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Saggi e Prose


Grafia e pronuncia: il semaforo dell'ortografia PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 08 Novembre 2016 07:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Questa settimana rispondo a sollecitazioni o domande dei lettori che scrivono al giornale. Non a tutte posso rispondere adesso, ne scelgo una, altre verranno nelle prossime occasioni. Rispetterò sempre la volontà di chi scrive indicando o omettendo, caso per caso, il nome del mittente. Il nome di chi scrive comunque deve essere sempre indicato nella lettera, i messaggi vanno firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Lino Baldi racconta un divertente episodio accaduto molti anni fa a Foggia, dove il padre, ex carabiniere, svolgeva il suo servizio. Nella cappella della caserma, su un altarino, era collocata la statua della protettrice dell'Arma, la vergine «Virgo Fidelis». Un imbianchino, su indicazione del cappellano militare, doveva scrivere sulla parete retrostante la statua mariana la dicitura latina «Ave Maria Gratia Plena». Quando ebbe finito un carabiniere che passò e vide la scritta corse subito a richiamare l'imbianchino esortandolo a modificare il testo perché aveva scritto gratia e non grazia, con «t» e non con «z». Quindi per lui aveva sbagliato. Il raccontino è reale e non c’è in Baldi alcuna voglia di irridere il solerte rappresentante del benemerito corpo dello Stato. Ma serve a introdurre la domanda. Perché si scrive in un modo e si legge in un altro? La questione non vale solo per il latino. Fa altri esempi. Perché in francese si scrive oiseau ‘uccello’ e si legge «uasò»? Perché il nome proprio inglese Philip si pronunzia «Filip»? Chiede, in generale. Cosa è successo alle lingue, perché si scrivono in un modo ma si leggono in un altro?

Cominciamo dal caso più semplice, la pronunzia del latino. Le più antiche documentazioni scritte in quella lingua sono remote, rimontano quasi agli albori della storia di Roma. Nel latino classico il nesso «-ti-» davanti a vocale (è il caso di gratia) veniva pronunziato con la vocale piena, come il «ti-» di tino. Quindi i latini del tempo di Cicerone leggevano come era scritto, con un trisillabo: «gra - ti - a», con «t» e non con «z», proprio come nella grafia; bene aveva scritto quell’imbianchino inconsapevole che il carabiniere intendeva rimproverare (a torto). Poi, con il passare del tempo, tra il II e il III secolo dopo Cristo, la pronunzia comincia a mutare lentamente, i grammatici del tempo avvertono che in «ti» si insinua un sibilus (così scrivono). Stanno mutando le condizioni storiche, Roma non è solida e potente come un tempo, si allenta la sua capacità di dirigere e indirizzare la società multiforme di un impero così vasto, anche la lingua è meno stabile. Passano i decenni. Un grammatico come Cassiodoro († 580-585 ca.), autore di un trattato De orthographia, registra il cambio di pronunzia, «ti» viene ormai pronunziato «zi». I latini dicevano ormai «grazia» (la nuova pronunzia) ma hanno continuato a scrivere nel modo di sempre, scrivevano in un modo e pronunziavano in un altro. La pronunzia di «ti» con «zi» che vige nelle nostre scuole rispecchia il mutamento linguistico; a rigore è corretta per il latino postclassico ed ecclesiastico, ma non corrisponde a quella esatta dell’epoca aurea.

Il fenomeno che abbiamo descritto non vale solo per il caso esaminato, è giusta la domanda del lettore. Un altro esempio. I latini scrivevano Cicero, nelle fasi antiche pronunziavano «Chichero», poi a partire dal III secolo quella pronunzia è stata abbandonata. Nei territori italiani si è pronunziato «Cicero», noi oggi diciamo «Cicerone». In termini generali possiamo affermare che nelle lingue storico-naturali, quelle che gli uomini adottano per comunicare tra loro, non esiste corrispondenza perfetta tra lettere e suoni (tra grafemi e fonemi, si dice in termini tecnici). La pronunzia cambia più o meno velocemente, la grafia si mantiene più stabile, conserva le vecchie abitudini scrittorie (a scrivere si impara a scuola, la scuola di norma si erge a custode delle regole).

La differenza tra grafia e pronunzia ci colpisce particolarmente quando studiamo le lingue straniere. Quale più quale meno, ci appaiono tutte caratterizzate da scarto notevole nel passaggio dal sistema grafico a quello fonetico. Si scrivono in un modo e si leggono in un altro, osserva l’attento lettore.

Vale la spiegazione già data per il latino. Per condizioni storiche e sociali la pronunzia muta, a volte velocemente. La grafia, più conservatrice, muta assai meno.

Il francese attuale corrisponde assai poco al francese antico. Con lo scorrere del tempo molte innovazioni fonetiche provenienti da Parigi si sono diffuse in tutta la Francia, fanno parte della norma del francese, ma la grafia non registra i mutamenti del parlato. Un esempio per tutti. Le classi popolari parigine pronunziavano «oi» come «uà» fin dal XVI secolo, ma questa pronunzia non veniva accettata dal francese ufficiale. Le cose cambiano con la rivoluzione del 1789: le classi popolari (i sans-coulottes) vanno al potere, l’aristocrazia e il clero sono spodestati, i sovrani e molti nobili sono ghigliottinati, ecc. La pronunzia delle classi popolari si impone. Il popolo pronunziava «ruà» la parola roi ‘re’, risultato della evoluzione del lat. regem (non cito i passaggi, non serve per il nostro ragionamento); con la rivoluzione la pronunzia «uà» per le forme scritte con «oi» si generalizza, diventa di tutti. Oggi quella è la pronunzia standard, la grafia continua tradizionalmente ad essere roi. Lingua e società in collegamento, come sempre, così vanno le cose. Ecco la risposta alla domanda iniziale, ecco perché in francese si scrive oiseau ‘uccello’ e si legge «uasò».

Ancora più forte è lo stacco tra grafia e pronunzia nell’inglese, lo sanno bene coloro che cercano di apprendere quella lingua, oggi la più universale. E il fenomeno continua. Uno studio dell’università di York prevede che tra qualche decennio il suono “interdentale” di «th» in mother sparirà dall’inglese, è troppo difficile per i molti stranieri che imparano quella lingua, sarà sostituito forse da un più facile «v», si dirà «muver», anche se si continuerà a scrivere mother. Io non so se quelle previsioni di avvereranno, chi può assicurarlo? Le previsioni in linguistica sono più difficili di quelle in meteorologia (e anche i meteorologi falliscono). Ma so per certo che la grafia di quella lingua resterà relativamente stabile, pur se la pronunzia sarà attraversata da molte novità determinate anche dall’incrociarsi di parlate diverse.

Nel corso della storia ogni lingua evolve secondo linee proprie di svolgimento. Tra le lingue romanze (così si chiamano quelle derivate dal latino), l’italiano è la lingua in cui la grafia meglio si collega alla pronuncia. Un notevole numero di lettere (i linguisti dicono grafemi), 11 su 21, indica stabilmente un sol suono (i linguisti dicono fonema). Il sistema non è rigido, la corrispondenza tra grafema e fonema non è assoluta. Ecco qualche esempio, altri potrei aggiungere. Nello scritto usiamo a volte una sola lettera per due suoni diversi, usiamo indifferentemente per cane e per cena, per gatto e per gelo, per casa (va pronunziato con la sorda) e per paradiso (va pronunziato con la sonora), per zio (va pronunziato con la sorda) e per zero (va pronunziato con la sonora). E altre “imperfezioni” potrei enumerare.

 

L’architettura del modello scritto oggi in uso viene stabilita nel Cinquecento, pur se oscillazioni e selezione delle diverse possibilità continuano a manifestarsi nei secoli seguenti. La relativa “imperfezione” del nostro alfabeto si spiega con l’evoluzione storica della nostra lingua, con le scelte collettive fatte da chi scrive. Ricordate? Fino a qualche decennio fa il plurale di un aggettivo come vario poteva scriversi varii (con due -ii), varî (con accento circonflesso), vari. Ormai abbiamo scelto, scriviamo solo vari.

In conclusione. Neanche in italiano esiste perfetta corrispondenza tra grafia e pronunzia (pur se nell’italiano lo scarto è assai inferiore rispetto a lingue europee vicine come il francese o l’inglese). Ce ne accorgiamo meno, abituati a scrivere come ci è stato insegnato. Ma facciamo attenzione. Dobbiamo rispettare rigorosamente le regole dello scrivere, non sono tollerabili deviazioni rispetto alla norma grafica corrente, in questo campo non esiste democrazia, non si può agire “ognuno come gli va”. Fabio Marri, che insegna a Bologna, spiega ai suoi studenti che l’ortografia è come un semaforo, a volte appare un po’ noiosa e quasi una perdita di tempo, ma per comunicare efficacemente dobbiamo rispettarne le regole. Vale per la lingua, vale per la società: dobbiamo rispettare le regole.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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La nostra lingua nuova e antica PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Venerdì 04 Novembre 2016 20:03

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 30 ottobre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Nei giorni precedenti due importanti manifestazioni pubbliche hanno avuto come protagonista la nostra lingua. Eccole: 1. gli «Stati generali della lingua italiana» (Firenze, 17 e 18 ottobre); 2.  la «Settimana della lingua italiana nel mondo» (varie sedi nel mondo intero, 17-22 ottobre). Provo a riassumere.

1. Quella di quest’anno è stata la seconda edizione degli «Stati generali della lingua italiana» (la prima si è tenuta nel 2014), organizzata dal Ministero degli Affari Esteri con la partecipazione ufficiale dell’Accademia della Crusca e della Società Dante Alighieri, e inoltre di società scientifiche (come l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana. ASLI), di aziende, di istituzioni, di università, di singoli (compresi alcuni studenti). L’incontro fiorentino si intitolava «Italiano lingua viva». Non si è trattato di una sequenza di relazioni l’una slegata dall’altra, tutt’altro. Uno spirito fattivo e operativo ha accomunato gli interventi delle due giornate: proposte concrete, non parole un po’ a vuoto, come spesso capita. Cinque gruppi di lavoro hanno discusso argomenti diversi: italofonia (diffusione della lingua italiana nel mondo), internazionalizzazione delle università (saremo capaci di attrarre studenti stranieri o dovremo continuare a produrre a nostre spese laureati bravi che vanno all’estero perché in Italia non trovano lavoro?), uso delle tecnologie e metodologie didattiche (la rete è importantissima e contiene una quantità enorme di informazioni, ma bisogna insegnare ai ragazzi a saperla usare, a distinguere il vero dal falso o dall’inutile), certificazione unica e riconoscibile (dare agli stranieri che studiano l’italiano un attestato che certifichi il livello di conoscenza della nostra lingua, come inglesi, francesi, tedeschi fanno con la loro), creatività (la lingua è fondamentale nelle strategie di comunicazione delle imprese, contribuisce a segnalare la qualità, garantisce a chi compra che si tratta di eccellenza, non di scadente imitazione).

Insomma: la lingua come strumento in grado di promuovere all’estero i prodotti italiani e il sistema culturale italiano, con ricadute anche di tipo economico. Lingua, cultura ed economia debbono marciare insieme, con beneficio di tutti.

Per una volta, la politica e le istituzioni sembrano essere consapevoli, ai massimi livelli. Nella monumentale Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio il Presidente del Consiglio ha parlato nella prima giornata di «gigantesca scommessa culturale»;  il Presidente della Repubblica, concludendo l’incontro il giorno successivo, ha ricordato i milioni di italiani che, emigrati all’estero,  hanno accompagnato con il loro lavoro  e con la loro capacità la diffusione della nostra lingua nel mondo. Sono intervenuti il Vice Ministro degli Esteri, il Sindaco di Firenze, la Ministra della Pubblica Istruzione, la Presidente della RAI, tanti altri che è impossibile ricordare: ognuno con un contributo personale, riflettendo sulle mille potenzialità legate alla promozione della cultura e della lingua italiana nel mondo, che attrae risorse economiche, non le dilapida. Siamo ben lontani, per fortuna, dalla sciagurata affermazione di un ministro dell’economia di pochi anni fa (il cui nome è bello tacere) che perentoriamente proclamava: «con la cultura non si mangia!».

La prossima edizione (la terza) degli «Stati generali» si terrà tra due anni. Se saremo ancora qui, faremo il bilancio di quel che avremo realizzato.

2. In collegamento con gli «Stati generali» si è svolta  la «Settimana della Lingua Italiana nel Mondo», giunta alla XVI edizione. Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, il Ministero degli Affari Esteri e Accademia della Crusca organizzano ogni anno,  in tutto il mondo, nella terza settimana di ottobre, la «Settimana della Lingua Italiana nel Mondo»; vi sono coinvolti Istituti Italiani di Cultura, Ambasciate e Consolati, Cattedre di Italianistica attive presso le varie Università, Comitati della Società Dante Alighieri, Associazioni di italiani all'estero, coloro che fuori d’Italia insegnano e studiano la nostra lingua. La formula, nata timidamente alcuni anni fa e alla fine rivelatasi vincente, è di organizzare iniziative rivolte a promuovere l’italiano come grande lingua di cultura classica e contemporanea. Badate agli aggettivi, lingua di cultura classica e contemporanea: indicano la capacità di rifarsi alla tradizione per valorizzare il presente e progettare il futuro.

I temi, variabili ogni anno, sottolineano il ruolo della lingua come elemento distintivo e propulsivo della nostra nazione all’estero. Nel 2014 si decise per “Scrivere la nuova Europa: editoria italiana, autori e lettori nell’era digitale”; nel 2015 per “L’Italiano della musica, la musica dell’Italiano”; nel 2016 per «L’Italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design». Intorno al tema dell’anno si sviluppano conferenze e dibattiti, mostre e spettacoli, incontri con scrittori e personalità. La partecipazione cresce, anno dopo anno, come dimostra la distribuzione geografica degli eventi. Quasi 1000 nel 2014:  324 nell’Unione Europea, 153 nell’Europa extra UE, 298 nelle Americhe, 144 in Asia e Oceania, 88 nel Mediterraneo e Medio Oriente, 67 nell’Africa Subsahariana. Oltre 1300 nel 2015: 408 nell’Unione europea, 171 nell’Europa extra UE, 435 nelle Americhe, 163 in Asia e Oceania, 113 nel Mediterraneo e in Medio Oriente, 75 nell’Africa Subsahariana. Mancano naturalmente i dati del 2016, la settimana si è appena conclusa.

Torniamo un momento sui temi degli ultimi anni: editoria e cultura, musica, moda e design. In questi campi siamo eccellenti, il mondo apprezza i nostri prodotti e la lingua che li veicola. Pensate a Dante, che una recente inchiesta in 28 paesi colloca al vertice, tra i personaggi più rappresentativi della letteratura europea, dalla antichità greca e latina fino ai nostri giorni: Dante, Goethe, Shakespeare, Tolstoj, Cervantes, Dostoevskij. Pensate alla musica, alle opere di Verdi, Rossini e Puccini che trionfano nei teatri del mondo, alle scelte di Haydin, Mozart e Gluck che adottano l’italiano per le loro composizioni, al successo straordinario dei cantanti italiani di oggi non solo nei paesi europei vicini ma anche in Russia, in America Latina, in Australia. Pensate alla moda, con i marchi italiani diffusi dappertutto, con negozi all’estero che si chiamano “Dolce Vita” o “Via Veneto”;  a film di successo: Prêt à porter di Robert Altman (1994), con  Gianfranco Ferré e Nicola Trussardi nella parte di sé stessi e con le foto di gruppo degli stilisti con Cerruti; o Il diavolo veste Prada (2006, da un libro del 2003): «Le borse e le scarpe … gridavano ‟Prada!, Armani!, Versace!ˮ»; o Valentino, l’ultimo imperatore (2008), di Matt Tyrnauer, giornalista di Vanity Fair, dedicato alla vita dello stilista. A chi vuol saperne di più indico un libro in formato elettronico appena uscito: L’italiano e la creatività. Marchi e costumi, moda e design, curato da Paolo D’Achille e Giuseppe Patota, entrambi dell’Accademia della Crusca.

La “qualità Italia” si propone al mondo, con i prodotti e con la lingua. E questo spiega perché sempre più stranieri scelgono di studiare l’italiano. Secondo le statistiche ufficiali nel 2012-13 erano un milione e 522 mila, nel 2014-15 arrivano a due milioni e 333 mila. L’ho scritto altre volte. I fatti e i numeri non lasciano dubbi, all’estero la nostra lingua è apprezzata, spesso amata. L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Inglese a parte, viene dopo lo spagnolo, il francese, più o meno alla pari con il tedesco, e batte tutte le altre, anche quelle parlate da popolazioni enormemente più numerose. Non c’è male, per una nazione di soli 60 milioni di abitanti, una briciola rispetto ai 7 miliardi di abitanti della terra. Non c’è male, per una nazione che non ha avuto un impero coloniale come Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e altre che hanno disseminato le loro lingue nei territori africani, asiatici, americani, perfino australiani.

I mezzi di comunicazione fanno la loro parte. Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, ogni domenica mattina su RAI 1 offre agli spettatori un servizio di “Pronto soccorso linguistico”; su Radio 3 la domenica mattina va in onda «La lingua batte» condotta da Giuseppe Antonelli. Rubriche e articoli dedicati alla nostra lingua appaiono spesso sui giornali, «Nuovo Quotidiano» ha stabilizzato “Parole al sole” (passata l’estate, l’icona del titolo, benché fuori stagione, è un bel richiamo visivo e potrebbe valere anche metaforicamente ‘parole poste sotto la luce’, come mi suggerisce Stefano Telve, un linguista che insegna a Viterbo). «Bada a come scrivi» si intitola il primo volume della collana «L’italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile» che “Repubblica” e Accademia della Crusca presentano a partire dal 28 ottobre.

Gli strumenti esistono, impariamo ad amare la nostra lingua, bella e ricca.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Luigi Malerba, scrittore di parole e di silenzi PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:12

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 1 novembre 2016]

 

Le rondini andavano da un campanile all’altro e poi all’altro e all’altro ancora. Luigi Malerba disse che avrebbe voluto conoscere il linguaggio delle rondini. Chissà che cosa si raccontano, disse; chissà per che cosa provano felicità o provano dolore.

Io gli ricordai una poesia di Danilo Dolci, quei versi che dicono: due rondini sono uguali, se non sei rondine.

Già, disse, già: se non sei rondine.

Era una sera d’estate di ottobre o di novembre del 1988, a Lecce. Malerba aveva presentato   i racconti di “Testa d’argento”, ospite, con la moglie Anna, di Anna Grazia D’Oria e Piero Manni, che negli anni avrebbero poi pubblicato quattro suoi libri. Io avevo avuto il privilegio e il piacere di introdurre la presentazione.

Dopo “Testa d’argento”, lessi tutto quello che aveva scritto prima, ho letto tutto quello che ha scritto dopo, convincendomi, libro dopo libro, che Malerba è uno dei più grandi narratori del Novecento. Una convinzione scontata, in fondo, perché lo pensano in molti e perché se così non fosse Mondadori non avrebbe fatto il Meridiano di 1710 pagine che esce in questi giorni, a cura di Giovanni Ronchini con un saggio introduttivo di Walter Pedullà. Il Meridiano ripropone i classici di Malerba: “Il Serpente”, “Salto mortale”, “Il pataffio”, “Testa d’argento”, “Il fuoco greco”, “Le pietre volanti”, “Fantasmi romani”.

Ho cominciato a leggerlo con il criterio per nulla scientifico dell’affetto: dal “Fuoco greco”. Con questa è la terza volta che lo leggo. Ma ogni volta, nella lettura complessiva, mi fermo di più e leggo e rileggo il dialogo tra Lippas e Leone Foca, dove si dice del potere illimitato della scrittura e dello scrittore, che può creare e distruggere in un attimo, con una sola parola, con un tratto di penna. Può consentire ad un’esistenza di sfuggire all’oscurità e alla mortificazione della realtà portandola nella sfera della finzione letteraria. C’è una frase in questo romanzo che si costituisce come l’espressione più efficace – e più inquietante – dello straniamento da sé che l’atto della scrittura provoca nel soggetto scrivente: Dice Leone Foca rivolgendosi a Lippas: “ Siete uno scrittore e io non so se uno scrittore è anche un uomo”.

Poi ho riletto “Il serpente”. Il protagonista di questo romanzo vuole trovare un posto silenzioso ( perfettamente silenzioso) e buio ( perfettamente buio) per poter cancellare tutto, per scordare la sua storia inventata, per sottrarsi alla fantasticheria che lo ha aggredito e trascinato sull’argine della follia.

Il silenzio come un rasserenante “ altrove” dove è possibile ricostruirsi una identità, ritrovare le ragioni radicali dell’essere, il senso dell’esistere stravolto dai riflessi abbacinanti di un esistere inventato. Il silenzio è un’aspirazione che tenta di realizzarsi in forme diverse proponendosi come fantasiosa invenzione oppure come necessità di superare la soglia dell’espressione verbale per raggiungere un’espressione pura, immutabile, perfetta.

Se la parola appartiene alla sfera dell’imperfezione, del corruttibile, del fraintendimento, il silenzio appare come la conquista di un’espressione che non ha bisogno di alcun medium, che non è traduzione del pensiero ma è il pensiero, che è in grado di far significare le cose senza designarle; è un linguaggio che abolisce ogni distanza tra l’oggetto e il suo nome, tra l’io e l’altro, tra il sentire e il dire: un linguaggio profondo, leggero, totale, senso che rompe l’involucro del segno; una sorta di atto magico, un’arte.

In tutta l’opera di Malerba, il silenzio è condizione che si  oppone alla parola, in alcune situazioni riducendone ogni facoltà, degradandola a forma inespressiva, a tic che scarica una tensione in altre superandone tutte le facoltà. Ma soprattutto è consapevolezza che esiste un evento, un’idea che è impronunciabile, che si nega ad ogni metafora, a qualsiasi discorso.

Il linguaggio in Malerba agisce sempre ai confini del reale, del conoscibile, dell’immaginabile, dell’ipotizzabile, del sogno, tende continuamente allo sconfinamento nei territori della finzione. Spesso il linguaggio preesiste alla realtà, assume il valore di un fenomeno totale capace di tradurre in espressione qualsiasi condizione esistenziale, qualsiasi contenuto del pensiero. Eppure, nonostante la potenza generativa e rigenerativa, il linguaggio vive costantemente in una situazione di precarietà, di inadeguatezza, nella continua difficoltà di esprimere il senso e la sensazione, irrigidito dall’ossessione di potersi trasformare in strumento di falsificazione del senso e della sensazione.

Dice un personaggio dei “Cani di Gerusalemme”: “Il linguaggio, Ramondo, ricordatelo. Il linguaggio è tutto. Prima viene il linguaggio e dopo, se c’è, viene il mondo”.

Parlammo a lungo, un pomeriggio di giugno del ‘Novantotto, nella sua casa romana di via Tor Millina. Era uscito da qualche giorno per Omicron  il libro conversazione dal titolo “Elogio della finzione”a cura di Paola Gaglianone, che si chiudeva con un saggio mio.

Mentre andavo via mi disse: salutami le rondini di Lecce.


Ancora trivelle - (31 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:00

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 31 ottobre 2016]

Tutto sembrava rassicurante: non ci saranno nuove trivellazioni, si tratta solo di rinnovare vecchie concessioni! Così hanno fatto credere a molti, per convincerli a non andare a votare al referendum anti-trivelle. Era una mezza verità. Non si può trivellare entro le dodici miglia, ma oltre sì. E ora si parla di prospezioni petrolifere nei nostri mari. E si faranno con l’air gun, che non è un fucile ad aria compressa ma un sofisticato sistema di rilevamento che deve penetrare in profondità nella crosta terrestre per rivelare la presenza di giacimenti. E’ il suono a penetrare, e quindi l’air gun produce un grandissimo rumore. L’Unione Europea ha emanato la Strategia Marina in cui definisce il Buono Stato Ambientale attraverso undici descrittori. L’undicesimo prescrive che l’introduzione di energia (incluso il rumore sottomarino) non influenzi negativamente gli ecosistemi. Ma come si fa a sapere se li influenza se le conseguenze non vengono studiate? Il rumore sottomarino con ogni probabilità influenza i cetacei. Ma non esistono prove sperimentali di un nesso causa effetto tra air gun e spiaggiamenti di delfini e balene, semplicemente perché non si sono mai fatti esperimenti al riguardo. Il Golfo di Taranto ospita significative popolazioni di cetacei. Le ricerche petrolifere con l’air gun come minimo li disturberanno. Possono andare altrove, si potrebbe dire. Ma stanno lì perché il Golfo è all’apice di un canyon sottomarino che arriva alle massime profondità del Mediterraneo, e su da quel canyon risalgono i nutrienti. I cetacei stanno lì perché il posto è molto ricco, altrove non troveranno le stesse condizioni.
E non ci sono solo balene, in mare. Non sappiamo cosa queste attività possano fare ai coralli bianchi che vivono nelle profondità dei nostri mari. Non sappiamo quasi niente.
Sappiamo che abbiamo firmato accordi per limitare l’uso dei combustibili fossili. E nello stesso tempo perforiamo il nostro mare per estrarli. In più diamo le concessioni a aziende straniere: di chi saranno quei combustibili? Perché non li prendiamo noi, allora?
Ma sarebbe poco saggio prenderli. Ora abbiamo abbastanza gas per gestire la transizione da petrolio e carbone verso le rinnovabili. Lo importiamo da paesi instabili politicamente, ma per il momento ce lo vendono a prezzi competitivi, e lo saranno ancora di più con il terzo gasdotto che, si spera, eliminerà il carbone e le polveri sottili se sarà utilizzato per le centrali. Le nostre riserve hanno valore strategico, nel caso ci chiudano i rubinetti. E’ una follia esaurirle, ed è strano che le concessioni e i permessi siano richiesti da aziende straniere.
E’ una politica schizofrenica. Da una parte si chiede di transitare alle rinnovabili e dall’altra si perfora il fondo marino per estrarre combustibili fossili. La natura sequestra il carbonio nei depositi fossili. Ci vogliono milioni di anni perché questo servizio ecosistemico si realizzi, e noi che facciamo? Estraiamo quel carbonio e lo bruciamo. Il risultato è che aumenta l’anidride carbonica nell’atmosfera, e aumenta il riscaldamento globale.
Come mai si stanno dando queste concessioni? E’ chiaro che sono una follia. Vanno contro la Strategia Marina dell’Unione Europea che chiede che non si immettano rumori in mare. Non convengono strategicamente perché esauriscono risorse che ci potrebbero servire in momenti critici. Non convengono economicamente perché i vantaggi li avranno aziende straniere.
Quali motivazioni stanno dietro a queste decisioni? Forse io non capisco molto di strategie economiche e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse. Però un pochino di ambiente capisco e so che non è saggio distruggere il capitale naturale per aumentare il capitale economico. Alla fine si pagano costi (anche economici) che sono ben maggiori dei benefici. Come al solito, però, i benefici vanno ai privati e i costi sono a carico del pubblico.
Se vogliono approvazione, i politici che hanno effettuato questa scelta ce la devono spiegare un po’ meglio. Altrimenti diventa legittimo il pensiero che si voglia favorire la lobby dei petrolieri. Come si potrebbe sospettare un atteggiamento in favore di quella dei banchieri che fottono i risparmiatori. O un atteggiamento in favore della lobby dei costruttori, quando si pianificano spese faraoniche in giochi olimpici e, quando questi vengono bocciati, si ricomincia a parlare di ponte sullo stretto di Messina. Tutte cose che danno lavoro, non lo metto in dubbio, ma non potremmo una volta tanto usare i soldi pubblici per risanare il nostro territorio, invece di svenderlo e di continuare a devastarlo? Ma, ripeto, forse non sono abbastanza intelligente a capire la logica di queste scelte. Spero proprio che i responsabili di tutto questo riescano a farcelo capire. Perché questo non è sviluppo economico, è devastazione del capitale naturale. Chi pagherà il conto di politiche dissennate? Stiamo già pagando il conto delle politiche dissennate del passato, potremmo non continuare sulla stessa strada?



SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 177 - (25 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 26 Ottobre 2016 06:48

Le implicazioni economiche della controriforma costituzionale

 

[“MicroMega” online del 25 ottobre 2016]

 

 

“Se la riforma costituzionale venisse bocciata il rischio politico aumenterebbe in modo rilevante e alcuni degli sforzi fatti per aumentare la produttività e rafforzare la crescita economica di lungo termine potrebbero subire una battuta d’arresto” Fitch Ratings, Inc./Ltd., - agenzia internazionale di valutazione del credito e del rating.

 

 

 

Il prossimo 4 dicembre saremo chiamati a pronunciarci sulla revisione di una parte consistente della Costituzione vigente. Si tratta di un tentativo di riforma che, se avrà successo, ridisegnerà in modo significativo i rapporti fra Stato e mercato nell’economia italiana. In altri termini, è estremamente difficile ritenere che si tratti esclusivamente di un’operazione, per così dire, ‘sovrastrutturale’ che incide esclusivamente sulla sfera della politica e dei rapporti di bilanciamento dei poteri fra camera dei deputati e nuovo senato, fra governo e amministrazioni locali. Detto diversamente, la riforma costituzionale la si può leggere come un provvedimento di politica economica, soprattutto su questi aspetti.

1) La modifica dell’art.81, già fatta due anni fa e mantenuta nel nuovo testo, di fatto stabilisce che le politiche di sostegno della domanda anche solo in funzione anti-ciclica (l’aumento della spesa pubblica in fasi recessive) sono incostituzionali, dal momento che il nuovo articolo – peraltro approvato con pochissima discussione in Parlamento – stabilisce che lo Stato italiano si impegna a mantenere tendenzialmente l’eguaglianza fra spese ed entrate. L’obiettivo del pareggio di bilancio diventa costituzionalmente garantito e, come è agevole intuire, diventa costituzionalmente garantita una particolare teoria economica. Quella, di impronta liberista, che si fonda sulla convinzione che la spesa pubblica sia solo fonte di sprechi e che in fasi recessive occorre semmai ridurre la spesa pubblica – la c.d. dottrina dell’austerità espansiva, ampiamente sperimentata in Europa e in Italia negli ultimi anni (e attualmente ancora dominante, in teoria e nei fatti), peraltro ampiamente smentita sul piano teorico e fattuale.

2) L’abolizione del CNEL non è affatto, come sostenuto sia dal fronte del SI sia anche da molti esponenti del fronte del NO, un atto dovuto in considerazione del fatto che si tratta di un ente inutile. A parte la difficoltà di dare una definizione condivisa di ente inutile, il CNEL è stato pensato come fondamentale organo consultivo per le attività di programmazione economica che la costituzione vigente assegna allo Stato. In tal senso, la sua abolizione sancisce la convinzione che lo Stato debba rinunciare a programmare l’attività economica, ovvero debba ritirarsi, fare un passo indietro, rispetto alle dinamiche proprie di un’economia di mercato.

3) Non è un mistero, anzi è parte integrante della propaganda ufficiale del Governo, che il tentativo di fuoriuscire da questa lunga recessione passa attraverso il tentativo di attrarre investimenti. Sul sito del Governo italiano, si invitano le imprese a investire in Italia (o a non delocalizzare) facendo presente che in Italia i salari sono ‘competitivi’, cioè bassi: il che è assolutamente vero. Cosa c’entra questo con la riforma costituzionale? E’ la ‘governabilità’ a dovere garantire questo esito, negli auspici del Governo. L’accentramento di poteri dovrebbe far sì che l’esecutivo assuma in tempi più rapidi di quelli attuali (sebbene sia noto che la produzione di leggi in Italia non sia assolutamente al di sotto della media europea) decisioni che favoriscano l’ingresso nel nostro Paese di capitali esteri. Si può ricordare che un obiettivo analogo si pose in fase di discussione dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e si può registrare che da allora, ovvero nell’ultimo biennio, la localizzazione di investimenti in Italia è stata sostanzialmente nulla. In quella fase, l’argomento era: le imprese non investono in Italia perché abbiamo un mercato del lavoro troppo rigido. In questa fase, l’argomento è: le imprese non investono in Italia perché i tempi di decisione della Politica sono troppo lenti. Stando alle rilevazioni del Centro Studi CGIA, la dinamica degli investimenti diretti esteri (IDE) presenta, per l’Italia, un saldo negativo, ovvero è maggiore il valore degli investimenti effettuati dalle imprese italiane all’estero rispetto al valore degli investimenti “in entrata”. La scommessa governativa – rivedere la Costituzione per attrarre investimenti – appare dunque molto ragionevolmente perdente, anche perché, considerando la recente bocciatura del nuovo testo da parte della finanza sovranazionale (attraverso il Financial Times), la riforma è troppo confusa per essere compresa da investitori esteri e non è neppure soddisfacente per chi la ha commissionata. E’ noto infatti che, a partire da un report del 2013, J.P. Morgan ha sollecitato una profonda revisione della Costituzione italiana, invitando il Governo a emendare i troppi elementi di “socialismo” che essa contiene, con particolare riferimento alla “tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori” e al diritto di sciopero, che, per la finanza sovranazionale della quale J.P. Morgan è fra le massime espressioni, andrebbero superati[1].

Ma, per molti aspetti, è anche una scommessa controproducente ai fini del recupero di un percorso di crescita, nonostante l’opinione del Centro Studi di Confindustria[2]. Come è noto, a partire dalla primavera scorsa, Confindustria ha esplicitato un netta posizione a favore del SI, con argomentazioni francamente imbarazzanti per chi continua a ritenere le previsioni in Economia una cosa seria, sebbene difficilissime da implementare e comunque da assumere cum grano salis. L’Ufficio studi di Confindustria prevede in caso di vittoria del NO uno scenario a dir poco drammatico: una riduzione del Pil dell’1,7%, un crollo degli investimenti del 12,1%, un aumento di 430 mila poveri e un calo degli occupati di 289mila unità. Curiosamente, a differenza di quanto normalmente si fa (e si dovrebbe fare) non si fanno previsioni sullo scenario alternativo (vittoria del SI), così che non è dato sapere, ammesso che la metodologia sia valida, se il SI produrrebbe crescita o – caso da non escludere - una recessione ancora più intensa.

Come vengono motivate queste previsioni? Fondamentalmente avvalendosi dell’argomento per il quale il NO produrrebbe instabilità; l’instabilità produrrebbe incertezza; l’incertezza si assocerebbe a declino degli investimenti e alla conseguente contrazione del tasso di crescita. Posta la questione in questi termini, viene da chiedersi, non retoricamente, perché non dovrebbe accadere quanto previsto in caso di vittoria del NO per tutte le possibili crisi di governo. E’ ovvio infatti che ogni cambiamento istituzionale genera incertezza, così come lo genera la resistenza (se ha successo), a cambiamenti di significativo rilievo del disegno istituzionale.

A ben vedere, sembra molto più ragionevole l’argomento contrario. Innanzitutto, è proprio il Governo ad aver creato le condizioni per un aumento dell’incertezza, che è esattamente la variabile che, proprio per la logica seguita dall’Ufficio Studi di Confindustria, disincentiva l’attrazione di investimenti. In secondo luogo, se si riconosce che la ‘riforma’ è finalizzata all’attrazione di investimenti occorre riconoscere che questa si rende semmai possibile comprimendo i salari e i diritti dei lavoratori. Sulla base di questa lettura, non sorprende che Confindustria sostenga pienamente le ragioni del SI.  E tuttavia, questa strategia – se risulta inefficace, come c’è da aspettarsi, per l’aumento degli investimenti - rischia di generare ulteriore compressione della domanda interna e l’ulteriore intensificarsi della recessione.

 

 

 


[1] Sul punto, si rinvia, fra gli altri, a G. Forges Davanzati, La finanza sovranazionale e la controriforma costituzionale, Micromega on-line, 27 settembre 2016.

[2] Centro studi Confindustria, La risalita modesta e i rischi di instabilità, Scenari Economici, giugno 2016, n.26.


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