “Li fiuri de la Pathria. Poesie sulla grande guerra” di Fernando Rausa (Comune di Poggiardo 2014), a cura di Paolo Rausa. L’evento rientrava nell’ambito della manifestazione  “Dialogos. Rassegna culturale di Terra d’Otranto”, patrocinata dal Comune di Poggiardo - Assessorato alla Cultura, ed organizzata dall’alacre operatore culturale Pasquale de Santis. La rassegna, nella sede della Biblioteca Comunale, ha ospitato diversi autori salentini, a partire dal 22 marzo con la presentazione del libro “Il senso dell’incanto” di Laura e Pina Petracca e fino al 31 maggio con “Il sigillo del marchese” di Giuseppe Pascali.   Prima della presentazione del libro, ho potuto anche ammirare la personale dell’artista Vincenzo De Maglie, una mostra di sculture in legno di noce e di ulivo, ospitata nel piano terreno del poggiardese Palazzo della Cultura in Piazza Umberto I.  L’amico Paolo, milanese di Poggiardo o poggiadese di Milano, mi aveva già informato di questa iniziativa editoriale, in uno dei tanti nostri incontri in occasione dei suoi frequenti ritorni nella terra dei padri. Si tratta di una serie di poesie in dialetto salentino che hanno a tema la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra appunto, vista dagli occhi un salentino di Poggiardo che ad essa non ha partecipato ma che da essa è stato scosso nell’intimo. E dunque i tragici avvenimenti bellici sono filtrati dalla sensibilità poetica dell’autore, in un canto accorato di umana pietà e compartecipazione, abbraccio solidale. Sostanzialmente Rausa canta la vita e il suo grande valore, tanto più grande quanto più essa è minacciata dalle contingenze. E di fronte al cruento conflitto bellico, la sensibilità del poeta sa cogliere questo valore  raddoppiato. “Li fiuri de la Pathria” furono recisi combattendo sul Carso, credendo nell’italia, come scrive Paolo Rausa, il quale si chiede:  “ha senso pubblicare in dialetto salentino versi che trattano avvenimenti lontani nel tempo e nello spazio? Ci siamo risposti di sì! Perché ovunque arda l’amore per la propria terra e per l’estremo atto di sacrificio, ovunque ci si ricordi di un Ettore che sotto le mura di Troia non esita ad affrontare il nemico/avversario in una sfida fatale, lì il verso sprona a veder oltre, a lacrimare sulla sventura nelle trincee della vita”. Certamente ha senso ricordare, soprattutto quando questa operazione viene sorretta da afflato poetico e nobiltà d’intenti, sincerità d’animo e vicinanza umana, tanto più se si pensa che queste poesie non erano nate per essere pubblicate, e quindi lontane da qualsiasi calcolo editoriale-commerciale. Esse rappresentano il canto d’amore, accorato e sincero, di un figlio della patria nei confronti dei suoi fratelli più sfortunati, recisi appunto come fiori e come gigli di campo (per citare il De Andrè della celeberrima “Canzone di Piero”, le cui note sono risuonate durante la serata), strappati ai loro affetti, passioni, interessi e alla loro terra, dall’abominio e dall’odio umani. Fernando Rausa, 1926-1977, operaio edile e poeta autodidatta, pubblicò in vita le raccolte “Poggiardo mia” e “L’occhi ‘ntra mente” nel 1969, poi “Fiuri… e culuri”nel 1972 e infine “Guerra de pace” nel 1976. Ma scrisse tante altre poesie sparse ed anche un racconto inedito. Dopo trent’anni dalla sua morte, grazie alla cura del figlio Paolo, sono state pubblicate “Terra mara e nicchiarica” (Manni 2006), con Prefazione di Donato Valli, “L’Umbra de la sira” (Edizioni Atena 2009), con Prefazione di Rita Pizzoleo. Valeva la pena però far conoscere, fra i materiali rimasti ancora inediti, queste poesie patriottiche, in specie a vantaggio delle giovani generazioni sempre troppo scarse di begli esempi ed edificanti riferimenti: questo deve aver pensato ancora Paolo, infaticabile promoter dell’opera del padre, quando ha deciso di dare alle stampe la presente pregevole raccolta.

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Per i cento anni di don Mario PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 29 Maggio 2014 09:09

Due pubblicazioni in occasione del 100° compleanno

 

["Il Galatino" XLVII n. 9 del 16 maggio 2014]

 

Il 17 maggio 2014 Mario Marti compie 100 anni. Per l’occasione grandi festeggiamenti sono in corso, com’è giusto che sia. Ad essi si unisce tutta la redazione de “Il Galatino”, di questo giornale che ogni quindici giorni è sul tavolo del salotto di Marti. Auguri, dunque, prof. Marti! E nel fargli gli auguri, conviene dare notizia ai nostri lettori di due pubblicazioni apparse in questi giorni, con le quali si festeggia il genetliaco di Marti.

La prima è un libro che l’Editore Mario Congedo ha donato alla “colonna portante ed insuperata della Casa Editrice”, don Mario, come Congedo chiama Marti amichevolmente: Mario Marti, Recuperi. Scavi linguistico letterari fra Due e Seicento, a cura di Marco Leone. In Per don Mario, che apre il volumetto (pp. 110), Congedo rievoca con vivo senso di gratitudine il quarantennale fecondo rapporto di Marti con la Casa editrice di Galatina (“… il rapporto professionale e umano con Mario Marti è stato per me tra i più belli e coinvolgenti” p. 2). Marco Leone raccoglie nove “tra saggi e recensioni, mai da lui [Marti] riproposti in volume e dunque per questo dispersi nei labirintici meandri della sterminata bibliografia”, scritti “lungo un arco cronologico che va dal 1955 al 2003” (p. 5).

La seconda pubblicazione si deve alle Edizioni Grifo di Lecce: Una vita per la letteratura. A Mario Marti. Colleghi ed amici per i suoi cento anni, a cura di Mario Spedicato e Marco Leone, pp. 454. Il volume è il n. 22 dei Quaderni de L’Idomeneo, editi dalla Società di Storia Patria – Sezione di Lecce, collana diretta da Mario Spedicato. Esso raccoglie decine di testimonianze di almeno tre generazioni di amici e colleghi di Marti, oltre che studi in suo onore, il tutto disposto nell’ ordine alfabetico degli studiosi intervenuti. Un bel volume, dall’analisi del quale il lettore potrà capire quale sia “la scuola di Marti” e quanti studiosi nel Salento e in Italia essa annoveri. I cento anni di Marti, dunque, non sono solo, come dice Marco Leone nell’Introduzione, un “traguardo anagrafico”, “ma soprattutto cifra tangibile di un’intera esistenza dedicata da Marti all’italianistica e alla cultura letteraria italiana, nel rispetto di un metodo rigoroso e sempre coerente” (p. 10).

Tanti auguri, prof. Marti!


Di matrimoni nell'antica società PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Lunedì 26 Maggio 2014 06:16

["Il Galatino" XLVII n. 9 del 16 maggio 2014]

 

“Dote, matrimonio e famiglia. Approfondimenti a margine di una carta dotale uggianese di fine ‘700”, per la collana Autorinediti, è l’ultimo libro di Vincenzo D’Aurelio, pubblicato nel 2010. E’ lo stesso autore a spiegare, dopo alcuni Ringraziamenti, nella sua Introduzione, che “questo saggio nasce in seguito alla lettura di un capitolo matrimoniale rogato in Uggiano la Chiesa in provincia di Lecce, verso la fine del Settecento”.  L’istituto della dote è scomparso dal nostro ordinamento italiano nel 1975 ma permane ancora a livello di tradizione in molte famiglie del sud Italia. Di fatto però ha perso quell’importanza che rivestiva una volta quando, nel matrimonio, la donna era il soggetto economicamente più debole oltre che socialmente più svantaggiato, e ciò rendeva la dote una risorsa preziosa proprio per la donna, poi moglie e madre, che, grazie a questo istituto oggi desueto, acquistava un minimo potere contrattuale nei confronti del marito, poi capofamiglia e padre. Nel libro, che riporta una Prefazione di Cosimo Giannuzzi, D’Aurelio si intrattiene lungamente, ad apertura di trattazione, sugli aspetti generali, nella cultura salentina e meridionale, del matrimonio, “dal dovere procreativo all’unione d’amore”, e quindi sulla dote e sulla “famiglia, come organizzazione dinamica” e sulla “dote nuziale, come elemento economico e strumento di controllo sociale”. Quindi, entrando nel merito della sua trattazione, passa ad analizzare esattamente il documento che ha dato l’abbrivio alla pubblicazione del presente lavoro: la carta dotale del 1784 rogata dal notaio Benedetto Maschi a Uggiano La Chiesa il 24 gennaio dello stesso anno. “Charta Dotalis, et Consignatio Dotium Prò Francisco Pisino”: così è scritto su questo documento la cui copia originale, ci fa sapere l’autore, “è conservata presso l’Archivio di Stato di Lecce nel fondo Archivio Notarile alla serie Protocolli Notarili di Uggiano La Chiesa del Notaio Benedetto Maschi. Corrispondente alla segnatura 113/4, Anno 1784, 24 gennaio, carte 4-12”, ed è anche riportata in Appendice. L’autore poi passa ad inquadrare il caso di questa carta dotale nel contesto socio-economico di Uggiano La Chiesa del ‘700 e quindi a presentare le famiglie degli sposi, Francesca D’Aurelio e Domenico Pisino. Facile capire che si tratti degli antenati dello stesso autore, per il quale preziosa fonte di approvvigionamento delle notizie infatti è stato il proprio archivio personale, che, attraverso l’albero genealogico della famiglia e vari documenti notarili rinvenuti,  aveva già dato la stura al D’Aurelio per la pubblicazione del suo precedente testo: “Della famiglia D’Aurelio: storia di una genealogia salentina” (Ed Boepen 2008).La bibliografia che ha fornito la base per questo lavoro di ricerca, come si può immaginare, è molto consistente, comprendendo, oltre ai testi a stampa e a pubblicazioni di carattere storico anche recenti, i documenti conservati nei vari archivi parrocchiali, comunali, notarili e di Stato di Lecce.

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Leandro Ghinelli: Disincanti (versi) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Venerdì 23 Maggio 2014 06:14

Fra la penna e lo scalpello, il fare creativo di Leandro Ghinelli si anima di nuove sinestesie e il suo curriculum  si arricchisce di un altro titolo: “DISINCANTI (VERSI)”, una piccola silloge pubblicata con l’ultimo numero della rivista “Presenza Taurisanese”, diretta da Gigi Montonato, che firma pure la Presentazione dell’opuscolo (Collana “I Quaderni del Brogliaccio” n.12, aprile 2014). Nato nel 1925, all’attività di insegnante di Lettere nelle scuole superiori ha unito, a partire dal 1959, quella di scultore autodidatta, con numerose mostre collettive e personali. Ghinelli, nella sua lunga carriera, ha scritto novelle, poesie, racconti e saggi critici; molti suoi contributi sono stati pubblicati proprio su “Presenza Taurisanese”, e poi su “Il Galatino”, “Contributi”, “Espresso Sud”, “Note di storia e cultura salentina” e sulla rivista elettronica www.Culturasalentina.it.  A distanza di poco più di un anno dalla pubblicazione di “Canti della vigilia (poesie)”, per “I Quaderni del Brogliaccio” (n.10, marzo 2013), ritorna con lo stesso editore e con questa raccolta di componimenti inediti, scritti in vari metri e con un linguaggio piano e discorsivo, vicino al parlato. Alla veneranda età di quasi 90 anni, Ghinelli si dimostra ancora attivissimo intellettuale e addirittura gestisce un sito on line che,  sebbene modestissimo, è comunque una testimonianza di presenza da parte di questo prolifico vegliardo. L’aspetto autorevole nasconde un animo giocoso ed una freschezza di ispirazione che si esprime nei modi del divertissement, ossia del divertimento colto, delle sue dilettevoli poesiole.  La sua musa infatti non si alimenta, almeno nel caso di specie, dei grandi temi epici e civili o dei sentimenti di amore e fede che sorreggevano altre prove dell’autore ma, di fronte allo spaventacchio dei tempi, egli risponde con le armi spuntate dell’ironia e della visione positiva della vita che contrappone ad ogni nefasta tendenza negatrice e distruttrice. Un atteggiamento brioso, vivace, frizzante e a tratti irriverente, quello di Ghinelli, che sarebbe perfino sorprendente se non fosse sotteso di una malinconia, semantizzata da quel sostantivo “disincanti” che titola il libro. Una mestizia di fondo, cioè, propria di chi non si lascia più avvincere dagli incantamenti del mondo, proviene all’autore dalla riflessione sul presente e sulla vita sociale di questi nostri tempi. E sembra che egli si rifugi nel mondo animale e vegetale, facendo parlare farfalle e chiocciole, bruchi e piselli, colombi e campane, vento e alberi, secondo la lezione di Fedro e di Esopo, come non manca di sottolineare Gigi Montonato. Il libriccino presenta dunque una serie di componimenti minori, scritti negli ultimi anni, e spesso accompagnati dalle opere in terracotta dello stesso autore, ritratte in calce agli scritti. Molto vicine, queste poesie (bagatelle, scherzi o “nugae”, come le definisce Montonato, volendo scomodare Catullo), alle filastrocche, per una ricerca da parte dell’autore delle rime baciate e della facile cantabilità. Letteratura non engagé insomma, ma anche fedele al docere et delectare di Quintiliano, ossia alla funzione pedagogica di uno scritto letterario che, pur nella sua piacevolezza, dovrebbe dare degli insegnamenti morali al lettore. Dagli accenti di più puro intimismo della sua raccolta “Canti della vigilia”, si giunge a queste poesie di  immediata fruizione, dalla spiritualità, a tratti controversa, e dalla dimensione quasi sospesa, rarefatta, in cui vivevano le poesie di quel libro, a quella estrosa e giocosa delle poesie che sostanziano quest’ultimo, in cui la sofferta meditazione  dei moti della propria anima lascia spazio ad una comunicazione più diretta con i lettori, ad un approccio meno pervaso da dolente lirismo. Nel complesso, un volumetto godibile, lenimento alla noia e agli affanni quotidiani.


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