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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
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Necrologi
Tutto può succedere… 11. Il secolo lungo di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 15 Febbraio 2015 08:49

["Il Galatino" anno XLVIII n. 3 del 13 febbraio 2015]

 

Scrivo sull’onda dell’emozione per la scomparsa di Mario Marti. E’ il pomeriggio del 4 febbraio 2015 e Marti è morto da poche ore, la notte scorsa, nella sua casa di Via Ritucci, a Lecce. Si è spento senza dolore, per pura purissima consumazione fisica dovuta al passare del tempo. Avrebbe compiuto 101 anni nel prossimo maggio. Il secolo lungo per me si chiude oggi, con la morte di Mario Marti, maestro e amico di almeno tre generazioni di studenti e di studiosi di letteratura italiana.

Dalla sua casa leccese siamo passati in tanti in questi ultimi anni, sempre accolti dal volto sereno e sorridente della Signora Franca, per portargli un libro in dono, per riceverlo dalle sua mani, per un consiglio, per fargli gli auguri in occasione di un compleanno o semplicemente per salutarlo. L’ultima volta che sono andato a trovarlo, qualche mese fa, era a letto per una leggera influenza. Sotto le coperte si intuiva un corpo esile e scarno, immobile, ma il volto era quello di sempre, adorno dei soliti baffetti e con quegli occhi mobili e inquieti, indagatori: “Non me dici nienzi”, disse a me che stavo in silenzio e lasciavo parlare il mio amico - Antonio gli raccontava del Centro di studi leopardiani e degli amici comuni e dei colleghi e dei maestri d’un tempo -. Ora mi sembra di sapere la ragione del mio silenzio: sentivo che quella poteva essere l’ultima volta che l’avrei visto, e così è stato. E allora, facendomi forza, gli dissi che mi faceva piacere vederlo e lo ringraziavo per l’ultimo suo libro, gli facevo i complimenti perché a 100 anni sono in pochi gli studiosi che possono permettersi di aumentare la propria bibliografia: il suo sorriso dal fondo degli occhi piccoli e luminosi, indimenticabile!

Mario Marti è stato un maestro. Il maestro è colui che ha qualcosa da insegnare: un metodo, uno stile di vita e di studio, ch’egli ha appreso con fatica e dedizione e intende trasmettere agli altri; è colui che mostra agli altri il limite oltre il quale non è lecito andare, entro il quale occorre mantenersi, sotto pena di confondere la propria parola con le innumerevoli parole che vanno a perdersi nel chiacchiericcio diuturno del nostro mondo. Il maestro è colui che dichiara che cosa può essere detto con sufficienti ragioni per non sbagliare. Nel secolo lungo, che per me si chiude oggi, un Novecento iniziato nel maggio del 1914, Marti ha esercitato un magistero che lascia un segno più che tangibile, la scuola leccese di letteratura italiana, nella quale si continua a professare la sua idea degli studi di critica letteraria come filologia integrale. Il maestro è sempre il depositario di una verità e, dunque, la sua parola ha inevitabilmente il carattere della conservazione. Mario Marti è stato il grande conservatore degli studi di letteratura italiana ed in particolare di critica letteraria: tutta la sua opera si può leggere come una lunga azione di contrasto alla deriva degli studi di italianistica, che del troppo e del vano hanno fatto spesso la cifra distintiva del proprio blaterare. Egli ci ricorda che solo nella storia, alla luce della storia, la letteratura acquista un senso. Ecco perché quando leggeremo un libro o ci capiterà di scrivere qualunque cosa, continueremo a chiederci:  - Che cosa ne penserebbe Mario Marti? -, come fosse sempre vivo, tra noi.

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Ricordi di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Pietro Giannini   
Martedì 10 Febbraio 2015 21:17

Il mio primo ricordo di Mario Marti è legato alla sua personalità, schietta e sincera, vivace e vitale, che si manifestava nella voce perentoria e squillante, che emergeva anche nelle conversazioni telefoniche.

Il secondo ricordo è relativo alla sua attività di docente: egli è stato (insieme ad altri, tra i quali va ricordato Carlo Prato) uno dei padri fondatori dell’Università di Lecce, assicurando fin dall’inizio le regolarità dell’impegno didattico e lo sforzo per costituire a Lecce le condizioni per un serio lavoro di studio e di ricerca.

Il terzo ricordo riguarda lo studioso ed è legato a due formule che caratterizzano la sua attività e che sono anche titoli di suoi scritti. La prima è: dal certo al vero. La formula, che si ispira a noti principi vichiani, condensa bene le esigenze di un approccio filologico e storico ai testi. Essa afferma la necessità di una verifica preliminare della sicurezza, della genuinità dei testi, che debbono essere interpretati nel contesto della storia di cui essi fanno parte. La seconda formula, in  qualche modo correlata alla prima, è: Critica letteraria come filologia integrale. La critica letteraria qui si identifica tout court con la filologia, mettendo in secondo piano altri suoi compiti, come ad es. quello del giudizio di valore (estetico) delle opere letterarie. Questi principi sono esposti in modo riassuntivo nell’opuscoletto Il mestiere del critico, che contiene la prolusione ai corsi in occasione del conseguimento della funzione di professore ordinario (come si usava una volta). Da qui prendiamo qualche sua considerazione: “…il mestiere del critico deve allargare i propri interessi fino a comprendere quelli dello storico, nel senso più ampio del termine, perché l’arte non può essere adeguatamente intesa senza che venga inteso il contesto vichianamente filologico, nel quale… opera vivamente ed attivamente. In questo tipo di attività critica ogni specifico ed empirico metodo d’analisi è accettabile e fruttuoso, dall’indagine stilistica a quella psicologica, dalla ricerca del documento d’archivio allo studio delle fonti, dalle ipotesi di carattere psicanalitico al rilevamento dei dati economici, dall’accertamento biografico all’inchiesta di carattere sociale e così via: anzi sarà spesso l’opera d’arte a suggerire o a condizionare il modo col quale vuole essere accertata e interpretata”.

Questa impostazione concorreva a convalidare nei fatti ciò che imparavo da Carlo Prato nel campo della filologia classica, e cioè che la verifica testuale è il passo imprescindibile di un procedimento che può toccare poi altri livelli del testo, dove diverse opzioni personali sono possibili secondo la sensibilità del filologo, ma che sarebbero vuote e vane senza quel primo passo.


Ricordo di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Rosario Coluccia   
Giovedì 05 Febbraio 2015 22:32

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 5 Febbraio 2015]

 

Adattando a questa occasione  le parole che sono state talvolta utilizzate per commemorare altri grandi della nostra cultura si può dire che Mario Marti ha avuto la meritata e rara fortuna di serbare fino all’ultimo il vigore della mente, di essere da vecchio (al di là di ogni liturgia accademica) riverito e affettuosamente accompagnato da riconoscimenti e da attenzioni generali.

Il mio primo incontro con lo studioso non avvenne di persona, ma attraverso i libri. Frequentavo le aule del Liceo “Colonna” di Galatina. Dal mio insegnante di letteratura, il compianto professor Luigi Manna, sentii citare per la prima volta il nome di Mario Marti, a proposito dei suoi scritti ariosteschi: con gli scarsi strumenti bibliografici a mia disposizione cercai di saperne di più e riuscii a leggere la voce «Ludovico Ariosto» nei Maggiori di Marzorati (1956); da lì, all’indietro, con l’aiuto dello stesso mio professore di Liceo, per qualche giorno potei avere tra le mani l’edizione dell’Orlando Furioso dello stesso Marti. Ebbi per tale vie una prima idea della statura dello studioso, ma poi non continuai sulla strada di quelle letture, distolto da altre incombenze e da altri avvenimenti, anche di carattere personale. Solo due anni dopo, con rispetto misto a un po’ di trepidazione, mi accinsi a frequentare i corsi di «Letteratura italiana» all’università, tenuti proprio da quel professor Marti che cessava così di essere una firma in calce a un saggio e diventava un uomo in carne ed ossa. Feci gli esami di letteratura, poi presi la tesi di laurea con Francesco Sabatini, un altro dei maestri di cui la nostra università poteva andare fiera in quegli anni; forse in me prevale la lente deformante della nostalgia ma rimpiango quel periodo fervido e ne traggo motivi di  rammarico a paragone della diffusa atonia del presente. Torniamo al tema principale. I miei studi si orientavano sempre più verso le fasi medioevali e prerinascimentali della nostra storia linguistica: in tal modo, senza averlo programmato, familiarizzavo con gli studi di Marti sulla letteratura antica. Poco per volta imparavo a conoscere i lavori che ogni studioso di testi antichi deve ancor oggi consultare, a distanza di vari decenni dalla prima apparizione: i Poeti giocosi del tempo di Dante; il volume sulla Prosa del Duecento, nella “Letteratura italiana. Storia e testi” di Ricciardi, il capitolo con lo stesso titolo nella Storia della letteratura italiana di Garzanti, la silloge dei Poeti del Dolce stil nuovo, la monumentale Storia dello stil nuovo,  tanti studi che riguardano Boccaccio, Bembo, i prediletti Dante e Leopardi, i tantissimi altri temi e personalità trattati in una bibliografia straripante, che supera le mille voci. Frequentando le sue opere cresceva il contatto con Marti, che però a lungo, un po’ paradossalmente, avveniva più attraverso i libri e gli scritti, non nella realtà quotidiana, nonostante la contiguità delle sedi di lavoro.

Poi la svolta nel rapporto personale. Gli sottoposi un mio saggio per il «Giornale storico della letteratura italiana», la più importante rivista di italianistica che lui ha diretto fino all’ultimo giorno di vita. Lesse il mio dattiloscritto, mi invitò a discuterne nella sua casa di v. Capitano Ritucci; entrai così per la prima volta in quella casa che poi mi sarebbe divenuta familiare, ci sedemmo sulle poltrone del salotto, poggiò i fogli sul tavolino basso, dove tante altre volte in séguito la signora Franca avrebbe offerto tè e pasticcini.

Quella casa mi è divenuta familiare. Andavo abbastanza spesso  trovarlo. Lui ascoltava, si informava del lavoro, dava consigli, a volte sosteneva di aver un po’ rallentato nel ritmo degli studi, con un po’ di civetteria dichiarava che quello che stava scrivendo era davvero il suo ultimo libro. Poi il libro usciva, e uscivano nuovi articoli, e progettava un nuovo libro che invariabilmente dopo un po’  era a stampa. Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute lentamente peggioravano, una candela che si spegne lentamente. Ma, una volta avviata la conversazione, la debolezza del fisico veniva sconfitta dalla brillantezza della mente e ritornavano i temi delle mille ricerche già fatte, di quelle ancora da fare, l’età era dimenticata.

Negli ultimi decenni di vita Marti ha studiato a fondo, accanto ai grandi della letteratura che ho prima ricordato, autori e testi della cultura salentina, suoi ultimi grandissimi amori. Negli studi di argomento locale non vi è traccia di provincialismo (che purtroppo spesso affiora nei lavori di epigoni maldestri): egli punta costantemente a collegare la storia culturale del Salento ai movimenti che attraversano la scena nazionale, anche in questo rivelandosi esempio da seguire. Il Maestro studia Dante e il neretino Rogeri de Pacienza con la stessa cura, le ricerche approdano in sedi e iniziative editoriali prestigiose. La piccola patria e la nazione esigono lo stesso rispetto.

Mi sono concentrato sulla figura di studioso, ma l’università del Salento gli deve moltissimo anche sotto il profilo amministrativo e gestionale. Nell’ateneo Marti ha ricoperto cariche importanti, fino a quella di Rettore, agendo sempre con probità e dirittura morale.

Aborro le agiografie, questo ritratto non deve diventare un elenco dei riconoscimenti ricevuti da Mario Marti nella sua vita lunga e operosa. Ma voglio ricordare almeno che il numero 31 (2013) degli «Annali d’Italianistica», importante rivista di Letteratura italiana pubblicata dall’Università del North Carolina, reca in una delle pagine iniziali la seguente epigrafe: «This 31st volume of Annali d’Italianistica is offered in Homage to Mario Marti, scholar and mentor, The Dean of all Italianists Worldwide». È bello, quasi commovente, che una rivista americana abbia deciso di rendere un così diretto omaggio al nostro professore. Noi lo ricorderemo come studioso eminente e guida scientifica, continueremo a leggere i suoi libri da cui molto continueremo a imparare.

 

 

 

 

 

 


Il mio professore, Salvatore Pizzileo PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 20 Dicembre 2014 08:17

[ “Presenza Taurisanese”, dicembre 2014]

 

Era un giorno d’inverno di fine anni Ottanta. Frequentavo il quarto anno al Liceo Classico Dante Alighieri di Casarano. Ero uno studente diligente ma esuberante, poco disciplinato. Durante l’ora di matematica l’avevo fatta grossa. Approfittando di una momentanea assenza della docente (la professoressa Rosanna Rizzo, Dio l’abbia in gloria) mi ero affacciato alla finestra rivolgendo troppo colorite espressioni all’indirizzo del professore di educazione fisica che faceva lezione nello spiazzo esterno dell’istituto. Risultato: i due docenti coalizzati contro di me e fermi nel proposito di chiedere la mia espulsione dalla scuola. Convocato d’urgenza il collegio docenti per decidere la mia sospensione. Era un freddo giorno di tardo inverno di fine anni Ottanta ed io attendevo di essere convocato in presidenza per conoscere la mia sorte. Passarono le ore e non giunse alcuna chiamata. Durante l’ultima lezione, il docente di chimica (professor Nello Martina) con la sua consueta aria un po’ sorniona mi informò: “Vincenti, l’hai fatta franca ieri sera. Ringrazia il professore Pizzileo che ha interceduto per te. Altrimenti saresti stato sospeso!”. Il professore Pizzileo era stato in classe alcune ore prima ma nessuna accenno aveva fatto alla incresciosa situazione. Non me ne meravigliai. Ché (quanto amava il docente di italiano questa congiunzione che rafforzava nella lettura acconciando all’uopo il tono della voce ), ché, appunto, con Pizzileo non potevi mai sapere. Sapeva ingigantire con la sua enfasi  fatti minimi, dettagli trascurabili, e di contro passar sopra ad eventi capitali (che almeno a me sembravano tali) liquidandoli con un motteggio, una esclamazione, una interiezione, declassandoli ad inezie. Non lo ringraziai mai comunque, non ne trovai il modo, l’occasione. Però qualche mattina dopo, facendo un rapido accenno alla letteratura picaresca del Cinquecento, egli appoggiando una mano sulla mia spalla e facendovi pressione come a dire “attenzione, ascolta bene!”, osservò:  “i picari erano giovani esuberanti, certo colti, ma un po’ goliardi, proprio come il nostro Vincenti” (io in realtà, se mi sentivo poco Rolando, non mi sentivo però nemmeno Lazzarillo de Tormes).  Ecco, quella definizione di letteratura picaresca mi sarebbe rimasta incollata addosso e, per le vie misteriose del destino, sarebbe stata ripresa a distanza di tanti anni da Gigi Montonato nel recensire un mio libro.

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Raffale Spongano, un salentino-tedesco PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Augusto Benemeglio   
Venerdì 07 Novembre 2014 17:43

Raffale Spongano era un uomo di ferro, come non ne nascono più. Era nato a Cellino San Marco, il paese di Albano, nel 1904, ed è morto centenario a Bologna, dove ha  vissuto gli ultimi cinquant’anni della sua esistenza di meridionale “anomalo”. Non sapeva cantare, né suonare la chitarra e il mandolino. In compenso fondò la Facoltà di Lettere presso l’Università degli Studi di Lecce. E si affermò come uno dei più illustri italianisti, fondatore di varie accademie riviste e fondazioni culturali.

Per quindici anni, dal 1948 al 1963, aveva insegnato letteratura italiana all’Università di Padova, poi era approdato a quella prestigiosa di Bologna, dove era stato per molti anni Presidente della Commissione per i testi di lingua, alla cui attività aveva dato  grande impulso.

Me ne parlò, quasi casualmente, a Gallipoli,  un suo allievo, Emilio Pasquini, attualmente ordinario di lingua e letteratura italiana presso l’università di Bologna, con il quale ci conoscemmo un’estate della fine degli anni novanta sui campi di tennis  di tennis del  Club degli Ulivi di Tuglie, diretto dal maestro Cosimo Pino.

Tra un dritto e un rovescio, un pallonetto e una voleè, ma soprattutto nei cambi di campo, capitava che ne parlassimo:

“Emilio, com’era questo salentino-tedesco?”

Io so che quando era preside a Lecce pretese che – bandendo concorsi – andassero i vincitori alla Facoltà di Lettere – si impose per esempio con Maria Corti e così per Mario Marti, insomma decisamente più bravi. Filologo rigoroso, rigido, uno che aveva frequentato l’Accademia di Lucugnano con Girolamo Comi, uno che veniva dalla gavetta, uno che era convinto che il Sud ha gente sì molto creativa, ma troppo pasticciona. Raffaele Spongano aveva dei principi ferrei, un rigore calvinista. Tu pensa che una volta prese in fallo il famoso Francesco Flora, suo collega all’Università di Bologna, uno che a quel tempo era considerato tra i primissimi critici letterari. Spongano era correlatore e chiese a Flora di leggere ad alta voce una tesi di laurea che presentava una ragazza. Flora lesse e rabbrividì. La tesi era copiata di sana pianta. Flora era bravo e preparato ma non gli passava manco pp’a capa di seguire gli studenti nel corso dei lavori di redazione.

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