Nuovo Consiglio Direttivo, Open Day e nuovo Anno Accademico: pronti per ripartire!
MARIO GRAZIUSO Ripresa dell’attività sociale dell’UNIPOP “A. Vallone” di Galatina Confermato il Presidente e affidati gli incarichi ai consiglieri Trascorso il lungo periodo di inattività... Leggi tutto...
Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni Dopo questo lungo periodo di forzata inattività, il Consiglio Direttivo ha trovato, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale, la sede... Leggi tutto...
Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 123 - (4 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 04 Aprile 2014 20:29

Il pericoloso percorso a ostacoli che porta alle università di eccellenza


[in “Roars” del 4 aprile 2014]

 

Il neo Ministro Stefania Giannini si è dichiarata favorevole a una rimodulazione della normativa sui c.d. punti organico (P.O.), e le sue dichiarazioni sembrano segnare una svolta rispetto agli orientamenti prevalenti al MIUR negli ultimi anni. Ricordiamo che i punti organico assegnati dal Ministero alle Università definiscono i vincoli del turnover e, dunque, le possibilità di reclutamento delle singole sedi. Ricordiamo anche che l’ex Ministro Carrozza ha avallato una incredibile redistribuzione dei P.O. a danno di quasi tutte le Università meridionali, la cui logica appare tuttora sfuggente (http://www.roars.it/online/punti-organico-una-proposta-che-si-puo-rifiutare/).

In effetti, è difficile vedere altra ratio nella normativa sui punti organico se non quella di bloccare il reclutamento in alcune sedi, per portarle gradualmente alla chiusura e per arrivare a un modello – di matrice anglosassone – ­con distinzione fra research e teaching universities. Si può ricordare, a riguardo e fra le altre, la dichiarazione di Sergio Debenedetto, membro del consiglio direttivo ANVUR, per il quale:

“Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta”.

E si può ricordare anche la proposta di Francesco Giavazzi di chiudere le Università di Bari, Messina e Urbino, a ragione della loro bassa qualità come certificata dalla VQR (http://www.roars.it/online/francesco-giavazzi-e-la-sua-magnifica-ossessione/).

Si consideri “eccellente” uno studioso che ha conseguito i punteggi massimi nell’ultimo esercizio VQR, e si consideri eccellente una sede universitaria che risulta, per tutti i settori disciplinari, qualitativamente superiore alla media. Il problema del progetto Debenedetto-Giavazzi et al. risiede nel fatto che si tratta di un progetto molto difficilmente realizzabile, sia per ragioni tecniche, sia per ragioni politiche, e, sotto molti aspetti, non desiderabile per l’efficienza dell’intero sistema universitario nazionale.

Per realizzarlo occorrono i seguenti passaggi, che prefigurano una vera e propria corsa a ostacoli.

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Il futuro dei nostri giovani – (21 marzo 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 22 Marzo 2014 08:38

[“Nuovo Quotidiano di Puglia di venerdì 21 marzo 2014]

 

Ha ragione il preside Errico a chiedere che i nostri giovani possano costruirsi un futuro attraverso l’acquisizione di competenze ottenute frequentando l’Università, e ha ragione a dire che non ci sono più le occasioni di una volta, nel nostro paese, per chi abbia acquisito un titolo universitario. Ma, vi assicuro, tutti quelli che vogliono e che sono diventati in gamba attraverso i loro studi trovano lavoro. La disoccupazione non esiste, per chi è bravo a fare il proprio mestiere, avendo imparato bene qualcosa per la quale nutre una passione.

Sono matto? Vivo in un altro mondo? Dove le vedo tutte queste occasioni di lavoro? Le vedo nel mondo. I nostri giovani si dividono in tre categorie: quelli che hanno acquisito una professionalità e non trovano lavoro dove sono nati, quelli che non hanno acquisito alcuna professionalità e non trovano lavoro, quelli che hanno acquisito una professionalità e che sono andati a lavorare dove la loro professionalità è apprezzata. Certamente le prime due categorie non se la passano bene, ma la terza (che di solito ha frequentato l’Università) non ha problemi. Prima emigravano i manovali, ora emigrano i laureati. Non ci sono problemi, allora? Beh, ci sono soprattutto per il paese, non per i giovani capaci e volenterosi. Il nostro paese investe in istruzione. Questi ragazzi pagano molto meno, in tasse, di quel che vale la loro istruzione. Nonostante i tagli, è sempre lo stato a pagare gran parte dei costi. Ma il paese non sa che farsene di questo investimento in costruzione di cultura e capacità. I giovani allora partono, vanno dove il loro lavoro è apprezzato. Partono molto arrabbiati con il loro paese. Loro lo amano, ma non si sentono amati. Si sentono respinti, e gli innamorati respinti spesso trasformano l’amore in odio, in rabbia repressa. Ma per i nostri giovani non c’è pericolo. Si innamorano di nuovo, trovano qualcuno che li apprezza, e dimenticano presto quel primo amore che li ha illusi, che si è concesso, ma che poi li ha mandati via. Non sono i giovani capaci e volenterosi ad essere le vittime. La vittima è il sistema produttivo che non ha bisogno di risorse umane qualificate. Un sistema produttivo che manda via i giovani capaci, che hanno studiato e hanno messo a frutto le proprie passioni, non ha un gran futuro davanti a sé. E, infatti, siamo in crisi. Se gli altri paesi trovano un impiego per persone qualificate e il nostro invece non sa che farsene dei suoi giovani, il problema non è dei giovani, è del paese. I giovani semplicemente se ne andranno ad arricchire, con il loro lavoro, il paese che li ha accolti e che ha trovato preziosa l’istruzione che il nostro stupido paese ha messo a loro disposizione (per poi regalarla ad altri).

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SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 89 - (19 marzo 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Antonio Errico   
Giovedì 20 Marzo 2014 17:16

Università e lavoro: un corto circuito da riparare

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 19 marzo 2014]

 

Cinquanta, quaranta, trent’anni fa, i contadini, gli emigranti, gli artigiani, gli operai, gli impiegati, i pochi maestri elementari, le casalinghe, si toglievano il pane dalla bocca – senza nessuna metafora- per mandare i figli alla scuola superiore e poi all’università. Sapevano perfettamente che l’istruzione  li avrebbe affrancati dalla miseria, dalla miniera, dal lavoro alla giornata, che un titolo di studio gli avrebbe concesso una professione rispettata, una sicurezza economica. Tutta la loro esistenza si fondava sulla speranza di un figlio professore, ingegnere, medico, avvocato, architetto, commercialista. Non avevano altri sogni. Mai una volta al cinema. Mai una vacanza. Al ristorante si andava soltanto per il matrimonio di un parente. Basta. Era gente che in silenzio  pensava quello che diceva Nelson Mandela: “L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l’istruzione che la figlia di un contadino può diventare un medico, che il figlio di un minatore può diventare il capo della miniera, che un bambino di contadini può diventare il presidente di una grande nazione, perché l'educazione, l'istruzione e la formazione sono le armi più potenti per cambiare il mondo”.

Tutti coloro che adesso sono professionisti affermati in ogni settore, scienziati riconosciuti a livello internazionale, vengono da quelle famiglie di povertà dignitosa e di saggezza sovrumana, che

rappresentano la testimonianza vivente di quelle lucide e anche commoventi parole scritte nell’articolo 34 della Costituzione: i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

Padri e madri, privi di mezzi, mandavano i figli a scuola, dunque.

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L’Università in missione – (28 febbraio 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 01 Marzo 2014 17:09

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 28 febbraio 2014]

 

L’Università ha due missioni principali: la formazione di livello superiore, e la ricerca. I professori universitari, con la ricerca, devono dare un contributo originale alla disciplina che insegnano. Ma ora è stata identificata una terza missione che prevede (cito da un sito ufficiale):  “Ogni Struttura all'interno dell'Ateneo si impegna per comunicare e divulgare la conoscenza attraverso una relazione diretta con il territorio e con tutti i suoi attori”.

Questa nuova “missione” ha il fine di far uscire gli universitari dalla famigerata torre d’avorio sulla quale si rifugiano, rendendosi incomprensibili ai più attraverso l’uso di terminologie astruse e concetti “difficili”. Il professore universitario non parla al pubblico, parla ai colleghi. I professori che scrivono sui giornali, vanno in TV, e usano i media sono spesso considerati “poco seri” dai colleghi.

Ora l’Università vuole aprirsi ai media e spiegare quel che le sue ricerche rivelano. Alcune porzioni della comunità scientifica lo fanno da sempre. Il progetto genoma, la particella di dio, la vita sugli altri pianeti, sono oggetto di campagne mediatiche tese a confermare grandi finanziamenti a specifici progetti di ricerca. A volte si può anche fare qualche passo falso, e annunciare di aver misurato una particella più veloce della luce, con tanto di Ministro Gelmini che vanta la costruzione di un tunnel che non c’è.

Perché è importante la terza missione? Perché gran parte della ricerca viene svolta con soldi pubblici e il pubblico deve sapere come vengono spesi i suoi soldi. Deve essere convinto che valga la pena di investire in ricerca e deve approvare le scelte in questa direzione, magari persino promuovendole. Il politico che mette la ricerca nel suo programma dovrebbe ricevere più voti di chi la ignora.

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Valutazioni: esercizio molto difficile ma ineludibile – (10 febbraio 2014) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 10 Febbraio 2014 07:58

["Nuovo Quotidiano di Puglia“ di lunedì 10 febbraio 2014]

 

Per la prima volta, con la valutazione del sistema della ricerca prima e con i concorsi di abilitazione poi, è stata valutata in modo capillare la produzione scientifica degli enti che sono deputati a fare ricerca nel nostro paese.L’Università del Salento ne è uscita con risultati differenti, a seconda dei settori disciplinari. In alcuni siamo i migliori d’Italia, in altri siamo il fanalino di coda. Per completezza di informazione, questo risultato è comune a quasi tutte le Università italiane. Lo studente che si vuole iscrivere a un corso di laurea deve sapere quale è la migliore Università in quello specifico corso di laurea. Perché anche la migliore Università, facendo la media di tutte le valutazioni, potrebbe essere carente proprio in quel corso di laurea. E la peggiore Università italiana potrebbe avere un solo fiore all’occhiello, e magari è proprio quello a cui ci si vuole iscrivere.

I giovani che si vogliono iscrivere devono chiarirsi le idee molto presto su quale percorso scegliere. Se non si hanno le idee chiare è meglio rinunciare a un’istruzione universitaria. Non lo dico per scoraggiare, lo dico per incoraggiare a pensarci per tempo. Se si decide di intraprendere un percorso di formazione che prevede una laurea triennale seguita da una magistrale, mi sento di dire che una triennale vale l’altra. E’ inutile andare in capo al mondo per fare una triennale che è presente nella propria città. Ma è importantissimo che per la magistrale si vada nel posto migliore che c’è. Non è a Lecce? Si emigra. E’ a Lecce? Verranno da tutta Italia, e anche da fuori Italia, se il corso è in inglese. In rete si possono trovare le informazioni necessarie. Il livello di accesso alla rete degli adolesenti è totale, la rete può essere usata per fare idiozie, ma è anche un’inesauribile fonte di informazioni. Smettetela di fare idiozie e usate questo strumento in modo intelligente.

Ora stanno uscendo i risultati delle abilitazioni nazionali a professore associato e ordinario. Anche qui è bene completare l’informazione. Le commissioni sono state estratte, settore per settore disciplinare, tra la lista dei docenti ordinari con produzioni scientifiche al di sopra di un certo livello. Non è possibile che un prof. poco attivo si ritrovi a giudicare persone con produzioni molto superiori alla sua. Prima avveniva. E ora veniamo alla percentuale dei promossi. Ogni possibile candidato sapeva già se la sua produzione è o meno in linea con gli indicatori di produzione scientifica stabiliti dall’Agenzia di valutazione. Ogni docente o aspirante tale (perché tutti potevano partecipare all’abilitazione, e alcuni tecnici sono stati abilitati) sapeva già quali fossero le probabilità di farcela. Alle percentuali dei non abilitati bisogna aggiungere i ricercatori e i professori associati che non si sono presentati all’abilitazione. Le abilitazioni ci sono ogni anno, e quindi qualcuno potrebbe aver deciso di volersi presentare con una produzione a prova di bomba, avendo saltato la prima tornata, ma altri potrebbero aver tirato i remi in barca, accontentandosi di restare nel ruolo attuale. Ma ora veniamo alle bocciature che, per l’Università del Salento, pare siano molte. In media, quasi tutti quelli che si sono presentati  (a parte qualche aspirante al martirio, ma sono pochi) avevano gli indicatori di produzione in condizioni sufficienti. E allora perché non sono stati abilitati? Il problema è dovuto alla volontà, nei settori disciplinari, di difendere la propria specificità. Mi spiego. Il mio settore è Zoologia e Antropologia  e solo il 30%, a livello nazionale, ha superato l’abilitazione. I non idonei, di solito, sono stati giudicati non-zoologi, anche a fronte di indicatori positivi. Può succedere, infatti, che i candidati abbiano produzioni scientifiche che li identificano più in un settore che in un altro. Gran parte dei giudizi sono: sei un ottimo ricercatore, ma non in questa disciplina. Molti dei giudicati non idonei di Unisalento magari stanno svolgendo ricerche che sono sulla linea di confine tra diversi settori disciplinari, e si sono sentiti dire che non sono nè carne nè pesce, alla faccia dell’interdisciplinarità e della integrazione delle conoscenze. Il mio parere è che i settori disciplinari non abbiano senso, ma per ora ci sono e con queste carte dobbiamo giocare. Il vero problema è: riusciranno le Università a chiamare gli idonei? Riusciranno ad avere le risorse per chiamare idonei dall’esterno, prendendo i migliori per rinforzare il proprio corpo docente? La legge impone anche chiamate esterne, ma le risorse per farlo di solito non ci sono. Moltissimi abilitati non saranno chiamati, e chi è già in ruolo e non parteciperà mai a nessuna abilitazione manterrà un posto a vita nel sistema universitario.  La strada della valutazione è iniziata, non tutto è stato fatto alla perfezione ma non si può che dire: finalmente!

Nota finale. Non ci sono soldi per investire in capitale umano (i docenti) ma ce ne sono tantissimi (120 milioni all’Università del Salento) per fare appalti edilizi, e questo avviene in tutte le Università. Per gli appalti i soldi ci sono, per assumere docenti non ce ne sono. Stiamo dilapidando il nostro capitale umano e siamo il paese più corrotto dell'Unione Europea nella gestione degli appalti. I fondi disponibili si etichettano sempre per appalti e mai per capitale umano. Chissà perché? Il timore espresso su Quotidiano da Francesco Fistetti riguardo ad una volontà di affossare il sistema universitario ha serio fondamento. La bassa percentuale di abilitati potrebbe essere un modo per limitarne il numero ma, anche con le draconiane riduzioni di idonei rispetto al numero di candidati, la maggior parte degli abilitati non vedrà riconosciuta la propria abilitazione con una chiamata a ricoprire il ruolo per cui sono dichiarati idonei. La robustezza delle valutazioni può essere migliorata e non bisogna cadere nella trappola di dire che non si possono fare valutazioni perchè queste hanno avuto delle pecche. Se ci fossero state maggiori percentuali di abilitati avremmo avuto percentuali ancora maggiori di persone giudicate idonee che mai avranno la possibilità di essere chiamate.


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