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Universitaria


La memoria epigrafica per Oronzo Parlangeli dell’Università del Salento PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Valentino De Luca   
Giovedì 29 Dicembre 2016 10:24

[in «Presenza taurisanese», dicembre 2016]

 

È di questi giorni la notizia del trasferimento delle biblioteche e degli studi interdipartimentali dell’Università del Salento dalla sede intitolata a Oronzo Parlangeli. Tutto il palazzo sarà dismesso e le attività universitarie, lì presenti dal 1978, riprenderanno nelle nuove strutture, appena ultimate, del già esistente complesso “Studium 2000”.

Fin qui la notizia, la quale rimanda subito alla titolazione dell’edificio, titolazione che rischia di venire a cessare con il cessare della funzione dell’edificio stesso.

Il plesso universitario dal 1978 infatti reca la denominazione che lo lega alla memoria del professore universitario Oronzo Parlangeli glottologo e storico della grammatica e della lingua italiana docente anche nell’Ateneo salentino.

Una lapide ha documentato e ricordato per lunghi decenni a studenti, docenti cittadini tale intitolazione onomastica fino alla sua improvvisa rimozione risalente ai primi anni ’90 del secolo scorso, in coincidenza con una delle tante ristrutturazioni funzionali degli ambienti del piano terra dell’edificio.

Nel 2009, nella ricorrenza del 40° della morte dell’esimio studioso salentino, avevo pubblicamente sollecitato una nuova collocazione della lapide che nel frattempo avevo intenzionalmente cercata e fotografata tra le masserizie in disuso depositate in permanenza nello scantinato della scala C del palazzo: non era più tollerabile che quella memoria storica giacesse accantonata e sottratta alla vista, al ricordo e alla sua stessa fruizione evocativa e celebrativa.

Durante la presentazione a Novoli del volume miscellaneo per il 40°, Neoprotimesis. Studi in memoria di Oronzo Parlangeli avevo preso la parola per invitare il Sindaco, allora in carica, a richiedere il coinvolgimento dell’Università per il ripristino dell’importante ricordo dell’illustre studioso cittadino di Novoli. Non mi risulta che vi siano stati successivamente interventi al riguardo, ma neppure fu registrata alcuna manifestazione di interesse da parte dei docenti universitari allora presenti numerosi durante quella iniziativa pubblica di commemorazione.

Infine, pochi giorni fa, ho ripreso ancora l’argomento intervenendo durante la presentazione della pubblicazione Le lingue del Salento (volume n. 19 – 2015) del periodico «L’Idomeneo», curato da Antonio Romano edita dal Dipartimento di Beni culturali dell’Università del Salento.

Ho nuovamente sollecitato un urgente interessamento dell’Università e del suo Senato Accademico al fine di ripristinare dopo tanti anni quella lapide della quale molti, forse, hanno perduto anche la memoria. Fortunatamente la lastra di marmo è ancora lì, in un sottoscala deposito, dove la avevo fotografata nel 2007: quasi dieci anni di accantonamento e “giacenza” silenziosa, in sostanza una “messa da parte”, inspiegabile.

E allora?

In verità forse qualcosa potrebbe accadere e il puntuale impegno, al riguardo, di una docente presente al mio intervento mi fa ben sperare sul recupero, la salvaguardia e la tutela dell’epigrafe in un luogo dignitoso e adeguato, per meglio evidenziare e tramandare la memoria del professore Oronzo Parlangeli (Novoli, 10 marzo 1923 – Magliano Sabino, 1 ottobre 1969).

Inoltre, è auspicabile che alla lapide originaria venga associata e collocata in prossimità una piccola epigrafe esplicativa allo scopo da un lato di ricontestualizzare e giustificare la nuova posizione e dall’altro conservare la memoria storica della sua posizione originaria.

Testo dell’epigrafe e ulteriori informazioni reperite:

 

Testo

L’Ateneo Salentino | nel decimo anniversario | della tragica scomparsa | ricorda | l’illuminato magistero | il fervido ingegno | l’alto contributo scientifico | alla conoscenza dei | dialetti salentini e | della civiltà messapica di | Oronzo Parlangeli | Novoli 10 3 1923 Magliano Sabino 1 10 1968 | glottologo e storico della grammatica e | della lingua italiana | nelle università di | Messina Bari e Lecce | promotore instancabile della carta dei | dialetti italiani. | C. D. Fonseca

Annotazioni

La lastra di marmo grigio con caratteri incisi di colore nero fu svelata con una cerimonia mercoledì 28 marzo 1979; il testo fu dettato dal prof. Cosimo Damiano Fonseca (Massafra, 21 febbraio 1932), il quale promosse l’iniziativa e indicò la collocazione dell’epigrafe. La commemorazione ufficiale fu tenuta dal prof. Vittore Pisani (Roma, 23 febbraio 1899 – Como, 22 dicembre 1990); presenti il Rettore prof. Saverio Mongelli (Bari, 25 settembre 1934) e i proff. Mario Marti (Cutrofiano, 17 maggio 1914 – Lecce, 4 febbraio 2015), Donato Valli (Tricase, 24 febbraio 1931) e Giovan Battista Mancarella (Sava, 15 luglio 1931).

Errato, nel testo della lapide, l’anno della morte.

Bibliografia

  1. Donato Palazzo, Oronzo Parlangeli. Necrologio, in «Archivio storico pugliese», 1969.
  2. Note di civiltà medievale, Numero speciale per l’inaugurazione del nuovo edificio universitario “Oronzo Parlangeli”, Bari, Ecumenica editrice, 1979.
    Contiene il testo corretto della lapide commemorativa e il breve ricordo nell’intervento tenuto il giorno dell’inaugurazione dal Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia prof. Cosimo Damiano Fonseca.
  3. Oggi l’Università ricorda Parlangeli, in «La gazzetta del Mezzogiorno», 28 marzo 1979.
    Nel testo: «[…] nel decimo anniversario della scomparsa […] per iniziativa dell’università sarà scoperta una lapide nell’aula delle conferenze del palazzo ex Iacp in via Monte Pasubio, che da qualche mese è a lui intitolato».
  4. Ilio Palmariggi, Domani a Novoli commemorato Oronzo Parlagèli, in «La gazzetta del Mezzogiorno», 30 settembre 1989.
    Nell’occhiello: A 20 anni dalla morte.
    Nel testo “L’Università gli ha già dedicato la sede delle attività didattiche”.
  5. Dino Levante, Oronzo Parlangeli a quarant’anni dalla morte: un album di ricordi tra cronaca e storia, in Neoprotimesis, Studi in memoria di Oronzo Parlangeli a 40 anni dalla scomparsa (1969-2009), a cura di Mario Spedicato, Galatina, EdiPan, 2010.
    Nel testo riscontri sulla cerimonia e sull’epigrafe.

Università al bivio: didattica, o ricerca e didattica? – (22 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 22 Dicembre 2016 18:43

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 22 dicembre 2016]

 

La nostra reputazione è quello che gli altri dicono di noi. Sono state rese pubbliche le valutazioni della ricerca e l’Università del Salento, nel suo complesso, ha una posizione bassa nella classifica. Tutti i media ne parlano e questo mina la nostra reputazione. Il valore di una laurea dipende dal valore di chi la conferisce, e l’attrattività didattica è condizionata dalla qualità della ricerca. Un’Università ai primi posti nelle valutazioni della ricerca attrae più studenti di un’Università che naviga nella bassa classifica.

L’esito della valutazione è anche legato a una protesta dei professori, perché il nostro stipendio bloccato da sei anni mentre tutti gli altri comparti pubblici non sono stati penalizzati. Esiste una volontà diffusa di criminalizzare le Università e i professori universitari sono spesso dipinti come clientelari, nullafacenti e inefficienti. Se i laureati italiani emigrano all’estero, significa che lì sono molto apprezzati e se lo sono significa che non facciamo poi tanto male il nostro lavoro. Alcuni hanno scelto di protestare non presentando i prodotti della ricerca ai fini della valutazione; i prodotti non presentati vengono contati come mancanti e questo influisce sulla valutazione. Pur condividendo la protesta, molti hanno ritenuto di presentare i prodotti (me compreso) ma l’adesione dei docenti di Unisalento è stata molto superiore rispetto a quella delle altre Università e questo ci ha certamente penalizzato. Il punteggio ottenuto dall’Università del Salento è il risultato dei punteggi ottenuti dai vari Dipartimenti che, a loro volta, sono il risultato della somma dei punteggi ottenuti dai singoli ricercatori afferenti. Alcuni Dipartimenti sono stati valutati bene o abbastanza bene, altri sono agli ultimi posti in Italia. Il risultato totale è la media dei risultati dei Dipartimenti. Le valutazioni rivelano Dipartimenti con buona ricerca e altri che non sono all’altezza delle aspettative, a volte a causa di una maggiore adesione alla protesta. Qualificazioni particolarmente basse annullano le qualificazioni alte, ed ecco il basso risultato della nostra Università.

Sarà bene analizzare accuratamente i risultati della valutazione e prendere adeguati provvedimenti per le prossime. Ci sono aree in cui i livelli dell’Università del Salento raggiungono standard europei. In altre raggiungiamo standard nazionali e in altre ancora siamo al cabotaggio regionale. E’ necessaria una politica di incentivazione del merito, per valorizzare quel che di buono esprimiamo e lavorare perché ciò che è meno buono diventi buono. In democrazia, se la maggioranza rientra nella categoria del “meno buono”, la maggioranza prevale (come nella statistica). E se il “meno buono” rifiuta le proprie responsabilità e promuove politiche di conservazione del proprio status indipendentemente dalla valutazioni, le conseguenze si pagano. Diminuiscono i fondi, diminuisce l’attrattività verso gli studenti, diminuisce la motivazione di chi ha ottenuto buone valutazioni. Le altre Università reclutano i soggetti competitivi, magari attingendoli dalle liste di abilitati a ruoli superiori, senza che si investano risorse per farli restare. Uno è partito per Trieste l’altro ieri.

Questo mina la nostra reputazione e porta l’Università verso il declassamento. Se la ricerca è di basso profilo e si punta solo alla didattica, si diventa un esamificio. Invece di essere un ascensore sociale, l’Università diventa un ammortizzatore sociale e serve per tenere impegnati per qualche anno i futuri disoccupati intellettuali.

La valutazione della ricerca non è svolta in modo ottimale, sono il primo a dirlo. E’ come la democrazia: è un sistema imperfetto, che si può migliorare, ma ne conosciamo di migliori? Possiamo migliorarla internamente e indirizzare su questo le strategie future. Per garantire la nostra immagine dobbiamo valorizzare i buoni risultati e, internamente, lavorare per incentivare il miglioramento. Pensando anche a penalizzazioni per chi si ostina a non ritenere importante la buona qualità della ricerca. Oramai non si può più ignorare che la ricerca è importante e le decisioni future andranno ben meditate alla luce di queste valutazioni. Il Salento ha le carte in regola per esprimere un’Università di serie A (con didattica e ricerca) e non di serie B (con poca ricerca e molta didattica) e l’Università ha la possibilità di essere all’altezza delle aspettative. Se si guardano le valutazioni ci sono molte aree in cui siamo un’ottima Università e, nonostante questo risultato apparentemente negativo, sono fiero di appartenervi!


Il futuro dell’università dipende da quanto di eccellente ha da offrire – (9 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 09 Ottobre 2016 09:23

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 9 ottobre 2016]

 

Leggiamo che ogni anno, a centinaia di migliaia, gli italiani hanno ripreso ad emigrare per cercare condizioni migliori e, questa volta, non sono braccianti analfabeti con le valigie di cartone ma, invece, laureati che trovano altrove il riconoscimento del valore del proprio titolo di studio. Qui non lo trovano. Inoltre, diminuisce il numero di iscritti all’Università. Tutto questo indica un degrado del livello culturale del nostro paese. Gli elementi più validi, preparati a spese dello Stato, vanno via perché il paese non sa che farsene di loro; altri elementi potenzialmente validi rinunciano a livelli alti di istruzione, consci che questo non migliorerà le loro prospettive di sviluppo personale. Il sistema universitario si trova tra due fuochi. Da una parte non viene più visto come ascensore sociale, dall’altra vede che ciò che produce è inutile per la crescita del paese e viene invece assorbito da altri paesi.

Paradossalmente potremmo arrivare alla conclusione che l’Università non serve più a soddisfare i bisogni del Paese. I giovani con alta formazione finiscono nei call center (che però si stanno trasferendo in paesi dove chi risponde al telefono viene pagato molto meno che da noi) oppure se ne vanno. I fortunati che trovano impiego sono pagati pochissimo e faticano a formarsi una famiglia in modo indipendente.

A questo punto che si torni al bracciantato in agricoltura. Che poi è quello di cui abbiamo bisogno: le nostre campagne sono stracolme di immigrati che lavorano per la mera sussistenza. Fanno lavori che noi italiani non vogliamo più fare ma che, volenti o nolenti, saremo costretti a riprendere. Un ritorno al proletariato, incoraggiato dal fertility day.

Inutile dire che un paese con questa prospettiva è sulla via del declino totale. Non possiamo accettare questo stato di cose. Noi universitari che possiamo fare? Ci hanno bloccato gli stipendi: perché investire su risorse umane (noi) che producono solo problemi? Un laureato disoccupato o sottoccupato è arrabbiato e insoddisfatto, un semianalfabeta accetta di buon grado un lavoro sottopagato. Noi non serviamo più.

Mi guardo attorno e mi dico: che senso ha il mio lavoro? Cosa posso fare? La mia risposta, per quel che vale, è questa. Ogni università deve fare un inventario accurato del suo potenziale e decidere quali sono le aree in cui ha raggiunto livelli (ora uso una parola usurata) di eccellenza. L’eccellenza si esprime con la produzione di nuovo sapere e con l’attrazione di fondi per la ricerca. Non vale la pena ora spiegarlo in modo dettagliato ma, vi assicuro, che non è difficilissimo capire quali siano i punti di forza di ogni università. La didattica deve essere offerta nelle aree in cui ogni Università esprime il meglio di sé. In modo che il titolo acquisito dia le migliori garanzie di qualità. In tutto il mondo, il prestigio delle Università è legato al prestigio dei docenti.

Inutile sperare di costruire cose nuove, in un periodo di recessione e di restringimento dei fondi. Si corre il rischio di erodere il buono che si ha da offrire per costruire qualcosa che ancora non c’è e che richiederà investimenti impossibili. L’offerta didattica va ridimensionata alle “eccellenze” e su queste si deve puntare per attirare finanziamenti per la ricerca, in modo da innescare circoli virtuosi che tendano a far aumentare la valenza dell’ateneo. Se non si hanno personalità di prestigio, gli studenti non sono attirati.

Il nostro dovere, proprio in questo momento di crisi, consiste nel perseguire risultati ambiziosi, per arrivare a livelli qualitativi molto alti, in modo da attirare i giovani che aspirano a formazione di alto livello. Questa strategia è sancita in ogni pronunciamento che persegue la “valorizzazione del merito”. Ma non basta dirlo, bisogna farlo. Deve passare il concetto che se si vuole una formazione di alto livello nella disciplina A bisogna andare nell’Università X, mentre se le aspirazioni sono nella disciplina B bisogna andare nell’Università Y. Non esistono Università dove il livello è alto in tutte le discipline. Ogni Università deve prendere atto della situazione che storicamente si è determinata al proprio interno, e deve puntare sulle aree in cui si sono raggiunti obiettivi di rilevanza nazionale e internazionale. Il sistema universitario pugliese, in un tale contesto, ci dice che a Foggia si ottiene una ottima formazione in un dato campo, a Bari in un altro, a Lecce in un altro ancora. E, se si riesce a raggiungere una qualità sufficiente, si può pensare di attirare studenti da altre regioni.

Vedo che sono in molti a contestare le valutazioni ministeriali. Che si trovino altri criteri, ma non si può dire che in tutte le Università il livello qualitativo sia identico in tutte le aree del sapere. Sappiamo che non è così. Le Università che comprenderanno quale strategia perseguire, e io non ne vedo altre, riusciranno, magari consorziandosi, a sopravvivere e, nel medio termine, a prosperare. Quelle che non sapranno leggere i segnali fortissimi che ci stanno arrivando da tutte le parti si troveranno sulla via del declino inarrestabile, ridotte a semplici esamifici, succursali di Università che “hanno capito”. Le loro lauree saranno di livello qualitativo inferiore rispetto a quelle erogate da università prestigiose nei loro campi di elezione.

E’ una visione difensiva, la mia. In un mondo perfetto, potremmo pensare che è meglio avere moltissimi laureati anche mediocri, rispetto a moltitudini di non laureati. In ogni caso il livello qualitativo della popolazione aumenterebbe. Il fatto è che, nel breve termine, non ce lo possiamo permettere, e che creiamo aspettative che non trovano soddisfazione. Nel medio e lungo termine dovremmo perseguire un sistema-paese che abbia bisogno di una popolazione di alta qualificazione intellettuale perché è solo così che si esce dal declino. Ma questo pare che sia ancora lontano dai piani di chi disegna il nostro futuro. Noi universitari, ora, dobbiamo pensare a tenere in vita gli Atenei e l’unica strada percorribile è la valutazione del merito nel costruire nuovo sapere (la ricerca) e l’alta qualificazione dell’offerta formativa. Se non lo capiremo… distruggeremo la nostra Università.

Questo problema non è solo dell’Università ma di tutto il territorio. Riuscite a concepire, oggi, il Salento senza l’Università del Salento? E’ un patrimonio comune e deve essere salvaguardato da tutti, e non solo dagli universitari. Non possiamo essere lasciati soli a risolvere questo problema.


La ricerca di base è il motore dell’innovazione – (8 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 09 Settembre 2016 08:04

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 8 settembre 2016]

 

Il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ha appena istituito nuovi corsi di dottorato di ricerca, sono innovativi e a forte vocazione industriale. E sono rivolti alle regioni del sud del paese. Dovrebbe essere una buona notizia, in parte lo è, ma in parte no. Nel nostro paese gli investimenti privati in ricerca sono molto esigui: il mondo produttivo è frammentato e non ha la massa critica per intraprendere ricerca di grande respiro. Ai consorzi di ricerca privata nel nostro paese non ci si pensa gran che, e quindi, alla fine, ci si aspetta che sia il pubblico a dover investire in ricerca. Questi dottorati a vocazione industriale dovrebbero essere finanziati dall’industria: i soldi pubblici dovrebbero essere investiti per la ricerca di base che, invece, viene penalizzata. E’ un paradosso italiano. Croce e Gentile disegnarono i percorsi scolastici dando rilievo alla cultura umanistica, confondendo la scienza con la tecnica e dando dignità scientifica solo alla matematica. Nell’istruzione pre-universitaria il messaggio è univoco: la cultura umanistica è essenziale, formatrice, utilissima. C’è un pochino di dignità alle scienze: la settimana della cultura scientifica concede che, su 52 settimane, almeno una sia della scienza. La tecnologia è di livello inferiore e, quasi invariabilmente, non viene considerata cultura.

All’università le cose cambiano. Chi segue la naturale propensione alla cultura derivante dai percorsi formativi si ritrova in corsi di laurea molto affollati e che non danno grandi possibilità occupazionali. La massa enorme di precari nella scuola ne è la testimonianza più drammatica. Le facoltà umanistiche e quelle scientifiche “pure” non offrono grandi opportunità occupazionali nel “mondo produttivo”, mentre quelle tecniche sono più promettenti. Un mondo rovesciato rispetto a quello della scuola. Da sempre mi batto per il riconoscimento a pieno titolo della scienza come forma altissima di cultura e ora, parlando di scienza di base, mi riferisco anche a quelle branche del sapere che chiamiamo scienze umane. E la distinguo dalla ricerca applicata. La scienza di base non ha fini applicativi, ma è il motore dell’invenzione e dell’innovazione; ne è, appunto, la base. L’innovazione non si prevede, soprattutto quella più rivoluzionaria. Le nuove strade si trovano facendo “altro”. Se si concentra tutto sulla ricerca applicata si lavora a breve termine e non si guarda lontano: bisogna promuovere entrambe. Al nord le industrie private sono abbastanza grandi da potersi permettere ricerca innovativa, ma al sud no. Anche al nord la ricerca di base è marginalizzata. Ma la ricerca applicata va avanti con buone risorse. Il ministero dà ora anche al sud questa opportunità, e quindi finanzia questi dottorati innovativi a carattere industriale. Per me è un errore. Il sud ha le potenzialità per diventare il luogo dove sviluppare la scienza di base, senza bisogno di scimmiottare il nord. Scienze umane e scienza pura, guidata dalla curiosità, possono essere coltivate in modo esemplare qui al sud. Nel medio e lungo termine anche queste hanno valore applicativo e preventivo. Penso ai beni culturali, alla cura dell’ambiente, e a tutte le branche del sapere non tecnico. Penso alla filosofia e alla storia, alle antiche lingue. Tutto questo richiede ricerca. I dottori di ricerca servono al paese per essere avviati alla ricerca scientifica. In qualunque campo. E invece una miope visione del progresso regala agli industriali dalla manina corta (avari di finanziamenti alla ricerca) i fondi per creare risorse umane che forse, ripeto forse, potrebbero utilizzare in futuro. Dico forse perché ci siamo già passati. Il Pastis di Brindisi era stato concepito per sostenere (con denaro pubblico) la ricerca tecnologica da mettere al servizio dell’industria (privata). E’ fallito. Il mondo produttivo non lo ha saputo valorizzare. E corriamo il rischio che questi dottori di ricerca non trovino impiego per produrre nuova conoscenza tecnologica, attraverso la ricerca, ma siano utilizzati per la produzione di cose “inventate” da altri, altrove. Continuando la tradizione di disinteresse per la ricerca da parte del mondo privato nel nostro paese. Il sud potrebbe essere il centro del pensiero che evolve e che supporta culturalmente l’azione. Il nostro Paese ha abbandonato la ricerca di base e sta rapidamente declinando anche per drammatiche carenze culturali. La ricostruzione del Paese passa dalla cultura e il sud ha la giusta vocazione per diventare la fabbrica della cultura del paese. E invece continuiamo a fare gli stessi errori del passato, immemori dei fallimenti continuiamo a perseverare, diabolicamente. Proprio come i milioni destinati all’edilizia universitaria, che sarebbe stato “un peccato” perdere, questi dottorati possono avere solo finalità applicativa. La scienza di base non è prevista. E quindi li faremo, come abbiamo fatto edifici per cui ora non abbiamo risorse per gestione e capitale umano, visto che il personale universitario diminuisce. E, ancora una volta, si avverte la carenza di visione politica. Se i soldi arrivavano solo per bandire appalti edilizi, e ora arrivano solo per dottorati a vocazione industriale, significa che qualcuno ha scelto di destinarli a questo. I politici servono a dare linee di sviluppo, e pare sappiano solo ripetere gli stessi errori, con una esemplare e pervicace vocazione al fallimento.


Il mio sciopero contro l’università dove il merito non conta - (20 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 27 Agosto 2016 15:21

["La Stampa" e "Il Secolo XIX" di sabato 20 agosto 2016]

Lo stipendio dei professori universitari è bloccato da anni. Non è chiaro il motivo di questa punizione “a pioggia”, a fronte di continue dichiarazioni di valorizzazione del merito. In queste settimane sono state rese note le soglie di produzione scientifica che i singoli docenti devono superare per entrare in commissioni che valutano candidati alle abilitazioni a ruoli superiori. Un segnale forte. Chi non raggiunge le soglie non è ritenuto idoneo a decidere gli avanzamenti di carriera. Continuo a leggere, e scopro che posso fare domanda per far parte delle commissioni, sempre che la mia produzione scientifica superi la soglia. La supera. Ma non farò domanda. Andare in commissione significa far fronte a procedure bizantine in cui domina la compilazione meticolosa di verbali. E questa sarebbe l’incentivazione del merito? Mi aspettavo qualcosa tipo: questa è la lista di chi supera le soglie, da questa saranno estratti i commissari per le abilitazioni e per chi supera i livelli di qualità lo stipendio sarà sbloccato. Chi è sotto non andrà in commissione e il suo stipendio resterà bloccato. Mi aspetterei anche di più. Chi è sotto le soglie minime di qualità, oltre a non poter giudicare i candidati alle promozioni, non dovrebbe avere accesso ad alte cariche, come Rettore, Direttore di Dipartimento, Senatore Accademico. Per queste cariche l’asticella dovrebbe essere superiore rispetto alle semplici abilitazioni. Invece questi limiti non esistono, con il paradosso che a dirigere un’Università ci sia chi non è ritenuto idoneo a giudicare chi aspira a cariche superiori. Il “premio” per chi supera le soglie qualitative è di poter fare domanda per assolvere adempimenti burocratici. No grazie! In passato i professori sgomitavano per andare in commissione per piazzare i propri allievi. Sarebbe questo il premio? La mia personalissima protesta contro la disincentivazione del merito consiste nel sottrarmi agli incarichi burocratici, continuerò a privilegiare gli obiettivi rispetto agli adempimenti. Le tre missioni dell’Università sono: didattica, ricerca, rapporti con il territorio. La burocrazia non fa parte della nostra missione e, invece, sta diventando la parte preponderante del nostro lavoro. Con una vessazione burocratica che stiamo accettando con troppa rassegnazione. I concorsi non si dovrebbero fare. Ognuno dovrebbe scegliere chi gli pare. Poi le valutazioni (e non i verbali di un concorso) dovrebbero ratificare la bontà della scelta, con sanzioni anche su chi l’ha effettuata, in termini di blocco stipendiale, e di penalizzazione delle Università, in caso di scarso rendimento dei vincitori. Innescando una competizione tra Università per accaparrarsi i docenti migliori. Ora siamo a metà del guado. Valutiamo, ma poi? Lo stipendio di chi raggiunge i requisiti di qualità è identico a quello di chi non li raggiunge. E, ora, è bloccato per tutti. Lo stipendio di un mio omologo francese è doppio rispetto al mio.

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