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Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni Dopo questo lungo periodo di forzata inattività, il Consiglio Direttivo ha trovato, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale, la sede... Leggi tutto...
Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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Le Omelie di padre Francesco La Vecchia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 08 Febbraio 2014 07:58

“Per un editore che ha scelto la linea laica per la pubblicazione di prodotti editoriali, non sembri strano di aver scelto un volume di omelie. Intanto la scelta laica (non laicista) è dettata dalla necessità di non privilegiare prodotti letterari in funzione di una propria e limitata visione ideologica del mondo, ma dal bisogno di privilegiare espressioni, sensazioni, percezioni, prose, poesie, capaci di esprimere il meglio dell’esperienza umana.” Con queste parole, nella sua Nota dell’Editore, Aldo D’antico, spiega le ragioni che hanno portato la sua casa editrice, Il Laboratorio Parabita, a pubblicare “Omelie. Presenze e testimonianze a Parabita” di Padre Francesco La Vecchia (2013), nella collana “Contributi”. L’autore è stato padre superiore dei Domenicani di Parabita fino a qualche tempo fa e questo libro raccoglie le sue predicazioni, ovvero le omelie, rivolte ai fedeli durante la Messa dopo le letture. Le occasioni sono le più disparate del calendario liturgico e si può riscontrare come Padre Francesco sia un religioso di grande preparazione il quale unisce al solido fondamento culturale che è proprio del suo ordine religioso, il pathos, ossia quella compartecipazione umana che è propria invece dell’autore. E’ sempre l’editore a parlare: “Che senso hanno le omelie di Padre La Vecchia? Egli è stato padre superiore dei Domenicani di Parabita, un paese nel quale l’ordine dei predicatori di San Domenico arrivò nel lontano 1405, marginalizzando il culto greco che ivi si officiava, edificando un Convento e una Chiesa (Santa Maria dell’Umiltà) dichiarato monumento nazionale e successivamente scerpato, tagliato, suddiviso con uno scempio unico nel suo genere. Al loro ritorno hanno custodito la Madonna della Coltura per i Parabitani, la loro storia, memoria, cultura. Padre Francesco, nelle sue prediche richiama il senso della storia e della vita, propone il culto non solo come fatto di fede ma anche come dimensione dello spirito, fatto civile di adesione all’uomo e al suo valore. Leggendo le sue omelie un credente rafforza la propria scelta di fede, un non credente riflette sui destini dell’umanità. Motivi abbastanza validi per proporle come edizione”. Presentato nella Parrocchia di Sant’Antonio in Parabita, il 14 dicembre 2013 da Don Angelo Corvo, Parroco della Chiesa matrice di Parabita, Remigio Morelli e Luigi Cataldo, il libro contiene un estratto da un’opera di Don Tonino Bello (“Parole d’amore”) e alcune lettere indirizzate da Luigi Cataldo, curatore del libro, all’autore. Da queste si evince il grande legame di affetto e fraterno vincolo di fede che unisce Cataldo a Padre La Vecchia, e il dispiacere di Cataldo, che è poi il rammarico dell’intera comunità parabitana, in occasione della partenza dalla città di Padre Francesco quando egli, a fine 2010, dovette andare perché destinato ad altro incarico. Si comprende che sia abbastanza forte il segno lasciato dal domenicano nel paese della Madonna della Coltura se è vero che oggi esce questo libriccino che lo vede protagonista indimenticato nel cuore dei  fedeli  e degli amici parabitani. Contributi, quindi, di importanza storica, affettiva, contestuale, sociale, politica, con questa collana de “Il Laboratorio”, che risponde ad un bisogno di conoscenza e più ampia diffusione della cultura a tutti i suoi livelli.


La lettura 2. Mansarde parigine PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Maria Mariano   
Sabato 01 Febbraio 2014 08:27

["Il Galatino" a. XLVII, n. 2 del 31 gennaio 2014, p. 4]

 

Un tempo pensavo che non avrei mai visitato Parigi né altro luogo della Francia, con il determinismo che accompagna la gioventù. Poi mi sono ritrovato più volte a Parigi, anzi ho scritto anche versi sulla Ville Lumière in un momento d’incoscienza.

 

Mon Voyage

 

Parigi ha il colore della pioggia lenta,

dell’asfalto dei viali,

dei muri, dei tetti, dello sguardo assorto delle finestre.

 

Valéry camminava

“estremo nel disprezzo”

“assoluto nell’ammirazione”.

 

Proprio questi versi, nonostante la loro inguaribile debolezza e l’approssimazione, non vengono dalla percezione del disagio sociale delle periferie, quei sobborghi che in francese prendono il nome sonoro, ingannevolmente esotico, di banlieue. Semmai emergono da quel sentimento che può cogliere qualcuno fermandosi tra gli scaffali di Shakespeare and Company, al 37 di rue de la Bûcherie, libreria e sala di lettura dal 1919, o mangiando a Le Procope, nel mezzo del quartiere latino, al 13 di Rue de l’Ancienne Regime, da dove partì l’assalto alla Bastiglia, o sedendo da soli, fuori da un piccolo ristorante, in una Place Dauphine spoglia di gente, con l’illuminazione immota e i battelli che passano lenti sulla Senna di là della cerchia di case, accompagnati dal silenzio. È quella stessa atmosfera che ha fatto sì che Parigi fosse concepita come luogo principe dell’arte e della cultura in lunghi tratti dell’Ottocento e del Novecento, prima che il primato andasse a New York e poi si delocalizzasse infine in rivoli differenti, ritoccando città che erano già state punti di coagulo della fantasia e che in periodi diversi riprendono a tratti il loro ruolo antico. Si tratta di quell’atmosfera che la percezione della storia dei luoghi comunica. Quella stessa atmosfera che ha spesso spinto chi voleva intraprendere una strada artistica (che di arti figurative o di musica o di letteratura si trattasse) a scegliere Parigi come luogo che potesse accogliere parte della propria esistenza, sia perché in fuga per situazioni politiche – gli esempi sono molteplici – sia per scelta, come per due anni fece Enrique Vila-Matas, muovendosi da Barcellona, quando cercava di capire se e quanto sarebbe potuto diventare scrittore. “Andai a Parigi verso la metà degli anni settanta e lì fui molto povero e molto infelice. Mi piacerebbe poter dire di essere stato felice come Hemingway, ma allora tornerei semplicemente il povero giovane, bello e idiota, che ingannava se stesso ogni giorno credendo di aver avuto una discreta fortuna a poter vivere nella sudicia mansarda affittatagli da Marguerite Duras al prezzo simbolico di cento franchi mensili, e dico simbolico perché così lo interpretavo o lo volevo interpretare io, che non pagavo mai l’affitto, di fronte alle logiche – anche se per fortuna solo sporadiche – proteste della mia strana padrona di casa, e dico strana perché a me sembrava di capire tutto quello che mi veniva detto in francese tranne quando ero con lei”. Così Vila-Matas scrive nel suo “Parigi non finisce mai” (Feltrinelli, 2006). È un memoriale, il suo, che si stempera nella finzione dell’immaginare una conferenza a Barcellona che si sviluppa in tre giorni, in tre seminari di due ore ciascuno, un memoriale affrontato in maniera obliqua rispetto al modo con cui Canetti o Chatwin furono assidui narratori della memoria degli eventi personali. In Vila-Matas il discorso sulla vita si mescola al chiedersi come si debba fare letteratura e cosa sia in realtà farla – è un atteggiamento che è poi presente in altri suoi scritti; lo stesso pretesto della conferenza riappare altrove. La vita e la letteratura si mescolano, come realtà e discorso sulla realtà. L’illusione del giovane Vila-Matas a Parigi era di potersi immergere nell’atmosfera che, nella distanza di Barcellona, sembrava avere tangibile la ricchezza che la storia le attribuiva. In realtà quest’atmosfera non era densa, anzi era un po’ svanita, forse non aveva mai in realtà permeato i viali e i bistrot, ma era rimasta solo nell’intorno di chi l’aveva in sé e forse ora non c’è più o ritorna talvolta quando la storia vuole. Di questo si accorse Vila-Matas e tornò a Barcellona. Così era accaduto a Tomasi di Lampedusa quando, in un convegno di letteratura a San Pellegrino Terme, nel 1954, accompagnatore del cugino Lucio Piccolo, lì invitato da Montale, dalla conoscenza diretta dei letterati in auge del tempo si convinse che era futile avere paura di mettere su carta quanto aveva in sé maturato in anni di letture e pensamenti. Anche Vila-Matas, dopo essere tornato indietro, è diventato uno scrittore, diverso da Tomasi di Lampedusa, ma uno scrittore. “Uscii dalla sua vita come si esce da una frase. Poi andai al Flora a mangiare un croque-monsieur. Bevvi un liquore alle more e analizzai la situazione. L’analizzai per sei giorni e il settimo tornai a Barcellona”.  Così fu e alla fine, nel mio piccolo, neanch’io mi sono fermato a Parigi.


Un volo sulla cenere PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Domenica 26 Gennaio 2014 10:51

[Prefazione a “Un volo sulla cenere” di Claudia Petracca, Lupo Editore, 2013]

 

E’ tutto nel volo di quel pettirosso che compare sulla copertina del libro,  il senso di questa storia semplice eppure intensa, delicata ma sofferta,  che ci regala la raffinata penna di Claudia Petracca. È ambientata fra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la storia che ci racconta questo breve romanzo, preceduto da una bellissima poesia opera della stessa autrice. Nello specifico, è la Seconda Guerra Mondiale con gli eventi ad essa connessi, a fare da sfondo a questa storia di sentimenti, forgiati al fuoco della sofferenza, levigati dall’assenza e dalle difficoltà del vivere. Ho conosciuto Claudia Petracca  con “Pietre”, il suo libro precedente che mi aveva favorevolmente impressionato. Ora la riscopro, narratrice attenta e scrupolosa, cimentarsi con una storia d’amore tormentata e ingarbugliata come la trama complessa che si dipana lungo le pagine della fabula. Il sacrificio dei protagonisti, Sofia e Giacomo, immolati sull’altare della violenza e del fanatismo, è il sacrificio dei tanti che hanno lasciato la vita a causa della repressione dittatoriale. Quella dei lager nazisti, enorme piaga aperta nel cuore dell’Europa del XX Secolo, è una pagina dolorosissima della nostra storia contemporanea, scritta col sangue di migliaia e migliaia di poveri testimoni innocenti che hanno dato, con il loro amaro tributo,  un insegnamento a tutti noi, uomini del Duemila. L’esperienza dei campi di orrore di Aushwitz, Dachau, Ravensbruck, Flossenburg, Mauthausen, impressa nei muti volti dei deportati di ogni nazionalità, i quali, con il loro sguardo di sconfitta e rassegnazione, ci colpiscono a fondo dalle fotografie in bianco e nero nei libri e nei documentari televisivi, vuole essere un monito, perenne e universale, affinché ciò che è accaduto non debba più ripetersi. Claudia Petracca parla direttamente al cuore del lettore, con questo libro che rientra perfettamente nel milieu della letteratura femminile salentina che, in questi ultimi tempi, sta dando prove certo notevoli. Dalla sua narrazione, come avevo già notato con il precedente romanzo, emerge una interiorità devota ai particolari, attenta a cogliere i minimi dettagli, insieme ai momenti rivelatori della coscienza. La sua scrittura si presenta piana e regolare, niente effetti speciali della lingua, non c’è manierismo e nemmeno sperimentalismo. Genus tenue, dicevano i latini, ossia uno stile umile che non ricerca le vuote frasi ampollose o che non fa solo uno sterile esercizio di stile. I personaggi del libro sono ben studiati, le loro psicologie adeguatamente delineate ed è notevole lo sforzo di Claudia di creare un racconto storico  che sia il più possibile coinvolgente. Uno sforzo, certamente premiato dal risultato finale di un intreccio ben ordito, di un libro del tutto godibile nelle brevi pagine della sua trattazione. Letteratura salentina, dicevo prima, ma non si tratta di un “romanzo salentino”,  ambientato com’è in una  città e in un tempo lontani. E’ una storia che parla di dolori, di inquietudini, di fughe e ritorni, con un linguaggio semplice e leggero. Sofia e Giacomo vedono i loro destini intrecciarsi con quello  della guerra e della segregazione razziale e la fuga di Giacomo dall’abominio di un  regime spietato, per salvare non solo la propria vita ma anche quella della sua amata, lo porta  a compiere un lungo giro per poi ritornare nello stesso posto da cui è partito: quel ghetto ebraico di una città senza nome che, dopo averlo accolto e protetto come un abbraccio caldo di madre, gli sarà fatale. Più che mai attuale questa storia di Claudia Petracca, se si pensa agli accadimenti politici degli ultimi anni e a quelle ondate di revisionismo storico con cui alcuni ideologi  e “pseudo scienziati” europei hanno cercato di negare l’evidenza dell’Olocausto e dei campi di sterminio.  Non so se per qualche motivo personale o famigliare, per rabbia, o per il bisogno di reagire ai negazionisti, ma Claudia Petracca con questo racconto ci ricorda quanto sia importante conservare il dovere della memoria.

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La lettura 1. L’anno prima della tempesta PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Venerdì 17 Gennaio 2014 07:50

["Il Galatino", anno XLVII - n. 1 del 17 gennaio 2014, p. 5]

 

È di Eric Hobsbawm – è noto – l’idea che il Novecento sia, in realtà, un secolo breve, stretto tra l’inizio della Prima Guerra Mondiale e il termine della guerra fredda, 1914-1991. Il suggerimento di Hobsbawm emerge dal costatare che i due eventi determinarono cambiamenti essenziali non solo nei rapporti di forza tra le nazioni, alterando la geografia politica dell’Europa, almeno in parte, ma soprattutto nelle dinamiche della struttura sociale all’interno delle nazioni stesse. In quella visione, quindi, quella porzione del Novecento antecedente la Grande Guerra appartiene ancora all’Ottocento, per visione del mondo e articolazione della società. Quel secolo, l’Ottocento, lungo per contrasto, un’età d’imperi, parafrasando un altro titolo di Hobsbawm, deborda per stile e modi di vivere nel conteggio temporale novecentesco e porta in sé i germi di ciò che caratterizzerà il tempo immediatamente successivo.

È un’esposizione di scene tratte dall’ultimo anno di quel periodo, ancora pervaso da quieta incoscienza della guerra là da venire, che Florian Illies presenta nel suo “1913 – L’anno prima della tempesta” (Marsilio, Venezia, 2013), edizione italiana dell’originale tedesco “1913 – Der Sommers des Jahrhunderts” (si noti la differenza del sottotitolo), pubblicato nel 2012 dalla Fischer Verlag. È lo stesso editore tedesco da cui la casa editrice prende nome, Samuel Fischer, che appare a pagina 191, mentre, oppresso dall’otite, è a Venezia a festeggiare il diciannovesimo compleanno del figlio Gerhardt, “smagrito e febbricitante”, ed è cercato per questioni editoriali da Arthur Schnitzler che è appena giunto nella laguna con la moglie Olga e ha avuto giusto il tempo di fare un tratto di canali in gondola, dopo essere sceso al Grand Hotel. È questo uno dei frammenti che compongono il libro, descrizioni di situazioni che si sviluppano nei mesi del 1913. Ci sono dodici capitoli, infatti, ciascuno frammentato in paragrafi che colgono situazioni peculiari dello spirito di quegli anni, un tempo di signore in mantella e cappellino inclinato, un tempo di passioni sotterranee, figlie delle ideologie emerse nel secolo precedente, che sarebbero cresciute e che avrebbero corroso l’Europa con violenza. È il periodo in cui a Vienna si trovarono a risiedere contemporaneamente Hitler, Stalin e Tito, il primo a fare il paesaggista men che mediocre, l’altro, il russo, a stare la maggior parte del tempo nella casa dei Trojanovskij, l’ultimo a fare il collaudatore di auto, mantenuto da Liza Spruner. I tre forse s’incrociarono, senza sapere l’uno dell’altro, mentre passeggiavano nel parco del castello di Schönbrunn, ed erano ancora ignari d’essere portatori di lutti e di distruzione. Soprattutto, però, le circostanze che Illies ricorda e che diventano immagini attraverso una prosa agile, dotata di una qual non trascurabile freschezza, riguardano artisti, scrittori e musicisti, i loro incontri, le loro rivalità, le loro attrazioni, come quella che nacque nel Café des Westens di Berlino tra Gottfied Benn, che oramai si allontanava dalla sua attività di anatomopatologo per dedicarsi alla poesia, e l’anticonformista Else Lasker-Schüler, per la quale amici pittori, preoccupati per la sua condizione, avevano organizzato una colletta. Era il tempo delle lettere di Rilke alle signore abbienti, di lui più anziane, che gli permettevano con favori tangibili e non di mantenere uno stile di vita non propriamente parco, e di quelle di Kafka da Praga all’eterna fidanzata a Berlino, Felice Bauer, lettere la cui decisione d’essere indeciso avrebbe fiaccato la pazienza di chiunque. Ed era anche il tempo in cui Oskar Kokoschka dipingeva forsennatamente Alma Mahler, prima che lei lo allontanasse per il più rassicurante Walter Gropius, che avrebbe fondato la Bauhaus cinque anni dopo, e Picasso faceva l’artista e, con sempre maggiore efficacia, il promotore di se stesso, lasciando il dubbio in qualcuno, almeno in me, in quale delle due vesti fosse più efficace.

La presenza di pittori, di letterati e di musicisti è preponderante nelle pagine di Illies. La scienza del tempo appare fugace orizzonte lontano. La scelta è riconducibile alle attitudini dell’autore, quarantacinquenne storico dell’arte, editorialista della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ex direttore delle pagine culturali della Die Zeit.

Lo sguardo di Illies è sull’Europa centrale, in maniera più specifica sul tramonto dell’Impero Austro-Ungarico, ed è uno sguardo colto, sereno, privo di pomposità nello stile, attento al ritmo e all’articolazione delle scene che ambiscono a una struttura unitaria. Ne emerge un libro felice la cui lettura incuriosisce, rinfranca, insegna.


Come un meridionale del Nord vede la storia del Risorgimento unitario PDF Stampa E-mail
Recensioni
Scritto da Maurizio Nocera   
Mercoledì 15 Gennaio 2014 22:42

Osservazioni sull’ultimo libro di Mario Scognamiglio


[“Il filo di Aracne”, anno VIII, novembre/dicembre 2013, pp. 14-15]


Il 18 novembre scorso ero a Milano, nel “Caffè Milano” di via Dante, al centro del centro storico della città, da una parte il Castello degli Sforza, dal lato opposto, appena superata piazza Cordusio, il Duomo e la splendida Galleria (non dico il nome di questa monumentale opera dell’uomo, perché risulterebbe poi in contrasto con quanto scritto nel corso dell’articolo).

Motivo dell’incontro: la consegna da parte di uno dei più importanti bibliofili italiani – il napoletano-milanese Mario Scognamiglio, già direttore della più antica libreria antiquaria della città (la Rovello), nonché fondatore delle riviste bibliofiliche «l’Esopo» e «l’Almanacco del Bibliofilo» - del suo ultimo libro, Zibaldone di invise verità. Meditate a Mosca sfarfallando nel tempo (I germogli de «l’Esopo», n. 6), il cui colophon così recita: «Stampato in 300 esemplari non venali di cui duecentosettanta contrassegnati in numeri arabi e trenta in numeri romani/ composizione in carattere Bembo, stampato dall’Officina Tipografica in Milano su carta arcoprint delle cartiere Fedrigoni. Tutti i volumi saranno offerti in dono agli amici dell’autore».

L’autore, l’ho scritto poco sopra, è Mario Scognamiglio, il quale fa una premessa, Jus Murmurandi, in cui scrive di aver raccolto in questo volume i suoi scritti, «apparsi negli ultimi 33 anni su “l’Esopo” e “l’Almanacco del Bibliofilo” […] riviste [queste] che, oltre a promuovere il culto del libro, hanno svolto con l’Aldus Club, la prestigiosa Associazione di Bibliofilia [presieduta da Umberto Eco, presente all’incontro del 18], da me fondata, finanziata e gestita, un’intesa e fruttuosa azione culturale, offrendo la possibilità a un gruppo di giovani scrittori, valorosi e intelligenti, di “emergere”, di poter esprimere, in assoluta libertà, le loro idee, le loro emozioni».

Detto questo però, perché scrivo di questo libro di un napoletano-milanese che vive a più di mille chilometri da Galatina? Semplicemente perché la nostra rivista – «Il Filo di Aracne» - più volte si è interessata di un argomento che sta a cuore a molti di noi. Vale a dire la problematica storico-letteraria che sta alla base del Risorgimento che portò all’Unità d’Italia nel secolo XIX. E di questa storia Mario Scognamiglio, originariamente napoletano, è grande conoscitore.

Ecco. Riporto qui di seguito alcuni passaggi del suo libro, che bene fanno vedere quale sia la visione di un meridionale vissuto per più di 50 anni in una città come Milano, considerata la capitale economica del Nord.

La sua prima considerazione riguarda l’obiettivo al quale egli rivolge le sue critiche, scrivendo: «Non farò sconti a nessuno, né agli attuali governanti del nostro Paese, eletti da nessuno, né alle Nullità nominate da uno spregevole allevatore di suini [Silvio Berlusconi]; suidi famelici che continuano a rodere le risorse ormai azzerate di questa disgraziata contrada dell’Europa del sud. L’Italia, una democrazia incompiuta, rabberciata alla meglio da un modestissimo “statista” piemontese e da politicanti corrotti, servi di Casa Savoia, che orchestrarono, strumentalizzandola, una risibile “Epopea Garibaldina” che si affrettarono a cancellare, dopo aver umiliata Napoli con un plebiscito fasullo; un falso storico che determinò il tracollo di una grande metropoli europea e di un regno che, geograficamente, occupava più della metà del territorio della penisola, perpetrato in combutta con i soliti gattopardi e con l’apporto determinante di un esercito talebano, rozzo e crudele» (pp. 19-20).

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