Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni Dopo questo lungo periodo di forzata inattività, il Consiglio Direttivo ha trovato, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale, la sede... Leggi tutto...
Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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La Non poesia di Elena Maria Fabrizio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 01 Aprile 2014 13:11

Non poesia è un recente libro di Elena Maria Fabrizio, pubblicato  per la collana “il Labirinto” dalla casa editrice  Il Laboratorio di Parabita. Sulla prima di copertina, un’opera di Chagall, “Schizzo per l’aria dei tempi”, mentre nella quarta di copertina leggiamo che l’autrice, docente di  Filosofia e Storia nei Licei, è originaria di Napoli ma vive da molti anni a Lecce. “Attenta e puntuale interprete delle opere del filosofo contemporaneo Habermas, ha pubblicato saggi ed articoli sulle problematiche della Scuola di Francoforte e sul marxismo, interessandosi, inoltre, di Utopia storica”. La sua è una poesia dotta, piena di riferimenti alti, attingendo ella  dal proprio campo specialistico sollecitazioni, spunti, ispirazioni che fondano e sorreggono  il corpus poetico del libro. Il volume è ripartito in diverse sezioni  e i vari nuclei tematici  sono costituiti da liriche in versi sciolti che procedono attraverso un tessuto comunicativo che si dipana poematicamente in corso d’opera. Lontana da ogni maniera,  l’autrice ricerca una comunicazione con i propri lettori attraverso delle strategie di coinvolgimento che rendono non privi di interesse questi componimenti: ben orchestratI, certo lontanI da una facile cantabilità, nei quali il rispecchiamento poetico avviene principalmente attraverso sophia . Queste liriche, mediante un dire poetico lucido e definitorio, ben  sussumono l’habitus da cui nasce la scrittura della Fabrizio.

“Non poesia”: Il titolo vuole essere manifesto programmatico dell’opera che si apre proprio con la sezione omonima che raccoglie le due liriche “Non poesia 1” e “Non poesia 2”.  Una dichiarazione di modestia  e di difesa preventiva dagli strali della critica titolata o un’apertura al nichilismo più totale da parte dell’autrice di questa raccolta? Né l’una né l’altra, credo, ma la sua poesia del “non” vuole essere una forma di resistenza estrema  alla condizione di ingiustizia e confusione in cui versa la nostra società moderna. Una forma di lucida, dotta e razionale difesa dal “dolore del mondo”, tema su cui verte la seconda sezione del libro. Il dolore certo non si può cancellare, come non si possono cancellare la guerra, la fame, la  privazione, le sperequazioni sociali, le dittature, la corruzione, non si può negare l’odio, non si possono negare l’ignoranza, il fanatismo, la violenza.  Ma se tutto ciò non si può negare, non si può negare nemmeno il suo contrario e questo è il motivo numinoso, l’ancora di salvezza, il tesoro ai piedi dell’arcobaleno, la luna in fondo al pozzo, insomma il messaggio di speranza che il libro reca in sé. Quella redenzione spirituale cioè che l’autrice, nelle pagine di questa raccolta, cerca accoratamente, di umano, umanissimo bisogno.

In quella negazione, nel “non” del titolo, c’è il Dio nascosto dell’Antico Testamento, che è alla base di tutta la teologia negativa secondo la quale si può conoscere Dio solo a partire dal suo contrario: dunque, forzando un po’ nell’interpretazione, direi che  l’autrice, attraverso la via negationis giunge, denunciando le storture e i guasti del mondo, a realizzare cosa certamente Dio non è, cosa certamente non vuole. Proprio la conoscenza del dolore del mondo e quindi la presa d’atto dell’errore, dell’inanità e della fallibilità dell’uomo, la fanno avvicinare a Dio, verso il quale dimostra un anelito costante che sorregge buona parte, o quasi tutta, del suo corpus lirico. In quella negazione, forse, c’è il “deus absconditus” di Pascal secondo il quale il nascondimento di Dio è un omaggio alla libertà dell’uomo di cercarlo, al suo libero arbitrio. Dunque, come non si può negare il male e la nequizia dei tempi, scandagliati nella sezione “Il castello”, così non si può negare la speranza. Anche perché,  secondo l’insegnamento di Adorno, uno dei massimi esponenti della scuola di Francoforte,  di cui la Fabrizio è una studiosa (e il quale scrive  “la vita non vive” in epigrafe alla sua opera “Minima moralia”), nonostante quando speriamo nella salvezza una voce ci dice che la speranza è vana, noi dobbiamo coltivare quella speranza  perché, pur impotente, e con i disastri perpetrati dall’umanità che sempre più regredisce ad una condizione quasi ferina, essa è linfa vitale, ci permette di  continuare.  E la speranza  brilla, come prisma di rifrazione, nella sezione intitolata “Eccezioni d’amore”, significativamente suggellata dal dipinto di Matisse “la gioia di vivere”.

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La lettura 5. Le ragioni della farfalla. Quasi un omaggio a Borges PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Maria Mariano   
Giovedì 20 Marzo 2014 07:25

["Il Galatino a. XLVII n. 5 del 14 marzo 2014, p. 4]

 

Tomasz Czapski fa la prima apparizione in Butterfly Reasons (Blauer Wald, 2014) dormendo in camicia sotto un tiglio al limitare del bosco mentre lontano, lungo una strada sterrata, passa una colonna di allievi ufficiali polacchi a cavallo, preceduti da autoblindo leggeri. Tomasz Czapski è un idealista come la tradizione e la memoria associa al suo cognome: Czapski è nome di grandi signori.

Le sue iniziali sono quelle dell’autore che non scrive il suo nome per esteso. Nulla mi è concesso di dire sulla sua persona, quindi. Il lettore accetterà con pazienza l’acronimo TC al posto del nome concreto. Sarà forse un po’ sorpreso dall’apparente mancanza di desiderio di vacuo apparire – una strana anomalia nell’ansioso fremere della contemporaneità, l’età del risentimento per Bloom. Così comunque stanno le cose, di cui invito a prendere atto senza cercare intendimenti nascosti. Confidi il lettore che non vi è alcuna motivazione ideologica né spocchia di qualche natura da parte dell’autore nell’evitare l’evidenza del suo nome. Si tratta solo del caso di una persona che aveva e non ha ancora perso capacità narrativa e ha il fervore ancora di scrivere una storia e consegnarla a chi gli sta d’intorno, il lettore, ma ha suoi intimi motivi di stanchezza che gli consigliano, quasi lo premono, dovrei meglio dire, di mantenere un distacco formale dell’opera dalla persona, dalla vita quotidiana.

Ritorniamo però al romanzo del quale la scena iniziale è il paradigma strutturale. Czapski è un giovane non ancora coinvolto nelle obbligazioni militari. Immagina che il ricordo di una grande Polonia possa ridare fiducia e slancio alla società polacca, stretta tra il gigante russo e quello tedesco, senza avere l’ausilio di difese naturali, anzi proponendosi con le sue pianure quale naturale regione di passaggio e di divisioni come previsto nel patto che in quei giorni – il tempo del romanzo –  Ribbentrop e Molotov siglavano sulle spalle dei polacchi.

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La Spagna di Bodini tra prosa e poesia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 17 Marzo 2014 17:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 16 marzo 2014]


In Spagna non ci sono mai stato. Quando qualcuno mi ci vuole portare, dico che la Spagna già la conosco. Da più di venticinque anni: da che lessi i reportages e le prose spagnole di Vittorio Bodini. Conosco la Spagna, la combinazione di follia e di realismo, le inerzie febbrili, il bianco della calce sotto il cielo. Conosco la chiocciola, il basilico, il gelsomino. Come Bodini dico che, da italiano del Sud, sono quasi spagnolo.

Quando rispondo così, chi mi ci vuole portare sorride con un po’ di compatimento e un po’ d’ironia.

Poi, però, sorride di meno, quando dico che le ho viste le processioni con i confratelli dagli occhi scintillanti nei fori dei cappucci, ho visto il loro passo breve e solenne, l’umiltà dei loro piedi scalzi per penitenza o per voto, e ho visto il simulacro del Cristo con le costole di fuori, e le piaghe e i lividi “che sono piaghe e lividi nel modo più convincente, e il viso in cui si scontrano senza riguardo  le convulsioni del dolore con una convenzionale dolcezza”.

La prima edizione del Corriere spagnolo, curata da Antonio Lucio Giannone, uscì con l’editore Piero Manni nel 1987. Ora Besa lo ripubblica, sempre con la cura di Giannone che integra la prima edizione con quattro lettere inedite che Bodini scrisse da Madrid a Enrico Falqui, Giuseppe Ungaretti e Giacinto Spagnoletti.

I reportage e le prose spagnole – scrive Giannone nell’introduzione – “ compongono nel loro insieme un singolare ‘ taccuino di viaggio’, in cui la progressiva esplorazione del paese straniero s’intreccia, da un certo punto in avanti con la ‘riscoperta’ delle proprie radici e della propria terra, la quale diventa spesso un termine di raffronto e di verifica delle sue impressioni”.

In queste, come in tutte le prose di Bodini, c’è una trattenuta tensione verso la poesia. Se la differenza tra prosa e poesia, prima che dalle parole, è determinata dallo stile di pensiero, dal modo con cui si rivolge lo sguardo alle cose e alle creature, dalla relazione che si stabilisce con la sfera del reale e con quella dell’immaginario, dall’intensità e dalla profondità dell’elaborazione concettuale, allora Bodini pensa in poesia: elabora figurazioni che si sottraggono alla linearità della prosa, perfora la superficie, rintraccia il nucleo, il lievito, l’essenziale delle manifestazioni del paesaggio, delle espressioni esistenziali.

Usa un lessico sorvegliato, dal quale si evince la cura per le sfumature di significato; traduce emozioni senza enfatizzarle; costruisce immagini caricandole di effetti. Ricerca la sonorità, il ritmo, la combinazione della frase che non ammette la possibilità di varianti.

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“Manon Lescaut” di Puccini al Teatro dell’Opera di Roma PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanni Frosali   
Venerdì 14 Marzo 2014 07:50

La Manon Lescaut era molto attesa al Teatro dell’Opera di Roma la sera del 27 febbraio 2014, in quanto costituiva un triplice debutto del soprano Anna Netrebko: la prima volta che cantava Manon di Puccini, la prima volta sul palcoscenico della capitale e la prima volta sotto la direzione di Riccardo Muti. Come ammiratore di Anna Netrebko, sarei portato a parlare subito di lei, tessendo di lodi e complimenti la sua Manon, invece comincerò dal maestro  Riccardo Muti perché la cosa che mi ha colpito di più nella Manon di Roma è stato proprio il direttore.

Muti è ormai, nei suoi 72 anni, un direttore con una maturità ineguagliabile e,  ora che è venuto a mancare Clau-dio Abbado, è senz’altro il mi-glior rappresentate dell’arte direttoriale italiana. Erano tan-ti anni che non sentivo dal vivo il Maestro, anche se ho seguito il suo periodo a Firenze col Maggio Musicale con una particolare assiduità, dal 1968 al 1980:  come non  ricordare L’Africana del 1971 con la J.Norman, l’Attila del 1972 con la L.Gencer, Un Ballo in Maschera del 1971 con R.Tucker, il Guglielmo Tell del 1972 con N.Gedda, il Nabucco del 1977 con C.Deutekom, il Macbeth del 1975 con K.Paskalis, il Trovatore del 1977 con F.Cossotto, I Vespri Siciliani del 1978 con R.Scotto, ecc. Allora il giovane Maestro si presentava come un direttore innovatore, capace di riscoprire la musica di Verdi per tanti anni appesantita dalla routine quotidiana e di rendere fresche opere poco rappresentate come L’Africana di Meyerbeer. Successivamente, pur continuando ad ascoltare le sue tantissime incisioni, mi sono un po’ allontanato dal Maestro, non tanto perché egli fosse passato a dirigere in altri teatri spostandosi da Firenze, ma soprattutto perché non condividevo più nelle sue incisioni verdiane i tempi esageratamente stretti, le scelte vocali, le eccessive pignolerie. Come dice Philip Gossett, perché essere esageratamente accurati, rigidi ed esigenti nella lettura delle partiture, quando poi molte di queste, a causa delle storture introdotte dai copisti e dalle tradizioni negli anni, soprattutto nell’ottocento, non preservano puntualmente la musica di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, e così via? Il discorso sulle tradizioni esecutive da una parte e sulle edizioni critiche delle opere e dell’interesse di Muti per queste da un’altra ci porterebbe troppo lontano.

A Roma non ho ritrovato la dinamicità e la precisione dei gesti di Muti di allora, ma ho trovato in compenso un Muti maturo, sicuro, capace di dirigere Puccini, mettendo in risalto allo stesso tempo sia gli aspetti sentimentali ed intimisti sia quelli tragici, con un tocco di  edonismo che non guasta.

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Cercavo il poeta ‘parlante’ nella scrittura, l’ho incontrato ‘muto’ nella fotografia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Alberto Augieri   
Lunedì 10 Marzo 2014 17:17

A proposito di una Mostra su Vittorio Bodini

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 2 marzo 2014]

 

Mi appassionano le mostre dedicate ai poeti, soprattutto quelle ‘riconoscenti’ che fanno ‘omaggio’ a quegli autori capaci di permettere, con la loro creatività di scrittura, ai luoghi che li hanno ospitati, gli stessi dove le mostre vengono allestite,  di potersi ‘ri-conoscere’ con le immagini dei loro versi, di ‘ritrovarsi’ nelle immagini della loro poesia.

Il riconoscimento avviene in una forma traduttrice che merita ‘ancora’ riflessioni, da parte di quanti creano un ‘corto circuito’ relazionale tra poesia e geografia, tra poeti e storia: come se la poesia rispecchiasse un’identità circoscritta entro una costellazione di luoghi ‘amministrati’; come se i poeti registrassero una storicità inscritta entro una ‘impaginazione’ di fatti ed eventi reali e solo realmente accaduti.

La realtà del poetico è una sur-realtà (penso a Bodini, ad esempio, traduttore einaudiano dei poeti surrealisti spagnoli; poeta ‘in proprio’ di immagini surreali, non realistiche, né ermetiche, per le quali rappresenta un’eccezione nel panorama letterario del ‘900 italiano), da cui affiora il vero, perché la poesia non rispecchia, ma traduce in immagine e l’immagine è coscienza di parola, profondità transgrediente. Che trasforma, ‘mette in causa’, interroga la realtà nel suo ‘essere più vera’, in quanto simbolicamente liberata dalle costrizioni in cui la storia ‘in superficie’ e dell’umanesimo ‘mai avverato’ l’ha costretta entro la necessità dei poteri, scambiata per potere della necessità.

E così la poesia, ogni testo di poesia, è ‘opera aperta’, è senso singolare (non individuale), che include un senso plurale, un senso di rêverie, l’equivalente di un senso possibile, parlato da una parola che non istituisce, non circonda, non designa, non protegge, non guida, non limita, non prescrive, non controlla, ma evoca, esplora, esprime, svela, concepisce rapporti nuovi, somiglianze inedite, con le quali anche il lontano più estraneo si appaesa, ‘fuori’ però del senso semplicemente comune; anche il senso più familiare si allontana senza diventare comunque straniero. Si pensi alla parola poetica bodiniana, in cui un surreale non evasivo rispetto al reale trasforma questo in un’esistenza ‘perturbante’, eppure inclusiva entro un’aperta co-essenza: si pensi, ad esempio, a versi, quali: “ - Che erba hai in mano?- Ho un mazzetto/di balconi e di capre/di calce azzurra […]”.

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