"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Claudia Megha racconta la nostra gita culturale a Cavallino.
Nel pubblicare le impressioni di una partecipante alla gita, che ringraziamo vivamente per la sua efficace e tempestiva testimonianza, alleghiamo alcune foto, dovute anche queste a Claudia Megha e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Necrologi
Ricordo di Antonio Mangione a un anno dalla scomparsa PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Mercoledì 25 Novembre 2015 07:12

Un anno fa, esattamente  il 25 novembre 2014, all’età di ottantasette anni, si spegneva Antonio Mangione.  Studioso un po’ appartato, ma serio e rigoroso, Mangione ha offerto contributi importanti nel campo della letteratura italiana, e in particolare salentina, del Seicento e dell’Otto-Novecento. Nato a Soleto nel 1927, si laureò in Lettere all’Università di Roma discutendo una tesi su Giovanni Berchet con Alfredo Schiaffini, illustre storico della lingua italiana, da cui gli derivò una solida preparazione filologica. È vissuto e ha operato sempre a Lecce, dove è stato a lungo docente di materie letterarie nell’Istituto tecnico commerciale “Costa” e, per un certo periodo, anche assistente straordinario di Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università e incaricato del corso speciale di questa disciplina all’Accademia di Belle Arti.

Incominciò la sua attività critica con saggi su scrittori minori dell’Ottocento come Giovanni Berchet, Arrigo Boito e Remigio Zena, al quale dedicò il volumetto Sperimentalismo fine secolo di Remigio Zena poeta (Lecce, Milella, 1969). Poi si indirizzò verso lo studio della cultura letteraria salentina messa in rapporto con quella nazionale, secondo una concezione policentrica della storia della letteratura italiana. In quest’ambito ebbe il merito di riscoprire autori e opere dimenticate come il romanzo storico ottocentesco Il rinnegato salentino ossia I martiri d’Otranto, di  Giuseppe Castiglione, di Sannicola di Lecce, in cui veniva rielaborato il noto episodio dell’invasione turca di Otranto nel 1480. Di esso curò la ristampa nella “Biblioteca dell’Ottocento italiano” diretta da Gaetano Mariani per l’editore Cappelli di Bologna nel 1974, interpretandolo come rappresentativo di certe costanti antropologiche della società meridionale. Ritornò su questo scrittore in Castiglione inedito: manzonismo salentino (ed altro) (Lecce, Edizioni Orantes, 1985),  e su di lui e altri scrittori, quali Leonardo Antonio Forleo, di Francavilla Fontana, e Francesco Prudenzano, di Manduria, nel volume Narratori salentini dell’Ottocento. Forleo, Castiglione e Prudenzano, apparso nel 1981 nella “Biblioteca salentina di cultura” diretta da Mario Marti per le edizioni Milella di Lecce.

Per la stessa collana, che contribuì a fondare, nel 1997 portò a termine una fatica improba: la cura della monumentale edizione, in due tomi, del poema epico seicentesco Il Tancredi, del leccese Ascanio Grandi, pubblicata quell’anno presso l’editore Congedo di Galatina. Con questo lavoro, ricco di indicazioni linguistiche ed esegetiche ma anche di illuminanti osservazioni critiche, Mangione ha riportato all’attenzione un’opera significativa della civiltà barocca, che ebbe a Lecce e nel Salento, com’è noto,  uno spiccato rilievo e una sua originale configurazione, non solo in campo architettonico e artistico, ma anche in campo letterario.

Oltre che a Marti, è stato vicino anche a un altro maestro degli studi letterari, Oreste Macrì, collaborando alla nuova serie della rivista “L’Albero” ripresa proprio da Macrì e Donato Valli nel 1970. Interessato ai rapporti tra letteratura e arte, ha rivolto l’attenzione ad alcuni dei maggiori pittori pugliesi del Novecento come Raffaele Spizzico, Lino Suppressa  e Nino Della Notte, da lui conosciuti e frequentati. Di Della Notte curò una splendida monografia nel 1985 con le edizioni Schena di Fasano, in occasione di una grande mostra retrospettiva dell’artista scomparso qualche anno prima. Si è occupato anche dei due maggiori poeti dialettali salentini del secolo passato, il cegliese Pietro Gatti e il magliese Nicola G. De Donno, con i quali stabilì fecondi sodalizi, umani e intellettuali. L’ultima raccolta poetica di De Donno, Filosofannu? Cu lle vite, la Vita? Ma la Vita è scura, del 2002, nasce proprio da uno scambio epistolare con il critico, al punto che il sottotitolo recita, non a caso, Discorrendo con Antonio Mangione.

Più di recente, ha preso in esame l’opera poetica di Vittorio Bodini, commentando i suoi libri di versi, La luna dei Borboni, Dopo la luna e Metamor, in tre pregevoli volumetti apparsi nella collana “Bodiniana” delle edizioni Besa di Nardò tra il 2006 e il 2010. Qui Mangione ha condotto un lavoro accurato e scrupoloso, offrendo a  studiosi, docenti e lettori uno strumento fondamentale di conoscenza e di approfondimento della non facile poesia di Bodini. Nei suoi commenti egli si serve di tutto il materiale disponibile (prose, scritti critici, lettere) dello scrittore salentino per chiarire e precisare luoghi particolarmente oscuri, offrendo al tempo stesso un’acuta interpretazione della lirica bodiniana. Per questo lavoro, nel 2013, ricevette una Targa a Cocumola, in occasione del Premio “La luna dei Borboni”.

Se n’è andato proprio nell’anno del centenario della nascita del poeta leccese, lasciando un profondo rimpianto in quanti lo hanno conosciuto e ne hanno apprezzato il carattere mite  e la generosità, così rara ai nostri giorni anche tra gli uomini di cultura.

 

 


Un ricordo di Lino Paolo Suppressa nel centenario della nascita PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Mercoledì 26 Agosto 2015 17:00

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 20 agosto 2015]

 

Lino Paolo Suppressa è stato uno dei rappresentanti  più noti della pittura pugliese del Novecento, della quale contribuì a rinnovare il linguaggio allineandolo a quello nazionale. Ma egli  è stato anche uno dei protagonisti della vita culturale leccese, alla quale prese parte attivamente, dai primi anni Quaranta fino agli Ottanta, collaborando, con disegni, note d’arte, recensioni di mostre e prose memoriali, alle principali riviste letterarie e ad alcuni periodici di quel periodo, da “Vedetta mediterranea” a “Libera Voce”, dal “Critone” al “Campo” all’“Albero”, dalla “Tribuna del Salento” fino al “Quotidiano”. Per questo ci sembra giusto ricordarlo in occasione della ricorrenza del centenario della nascita, avvenuta  a Lecce il 20 agosto 1915.

Dopo aver abbandonato gli studi classici, Suppressa si iscrisse alla locale Scuola d’Arte, dove fu allievo di Geremia Re, e poi frequentò il Liceo artistico di Firenze. Nel 1945 tenne la sua prima personale nelle sale del negozio Lazzaretti di Lecce, presentato da Vittorio Bodini con cui strinse un importante sodalizio umano e intellettuale. A questi anni risale la fase espressionista della sua pittura, “tutta tesa – come scrisse Bodini – verso il grido, il gesto che consegni i contorcimenti dell’inconscio e il male di vivere che si occulta”. Non a caso, allora, i suoi riferimenti ideali  erano gli espressionisti tedeschi e i pittori della Scuola romana, in particolare Scipione.

Negli anni Cinquanta Suppressa si orienta verso un realismo che tiene presente la lezione postcubista, raggiungendo i risultati più alti della sua produzione per originalità e intensità d’ispirazione. In questo periodo egli mette al centro della sua immaginazione Lecce che diventa, proprio come per l’autore della Luna dei Borboni, un luogo dell’anima, perdendo qualsiasi connotazione bozzettistica  e assumendo invece una valenza universale. Diventa così il cantore appassionato della sua città, che incomincia ad esplorare da cima a fondo, in lungo e in largo, con intima adesione, con uno sguardo partecipe e affettuoso rivolto all’elemento umano, quasi alla ricerca della sua verità più nascosta, del suo segreto.

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Mario Marti e il suo candido centenario natalizio PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Maurizio Nocera   
Venerdì 17 Luglio 2015 06:00

[Mario Marti è stato il padre della nostra umanità letteraria salentina. È morto tra la notte di martedì 3 e il mattino del 4 febbraio 2015. Aveva compiuto 100 anni il 17 maggio 2014. I suoi amici e sodali, in occasione del suo compleanno 2014, lo festeggiarono col libro Una vita per la letteratura. A Mario Marti. Colleghi ed amici per i suoi cento anni (a cura di Mario Spedicato e Marco Leone, Edizioni Grifo, Lecce 2014). Nel volume citato è pubblicato anche un intervento di chi qui si firma.]

 

Da più di quarant’anni conosco il prof. Mario Marti, una conoscenza quella mia che risale al tempo della militanza poetica salentina, condivisa con Antonio L. Verri, Salvatore Toma, Claudia Ruggeri, Ercole Ugo D’Andrea, Enzo Panareo, Ennio Bonea, altri ancora. Egli è stato sempre presente nell’ambito di quanto andavamo facendo e scrivendo, quando con consigli, quando con interviste, quando semplicemente con il suo sorriso sulle labbra. Il tempo poi è passato e quegli amici poeti citati se ne sono volati in cielo, alcuni giovanissimi, altri un po’ meno giovani, comunque mai in età di essere accolti nel regno delle tenebre.

Io sono ancora qui, come ancora qui, per la mia e non solo mia gioia, è presente anche Mario Marti che, di tanto in tanto, vado a trovare nella sua casa per avere da lui consigli, e non mi vergogno a dirlo, vado anche (assieme all’immancabile mio e suo amico pittore Antonio Massari) a farmi leggere (ma anche correggere se c’è da farlo) da lui un testo del quale non sono pienamente convinto. Egli, come sempre, mi accoglie con benevolenza: io e Massari portiamo qualche delizia della pasticceria leccese, ma anche lui, assieme alla moglie signora Franca, tiene sempre preparato qualche libro come gradito dono, oppure le caramelle ed altre squisitezze ancora, che subito ci offre con spirito sincero.

Uno dei miei più recenti ricordi pubblici che ho di lui, è quando l’ho visto presente a un’iniziativa a Lecce, tenuta il venerdì 26 febbraio 2009, in occasione dell’Assemblea Ordinaria della Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Lecce in cui, nella Sala “Chirico” dell’ex Convento degli Olivetani, venne presentata la rivista della Società, «l’Idomeneo» (n. 10, 2008): Dieci anni di Storia Patria a Lecce. Sull’Identità del Salento. Omaggio a Mario Marti. Nell’occasione presentarono la rivista Giovanni Invitto, allora preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università del Salento ed Eugenio Imbriani, docente di Antropologia culturale nella stessa. A coordinare il dibattito fu invece Mario Spedicato, anch’egli docente della stessa Università e Presidente della Sezione leccese della Società.

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Per non dimenticare Giacomo Furia PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Mercoledì 15 Luglio 2015 07:20

Breve corsivo di cinema-nostalgia


["Il Galatino" anno XLVIII n. 13 del 10 luglio 2015, p. 8]

 

Alla bella età di 90 anni è morto il 5 giugno scorso, a Roma, l’attore Giacomo Furia, di origini casertane, fra i più bravi e amati caratteristi del cinema comico italiano.

Recitò, in vari ruoli e in molti film (più di 140), anche accanto a Totò e a Peppino De Filippo (era uno dei tre falsari pasticcioni nell’indimenticabile pellicola “La banda degli onesti”), offrendo un contributo di grande simpatia e alta professionalità.

In un altro memorabile film – “L’oro di Napoli”, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marotta – ebbe una parte di rilievo, interpretando l’ingenuo marito della formosa pizzaiola del Rione Materdei, nel cui ruolo si poteva ammirare in tutta la sua giovanile avvenenza una spumeggiante Sophia Loren.

Con Giacomo Furia – persona amabilissima, che ho conosciuto un po’ di anni fa, con altri bei personaggi dello spettacolo, in una serata di beneficenza alla Villa dei Cesari sull’Appia Antica – scompare l’ultima grande figura di interprete “di spalla”: un ruolo che il pubblico ha spesso (e a torto) considerato minore, ma che è stato di massima e fondamentale importanza, contribuendo a rendere famosa nel mondo la “commedia all’italiana”, e ad esaltare le doti recitative dei nostri grandi attori di quella stagione felice.

Onore, quindi, a Giacomo Furia, e ai suoi benemeriti colleghi: da Carlo Campanini a Mario e Memmo Carotenuto, Tina Pica, Ave Ninchi, Carlo Croccolo, Luigi Pavese, Virgilio Riento, Turi Pandolfini, Maria Luisa Mangini (in arte Dorian Gray), Carlo Delle Piane, il mio amico Leopoldo Trieste… Comprimari dei più bei nomi del nostro cinema, ai quali sentiamo di dover rendere questo piccolo omaggio sincero.

Per meglio considerare la grandezza di questi artisti professionisti basterebbe porsi qualche semplice domanda. Che film sarebbe “Audace colpo dei soliti ignoti” se accanto a due mostri sacri come Gassman e Manfredi con ci fossero anche Tiberio Murgia e Carlo Pisacane detto Capannelle? E a chi, il magnifico Totò di “Totòtruffa 62” (in combutta col ‘compare’ Nino Taranto) avrebbe potuto vendere la Fontana di Trevi se non allo sprovveduto e ingenuo turista americano Decio Cavallo, mirabilmente caratterizzato da Ugo D’Alessio? E come – sempre il grande Totò – avrebbe potuto esaltare la propria vis comica nella famosa scena del vagone-letto, se a ‘tenergli botta’ non ci fosse stato un superlativo Onorevole Trombetta alias Carlo Castellani? E l’insuperabile Avvocato De Marchis/Mario Carotenuto di “Febbre da cavallo”?…

E infine, che Fracchia sarebbe Paolo Villaggio senza il contributo di Gianni Agus? E che Fantozzi, senza il ‘collega’ Gigi Reder, l’attore che ha reso mitico il personaggio del Ragionier Filini?

Un ultimo grande saluto, quindi, a Giacomo Furia e compagni.

Con molta gratitudine, e un po’ di nostalgia.


Lina PDF Stampa E-mail
Necrologi e Ricordi
Scritto da Luigi Scorrano   
Giovedì 09 Luglio 2015 21:27

Che cosa significhi nascondersi dietro il proprio nome, e questo nome tenere  quietamente in ombra senza l’assillo di dargli continuamente una rilevanza spesso d’accatto, ha mostrato Lina Jannuzzi con la propria vita e la propria scrittura. Dedicate entrambe, vita e scrittura, a un dovere quotidiano, hanno avuto  come orizzonte privilegiato ed esclusivo il mondo della conoscenza letteraria, la vaghezza di quell’esercizio quieto, non isolante, che è l’esercizio della scrittura.

Non ha scritto molto, Lina; ha affidato a un’opera fondamentale (e filologicamente fondata) la sua qualità di studiosa: è stata esploratrice di pochi autori ma indagati con l’acume del suo sguardo apparentemente severo ma solo teso a illuminare le pieghe anche più riposte di un discorso. Chi l’ha conosciuta e frequentata per qualche tempo conosceva bene quello sguardo: acuminato esplorante, tagliente come un laser, ma lontano da ogni indiscrezione.

Aveva, Lina, scritta nel suo nome la sua vocazione: Carolina (Lina per gli amici), poiché il suo nome indica una forma di  lontana scrittura medievale. Al mondo moderno, ancor più alla contemporaneità, era rivolto lo sguardo di Lina, come dicono con  chiarezza le scelte operate per i suoi corsi universitari. Sobria fino a una secchezza di temi, come si sospetterebbe proprio dalle sue scelte, aveva come principio  lo scavo su zone apparentemente limitate della ricerca letterarie. Ma una volta avvicinate, quelle zone si aprivano a sempre nuovo respiro, si arricchivano strada facendo fino ad aperture che non trascuravano nulla ma non ammettevano il troppo e il vano. Ogni acquisto doveva essere ben definito. I titoli dei suoi corsi e dei suoi libri conducono ai percorsi prescelti: Il “Crepuscolo” e la cultura lombarda dell’Ottocento (1966); Il carteggio Tenca-Maffei (1973); Eugenio Camerini: dieci anni di vita letteraria in Piemonte 1850-1859 (1977); Giovanni Verga: prove d’autore (1983); Sul primo Verga (1997); Il teatro di Fabrizio Colamussi (1990); Verga e il teatro europeo (1992); Sul primo Verga (1995); La rima gigante del Verga (1997) D’Annunzio (Primo vere) (1999). Fortunatissimo fu il lavoro dedicato al carteggio Tenca-Maffei che ridisegnava un mondo alla vigilia di importanti trasformazioni in area europea e che riportava alla memoria le pagine memorialistiche di un celebrato libro di Raffaello Barbiera, Il salotto della contessa Maffei, miniera inesauribile di aneddoti e di informazioni.

Lina non era la Lina di Saba, la “buona, “la meravigliosa Lina” (chi cercasse nel nome la traccia di un carattere): aveva una divisa di severità, come s’è accennato, ma non era scostante e manifestava una sua amabilità contenuta e sorvegliata. Amava la puntualità. Era una persona aristocratica nel tratto, elegante nell’assisa quotidiana. Impeccabile è, forse, la parola che potrebbe compiutamente definirla.

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