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Saggi e Prose


Domande e risposte - (29 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 30 Gennaio 2017 17:35

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 29 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Da quando questa rubrica appare su «Nuovo Quotidiano» ricevo molte lettere di lettori che segnalano fenomeni singolari o impropri della lingua ascoltati in radio o in televisione, letti sui giornali, in rete e perfino nei libri. O riflettono sull’italiano che essi stessi usano. La cosa mi piace, è bello che gli italiani discutano su «che lingua fa» (come parlano di «che tempo fa»), è segno di appartenenza e di identità: ci interroghiamo sui nostri comportamenti linguistici, se la riflessione diventa un’abitudine la applicheremo a tutte le forme del vivere collettivo, saremo più consapevoli, aumenterà la democrazia. Commentiamo un paio di lettere.

1. Un caro amico, matematico della nostra università, mi scrive. «Mi scuso se torno a scrivere su questioni di lingua. Uso sistematicamente la “i” eufonica: dico e scrivo abitualmente in istrada, in Ispagna, in Isvezia, in ispecie, in Iscozia, in iscuola…. So che a molti, in primo luogo ai miei figli, sembra una maniera antiquata di esprimersi, ma sono stato abituato cosí e a me piace. Tuttavia, vi sono espressioni nelle quali non solo non mi verrebbe in mente di usarla, ma addirittura mi suonerebbe stonata; mi vengono in mente in Statistica (matematica), in spagnolo. Mi domando se ciò accada perché le parole dei primi esempî sono bisillabi, mentre statistica e spagnolo hanno tre sillabe; o è forse questa una regola che mi sono inventato io e che non ha alcun fondamento». Chi scrive è persona discreta, non ama mettersi in mostra, mi chiede di non fare il suo nome, pur se la lettera è firmata. Rispetto la sua volontà.

Il fenomeno descritto si chiama prostesi, indica l’aggiunta di un elemento non etimologico (la i-) all’inizio di una parola che comincia per s- complicata (cioè seguita da un'altra consonante), quando precedono con, in, per o altra parola uscente in consonante. Come negli esempi che abbiamo visto e in altri: per ischerzo, con isdegno, per iscritto, ecc. Serve ad evitare sequenze di suoni non abituali nell’italiano, come [n+str] (in strada), [r+sk] (per scherzo), ecc. La parola italiana prostesi nasce dal latino prosthesi(n), a sua volta dal greco prosthesis ‘aggiunta’: accade spesso, una massa imponente di parole italiane deriva dal latino che a sua volta le ha prese dal greco. Basterebbe questo per giustificare l’insegnamento delle lingue classiche nelle scuole, che non consiste nell’imparare a memoria desinenze e coniugazioni astruse. Ben guidati da professori intelligenti, i ragazzi si abituerebbero a riflettere sulla storia dell’italiano, imparerebbero molte cose su passato e presente, sui rapporti tra civiltà diverse, sulla storia e sulla geografia.

Torniamo a noi. La forma prostesi è connessa con protesi (parola che conosciamo meglio). Il verbo greco è il medesimo, tithénai ‘porre’: cambia il segmento iniziale prós ‘verso’ nel primo caso, pró ‘davanti’ nel secondo. Il fenomeno della prostesi è in declino nell’italiano contemporaneo, sopravvive in alcune locuzioni cristallizzate come per iscritto (frequente nell’italiano burocratico). L’italiano attuale tende a ridurre la gamma delle varianti formali, specie quelle condizionate dal contesto: così tra la forma Ispagna (possibile solo dopo parola che termini per consonante) e Spagna (possibile sempre), la seconda prevale (una specie di selezione naturale delle parole).

Il matematico che ha posto la domanda usa un italiano colto e forbito. Guardate la sua lettera: scrive cosí (con l’accento acuto) e esempî (con l’accento circonflesso). Sono forme corrette, un tempo diffuse, oggi meno usate rispetto a così (con l’accento grave) e a esempi (senza accento). Si possono usare le une e le altre, dipende dai nostri gusti e dalle circostanze. Vale per la lingua come vale, per esempio, per le scelte del vestire. Possiamo vestirci in modi diversi, purché adeguati alle circostanze: nessuno andrebbe a un funerale vestito da pagliaccio. La lingua è variabile, può essere usata in modo diverso a seconda delle situazioni e delle inclinazioni personali. A condizione che non si commettano errori: nessuno può dire o scrivere se io avrebbi saputo, è sempre sbagliato.

2. Il prof. Luigi Pranzo, di Torre Santa Susanna, osserva che nello scritto e nell’orale coesistono frasi come «Il contributo delle famiglie ha continuato a calare...» e «Il contributo delle famiglie è continuato a calare...» e si chiede se siano entrambe accettabili oppure se si debba preferire l’una all’altra. La domanda non è peregrina: le grammatiche, anche le migliori, non danno regole precise che permettano di stabilire a priori quale ausiliare debba essere usato con ciascun verbo intransitivo (è il caso di continuare). Neanche la consultazione dei vocabolari aiuta a risolvere il dubbio. Alcuni indicano solo l’ausiliare essere («la pioggia è continuata per tutta la notte»); altri affermano che “seguito da v. impers. assume valore impers. («ha/è continuato a nevicare tutto il giorno»)”; altri che l’ausiliare cambia a seconda del significato del verbo: ‘durare, non smettere, non cessare’ richiede essere («la pioggia è continuata per tutta la notte »), ‘perseverare, insistere, persistere’ richiede avere («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»); altri ancora distinguono: si usa avere quando è riferito a persona («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»), essere o avere quando è riferito a cosa («la battaglia ha continuato / è continuata per ore»). In sostanza, direi che continuare intransitivo ammette l’uso di entrambi gli ausiliari, la coesistenza negli esempi indicati dal prof. Pranzo è consentita. Del resto l’uso oscillante di essere o avere è normale con i verbi che indicano fenomeni metereologici (piovere, nevicare, lampeggiare, tuonare, grandinare, ecc.). Ecco gli esempi: «aveva nevicato tutta la mattina» (Moravia); «la mattina era piovuto» (Cassola) [da Luca Serianni, Grammatica italiana, p. 333]. Qualcuno suggerisce di adottare essere per indicare un’azione momentanea o comunque breve o non specificata nella sua durata («ieri finalmente è piovuto») e invece di usare avere» quando si indica un’azione prolungata («ieri ha piovuto per quattro ore»). Ma non è una regola, è una pedanteria inutile.

Riflettere sui processi in atto nella lingua serve a metterci in guardia dall’uso maldestro o inefficace dell’italiano. Per opporsi a tale fenomeno non servono le lamentele, frequenti nell’opinione comune e a volte rimbalzanti perfino sui media, per l’ “imbarbarimento” a cui la lingua andrebbe oggi incontro. Non ci sono barbari nei nostri confini, ma per diffondere a tutti i livelli l’uso appropriato e ricco dell’italiano è necessario impegnarsi, a partire da scuola e università, che sono fondamentali. E agire concretamente.

Così fanno associazioni meritorie (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, Società Dante Alighieri, Associazione per la Storia della lingua Italiana), così fanno studiosi di eccezionale levatura intellettuale e di forte impegno civile. Mi limito a due soli nomi, veri punti di riferimento. Tutti i media nazionali (e anche il nostro giornale, due volte, il 6 e il 7 gennaio) hanno ricordato l’opera esemplare di Tullio De Mauro, una vita dedicata all’educazione linguistica. Si impegna sugli stessi temi Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che anche il grande pubblico conosce per la trasmissione televisiva domenicale «Mattina in famiglia». Decenni fa Sabatini ha insegnato nella nostra università, è legato al Salento, vi torna spesso. Sarà nel Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» di Maglie il 1 febbraio (invitato da una bravissima dirigente scolastica, la prof. Annarita Corrado), occasione straordinaria per gli insegnanti e per gli studenti.

 

p.s.: per domande o riflessioni sulla lingua italiana (e sui dialetti) scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I temi più stimolanti e di interesse generale saranno commentati su questo giornale.

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Quando la televisione è una buona maestra - (22 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 23 Gennaio 2017 17:13

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 22 gennaio 2017, p. 10]


Di mestiere faccio il linguista. La società cambia, entrano in crisi tradizioni, certezze e modelli di vita. Le mutate condizioni di un mondo nel quale emergono fenomeni e sfide mai visti prima si travasano nella lingua: essa pure cambia in collegamento con i nuovi assetti sociali ed economici, mutano i bisogni linguistici dei parlanti e le forme della comunicazione. Tutto questo si riflette nei giornali, nella radio e nella televisione, nella rete e nei social: i mezzi di comunicazione di massa sono davvero lo specchio dei tempi. In questa puntata parliamo di lingua e di televisione.

Partiamo da lontano. Il 15 novembre 1960 andò per la prima volta in onda una trasmissione televisiva della RAI intitolata «Non è mai troppo tardi». Aveva lo scopo di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani adulti che non ne erano capaci, si rivolgeva agli analfabeti. Ecco spiegato il titolo: non è mai troppo tardi per sconfiggere l’analfabetismo. La trasmissione ebbe successo. Divenne un appuntamento quasi quotidiano, dal lunedì al venerdì, nel tardo pomeriggio per permettere a chi lavorava durante il giorno di potervi assistere. Così per anni, per 484 puntate, fino alla chiusura, che avvenne il 10 maggio 1968. Il programma, organizzato con il sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione, era condotto dal maestro Alberto Manzi, un signore gentile, mai supponente. Autentiche lezioni a distanza, rivolte a una classe sterminata di adulti analfabeti sparsi in tutt’Italia. Con tecniche di insegnamento moderne, filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche; il maestro Manzi commentava e spiegava tutto, mentre con il carboncino su una lavagna a grandi fogli tracciava parole e frasi, disegnava schizzi e bozzetti. In rete si trova facilmente qualche foto o video del programma e del suo affabile conduttore; alcuni ricorderanno anche il volto dell’attore Claudio Santamaria, protagonista di una recente (2014) piccola (due puntate) serie di Rai1 dedicata a «Non è mai troppo tardi» e alla vita del maestro Manzi.

La trasmissione ebbe un importante ruolo sociale ed educativo. Secondo alcuni calcoli, grazie a quelle lezioni a distanza quasi un milione e mezzo di persone arrivò a conseguire la licenza elementare. Se anche il numero fosse inferiore (come crede Aldo Grasso del «Corriere della Sera»), è certo che attraverso la televisione centinaia di migliaia di persone furono sottratte, anche imperfettamente, alla terribile prigione dell’analfabetismo e poterono accostarsi per la prima volta nella loro vita all’italiano scritto, apporre la propria firma, mettere per iscritto i propri pensieri e i propri sentimenti, leggere un libro o un giornale. L’insegnamento della lingua italiana diede un contributo formidabile all’unificazione culturale della nazione.

In quegli anni l’Italia, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, era caratterizzata da bassa scolarità e analfabetismo. Sono gli anni dell’abbandono delle campagne, dell’industrializzazione, del miracolo economico, delle migrazioni di massa dal sud al nord: i contadini meridionali, che parlavano solo dialetto, con le valigie di cartone si trasferivano al nord, diventavano operai e imparavano un po’ di italiano zoppicante. I film raccontano la storia di quel periodo, a volte in maniera efficace come i saggi scientifici. Paisà di Roberto Rossellini (1946) mette in scena italiano, lingue straniere e dialetti con alto grado di realismo: «cheste è ’a chiave ’e casa» «che vòi, che vai cercando?» «me frate e me patre sono fore da quattro juorne»; Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (1960), ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, racconta il dramma esistenziale di una famiglia lucana emigrata a Milano. Lo ripeto spesso ai miei studenti. Se si sa scegliere, se si sa riflettere, anche i film possono insegnare molte cose, come i libri. Ma bisogna usar bene il cervello, è decisiva la qualità della scelta, in giro ci sono cose ottime e cose pessime. Così va la vita.

Passano gli anni, aumenta la scolarizzazione. Il 31 dicembre 1962 viene approvata la legge che istituisce la scuola media unificata e sancisce l’obbligatorietà della scuola per almeno 8 anni (anche se rimane alta la dispersione, soprattutto al sud). Un bel libro di Tullio De Mauro (il grandissimo studioso appena scomparso, cfr. «Nuovo Quotidiano» del 6 e del 7 gennaio), La storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, spiega queste cose e dà molti dati, chi vuol saperne di più lo legga.

Col tempo ci sono sempre meno analfabeti, per fortuna. Una trasmissione come «Non è mai troppo tardi» alla fine degli anni sessanta non ha più senso, non avrebbe spettatori. Ed ecco allora che nasce un nuovo progetto adeguato ai tempi: tra il 1985 e il 1988, e poi tra il 2002 e il 2003, va in onda «Parola mia», gioco televisivo sulla lingua italiana condotto da Luciano Rispoli (morto di recente, il 26 ottobre 2016) e arbitrato da Gian Luigi Beccaria, Accademico della Crusca e dei Lincei. Protagonisti erano ragazzi delle scuole medie superiori, quindi con un buon bagaglio culturale e un buon possesso della lingua italiana. Nel programma si giocava con la lingua italiana. Tre rubriche: Conoscere l'italiano, Usare l'italiano, Amare l’italiano. Uno dei migliori quiz culturali prodotto dalla Rai, immagine di una televisione intelligente e garbata, dove i protagonisti erano sintassi, grammatica, neologismi, figure retoriche, parole difficili. I concorrenti dovevano cimentarsi in scrittura di brevi testi su un tema dato e nella realizzazione di slogan, rispondere a quesiti sulla provenienza di alcuni termini italiani o sul loro significato. Il premio finale non consisteva in soldi ma esclusivamente in libri, assegnati al concorrente che redigeva il miglior testo.

E veniamo ai nostri giorni. Per fortuna l’italiano non è più una lingua sconosciuta agli italiani, quasi tutti sanno leggere e scrivere, dal 2007 l’obbligo scolastico garantisce ai giovani 10 anni di istruzione. Siamo nella fascia alta dei paesi che più puntano sull’istruzione, la media mondiale è di 7 anni e 8 mesi. Ormai 60 milioni di italiani parlano e scrivono l’italiano, lo usano correntemente nelle più diverse situazioni comunicative. Ma sorgono altri problemi, problemi di qualità. Siamo incerti sull’uso della lingua, non conosciamo il significato di molte parole, se leggiamo un articolo di giornale spesso non ne capiamo a fondo il significato.

La televisione si adegua alla nuova situazione, nel 2008-2009 nasce «Mattina in famiglia» (RAI1), con Tiberio Timperi e conduttrici varie. Ogni domenica mattina Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, con Pronto soccorso linguistico «risponde a curiosità e risolve i dubbi degli ascoltatori sulla lingua italiana». Ecco i temi trattati domenica 15 gennaio 2017. È corretto scrivere (con accento) per faccio? Come si spiega l’abuso di ne pleonastico in frasi come «Di questo ne parleremo dopo»? Si deve dire: «15 calci d’angoli» o «15 calci d’angolo»? Quale è l’origine delle frasi fatte che tanto spesso ricorrono nella nostra lingua: «mettere il carro davanti ai buoi», «tagliare la testa al toro», «essere tra l’incudine e il martello» ?

Per concludere. Nella loro diversa impostazione, le trasmissioni rispecchiano il mutare nel tempo delle condizioni linguistiche d’Italia. Negli anni sessanta molti italiani erano analfabeti. Oggi quasi tutti conosciamo e usiamo l’italiano, la sfida è usarlo in modo ricco e appropriato. La partita si gioca soprattutto nella scuola, la televisione è importantissima ma non basta. Ne riparleremo.

 


p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 180 - (19 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 20 Gennaio 2017 12:32

Credito e Mezzogiorno

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 19 gennaio.2017]

 

Negli ultimi mesi, i principali media italiani hanno dedicato ampio spazio al problema delle ‘sofferenze’ del sistema bancario italiano (ovvero dei crediti deteriorati o non esigibili) e del Monte dei Paschi di Siena, in particolare. Si tratta evidentemente di un problema di massima rilevanza, che rischia però di oscurare un problema correlato, che attiene alla non risolta questione della restrizione del credito nel Mezzogiorno.

SVIMEZ certifica che l’economia del Mezzogiorno cresce sistematicamente meno di quella del Centro-Nord da quasi dieci anni, che le migrazioni, soprattutto giovanili e soprattutto di individui con elevato titolo di studio, sono in continuo aumento, a fronte della crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro per chi non può o non vuole emigrare. E’ tristemente emblematico, in tal senso, il dato recentemente diffuso dall’INPS sulla vertiginosa crescita dei buoni lavoro (voucher) venduti nel corso dell’ultimo anno: effetto probabilmente inatteso del Jobs Act, che, tuttavia, ne ha esteso la platea dei potenziali beneficiari. La spirale perversa nella quale il Mezzogiorno è precipitato parte dalla caduta della domanda interna, conseguente allo scoppio della prima crisi del 2007-2008 e accentuata dalle politiche di austerità. Le quali, sotto forma di compressione della spesa pubblica e di aumento della tassazione, sono state attuate in misura più intensa proprio nella macroregione italiana maggiormente colpita dalla crisi.

La caduta della domanda interna ha ridotto i mercati di sbocco per le imprese meridionali, che, nella gran parte dei casi, non sono orientate alle esportazioni e, dunque, vendono su mercati locali. Ne è derivata la compressione dei loro profitti – oltre a un’ondata quasi senza precedenti di fallimenti – e la crescente difficoltà di restituire i debiti contratti con il sistema bancario. Si consideri, a riguardo, che il credito bancario, nel Mezzogiorno, è la principale fonte di finanziamento degli investimenti: ben poche sono le imprese quotate in Borsa (che dunque possono finanziare la loro produzione attraverso la vendita di titoli sui mercati finanziari) e modeste sono le fonti di autofinanziamento, derivanti dai profitti realizzati. Non è sorprendente, in tale condizione, che le banche abbiano reagito o riducendo i prestiti o aumentando i tassi di interesse, al fine di compensare l’aumento del rischio di insolvenza dei debitori.

La dinamica che si è generata (e continua a generarsi) ha natura cumulativa: si riduce l’offerta di credito – e, per il peggioramento delle aspettative delle imprese, si riduce anche la domanda di credito – si riducono gli investimenti, l’occupazione, la domanda interna e i profitti, ponendo il sistema bancario nella condizione di aumentare ulteriormente i tassi di interesse (o ridurre ulteriormente l’erogazione di prestiti) per la riduzione della solvibilità delle imprese.

Le autorità europee e i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno ritenuto che si tratta di un problema di “liquidity risk”, ovvero di sottocapitalizzazione del sistema bancario e che, in quanto tale, vada risolto immettendo liquidità nei bilanci delle banche con maggiori sofferenze: ovvero quelle nei cui bilanci è maggiore l’incidenza di crediti inesigibili. Si tratta di una misura molto discutibile, che può generare effetti perversi e, a ben vedere, li sta già generando. Ciò soprattutto perché la ricapitalizzazione del sistema bancario implica un aumento della spesa pubblica, dal momento, che – come si è da ultimo registrato nel caso del Monte dei Paschi di Siena – le c.d. soluzioni di ‘salvataggio di mercato’ (ovvero il recupero di fondi da parte di operatori privati) sono di difficile praticabilità. E l’aumento della spesa pubblica può comportare un aumento del debito pubblico, senza alcun beneficio né diretto né indiretto né per i lavoratori né per le piccole imprese, e a maggior ragione né per i lavoratori meridionali né per le imprese meridionali. Anzi: l’aumento del debito pubblico – dati i vincoli posti alla sua espansione nei Trattati europei – è da finanziarsi attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale, che, di norma, grava appunto su piccole imprese e lavoratori. In sostanza, il salvataggio pubblico di banche ha effetti redistributivi a vantaggio evidentemente delle banche e a danno evidentemente dei contribuenti. Si potrebbe aggiungere che si tratta di un provvedimento dai discutibili risvolti etici, dal momento che di fatto premia (o non sanziona) la cattiva gestione di Istituti di credito a danno di soggetti o gruppi sociali che di tale cattiva gestione sono semmai le vittime.

La questione andrebbe declinata in senso opposto: la sottocapitalizzazione del sistema bancario è il risultato del “solvency risk”, ovvero della crescita delle insolvenze delle imprese, a sua volta imputabile alla caduta della domanda e alla compressione dei margini di profitto. Bankitalia stima, a riguardo, che i c.d. non performing loans – ovvero i crediti inesigibili – sono pari a circa il 18% dei crediti complessivamente erogati. Si tratta, da questo punto di vista, semmai di salvare i clienti per salvare le banche.

Se la questione si pone in questi termini, è evidente che l’aumento della spesa pubblica non debba essere destinata alla ricapitalizzazione del sistema bancario ma a misure destinate ad ampliare il mercato interno, sotto forma, ad esempio, di aumento di salari e stipendi e maggiore regolamentazione del mercato del lavoro. E ciò andrebbe fatto soprattutto nel Mezzogiorno, giacché è in quest’area che il problema della restrizione del credito, e della conseguente recessione, è più intenso. Si potrebbe obiettare che, in assenza di un intervento pubblico di sostegno al sistema bancario, si metterebbe seriamente a rischio la sua tenuta, con presunti conseguenti fallimenti bancari che danneggerebbero risparmiatori e imprese più di quanto danno subiscano nelle condizioni date. Questa tesi si imbatte in una duplice critica. Innanzitutto, non tutte le banche italiane sono a rischio di fallimento e, anzi, per quanto risulta possibile accertare attraverso gli stress test del luglio scorso, il sistema bancario più fragile dell’Eurozona non è quello italiano, se si esclude Unicredit e Monte dei Paschi di Siena (con risultati estremamente preoccupanti e per molti aspetti sorprendenti per Deutsche Bank). In secondo luogo, il salvataggio pubblico crea problemi di ‘azzardo morale’, ovvero incentiva eccessive assunzioni di rischio da parte dei singoli Istituti di credito, che, attendendosi interventi esterni in caso di aumento delle perdite, non avrebbero alcun interesse a una gestione efficiente. Ma, più in generale, va rimarcato il fatto che il problema origina, in ultima istanza, dal fatto che le banche, da ormai molti e troppi anni, hanno sostanzialmente smesso di fare ciò che ci si aspetta che facciano - erogare credito a imprese e famiglie – per scegliere la via più semplice della speculazione sotto l’ombrello protettivo dello Stato.


Senza Darwin la cultura è a metà (17 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 17 Gennaio 2017 16:37

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 17 gennaio 2017]

 

La notte dei licei classici è un successone, e greco e latino diventano l’avamposto della cultura nazionale. Giustissimo. Ma bastano i classici greci e latini per dare una cultura? Ho appena finito l’ultimo libro del premio Nobel Dario Fo, l’ho divorato. E’ un libro su Darwin. Dario (lo chiamo per nome perché questo libro mi ha fatto diventare suo amico) si sorprende di come sia poco riconosciuta l’importanza capitale del pensiero darwiniano e della teoria dell’evoluzione. Si sorprende forse perché anche lui se n’è accorto tardi: non mi pare che ne abbia mai parlato prima. Darwin era un fanatico della precisione e si sarebbe irritato a vedere che il nome scientifico del pesce volante, nel libro, sia Exocetidae, il nome di una famiglia, non di una specie. E poi Dario parla di decine di specie di questi pesci che si librano in volo, ma voleva dire individui, non specie. C’è una bella differenza. Il modo con cui Dario descrive l’evoluzione del volo nei pesci è l’esatto contrario di come vanno le cose, in evoluzione. Un animale non può “decidere” di volare, gli evoluzionisti direbbero che è una spiegazione teleologica. E la cooperazione che Dario descrive come forza primaria dell’evoluzione, al posto della competizione, non rende giustizia a Darwin. Dario parla di cooperazione tra individui della stessa specie sociale, ma generalizza un caso molto particolare. La selezione naturale si basa proprio sulla competizione. Poco male, comunque.

Il libro di Dario non vuole essere un testo che spiega l’evoluzione, e i suoi errori di interpretazione del pensiero evolutivo confermano la sua tesi: la teoria dell’evoluzione non fa parte della nostra cultura. Nomina Letizia Moratti e le attribuisce, giustamente, l’onta di aver tolto l’evoluzione dai programmi della scuola dell’obbligo quando coprì il ruolo di ministro della pubblica istruzione. Ma Moratti non fu la sola. Poi toccò a un vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche dichiarare tramontata l’ipotesi (così la chiamò) dell’evoluzione. In un delirante libro pagato con i soldi del CNR. Fu l’Accademia Pontificia delle Scienze a difendere l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del CNR! Forse Dario non se ne accorse, perché sarebbe stata una bella farsa, da mettere sul palcoscenico: il Vaticano, con la sua Accademia scientifica, difende l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Mi chiederete: ma chi aveva messo un legionario di Cristo alla vicepresidenza del CNR? Risposta: Mariastella Gelmini. Prima Moratti e poi Gelmini si accaniscono contro Darwin, da ministre della pubblica istruzione. Lo fece anche Antonino Zichichi, affermando che, visto che non c’è la formula dell’evoluzione, allora l’evoluzionismo non è una scienza! Gli evoluzionisti ci hanno provato in tutti i modi, per esempio con il Darwin Day, il 12 febbraio, data del compleanno di Darwin, a mostrare l’importanza del pensiero evoluzionista. Ma le prediche arrivano a chi è già convertito, e l’ignoranza rimane rampante nella stragrande maggioranza della popolazione, come nota anche Dario nel suo libro. Se stiamo distruggendo le premesse per la nostra stessa sopravvivenza, con assurde corse alla crescita infinita, è per ignoranza delle leggi della natura che Darwin ha così mirabilmente disvelato. Ma non basta avere avuto una grande, grandissima idea. Non basta che essa si affermi in modo incontrovertibile nella scienza. Bisogna che sia compresa da tutti e diventi bagaglio culturale di tutti, assieme ai classici latini e greci. Invece, con ottusa volontà suicida, ci rifiutiamo di aprire gli occhi sul nostro posto nella natura, e lavoriamo alacremente per creare le premesse per mutare le condizioni che permettono il nostro benessere. L’idea di Darwin ci può salvare. Ignorarla è molto pericoloso. Da una parte fuggiamo in avanti e bruciamo le conoscenze acquisite (come fecero Moratti, Gelmini e Zichichi) dall’altra ci rifugiamo in un lontano passato nell’illusione che basti per formare le menti. Giustissimo leggere i classici greci e latini, ma fermarsi lì e non conoscere Darwin e le leggi della natura significa avere una cultura a metà.


Un pezzo di storia (linguistica) salentina PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Domenica 15 Gennaio 2017 17:48

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 15 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Oggi racconto un pezzo di storia (linguistica) salentina.

Nell’ultimo decennio del sec. XIV Sabatino Russo, un mercante ebreo di Lecce (più volte si autodefinisce «judio de Leze»), organizza con il veneziano Biagio Dolfin una società per commerciare in Levante. Dopo un avvio favorevole, il rapporto va male perché una nave carica di frumento, di formaggio e di carne salata destinati a essere venduti viene assaltata dai predoni: si trovava «intru lu portu di Nyrdò» (verosimilmente l’odierna Santa Maria al Bagno, o forse Santa Caterina), salpa per rifugiarsi a Taranto (luogo più sicuro, il Mar Piccolo si difende meglio), viene raggiunta dagli assalitori perché «mancò lu ventu e ffo bynaza» (‘mancò il vento e fu bonaccia’), viene depredata, con conseguente perdita dell’intero carico (e quindi delle somme investite). Questi fatti vengono riferiti dallo stesso Sabatino Russo in cinque lettere, verosimilmente autografe, indirizzate a Biagio Dolfin in Venezia, nel periodo compreso tra il 7 maggio 1392 e il 18 ottobre 1403. Ma forse le cose non andarono proprio così. Sulla verità delle affermazioni del Russo insinua pesantissimi dubbi una sesta lettera di un altro scrivente salentino, Mosè de Meli (anch’egli ebreo, a giudicare dal nome), il quale rivela al veneziano Dolfin come in realtà il Russo l’abbia truffato, fingendo che ci sia stato il furto della merce e appropriandosi invece dei denari della compagnia.

Non sapremo mai come sono effettivamente andate le cose tanti secoli addietro, non esiste altra documentazione, oltre alle lettere di Sabatino Russo e di Mosè de Meli conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Nulla che ci aiuti a capire si trova a Lecce e in Salento, questa è una costante della nostra storia: pochissime sono le memorie scritte o i documenti rimasti in sede, moltissimo è andato disperso o distrutto. Quello che si è salvato si deve, paradossalmente, al fatto che sia stato portato o trafugato altrove, dove altri hanno saputo custodire e conservare quello che questa terra ha trascurato. Conclusione. La storia linguistica e culturale del Salento medievale non si può fare in loco, i documenti salentini da leggere e da studiare si trovano altrove, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, nella Biblioteca Comunale “Augusta” di Perugia, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, nella Bibliothèque Nationale de France a Parigi, o ancora più lontano.

In un’altra occasione spiegherò come questo sia accaduto: capire alcuni frammenti del passato serve a illuminare il presente, molto spesso la storia si ripete. Con questi presupposti potremmo chiederci se davvero oggi salvaguardiamo in maniera adeguata tradizioni, cultura e ambiente del Salento, di cui a parole meniamo vanto. Di questo vorrei che parlassero quelli che si candidano ad amministrare la città, ma non trovo nulla di concreto nei programmi dei possibili candidati. A proposito: sapranno esprimere candidati credibili ed efficienti i gruppi dirigenti delle parti in campo? Terranno alla larga arrivisti e imbroglioni? Non serve questo, più d’ogni cosa, alla città?

Torniamo ai nostri ebrei salentini dei secoli scorsi da cui siamo partiti. La storia dei gruppi di lingua ebraica stanziati in Salento si interseca di continuo con quella della popolazione locale e costituisce un fenomeno affascinante di convivenza, a volte non violenta a volte intollerante, di etnie diverse. Fin dall’alto Medio Evo (e anzi già da epoca tardo-latina), una fitta rete di insediamenti ebraici si dirama in tutto il Mezzogiorno e particolarmente in Puglia, terra che rappresenta un vero fulcro della vita culturale e religiosa degli ebrei italiani. Nelle città pugliesi si esercita l’attività di grandi scuole talmudiche, si costituiscono importanti biblioteche, si scrivono opere cronachistiche e storiografiche, filosofiche, e nasce una poesia religiosa poco nota ma non indegna, dove affiora anche qualche personalità di un certo interesse. Alla fine del sec. XIII, sotto il governo degli Angioini, l’etnia ebraica viene sottoposta a persecuzione violenta. Il fatto determina la crisi di questo fiorente mondo culturale, in parte arginata nella seconda metà del Quattrocento, sotto il più tollerante dominio degli Aragonesi: al recupero del prestigio economico-sociale di tali comunità si accompagna una ripresa della produzione scrittoria. Proprio in questo campo si segnala la figura del facoltoso leccese Abraham de Balmes, nel 1452 medico del principe Giovanni Antonio del Balzo Orsini (quello della Torre del Parco, per capirci), successivamente nelle grazie degli Aragonesi intorno al 1470 e morto nel 1488-89. Quasi sicuramente il personaggio va identificato in quel maestro Habraam medico leccese di cui il francescano Roberto Caracciolo (1425-1495), uno dei più grandi predicatori del Quattrocento, amico di sovrani e di principesse, parla con tono greve in uno dei suoi accessi di polemica antiebraica contenuto in una sua opera teologica, lo Specchio della fede (1490). In questo scritto il Caracciolo insiste ripetutamente su temi antisemiti, e tra gli altri racconta il seguente episodio: «Ho provato io peccatore quanto puzano gli Iudei in due exempli. E lo primo exemplo fu trovandomi in Lezze: una donna Iudea mogliere di maestro Habraam medico, mi mandò a donare certe galline ben grasse, le quali io feci stare alcuni giorni e governarle bene, poi le volse mangiare. Quando furono poste in tavola mi venne tanto fetore che bisognò che le facesse portare via [...]». Considerate l’apologo. Gli ebrei, che non conoscono la vera fede, puzzano, addirittura puzzano le galline da loro donate: vanno insieme puzzo metaforico (la falsa fede) e puzzo reale (i corpi di uomini e di animali), tanto più repellenti se si pensa al profumo che si diffonde dal corpo incorrotto dei santi, anche dopo la morte.

Caracciolo faceva a suo modo il suo mestiere, si proponeva di difendere la fede cattolica denigrando volgarmente gli ebrei: non è un metodo elegante, ma ci siamo abituati. Nella vita reale, per interi secoli, gli ebrei hanno ricoperto a Lecce ruoli importanti nel contesto della vita cittadina, ce lo ricorda anche la toponomastica: via Abramo Balmes, via della Sinagoga, nell’area dell’antico ghetto ebraico ammiriamo ora la grandiosa basilica cattolica di Santa Croce. A un passo da Santa Croce sorge (e in parte s’interra) Palazzo Taurino, un bel museo che raccoglie le testimonianze della presenza ebraica in Salento, a partire dalle fasi remote.

Il museo è privato. Un gruppo di amici ha creato un allestimento permanente in grado di riportare alla luce le tracce dell’antico insediamento ebraico presente nella Lecce medievale; si è avvalso della collaborazione di esperti, in particolare di Fabrizio Lelli, che insegna Lingua e letteratura ebraica presso l’Università del Salento. I locali del museo sono quelli della antica Sinagoga. Il percorso del visitatore attraversa la sala delle vasche, la sala ipogea dei bagni, la sala del granaio, l’area dei laboratori; efficaci pannelli illustrativi bilingui in italiano e in inglese richiamano personaggi, testi, usanze, riti del popolo ebraico. In una sala in fondo, un video è dedicato alle vicende più recenti: alla fine della seconda guerra mondiale molti ebrei che si erano rifugiati in Salento coronarono il loro sogno, riuscirono a raggiungere il neonato stato d’Israele.

Ho consultato rapidamente un registro esposto al pubblico per raccogliere le firme e i commenti dei visitatori del museo. Molti stranieri, pochi italiani, ancor meno salentini e leccesi. Peccato, si può fare di più. La visita è interessante, mostra un pezzo semisconosciuto del nostro passato che è giusto conoscere. Per fortuna non sono poche le scuole che scelgono di visitare il museo, con l’aiuto dei responsabili del museo docenti illuminati guidano i ragazzi, spiegano, rispondono alle domande. Queste sì che sono gite d’istruzione.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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