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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Saggi e Prose


Dalla volgarità agli insulti PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 10 Ottobre 2016 15:28

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 8 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. In questa veste, vengo chiamato in causa (insieme ad un collega sociologo, Mario Spedicato) da un art. di Ettore Bambi apparso nel « Nuovo Quotidiano» di ieri, 7 novembre. Bambi è stato comprensibilmente colpito dalla reazione che si è scatenata in rete contro Roberto Benigni, reo di aver dichiarato che voterà “sì” al referendum del 4 dicembre. I dati sono impressionanti. Sui primi 100 commenti, 8 erano nella sostanza favorevoli alle opinioni di Benigni, 15 erano contrari: sin qui nulla di male, in un caso e nell’altro, la libertà di opinione è la conquista più importante che la società garantisce all’individuo  (insieme alla libertà dal bisogno). Ma fa rabbrividire che 77 commenti (la grande maggioranza) erano brevissimi e contenevano solo insulti: pagliaccio, o buffone o giullare (12); venduto (13); misero (2); da prendere a calci...(3); da sputargli in faccia (1); verme (3); figlio di... (2); bastardo (2); squallido (4); schifoso (5); sieroso (1); virus toscano (1). È giusto chiedersi cosa succeda nella rete e perché tanta gente, invece di ragionare, preferisca insultare.

Chiariamolo subito. L’insulto è insulto, da chiunque venga e a chiunque sia rivolto, con qualsiasi mezzo. Generosamente Bambi chiama in causa le parolacce (pipì, cacca, ecc.) con cui i bambini piccoli si divertono quando scoprono certe funzioni del corpo. Ma poi, a 5 o 6 anni, la smettono e i loro divertimenti diventano più maturi. I bambini non c’entrano, siamo fatti male noi adulti (non tutti, per fortuna).

La volgarità dilaga nei film, negli spettacoli televisivi, penetra nel parlare (e nello scrivere) dei nostri tempi. Qualcuno si è divertito a contare le cosiddette parolacce presenti in un film americano che ha avuto molto successo anche da noi, Il lupo di Wall Street di Martin Scorsese (2013). Nell’originale inglese la parola fuck (che traduciamo ‘vaffa…’) è  usata 506 volte: il film dura quasi tre ore, in media 3.16  ‘vaffa…’ al minuto. Se aggiungiamo le altre parolacce del film (il lettore mi scuserà se rinunzio a elencarle) raggiungiamo 569 casi di male parole, record mondiale meritevole dell’Oscar (il primo così raggiunto da Leonardo di Caprio, protagonista del film… L’Oscar “vero” l’ha ottenuto solo nel 2016).

Qualcuno (a mio avviso troppo benevolo) sostiene che la volgarità nei film di Scorsese e di altri non è mai fine a sé stessa, anzi è funzionale al racconto. In Il lupo di Wall Street servirebbe a descrivere un mondo fatto di eccessi, di sesso e di droga che non potrebbe essere spiegato in altri modi o con altre parole. Parolacce e  volgarità servirebbero a rafforzare una certa idea  di realismo, servirebbero a descrivere.  Ma la domanda è: perché altri registi raggiungono lo stesso scopo senza abusare di un certo lessico?

E poi. Dalla rappresentazione cinematografica quel modello entra nella vita quotidiana (non sempre per ottenere effetti di realismo); o forse la direzione è inversa, non so. Non mi rassegno a riconoscere a parole e locuzioni triviali la funzione di intercalare innocuo (come dire, una parola vale l’altra) o di moltiplicatori di espressività (vuoi mettere? è così bello usare le parolacce…).

Dalla volgarità si passa spesso agli insulti, il passo può essere breve. Tocchiamo per questo un altro settore della nostra vita, quello politico. Su Facebook Salvini definisce il presidente Mattarella «complice di scafisti, sfruttatori e schiavisti». Lo cito, facendogli involontariamente pubblicità, ma non è certo unico; succede troppo spesso nei dibattiti televisivi di oggi, che fanno rimpiangere le educate e argomentate (anche se un po’ soporifere) tribune televisive di un tempo. E non succede solo in Italia. Hillary Clinton e Donald Trump arrivano a scambiarsi offese sul piano personale, dimenticando che aspirano alla presidenza della nazione più potente del mondo e uno dei due avrà enormi responsabilità verso il mondo intero.

Poco male (forse) se la mancanza di educazione e la aggressività verbale fossero confinate in cerchie ristrette. Ma così non è: i cattivi modelli sono come le male erbe, proliferano. E la aggressività verbale spesso è accompagnata da comportamenti aggressivi.

Le prediche non servono. La domanda è: si può fare qualcosa di concreto? Avrei un’idea, per cominciare: chiamiamo le cose pessime con il loro nome, evitiamo i camuffamenti.

Sono numerosi i casi di «bullismo», con  conseguenze tragiche; i soggetti deboli o vulnerabili non ce la fanno, soffrono e si suicidano.  Molti giovani si sentono  «bulli», spesso se ne vantano, mettono in rete le loro imprese. Chiamiamo quel comportamento «sopraffazione» e «prevaricazione», definiamo «sopraffattore» e «prevaricatore» chi si comporta in un certo modo. Le cose saranno più chiare.

A volte ricorriamo alla lingua inglese, usiamo le parole «stalking» e «stalker» estranee alla nostra lingua: le capiamo poco, involontariamente contribuiamo a mascherare la brutalità delle azioni. L’etimologia non ci aiuta, il verbo inglese «to stalk» significa ‘camminare con circospezione’, quasi il comportamento di uno che si muove discretamente per non disturbare. Usiamo invece «violenza» e «violentatore», capiremo tutti meglio.

E infine. Oggi molti parlano di «furbetti», «del quartierino», «del cartellino», ecc. Invece no: chi tenta una frode affaristica o immobiliare,  chi  invece di lavorare va in giro a passeggiare e ruba lo stipendio non è un «furbetto», è un «criminale» (nei casi più gravi) o uno «scansafatiche» o un «nullafacente», chiamiamoli così.

I mezzi di comunicazione possono dare l’esempio, cominciamo noi. Usare bene la lingua aiuta a capire cosa succede nella società, quindi contribuisce a migliorarla

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Solo per amore. Frammenti su Vittorio Bodini PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Domenica 09 Ottobre 2016 17:59

Come un grande amore. Nel modo in cui accade per ogni grande amore; come ogni grande amore si confronta con il dissidio, con l’incomprensione, tra Vittorio Bodini e il Sud c’è stata la tensione lacerante di ogni grande amore.

C’è stata la passione ebbra, l’illusione dell’eternità di quell’amore; c’è stato il desiderio prorompente, l’ansia, la frenesia, la sensualità spossante, poi l’intenzione dell’addio, la separazione. Poi il ritorno malinconico. Poi l’allontanamento. Un altro. L’ultimo: nostalgico, pietoso, soffocato dal rimpianto.

Mai, però, ci fu l’indifferenza. Mai ci fu l’estraneità, il sentirsi slegato da ogni vincolo, affrancato da una sentimentale soggezione, spiantato dalla terra, abbandonato dal sogno e dall’ idea di una nuova vita per una terra e per i destini che dentro quella (questa) terra si generano e si dipanano, si annodano e si aggrovigliano, si ritrovano o si disperdono, si differenziano o si rassomigliano.

Nel modo in cui accade per ogni grande amore, Vittorio Bodini ha vissuto il Sud con una contraddizione carica di energia inquieta, con un alternarsi di attrazione e di rifiuto, tra l’istinto di fuggire e il desiderio di tornare, fino a raggiungere l’esasperata e al tempo stesso lucida coscienza di un’assoluta, irreversibile, drammatica volontà di morte nella lontananza.

“Qui non vorrei morire dove vivere/ mi tocca, mio paese/ così sgradito da doverti amare”.

E’ in questo disperato desiderio di un altrove ultimo, di una morte  inappartenente e sradicata dal “qui” dove l’esistenza è costretta per destino, o per necessità, o forse per quell’amore  così prepotente e sfrenato da restare sempre e irrimediabilmente inappagato, che esplode l’espressione del rifiuto della terra com’è nel suo presente.

Ma c’è quel  “doverti amare”: come una costrizione all’amore determinata da un senso di legame filiale impossibile da disconoscere, irrinunciabile, un nodo al cuore che  non si può slegare e che fa sempre più male perché sempre più si fa disperato affetto.

Non dice, Vittorio Bodini, quale sia l’altro luogo; non c’è, per Vittorio Bodini, un altro amore per un’altra terra. C’è soltanto lo straziante sentimento di una insofferenza del “qui”; c’è soltanto l’aspirazione ad una fuga che coincida con una dissolvenza anche del possibile ricordo che si può lasciare negli altri che rimangono lì dove un giornale loda la guardia campestre che spara sui ladri di chiocciole.

Il ritorno si rende sopportabile soltanto se contempla la possibilità di una trasformazione, di un diventare “altro” dall’essere, per riappropriarsi di un senso originario che è stato perduto o rifiutato.

Ogni partenza di Bodini è sempre impregnata del senso di un addio anche quando questo senso racchiude la prefigurazione di un ritorno.

Partire svanendo, dunque, e poi fare ritorno, ma con un altro cuore, con un altro pensiero “ duro e sofistico”, disposto  - o costretto –al confronto serrato e impietoso con se stesso e con quello che intorno appare in superficie o si nasconde nel passato profondo.

L’esperienza poetica del ritorno, per Bodini è un’esperienza della morte: di una morte che coinvolge tutte gli esseri e le cose, ogni dimensione del tempo; è un nostos che annichilisce, che provoca uno stordimento esistenziale, che stringe in una condizione di abissale vuoto interiore.

Il luogo verso cui tende e si conclude il viaggio di ritorno è quel  paese nel Sud, “dove ogni cosa, ogni attimo del passato somiglia a quei terribili polsi di morti/ che ogni volta rispuntano dalle zolle/ e stancano le pale eternamente implacati”.

E’ nel luogo e nel tempo del ritorno che matura la comprensione della ineluttabilità di una perdita: “qui” – dice Bodini- “ s’era fatto il mio volto”, in quel luogo destinato dall’origine, in quell’incessante riaffiorare di un passato  che il tempo e la morte non riescono a placare, nella lontananza assoluta e definitiva  da altri luoghi e altre esistenze.

Il volto dell’altro, di chi si è costretti a perdere, quel volto che ha il profilo  di un amore forestiero, si è fatto, invece, in altri paesi  “ a cui non posso pensare”.

Cosa c’è dietro – dentro-  il verso “ a cui non posso pensare”?
Se si può anche leggervi una nostalgia di altri paesi ai quali non si appartiene per origine, allora Bodini scardina l’assioma della nostalgia del proprio paese, o soltanto del proprio paese.

Il solo paese in cui sia possibile ritornare senza farsi sommergere dal senso dilagante di morte, è quello della memoria. Ma il paese della memoria è un luogo inesistente. E’ soltanto proiezione dell’immaginazione. E’ una pura invenzione della parola. Però è questo paese che per Bodini diventa l’orizzonte di uno struggente desiderio. E’ il paese dell’infanzia che è , anch’essa, un’invenzione, una fiaba consolatoria, il possibile rifugio quando il presente è la furia di una bufera. E’ il paese dello stupore per la scoperta di se stesso e degli altri che abitano quel paese: creature che proteggono da ogni insidia del mondo e soprattutto dall’agguato che tende  il futuro. E’ il paese edificato giorno per giorno con le parole di una poesia.

Solo in quel paese,  Vittorio Bodini si riconosce, riesce cioè a riconoscere se stesso, il proprio essere autentico.
Ma allora: se l’essere autentico è una possibilità  concessa solo alla poesia, se il riconoscimento di se stesso avviene solo dentro il luogo della poesia, si può ipotizzare che sia soltanto la poesia il vero e unico paese che Bodini abita o che può abitare, in cui non si sente mai straniero, dal quale non deve mai partire, al quale non deve mai fare ritorno.

Come un grande amore, dunque, la storia tra Bodini e il Sud ha dentro il suo sviluppo tutta l’impossibilità di una ordinaria situazione e tutta l’incomparabile poeticità della straordinarietà di una condizione.

Ci sono eventi che accadono per caso, nella poesia di Vittorio Bodini, come, talvolta, accadono per caso gli eventi, in ogni vita: per disegni imponderabili, ragioni ingovernabili, cause senza un’origine che si renda manifesta, impreviste deviazioni lungo il transito dei giorni, occasioni inaspettate, insospettate, cattive o buone.

Per caso accade in Bodini, innanzitutto, quell’evento dal quale ogni altro deriva ed al quale è subordinato, quello che una creatura si porta dentro con felicità in certe stagioni,  in altre con disperazione, o con felicità e disperazione mescolate, in altre ancora.

Esistere. E’ questo il caso originario, per Vittorio Bodini: un caso che poi si carica di una connotazione umana radicale, di un destino dal significato inequivocabile: esistere al Sud. Pensarsi e rappresentarsi come l’esito di un colpo di dadi, come numero deciso dalla sorte che realizza innumerevoli combinazioni.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 176 - (6 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 07 Ottobre 2016 06:50

Dopo Bratislava

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 6 ottobre 2016]

 

Il recente vertice di Bratislava sul futuro assetto dell’Unione europea sembrerebbe, dato l’esito molto negativo del risultato, dar ragione agli euroscettici e, in particolare, ai sostenitori della fuoriuscita unilaterale dell’Italia dall’area euro. Si tratta di un’ipotesi coltivata, negli ultimi anni, da non pochi economisti, che torna in auge in ogni momento di riacutizzazione dei problemi interni all’Unione e sulla quale occorre sgombrare il campo da alcune ipotesi assai discutibili sulla quale si basa. Andiamo per ordine.

1.Si sostiene che il recupero della sovranità monetaria consentirebbe l’attuazione di politiche fiscali espansive, impedite dagli accordi europei sui vincoli all’espansione del deficit e del debito pubblico. Falso. L’Italia ha perso la sua sovranità monetaria con il c.d. divorzio fra Tesoro e banca d’Italia del 1981, voluto da Nino Andreatta e da Carlo Azeglio Ciampi. Da quell’anno, del tutto indipendentemente dai vincoli europei, non è consentito alla Banca d’Italia l’acquisito di titoli del debito pubblico (la c.d. monetizzazione del debito) e, dunque, la spesa pubblica può essere finanziata via tassazione o emissione di titoli di Stato sui mercati azionari, non più “stampando moneta”.

2.Si sostiene che la fuoriuscita unilaterale dall’euro consentirebbe all’Italia di recuperare un percorso di crescita trainato dalle esportazioni mediante la svalutazione della lira. Falso, anche in questo caso. Le svalutazioni, nel caso italiano, hanno sempre generato effetti perversi. In primo luogo, perché hanno consentito alle nostre imprese di far profitti non innovando. Ed è questo uno dei principali fattori che hanno determinato il drammatico calo del tasso di crescita della produttività del lavoro in Italia, da almeno un ventennio. In secondo luogo, in un’economia dualistica nella quale le imprese esportatrici sono quasi esclusivamente localizzate nel Nord del Paese, le svalutazioni hanno significativamente contribuito ad accentuare i divari regionali. A ciò si può aggiungere che l’exit italiano non potrebbe che associarsi all’adozione di misure protezionistiche e che queste sarebbero estremamente dannose per le nostre imprese in un contesto nel quale le c.d. catene internazionali del valore rivestono un ruolo sempre più importante per la crescita economica (si tratta in sostanza di forme di delocalizzazione di piccole unità produttive specializzate nella produzione di beni intermedi che circolano nello spazio europeo e che sono acquistate dalle imprese produttrici di beni finali). La gran parte delle imprese italiane sopravvive grazie a rapporti di subfornitura di prodotti intermedi alle imprese localizzate nel centro del continente. Eventuali misure protezionistiche ne decreterebbero il fallimento.

3. Si sostiene infine che l’Europa è irriformabile e che, su questa premessa, i benefici dell’uscita sarebbero certamente superiori ai costi della permanenza. Falso o comunque tutto da dimostrare. In primo luogo, l’Unione europea ha subìto, nel corso della crisi, numerosi e importanti cambiamenti. Rilevante in tal senso il programma di acquisto di titoli di Stato sui mercati secondari voluto dalla BCE di Draghi: il cosiddetto quantitative easing, assolutamente inimmaginabile da quando l’Unione Monetaria è stata costituita. In secondo luogo, non è mai esistita una unione monetaria delle dimensioni di quella attualmente esistente in Europa e di norma le ‘piccole’ unioni monetarie del passato si sono dissolte tramite accordo fra i Paesi membri: mai con abbandoni unilaterali.

Infine, i sostenitori dell’abbandono dell’euro incorrono in un cortocircuito logico, quando provano a motivare politicamente questa scelta. Il loro argomento, tipico di una certa sinistra politica italiana, è che poiché le politiche europee sono di destra, le politiche nazionali post-euro sarebbero necessariamente di sinistra. Qui siamo nella sfera delle speranze o delle utopie. Come è noto, escluse alcune ambiguità del Movimento 5stelle sul tema, la sola forza politica che esplicitamente vuole l’abbandono dell’euro è la Lega Nord. Si può realisticamente immaginare che la gestione dell’exit da parte dell’Italia si associ a non meglio definite politiche ‘di sinistra’ laddove a gestire l’eventuale transizione sarebbe il partito più a Destra nell’attuale schieramento politico?

Sia chiaro che il progetto di unificazione europea è a dir poco imperfetto e che ben pochi sarebbero disposti a difenderlo per come si è venuto configurando. L’Unione europea è tutt’altro che un’area monetaria ottimale e resta un puzzle capire come non sia ancora implosa. Ciò detto, ci sembra di poter condividere la tesi, o profezia, di George Soros, uno dei massimi speculatori sulla scena internazionale, per la quale se l’Unione morirà lo dovrà alla Germania. Quando l’economia tedesca non avrà più bisogno, come mercato di sbocco, del resto dell’Unione è probabile che troverà conveniente decretare la fine dell’esperimento. In tal senso, non ci sembra che l’insistenza del nostro Presidente del Consiglio sulla maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici – tema ‘caldo’ nel recente vertice di Bratislava – sia risolutivo: il potere politico dell’Italia nel continente è ancora ai minimi termini e, in queste condizioni, fare la “voce grossa” nella migliore delle ipotesi è inutile; nella peggiore delle ipotesi può generare il sospetto che le risorse addizionali (di cui, beninteso, l’Italia avrebbe bisogno) verranno destinate a elargire mance: il provvedimento sugli 80 euro in busta paga e lo spreco degli sgravi fiscali del Jobs Act – senza alcuna ricaduta su occupazione e crescita – alimentano questo timore.


I nomi, i suffissi e il senso di appartenenza – (2 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 03 Ottobre 2016 06:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 2 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Nelle scorse puntate della rubrica che ogni domenica appare sul nostro giornale ho invitato i lettori interessati a proporre osservazioni e domande. La sollecitazione comincia a funzionare, alcuni scrivono. Un lettore mi pone questioni molto acute. «Esistono delle regole con cui la lingua italiana designa gli abitanti (o cittadini) di un paese o di una città?  In altre parole perché gli abitanti di Roma si chiamano Romani e quelli di Milano  si chiamano Milanesi e non  "Milanani"? e come si chiamano gli abitanti di Aradeo o di Patù? e gli abitanti del Bangladesh si chiamano Bangladeshi o Bengalesi? la questione è venuta fuori anche su Internet, in occasione dell’attentato. Naturalmente gli esempi sono infiniti, e anche se si può sempre ricorrere a un generico “abitanti di XXX” penso che concorderai con me che non è la stessa cosa dire  “sono Galatinese” e sono “un abitante  (cittadino) di Galatina”».

Preciso. Chi scrive dandomi del “tu” («concorderai con me») è mio amico, uno dei miei più amici più brillanti, non ne faccio il nome per discrezione. Sa usare benissimo la lingua italiana,  non commetterebbe mai la leggerezza di abusare del «Tu» in luogo del formale «Lei», come invece si sente sempre più spesso, in diverse situazioni. Questo fenomeno linguistico apparentemente banale  (il «Tu»  che prevale sul «Lei» anche nei rapporti tra sconosciuti) merita attenzione, è una spia del mondo in cui viviamo, forse ne parleremo in una prossima occasione.

Torniamo ai quesiti del mio amico. Non esiste una regola rigida, per capirne di più dobbiamo rifarci al latino, da cui la nostra lingua discende (così è per l’italiano, così è anche per il francese, per lo spagnolo, per il portoghese, per il rumeno e per altre lingue). Basterebbe solo questo, la grande opportunità  che rappresenta il latino come strumento utile a farci capire molti fenomeni dell’italiano, per certificare l’importanza di mantenere l’insegnamento del latino nelle nostre scuole e nelle nostre università. Bisogna farlo bene, naturalmente. Se ci sappiamo fare, se noi professori siamo bravi, addestriamo gli studenti a riflettere sul funzionamento dell’italiano, mettendoli nella condizione di paragonare le strutture della propria lingua con quelle della lingua madre, il latino. In questo modo lo studente ragiona su come funziona la mente: il linguaggio appartiene alla sola specie umana, abbiamo imparato a parlare poche decine di migliaia di anni fa (un soffio, rispetto all’età del nostro pianeta),  per questo ci distinguiamo rispetto a tutti gli altri viventi. Altro che «aboliamo il latino, non serve», come a volte si ripete.

Torniamo alla domanda iniziale. Il latino aveva varie terminazioni (potremmo anche dire desinenze, suffissi) per indicare il rapporto di appartenenza, usate per la formazione dei nomi di abitanti a partire dal luogo di provenienza: -anus, -ensis/-esis, -inus e altre che non analizzo per brevità.

Il primo suffisso,  -anus (>  it. -ano), dà origine a  romano (< Roma), mantovano (da Mantova), padovano (< Padova), napoletano, bresciano, orvietano, veneziano, goriziano, aostano, emiliano, ecc. Molto spesso da quelle forme nascono nomi propri e cognomi: Romano nome proprio, come Prodi; Emiliano nome proprio e anche cognome, come l’attuale presidente della regione Puglia; ecc. Con il suffisso -anus applicato al nome dei proprietari in epoca latina si formavano i  nomi dei poderi: Ottaviano ‘podere di un Ottavio’ (e poi diventa nome proprio), Corigliano (< lat. Corelianum) ‘podere di un Corelius’, Martano ‘villa rurale di un Martus’, Martignano ‘podere di un Martinius’ (e poi tutti diventano cognomi). Nei paesi di lingua greca del Salento (quelli che abbiamo citato e altri) esiste anche la desinenza -anò, corrispondente a quella latina, nella forma dell’antico neutro: ta Corianà, ta Martignanà, ta Martanà (per i nomi dei paesi) e curianò, martignanò, martanò, cutrifianò, ecc. (per designare gli abitanti di quelle località).

Il secondo suffisso, -ensis/-esis (> it. -ense /-ese), è quello di gran lunga più usato: milanese, bolognese, torinese, calabrese, galatinese, leccese, e nomi etnici come danese, francese, inglese. Anche in questo caso nascono cognomi: Calabrese, Milanese, ecc. La desinenza può applicarsi anche in forma più generica: borghese ‘appartenente a un borgo’,  forese/furese (< forensis ‘che vive fuori dalla città’) ‘contadino’,  carrese ‘che adopera il carro’, ‘carrettiere’ (Carrese / Carrisi è un cognome, quello di Al Bano e di altri).

Il terzo suffisso, -inus (> it. -ino), è un po’ meno diffuso: fiorentino, perugino, aretino, tarantino, brindisino, bitontino (tutti poi diventano anche cognomi). Ma, oltre a indicare la provenienza geografica, assume molte altre funzioni, ne ricordo alcune. Indica l’appartenenza in pecorino ‘di pecora’, vaccino ‘di vacca’, settembrino ‘di settembre’; assume valore diminutivo in camerino, tavolino, villino; spesso rivela una partecipazione affettiva quando ci rivolgiamo ai bambini: ditino, manina, fratellino; nei nomi propri assume valore vezzeggiativo (e a volte ironico):  Carlino, Paolino, Pietrino, Peppino; anche al femminile: Mariannina, Teresina. Dai romanzi e dai film televisivi del commissario Montalbano abbiamo imparato a conoscere un uso specifico del dialetto siciliano: quarantino ‘uomo di quarant’anni’, cinquantino ‘uomo di cinquant’anni’ (qui -ino sostituisce -enne della lingua nazionale: quarantenne, cinquantenne).

Esiste un’opera bellissima, che spiega nei dettagli le cose di cui parliamo: è la Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti di Gerhard Rohlfs, in tre volumi, stampata prima in Germania in lingua tedesca e uscita poi in traduzione italiana tra il 1966 e il 1969. Gli studenti che imparano a consultarla ne restano affascinati: la storia meravigliosa della nostra lingua e dei dialetti, dalle attestazioni più antiche fino alla metà del Novecento è lì. Rohlfs è morto ultranovantenne e forse qualche vecchio dei nostri paesi ricorda ancora la figura inconfondibile di quel professore tedesco che per decenni, più volte all’anno, di preferenza in primavera e in autunno, è venuto nel nostro Salento (e in Sicilia, e in Calabria) per studiare i dialetti meridionali. Ne restano monumenti scientifici ancora insuperati, in primo luogo il Vocabolario dei Dialetti Salentini (ristampato anni fa dall’editore Congedo di Galatina).

Su queste basi, possiamo rispondere a tutte le domande del lettore. Rientrano appieno nelle tipologie tradizionali, anche se sono poco conosciuti, i nomi degli abitanti di Aradeo: aradeini (con -ino); e di Patù: patuensi (con -ense), se ci riferiamo al nome attuale del piccolo centro, o veretini (con -ino), se si prende spunto dal nome della collina situata alla periferia dell’abitato, dove sorgeva l’antica città messapica di Veretum.

La scelta tra questi suffissi non è soggetta a regole definite, è libera, decidono i parlanti, lo sa bene Alice, la ragazzina del Paese delle meraviglie (ricordate il dialogo con Humpty Dumpty? ne abbiamo parlato il 3 luglio). Un’opera importante, in quattro grossi volumi, il Deonomasticon Italicum. Dizionario storico dei derivati da nomi geografici, di Wolfgang Schweickard (università di Saarbrücken), pubblicata da Niemeyer a Tübingen, registra in modo ampio e molto documentato le parole italiane che derivano da nomi propri come quelli di cui ci stiamo occupando. In quest’opera si distingue tra bangladese (non bangladeshe, che non è registrato) ‘del Bangladesh’ e bengalese (con la variante bengalino) ‘del Bengala’ (regione dell’Asia meridionale, appartenente per la parte occidentale all’Unione Indiana e per la parte orientale al Bangladesh).  E dunque i due termini non sono equivalenti; la confusione si spiega perché si tratta di realtà lontane e poco conosciute, non molti di noi vanno e vengono quotidianamente dal Bangladesh…

A Rohlfs (scomparso) e a Schweickard (in piena attività) dobbiamo lavori magnifici dedicati alla nostra lingua e alla nostra cultura. Parleremo in una prossima occasione di un’altra impresa straordinaria, il Lessico Etimologico Italiano di Max Pfister. In Germania, il Consiglio Nazionale finanzia ricerche sulla lingua e sui dialetti italiani, stampate spesso in italiano. Benissimo, dobbiamo solo essere compiaciuti, sarebbe bella la reciprocità. Con studi del genere, che gettano ponti tra le culture e tra gli uomini, si rinsaldano all’interno dell’Europa rapporti che oggi rischiano di sbriciolarsi. Sarebbe terribile se il sogno dell’Europa unita andasse in frantumi, se ognuno si rinchiudesse nel proprio orticello, illudendosi di salvarsi. La ricerca abbatte i muri e unisce gli uomini, è questa la strada.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.


L'Ellenismo in Emilio Gabba PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Antica
Scritto da Biagio Virgilio   
Domenica 02 Ottobre 2016 09:40

[ne  I PERCORSI DI UN HISTORIKOS. IN MEMORIA DI EMILIO GABBA, Atti del Convegno di Pavia (18-20 settembre 2014), a cura di Chiara Carsana e Lucio Troiani.]

 

Devo a Emilio Gabba il decisivo orientamento dei miei studi verso l’Ellenismo, dopo gli anni iniziali che mi hanno visto impegnato sul versante storico-istituzionale e storiografico greco di età arcaica e classica. Fu Gabba, infatti, a suggerirmi lo studio della storiografia locale pseudepigraphos in eta` ellenistica, negli anni in cui egli rinnovava profondamente, fra l’altro, vari significativi aspetti degli studi sulla storiografia greca.

In quegli anni, Gabba era venuto svelando le recondite implicazioni politiche (ora filoromane ora antiromane) della storiografia locale ellenistica di tipo erudito e antiquario, prevalentemente d’Asia Minore, polemicamente divisa sulla localizzazione dell’antica Troia e sulla sua identificazione con la Ilion ellenistica, sulla venuta o meno di Enea in Italia e sulle origini troiane di Roma, sull’intreccio della figura di Odisseo con quella di Enea nella fondazione di Roma. La leggenda delle origini troiane veniva così a coesistere con la leggenda delle origini greche di Roma, entrambe elaborate e diffuse con l’intento di nobilitare le origini della città e di contrastare, all’interno della cultura greca, i detrattori che tendevano a delegittimare l’ascesa e il dominio di Roma considerandola una oscura città barbara. Nello stesso tempo, Gabba aveva fatto emergere, da un lato, il carattere elitario e dunque la limitata ricezione e fruizione dell’alta storiografia politica di Tucidide e di Polibio, e, dall’altro, i profondi mutamenti culturali e sociali dell’eta` ellenistica che, come egli osservava, con l’affievolirsi dell’impegno metodico della distinzione fra ‘‘storia vera e storia falsa’’, favorirono il sorgere in letteratura tanto dell’elemento romanzesco, meraviglioso e utopico, vale a dire dell’irrazionale, quanto della fabularis historia. Gabba si chiederà poi se questo «potente movimento verso l’irrazionale e la libertà» non possa essere inteso come la diretta e opposta reazione sociale e culturale al «tentativo del potere (ellenistico) di organizzare se stesso e lo stato e una propria cultura secondo principi scientifici e razionali».


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