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Home Necrologi e ricordi
Necrologi
La scomparsa di Tullio De Mauro PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Rosario Coluccia   
Venerdì 06 Gennaio 2017 12:35

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 6 gennaio 2017, p. 1 e 8]

 

Di mestiere faccio il linguista. Per questo, e mi dispiace, tocca a me dare ai lettori del nostro giornale la notizia della scomparsa di Tullio De Mauro, uno dei più grandi linguisti al mondo. Ricordare la grandezza di De Mauro non è una formula, è la pura verità, è stato studioso di levatura straordinaria.

A De Mauro sono stati attribuiti riconoscimenti eccezionali ed è stato chiamato ad incarichi straordinari: Accademico della Crusca e dei Lincei, dottore honoris causa dell’Università Cattolica di Lovanio, dell’Ècole Normale Supérieure di Lione, dell’Università Waseda di Tokyo, dell’Università di Bucarest, dell’Università Sorbonne Nouvelle di Parigi, dell’Università Pablo de Olavide di Siviglia e dell’Università di Ginevra; e inoltre direttore della «Fondazione Bellonci» che ogni anno organizza il più importante premio letterario italiano (il Premio Strega), Presidente della «Società di Linguistica Italiana» (da lui fondata), della «Società Italiana di Filosofia del Linguaggio», della «Fondazione Mondo Digitale». Nel 2011 ha ricevuto la life honorary membership dell’«American Association of Teachers of Italian».

Molti libri dai lui scritti e le grandi opere da lui dirette sono veri e propri cardini della cultura italiana del Novecento. Il Grande Dizionario Italiano dell'Uso, in 6 volumi (1999-2007), costituisce uno strumento fondamentale per la conoscenza del lessico italiano contemporaneo. Ma l’eccezionalità non è solo dello studioso maturo, apparve chiara fin dai primi lavori. Nella Storia linguistica dell’Italia unita (1963) le vicende della lingua italiana nei decenni successivi all’unità politica furono, per la prima volta in maniera sistematica, messe in rapporto con i fattori extralinguistici: statistiche demografiche e migratorie, politiche scolastiche, industrializzazione e urbanizzazione, avvento del cinema sonoro, di giornali, radio e televisione. È un’opera ancora attualissima, l’Accademia della Crusca il 18 e 19 aprile del 2013 ha dedicato un intero convegno per celebrarne il cinquantenario. L’Introduzione alla semantica (1965) e l’Introduzione, traduzione e commento del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure (1967; 1968) rappresentarono una svolta culturale epocale nell’Italia postcrociana di quegli anni: la linguistica generale era in Italia una scienza pochissimo conosciuta e ancor meno praticata, la riflessione teorica sul linguaggio stentava ad affermarsi. De Mauro, nato nel 1932, era poco più che trentenne quando scriveva già opere fondamentali; poi ha continuato con gli stessi ritmi, il genio giovanile si è dispiegato fino alla morte.

Non era chiuso nella torre della sua professione accademica, instancabilmente divulgava la scienza di cui era maestro. Le pagine culturali di un quotidiano oggi scomparso, il romano «Paese sera», per la prima volta esponevano al grande pubblico temi di linguistica e di storia della lingua italiana, informavano su pubblicazioni, convegni, iniziative. Chiuso quel giornale, l’opera di divulgazione è continuata su altre testate, in radio, in televisione. Fino all’ultimo ha pubblicato articoli su Internazionale, settimanale diretto da suo figlio Giovanni, che per primo ha dato la notizia della sua morte.

È impossibile condensare in poche righe la figura di Tullio De Mauro. Una cosa è certa: la sua è stata una vita degna di essere vissuta, i suoi libri e la sua immensa attività non muoiono con la scomparsa fisica dell’uomo.

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Per Claudia Petracca PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Paolo Vincenti   
Giovedì 26 Maggio 2016 05:49

“Non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l’armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de’ suoi? Celeste è questa

corrispondenza d’amorosi sensi”

(U. Foscolo)

 

L’amore che ci ha unito

è quello che ritroveremo

l’amore che ci siamo dato

è quello che ci riavrà

Io vivrò per voi, in voi

credete, non sono andata via

è solo una stazione, un cambio di passo

un mutamento leggero, un battito di ciglia

un altro modo di guardare…

credete, non si va mai via

io vivrò con voi,  in voi

sempre e per sempre

 

Claudia Petracca è volata via leggera come ha vissuto. Era una presenza discreta nella vita dei suoi amici, costante ma defilata, stava sempre un passo indietro. Però se la cercavi, se chiedevi un consiglio, lei c’era. Era tenace, caparbia, determinata, nonostante la dolcezza dei modi che al primo approccio poteva esser scambiata per timidezza. Aveva fatto studi classici e questo emergeva dalla puntigliosità e dai tempi lunghi con cui licenziava ogni suo scritto. Emergeva inoltre dalla maniacale attenzione alla forma.  Poetessa, scrittrice, operatrice culturale. Amava la letteratura italiana del Novecento ma aveva una predilezione per Wislawa Szymborska sulla quale progettava di scrivere un saggio. Amava la musica d’autore, la gente semplice, la spontaneità degli affetti, amava la sua terra e più di tutto la sua città.

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Ricordo di Michele Tondo (a 15 anni dalla scomparsa) PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Giovanni Bernardini   
Giovedì 14 Aprile 2016 06:02

Quando il peso degli anni si fa sempre più grave, come accade a me, ci accorgiamo che cresce la nostra solitudine, nel senso che le persone più care, gli amici più fedeli ci hanno abbandonati. E i rimasti a questo mondo li contiamo sì e no sulle dita d'una mano, anche loro spesso invisibili poiché invecchiati e sofferenti.

Prendendo atto di questa triste realtà, propria della condizione umana, non resta che affidarsi alla memoria, riandando indietro nel tempo, a volte con nostalgia, a volte con rinnovato dolore.

Ecco dunque che, in questo viaggio a ritroso, incontro fra gli altri l'amico fraterno Michele Tondo, scomparso quindici anni fa a Bari, dove l'avevano portato i suoi studi, l'assistentato accanto a Mario Sansone e infine la cattedra di letteratura italiana moderna e contemporanea in quella Università.

Bisogna risalire alla metà degli anni Trenta per rintracciare le radici della nostra conoscenza, poi man mano divenuta amicizia profonda. Nell'anno scolastico 1935-36, provenendo da Ancona, avevo cominciato a frequentare la III ginnasiale del "Palmieri" a Lecce. L'insegnante di materie letterarie era il prof. Michelini, toscano, molto bravo e molto severo. In quella classe primeggiava Oronzo Parlangéli di Novoli, divenuto in seguito illustre linguista e dialettologo, stroncato purtroppo da incidente automobilistico. Fra gli alunni più bravi c'era Michele Tondo di San Cesario. Sedeva ad un banco con Francesco Riezzo di Squinzano, poi medico a Lizzanello. Frequentammo insieme, dopo le classi ginnasiali, la I liceale. In quegli anni crebbe e si cementò la nostra amicizia. Non c'incontravamo soltanto a scuola, bensì nei rispettivi paesi: in bicicletta io raggiungevo  San Cesario e lui veniva a Monteroni, non tanto per studiare quanto per il piacere di stare insieme e fare lunghe chiacchierate, anche alla presenza dei genitori, in particolare la madre, alla quale Michele era molto legato.

La morte prematura di mio padre mi portò via da Lecce a Pescara, presso la famiglia materna e nella II classe del Liceo-Ginnasio "G. D'Annunzio". Saltata la III e iscritto alla Facoltà di Lettere dell'Università di Firenze, fu lì, alla scuola di Giuseppe De Robertis, che mi ritrovai con Michele. Egli proveniva da Roma, dove aveva seguito le lezioni di Natalino Sapegno, e ora, con me, seguiva lezioni ed esercitazioni settimanali (oggi seminari) tenute da De Robertis.

In quell'ambiente si rinnovò e rinsaldò la nostra amicizia, tanto che Michele, come l'altro carissimo amico Luciano Graziuso, si associava spesso al gruppo di studenti pescaresi da me frequentato.

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L'osceno del villaggio 47. Paolo Poli PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Paolo Vincenti   
Domenica 10 Aprile 2016 08:42

“Io sono un istrione

E l'arte, l'arte sola e' la vita per me.

Se mi date un teatro e un ruolo adatto a me

Il genio si vedra'... si vedra'...

Con il mio viso ben truccato e la maschera che ho,

Sono enfatico e discreto, versi e prosa vi diro',

Con tenerezza e con furore,

E mentre agli altri mentiro'

Fino a che sembri verita' fino a che io ci credero' “

( “L’istrione”  –  Charles Aznavour,  Massimo Ranieri)

 

Più che mai adatta questa definizione per un grande attore che non è più fra noi: Paolo Poli. Un grande del teatro nazionale, attore comico brillante, uomo profondo, coltissimo, grande conversatore, artista ironico, spesso irriverente, poliedrico, sulfureo, se ne è andato a 87 anni. Era nato a Firenze nel 1929, laureato in Letteratura francese, aveva iniziato a lavorare giovanissimo.  Vera e propria icona dell’avanguardia teatrale, fra i pochi coerenti anticonformisti del panorama artistico italiano, maestro del trasformismo, aveva recitato spesso en travesti, antesignano dell’ambiguità e delle stravaganze che avrebbero decretato il successo di attori e cantanti venuti dopo di lui;  un fregoli, un attore di talento, un poser, narcisista, sincero, spudorato, in una parola geniale. Ha attraversato nella sua lunga carriera tutte le arti: teatro, cinema, televisione, canzone. Lascia una sorella, Lucia Poli, anch’ella affermata attrice teatrale. «Era l’eleganza, l’intelligenza, l’assoluta coerenza: un sarcasmo sopraffino, preciso, poetico» scrive Leonardo Pieraccioni.

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Ricordo di Giovanni Cosi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gigi Montonato   
Domenica 27 Marzo 2016 08:18

[Pubblicato in "Presenza taurisanese", a. XXXIV n. 3 - marzo 2016, p. 9, col titolo "Ci ha lasciati Nino Cosi. Uomo della tradizione, ricercatore infaticabile, cultore del documento".]


Non so se, potendo scegliere la data per andarsene, Giovanni Cosi avrebbe scelto un giorno che ricorre ogni quattro anni. Si è spento lunedì, 29 febbraio, a 96 anni, nella sua Arigliano, una frazione di Gagliano del Capo, dove da qualche tempo si era stabilito definitivamente, dopo anni di su e giù da Lecce. Certamente ci avrebbe scherzato su, con quella sua fine ironia, che lo rendeva un autentico signore di garbo.

Aveva, Cosi, la disciplina nel suo dna e un alto senso dell’onore e della coerenza. Per anni aveva insegnato Educazione fisica in istituti superiori leccesi; ma aveva una formazione umanistica importante che gli consentiva di muoversi con padronanza negli archivi e con dimestichezza leggeva e traduceva documenti anche in latino.

Ad Arigliano, nella sua bellissima casa-giardino curava l’orto e i fiori. Apparteneva ad una famiglia della media borghesia terriera e di professionisti. Era un uomo del Sud, appassionato della sua terra, del suo sole, dei suoi alberi, delle sue piante. Ai suoi òmmini affidava vigneti e oliveti. Produceva olio e vino, che volentieri donava agli amici che andavano a trovarlo. Poco distante aveva un boschetto, un vero Eden, dove fertilità di terreno, calore del sole e brezza marina maturavano dolcissimi fichi e grosse cotogne di un giallo luminoso.

Quando andavo a trovarlo, specialmente negli anni Ottanta, gli confessavo che in quell’angolo di Salento avevo l’impressione che tutto, a parte la struttura della stazione ferroviaria di recente costruzione, fosse rimasto incontaminato. E lui era contento. Poi anche Arigliano si è aggiornata con le brutture della contemporaneità.

Amava il profilo basso. Diceva di non essere uno storico né tanto meno uno scrittore, perché gli scrittori, specialmente quelli che si occupano di storia, tendono a dire più di quello che dovrebbero. I suoi scritti erano brevi e asciutti, iniziavano e finivano con la notizia, desunta da documenti, atti notarili, registri di nati, di morti, di matrimoni, che andava a consultare negli archivi comunali e parrocchiali e soprattutto all’Archivio di Stato di Lecce.

Era Ispettore onorario della Soprintendenza e aveva scoperto reperti importanti, tra cui due menhir ad Arigliano, uno che oggi si trova alla biforcazione della strada dove finisce il suo giardino, e l’altro è rimasto addossato alla Cappella del Santo Spirito.

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