Convocazione Assemblea Straordinaria
Convocazione Assemblea Straordinaria  dei Soci del 7 febbraio 2020       Come già annunciato nell’Assemblea precedente del 28 ottobre 2019, si ripropone la necessità di decidere in modo... Leggi tutto...
Programma di Dicembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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E’ giusto premiare il merito - (6 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 07 Marzo 2016 13:00

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 marzo 2016]

 

E’ in corso la protesta dei prof. universitari contro il blocco degli scatti stipendiali automatici. La protesta consiste nel rifiutare di presentare prodotti della ricerca ai fini della valutazione della qualità della ricerca (VQR). Tutto questo potrebbe essere superato in modo molto semplice, sia per incentivare il merito, sia per valutare le Università, senza spendere un soldo. La valutazione della qualità della ricerca, la cosiddetta VQR, alla quale saranno sottoposte tutte le Università italiane per attribuire i fondi che premiano la ricerca di buon livello, non è la valutazione dei singoli ricercatori. Questa è già stata fatta, anche se non viene molto sbandierata. Ciascun professore universitario appartiene ad un settore disciplinare (io, per esempio, appartengo al settore che studia gli animali: la Zoologia) e ne faccio parte assieme ad un certo numero di colleghi, sparsi nelle varie Università. All’interno di ciascun settore disciplinare è stata stilata una classifica dei professori ordinari che va da quello con la produzione scientifica più rilevante a quello con la produzione meno rilevante. Poi si identifica il punto che divide la classifica in due parti uguali (la mediana). Metà dei professori è sopra la mediana di riferimento e metà è sotto. Chi sta “sopra” può andare in commissione, per selezionare i futuri professori, chi sta “sotto” la mediana non è idoneo a decidere chi debba essere promosso. La logica è che chi sta al “sopra” tenda a promuovere i candidati migliori, mentre chi sta “sotto” tende a promuovere propri simili. Anche per i professori associati e per i ricercatori esistono criteri per definire chi sta “sopra” e chi sta “sotto”. E, quindi, per ogni docente universitario si conosce la collocazione rispetto alle “mediane di riferimento”.

Una domandina potrebbe essere: quanti in una certa università sono sopra le mediane di riferimento? Eh già, perché questa valutazione si fa per tutte le Università e non è detto che metà dei docenti di un’Università sia “sopra” e l’altra metà sia “sotto”. La migliore Università, da questo punto di vista, avrà la maggioranza dei docenti “sopra” e la peggiore avrà la maggioranza dei docenti “sotto”, con tutte le posizioni intermedie. La valutazione del sistema della ricerca sarebbe semplicissimo, valutando la qualità dei docenti che afferiscono ad ogni Università. Non costa niente, perché è già stata fatta. Sapete perché, invece, facciamo la VQR? Per garantire l’anonimato dei contributi alle valutazioni. Non sia mai che si possa dire che il prof. X ha contribuito più del prof. Y alla valutazione di un’Università! Posso dirlo? E’ una follia che costa centinaia di milioni di euro per pagare la valutazione dei prodotti. Fondi che potrebbero essere spesi per finanziare la ricerca. Come mai allora si decide altrimenti? Lo ha deciso il Parlamento, dove ci sono molti professori universitari. Magari sono sotto le mediane di riferimento… Sono problemi legati a un esercizio strampalato della democrazia. Le politiche delle Università sono decise in modo democratico. Può succedere, quindi, che nelle Università dove la maggioranza è al di sotto dei valori accettabili di produzione scientifica si eleggano a Rettore o Direttore di Dipartimento colleghi con simili qualifiche. Lo stesso vale per i Senati Accademici. L’autonomia lo consente, e non è difficile capire come sia arduo che si attui la tanto auspicata promozione del merito, in queste condizioni. Se la maggioranza è “sotto” sarà difficile che favorisca la minoranza di chi è “sopra”.

Oltre a valutare le Università in base ai valori dei singoli docenti, sarebbe anche facilissimo incentivare il merito attraverso l’attribuzione degli scatti biennali di stipendio, ora bloccati. Chi è “sopra” viene incentivato con l’aumento. Chi è “sotto”, no. Ma i risultati delle valutazioni scorse non sono stati tenuti in gran conto per decidere la politica di molte Università. E quindi uno potrebbe dire: ma perché devo contribuire alla valutazione, se poi il mio contributo all’attribuzione delle risorse ministeriali non viene tenuto nella minima considerazione quando si decide localmente come dividerle? E qui si torna al sistema democratico, in cui la maggioranza vince. Le Università dove la maggioranza dei docenti è “sotto” il livello qualitativo ritenuto accettabile raramente realizzano politiche che penalizzerebbero la maggioranza degli elettori. Le Università “virtuose” stanno iniziando a reclutare i professori “sopra”, in fuga dalle Università che li penalizzano e che sprofonderanno sempre più “sotto”. Con questi comportamenti si sta realizzando la divisione in Università di serie A e di serie B. Sarebbe bene rendere esplicita questa strategia, perché incide molto sul livello qualitativo delle Università in cui si formano le nuove generazioni. Ogni città deve chiedere alle proprie Università: voi in che direzione state andando?

 


Cattedrali nel deserto PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 20 Febbraio 2016 17:37

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 18 febbraio 2016]

 

Quando si inizia un’impresa si deve fare un piano industriale che valuti i costi e i benefici di quel che si sta per fare. E il piano deve essere a breve, medio e lungo termine. Certo, si possono fare imprese di vita breve, in cui si sfrutta un’occasione nel breve periodo e poi si chiude. Come fanno i negozi temporanei che sempre più sorgono nel periodo natalizio. Ma se si costruiscono grandi edifici che costano milioni e milioni di euro non si può pensare solo nel breve termine.

Il nostro territorio è stracolmo di cattedrali nel deserto. Si costruisce qualcosa perché c’è un finanziamento per farla, ma non si sa bene cosa poi si farà di quel che si è costruito. Succede anche per le ristrutturazioni di gioielli architettonici che stavano andando in malora. Si rimettono a posto, ma poi non si sa che farne. E dopo qualche decennio tornano quel che erano: ruderi.

Il classico del nostro paese è l’edificio bello nuovo, usato poco, che, pian piano, si deteriora. Non si fa manutenzione, i muri cominciano a scrostarsi, gli impianti si rompono, e magari i vandali iniziano ad agire. I vetri rotti non si riparano e inizia, appunto, la proverbiale sindrome del vetro rotto: si comincia con una piccola cosa e poi si finisce con il degrado totale.

L’unico modo per far prosperare un edificio è usarlo in modo proficuo. Prima, magari, accadeva che il politico che aveva “trovato i soldi” per costruire o restaurare, poi li trovava anche per assumere un bel po’ di persone che, in molti casi, facevano persino finta di lavorare, tenendo aperto un luogo che non frequentava nessuno. Ma i tempi sono cambiati. I posti fissi per non far niente sono sempre più rari. Mentre continua la disponibilità di moltissimo denaro per fare appalti per costruire edifici o per restaurarli. L’appalto è sempre in voga.

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La distruzione dell’Università italiana - (14 febbraio 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 17 Febbraio 2016 12:08

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 14 febbraio 2016]

 

Nel 2009, il Ministro Tremonti aveva cominciato a raccontarci che l’Università italiana era popolata da professori baroni, nullafacenti e nepotisti e che “con la cultura non si mangia”. In nome dell’ obiettivo di tenere i conti pubblici in ordine, procedette coerentemente a un taglio del fondo di finanziamento ordinario alle Università statali che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunse nel 2011 gli 835 milioni, in netta controtendenza con quanto si faceva in altri Paesi europei (Germania, in primo luogo). In fondo, si disse, più o meno esplicitamente, i trasferimenti di risorse pubbliche agli Atenei sono uno spreco. Con i loro più o meno puntuali resoconti sui concorsi truccati, giornalisti ed economisti di area “riformista” avevano fornito le “basi teoriche” della “riforma”, che verrà poi ricordata con il nome di Maria Stella Gelmini. Se anche l’obiettivo da perseguire era quello, non era chiaro perché il settore maggiormente colpito dai tagli dovesse essere quello della formazione: in fondo, si è sempre ritenuto (e si ritiene in altri Paesi) che il sottofinanziamento della ricerca è la strada più efficace per prolungare e intensificare la recessione. E’ difficile negare che il finanziamento della ricerca scientifica sia strategico per l’attuazione di flussi di innovazioni e dunque per generare crescita economica.

Come è noto, negli anni successivi non vi è stata alcuna inversione di tendenza. Tutt’altro: il sottofinanziamento delle Università ha raggiunto livelli tali da far prefigurare a SVIMEZ la chiusura totale delle sedi meridionali (non di singoli corsi di studio) nei prossimi venti anni e un drastico ridimensionamento dell’intero sistema universitario pubblico nazionale. L’imposizione di limiti alle assunzioni, combinato con l’abolizione del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato e la sua sostituzione con il ruolo di ricercatore a tempo determinato, comporta un consistente aumento dell’età media del corpo docente e picchi di pensionamento.

Le proteste di quegli anni, lette a posteriori, non colsero la reale motivazione di queste scelte. Si disse che la controriforma dell’Università era voluta per dar spazio al privato; cosa solo parzialmente verificatasi. La motivazione era da ricercarsi altrove. Partendo dal dato per il quale le politiche formative in Italia sono da anni nelle mani di Confindustria. E le nostre imprese non hanno bisogno, salvo le dovute eccezioni, di lavoro altamente qualificato. Avevamo effettivamente troppi laureati, non già nel confronto internazionale (ne avevamo e ne abbiamo notevolmente meno), ma troppi rispetto alle esigenze di un tessuto produttivo che, anche per la caduta della domanda interna conseguente allo scoppio della crisi e dell’avvio delle politiche di austerità, accentuava le sue criticità: piccole dimensioni aziendali e scarsa propensione all’innovazione.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 165 - (29 gennaio 2016) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 29 Gennaio 2016 17:46

["MicroMega" online del 29 gennaio 2016]

 

SINTESI. Lo stato di profonda crisi dell’Università italiana è imputabile a politiche di continue decurtazioni di fondi iniziate nel 2009. E’ ormai evidente che tali misure rispondono al disegno di differenziare le sedi in research e teaching. Nelle prime si fa ricerca, nelle seconde solo didattica, un po’ più dei Licei. Tuttavia,  la realizzazione di questo disegno richiede modifiche normative radicali, di difficile praticabilità, e anche difficilmente spendibili politicamente e per fini elettorali. Queste difficoltà creano una condizione per la quale ciò che può essere fatto è solo portare a lenta agonia le sedi che si intende chiudere – e che verranno chiuse con la nobile motivazione che sono poco produttive. In questo scenario è pienamente comprensibile la protesta dei numerosi docenti universitari che rifiuteranno di sottoporsi a valutazione: non perché non intendono essere valutati, ma perché non intendono essere valutati in una condizione di continua riduzione delle risorse per la ricerca e con criteri di valutazione che premiano il conformismo.

 

La distruzione dell'Università e le ragioni di chi si oppone

 

Nel 2009, il Ministro Tremonti aveva cominciato a raccontarci che l’Università italiana era popolata da professori baroni, nullafacenti e nepotisti e che “con la cultura non si mangia”. In nome dell’ obiettivo di tenere i conti pubblici in ordine, procedette coerentemente a un taglio del fondo di finanziamento ordinario alle Università statali che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunse nel 2011 gli 835 milioni, in netta controtendenza con quanto si faceva in altri Paesi europei (Germania, in primo luogo). In fondo, si disse, più o meno esplicitamente, i trasferimenti di risorse pubbliche agli Atenei sono uno spreco. Con i loro più o meno puntuali resoconti sui concorsi truccati, giornalisti ed economisti di area “riformista” avevano fornito le “basi teoriche” della “riforma”, che verrà poi ricordata con il nome di Maria Stella Gelmini. Se anche l’obiettivo da perseguire era quello, non era chiaro perché il settore maggiormente colpito dai tagli dovesse essere quello della formazione: in fondo, si è sempre ritenuto (e si ritiene in altri Paesi) che il sottofinanziamento della ricerca è la strada più efficace per prolungare e intensificare la recessione. E’ difficile negare, infatti, che il finanziamento pubblico della ricerca scientifica sia strategico per l’attuazione di flussi di innovazioni nel settore privato e dunque per generare crescita economica[1].

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La bocciatura di Agraria e di Scienze Motorie - (30 dicembre 2015) PDF Stampa E-mail
Universitaria
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 30 Dicembre 2015 10:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 30 dicembre 2015]

 

Il CURC boccia Agraria e Scienze Motorie. Avremmo dovuto prevenire questa mossa. Non ci si presenta all’esame con una scarsa preparazione, si corre il rischio di bocciatura. Poi si può sempre dar la colpa al professore, ma intanto la bocciatura c’è stata.

Ho qualche domanda a cui non riesco a trovare risposta. Ci stanno diminuendo il budget, e non abbiamo fondi da investire in nuovi posti di ruolo, per sostituire chi va in pensione. Avremo difficoltà a mantenere i corsi che abbiamo, però ne proponiamo di nuovi. Pare che le proposte siano state bocciate perché non ci sono docenti di ruolo in numero sufficiente a garantire il normale svolgimento dei corsi e si confida troppo in docenti “esterni”. Come avremmo fatto a mantenere i nuovi corsi? Avremmo smantellato quel che abbiamo costruito e avremmo usato i budget lasciati liberi dai pensionamenti per sostenere le nuove proposte? Se ci sono stati investimenti in direzioni che hanno fruttato poco in termini di produzione scientifica e di prestigio per la nostra Università, sarebbe meglio rivedere la rotta. C’è la valutazione ANVUR a dirlo. E il successo nei progetti europei e nazionali, e anche nelle abilitazioni a ruoli superiori. Dobbiamo valorizzare quel che di buono abbiamo realizzato. Continuo a chiedere: quali sono le aree in cui l’Università del Salento ha raggiunto livello internazionale? E poi, se vogliamo aprire nuovi corsi possiamo attingere agli elenchi degli abilitati nei recentissimi concorsi valutativi. Chiamiamo il meglio e rubiamolo alle altre Università! E prepariamo corsi di laurea competitivi fin da subito. Solo la qualità paga, non c’è altra strada. Non siamo più negli anni cinquanta: chi ambisce a conseguire una laurea vuole avere il meglio, si informa, e va dove l’offerta formativa è  migliore. Non possiamo offrire corsi di “parcheggio”, il famoso esamificio che dà pochi sbocchi. Trovo ottima l’idea di un corso di Comunicazione Istituzionale. Oramai ogni progetto europeo ha un pacchetto di lavoro dedicato alla comunicazione. E all’Università si chiede la terza missione che, tra l’altro, comprende la comunicazione. Mi sento di suggerirne un altro: Confezionamento e gestione di progetti europei. Abbiamo un preoccupante deficit di successo nell’ottenimento dei fondi europei. E quando li otteniamo spesso poi non li spendiamo adeguatamente. Ci vogliono professionisti per questi ruoli. E’ difficilissimo ottemperare agli adempimenti burocratici imposti dall’Unione Europea, e non solo. La vessazione burocratica nei confronti del mondo produttivo è spaventosa. Certo, la soluzione sarebbe di semplificare. Ma pare che questa battaglia sia perduta. E quindi almeno formiamo persone che siano in grado di gestire le pastoie burocratiche che ci impediscono di lavorare in pace. Magari riusciranno persino a semplificare le procedure.

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