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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Saggi e Prose


Il piccolo mondo di un grande poeta: Guido Gozzano PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 15 Agosto 2016 08:51

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 6 agosto 2016]

 

Il nove di agosto del 1916, a Torino, moriva un ragazzo che non aveva avuto il tempo di trasformarsi in uomo e un uomo che non aveva mai avuto il tempo di essere un ragazzo. Si chiamava Guido Gustavo Gozzano. Aveva trentatré anni. A ventiquattro gli era stata diagnosticata una tubercolosi polmonare. Dopo il liceo si iscrisse a giurisprudenza ma non  studiò mai. Di mestiere fece il poeta, e fu un grande poeta, come ogni grande poeta qualche volta incompreso, spesso incompreso. Poeta minore, per lungo tempo si è detto; troppo crepuscolare, mellifluo, lezioso, uno che riduceva la vita a scenetta provinciale, uno che per personaggi aveva la mamma, la Nonna Speranza, la Signorina Domestica, l’avvocato un po’ malato, il molto Regio notaio, il farmacista, il signor sindaco, il dottore. Disse Scipio Slataper che il suo era un mondo di chicche al limoncello, che il suo romanticismo era uno stagnetto di disvio.

Invece Gozzano è un grande poeta. Lo capirono subito Borgese e Serra, per esempio. Dissero che aveva la civetteria degli accordi che sembrano falsi, delle bravure che sembrano goffaggini di novizio; dissero che conosceva le origini letterarie di tutti i sogni.

Gozzano ha la consapevolezza che il mondo sia totalmente inautentico, che l’arte non dura in eterno, che non dura in eterno la poesia, che i versi invecchiano anche prima di noi, che la vita poteva trovare un senso soltanto trasformandosi in parodia, rifacimento, citazione. Ma, come sostenne Montale, Gozzano è stato anche il primo dei poeti del Novecento che sia riuscito ad “attraversare D’Annunzio” per approdare ad un territorio suo. La poesia appartiene alla giovinezza e Guido Gozzano giovinezza non ne ha mai avuta. A venticinque anni già si sente vecchio. In una poesia dei ColloquiIn casa del sopravvissuto- scriveva: “Penso, mammina, che avrò tosto venti-/cinqu’anni Invecchio! E ancora mi sollazzo/ coi versi! E’ tempo d’essere il ragazzo/ più serio, che vagheggiano i parenti./ Dilegua il sogno d’arte che m’accese;/ risano poco a poco, anche di questo!/ Lungi dai letterati che detesto,/ tra saggie cure e temperate spese,/ sia la mia vita piccola e borghese:/ c’è in me la stoffa del borghese onesto”. Così questo ragazzo che ha paura d’invecchiare a venticinque anni, elabora le figurazioni di  un mondo piccolo-borghese, che prima di lui non aveva esistenza e che dopo di lui abbiamo chiamato gozzaniano. Insomma, Gozzano riesce a far comprendere che esiste una verità del falso ed una falsità del vero, che il mondo ha una sua bellezza e una sua bruttezza che spesso si confondono, che l’ironia è un metodo per comprendere il senso profondo delle cose e in qualche caso per difendersene, che è meschino illudere se stesso ed ancora più meschino illudere gli altri, che la modestia, il pudore, sono una maniera per tentare, se mai fosse possibile, di salvarsi la vita. La supponenza, l’arroganza, il sussiego, l’alterigia, la tracotanza, sono all’origine della tragedia. Per capire se questo è vero, basta considerare un attimo la Storia e guardarsi appena appena intorno. Per questo, se non altro, Gozzano è un grande poeta.


Dopo le case, le auto – (29 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 14 Agosto 2016 10:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 29 luglio 2016]

 

Chi va al mare non vuole camminare. In passato, scoperta la bellezza del mare a due passi, è scoppiata la febbre della casa abusiva. Costruita alla bell’e meglio, quanto più vicina possibile al mare. Così sono state smantellate moltissime dune e si sono stravolti un paesaggio e un  ecosistema unici. Ma non basta. Chi non ha la casa in prima fila non vuole camminare. Chi non ha la casa direttamente sul mare vuole come minimo avere un facile accesso, con tutte le comodità. Senza camminare. D’altronde, lo vediamo anche in città. Se si deve comprare qualcosa in un negozio, si parcheggia esattamente davanti a quel negozio, in seconda e a volte in terza fila. Così al mare. Bisogna arrivare proprio lì: due passi e si fa il bagno. L’auto deve arrivare sulla spiaggia, o sugli scogli. Meglio che sia in vista, che potrebbero rubarla. E poi si può usare come base, magari collegata ad una tenda. Si può sentire musica dallo stereo, lasciando le porte aperte. Come gli elefanti si aprono sentieri nella savana e nella giungla, a forza di passare, così le auto hanno aperto varchi e tracciato esili strade. Un intrico di stradine che stravolge l’assetto della costa dove l’abusivismo edilizio non è ancora arrivato. Gli sbarramenti sono aggirati. Prima con i SUV, e poi passano anche le utilitarie.

Questa smania di connessione automobilistica con il mare sta rovinando la costa, non dico tanto quanto le case abusive, ma quasi. Che ci siano sentieri lungo la costa è bene. Che la si possa esplorare a piedi o in bicicletta è magnifico. Abbiamo ancora moltissimi tratti costieri senza abitazioni, e tutti devono avere la possibilità di usufruirne, a patto di non rovinarli.

Vedo che i sindaci finalmente si sono accorti di questo problema. Al tempo dell’abusivismo selvaggio avevano il potere di fermare lo scempio, e non lo hanno fatto. Chi li elegge ha anche costruito le case, mica si può andare contro il proprio “elettorato di riferimento”! La prima responsabilità di quanto è avvenuto è la loro, diretta espressione della popolazione votante. Con qualche sparuta eccezione, i sindaci si opposero fieramente al piano delle coste che cercava di fermare la colata di cemento: è un freno allo sviluppo, tuonavano. I tempi sono cambiati, e la consapevolezza di preservare un patrimonio naturale integro sta caratterizzando molte amministrazioni comunali. Finalmente! La difesa del patrimonio naturale non può essere efficace se la “popolazione residente” non condivide la sensibilità nei confronti della natura. Sono stati fatti molti passi avanti negli ultimi 30 anni. Il problema delle case abusive si risolverà alla fine del loro ciclo di vita. Piano piano la natura si riprenderà il suo spazio. Abbatterle tutte e ripristinare le condizioni che hanno così fortemente alterato richiederebbe l’impiego di carri armati. E poi molte sono state condonate. Per le auto il problema è più semplice. Per prima cosa bisogna allestire parcheggi a distanze accettabili dai posti belli. Con una sentieristica adeguata. Farne tanti, di piccole dimensioni, in modo da distribuire la popolazione senza generare assembramenti nei posti più facili da raggiungere. E poi vigilare in modo continuo e inflessibile che le regole vengano rispettate. Con carri attrezzi che rimuovano le auto degli indisciplinati. Gli addetti alla vigilanza devono essere di altri paesi. Perché il vigile comunale non multerà mai il paesano suo amico. E il turista multato si sentirà prevaricato nel vedere che lui deve seguire le regole e altri no. E non verrà più. I fondi europei con cui si vogliono costruire porti e strade e immense rotonde potrebbero essere impiegati per questo. Come si è fatto, per esempio, alla Palude del Capitano. Ripristinando anche i muretti a secco. Perché i soldi ci sono. Il turismo di chi è disposto a camminare un po’ o, addirittura, a programmare lunghe passeggiate in posti incontaminati e senza l’assillante presenza di meccaniche presenze umane, ha una sua dimensione economica. Questi viaggiatori vogliono godere della bellezza delle nostre coste, e dei nostri centri storici. Non vogliono usare le spiagge come balere, con assordanti rumori che assecondino danze tribali. Questo uso del territorio è legittimo nei posti in cui la natura non ha quasi nulla da offrire. Ma i posti baciati dalla fortuna di una natura magnifica devono generare ricchezza in altro modo. Un sindaco di Porto Cesareo un giorno mi disse che voleva realizzare la Rimini dello Ionio! E per valorizzare il paese eresse un monumento a Manuela Arcuri. Aveva un parco nazionale, l’Area Marina Protetta di Porto Cesareo, ma lo vedeva come un intralcio allo sviluppo. A Rimini non c’è il patrimonio naturale di Porto Cesareo. Voler trasformare Porto Cesareo in Rimini significa non aver capito nulla, anche perché a Rimini quel turismo lo sanno fare molto bene, non è facile competere. Chi viene qui cerca cose che altri posti non possono offrire. Prima di tutto la natura, e poi il patrimonio culturale dei centri storici e, ovviamente, l’enogastronomia.

Ci sono grandi opportunità di destagionalizzazione, con afflussi costanti. L’Italia un tempo era al primo posto nel mondo per la resa economica riveniente dal turismo. Ora siamo al sesto, o forse ancora più in basso. Ci sono paesi meno fortunati di noi dal punto di vista ambientale e culturale che hanno trasformato il proprio territorio in una miniera d’oro. Noi, invece, lo stiamo devastando in modo capillare, Con cemento, asfalto, auto, porticcioli inutili, rumore assordante. Tutte opere che generano ricchezza, con fondi pubblici, nei privati che le realizzano. Poi resta la cattedrale nel deserto e la devastazione di cemento e asfalto inutili.


“Inglesorum”. Le parole oneste sono l’antidoto - (31 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Sabato 13 Agosto 2016 19:53

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 31 luglio 2016]


Di mestiere faccio il linguista. Dopo l’articolo della scorsa settimana, che tratta dei troppi anglicismi nella lingua italiana, ho ricevuto due tipi di lettere. Molti, la maggioranza, condividono e aggiungono tantissimi altri esempi, nei campi più svariati. Altri, in minor numero, affermano (più o meno): il fenomeno non è allarmante, perché preoccuparsene? La differenza di posizioni non deve stupire, su questo tema ci sono opinioni diverse anche tra gli specialisti.

Ne hanno trattato recentemente, in un agile volumetto del Mulino, uno storico contemporaneo, Andrea Graziosi (che insegna a Napoli ed è anche presidente nazionale dell’ANVUR, l’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca Universitaria) e uno storico della lingua italiana, Gian Luigi Beccaria (professore emerito dell’università di Torino, Accademico della Crusca e dei Lincei, noto al pubblico televisivo per aver condotto negli anni Novanta del secolo scorso la trasmissione «Parola mia», gioco televisivo sulla lingua italiana, uno dei migliori quiz culturali della Rai, immagine di una televisione intelligente e garbata che rimpiangiamo).

Provo a riassumere. Graziosi sostiene che «l’italiano non è in pericolo: esso è destinato a restare la lingua dei nostri sentimenti, dei nostri affetti, della nostra intimità e della nostra vita pubblica, la nostra lingua, insomma». Soffre (è vero), insieme alle altre grandi lingue europee, di una riduzione del suo status e del suo prestigio dovuta alla affermazione di una nuova lingua veicolare universale, cioè l’inglese; ma non c’è molto da fare, oggi le cose stanno così. Beccaria la pensa diversamente, non condivide i casi troppo numerosi di anglofilia spinta. Accattiamo espressioni inglesi inutili, con atteggiamento quasi snobistico, per sembrare internazionali; non cerchiamo delle sostituzioni, neppure quando lo potremmo fare senza danni di isolamento. Anche le istituzioni, da parte loro,  non badano granché a difendere  l’italiano:

Non c’è dubbio, noi italiani badiamo poco alle sorti della nostra lingua, altri si comportano diversamente. Guardiamo cosa succede in paesi vicinissimi a noi, la Spagna e la Francia,  dove pure si parla una lingua derivata dal latino, come la nostra. Gli spagnoli usano redes sociales (e noi social networks), primera dama (e noi first lady), ordenador o computadora (e noi computer), deporte (e noi sport), segunda fase (e noi play off); i francesi hanno moniteur (e noi monitor), ordinateur (e noi computer), courri-el (e noi email), SIDA (e noi AIDS).  Un esperimento: chi sa, esattamente, cosa significhi AIDS? Chi sa sciogliere la sigla, che riproduce la sequenza sintattica inglese, non  quella italiana? Al contrario di quanto  succede in Italia, lo stato francese interviene sull’uso della terminologia ufficiale, scientifica, tecnica, istituzionale, raccomanda, consiglia. In Francia nelle disposizioni e negli atti ufficiali promananti dalle strutture centrali e periferiche una parola straniera può essere usata solo a condizione che non esista già una onesta parola francese («un honnête mot français», dicono loro) per designare la stessa cosa o esprimere la stessa idea. Se facessimo lo stesso, molte oneste parole italiane rimpiazzerebbero senza difficoltà gli anglicismi più o meno abusivi presenti nella nostra lingua. In Italia ci comportiamo diversamente,  certe questioni non ci sfiorano neppure. Ma almeno una domanda è lecita. Perché parlare «itangliano» o «inglesorum», come alcuni definiscono l’invadente e sciatto miscuglio linguistico che genera la continua immissione di parole inglesi nell’italiano?

Non è un argomento che interessa solo gli specialisti, riguarda tutti noi. Una lingua non è solo un insieme di parole regolate da una grammatica, ma esprime i modi di vivere e di sentire, di pensare, di concepire le relazioni tra le persone, i rapporti sociali, economici, giuridici, i sogni, i progetti di vita, i valori, il bene e il male. Abbiamo visto le terribili immagini della strage di Nizza. All’inizio della sequenza, quando il tir assassino comincia ad abbattere vittime incolpevoli, si sente una voce che angosciata grida ripetutamente: «Madonna, Madonna!». Non sappiamo chi sia quell’uomo, sappiamo solo che è un italiano, parla italiano. È così: nei momenti drammatici che segnano la vita, la morte, nelle emozioni fortissime, ognuno usa la propria lingua materna, in quei momenti non ci si può esprimere in una lingua straniera.

Qualcosa si muove, per fortuna. Il sito http://www.letteratura.rai.it/gallery-refresh/50-anglicismi-di-cui-potete-anche-fare-a-meno/620/0/default.aspx elenca 50 anglicismi molto diffusi e praticamente inutili, indicando parole italiane che potremmo usare al posto dei forestierismi (e ci capiremmo meglio). Ecco qualche esempio: abstract (ma abbiamo sommario, sintesi); advanced (ma abbiamo avanzato); aftershave (ma abbiamo dopobarba); all inclusive (ma abbiamo tutto incluso); asset (ma abbiamo beni, risorse); budget (ma abbiamo bilancio); cameraman (ma abbiamo operatore), ecc.

Recentemente presso l’Accademia della Crusca si è costituito il gruppo «Incipit»: il gruppo ha la finalità di monitorare i forestierismi nella fase in cui si affacciano nella lingua italiana e di proporre sostituzioni italiane a espressioni e termini stranieri prima che prendano piede. Ne fanno parte studiosi e specialisti della comunicazione italiani e svizzeri (si parla italiano nel Cantone svizzero del Ticino). Ed è significativo che del gruppo faccia parte una pubblicitaria, Annamaria Testa, che lo scorso anno lanciò con grande successo (70.000 firme) la petizione  «#Dilloinitaliano». Usiamo l’italiano, evitiamo gli anglicismi inutili: ce lo ricorda, opportunamente, chi col proprio lavoro vuol raggiungere un pubblico vasto nella maniera più efficace. Torniamo a «Incipit». Il gruppo, attraverso la riflessione e lo sviluppo di una migliore coscienza linguistica e civile, suggerisce alternative italiane agli operatori della comunicazione e ai politici, con ricadute sulla lingua d’uso comune. Cercate www.accademiadellacrusca > attività > gruppo Incipit. Vi troverete suggerimenti utili: «chiamiamoli “centri di identificazione” e non “hot spots”»; «abbandoniamo la “voluntary disclosure” e accogliamo la “collaborazione volontaria”»; ecc. Chi cerca una bussola, ora può averla.

Intendiamoci. Non si tratta di battersi contro l’inglese, di restare ancorati al solo italiano. Sarebbe suicida. La conoscenza delle lingue straniere è fondamentale, un giovane che non conosca l’inglese avrà enormi difficoltà nel lavoro, qualsiasi cosa egli faccia. La questione è un’altra: quando parliamo italiano, parliamo italiano (bene, senza errori o strafalcioni). Quando parliamo inglese, parliamo inglese. Tutto qui. Non monolinguismo, plurilinguismo.

Non è solo questione di moda, le mode passano. Purtroppo l’anglomania si riflette nelle scelte di istituzioni come la scuola e l’università, ha riflessi sull’intera società.

In alcune scuole vige l’abitudine di tenere un insegnamento disciplinare in inglese. Badate: solo in inglese, l’italiano è cancellato. In genere questi corsi funzionano malissimo, interrogare insegnanti e alunni per conferma. Il 2 maggio 2016 si è svolta la prova del concorso a cattedra per docenti di materie letterarie nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, non c’era una sola domanda sulla lingua italiana (che i docenti vincitori dovranno insegnare).

Non va meglio nell’università. Il Politecnico di Milano ha deciso di adottare l’inglese come lingua esclusiva di corsi magistrali e di dottorato; su quella spinta altre università prendono decisioni analoghe (anche Unisalento). Non polemizzo con i miei colleghi, non è mia intenzione, invito a riflettere. Attenti alle parole: «lingua esclusiva», l’inglese e null’altro. La lingua italiana è bandita da corsi e dottorati che si tengono nelle nostre università: si farebbe così per attrarre studenti stranieri e anche per offrire ai nostri laureati occasioni di impiego all’estero. Ma sarebbe interessante sapere quanti sono gli studenti stranieri che si sono iscritti ai corsi solo in inglese e vorrei chiedere se davvero sembra razionale predisporre all’emigrazione i nostri studenti, formati con soldi pubblici, invece di dar loro un’ottima padronanza della lingua nazionale e di agire perché possano lavorare in Italia, battendosi contro le condizioni che li spingono ad emigrare.

Si tratta di questioni complesse, prevedo reazioni da chi promuove iniziative del genere. Ma bisogna sforzarsi di capire, discutere, non farsi attrarre dalle sirene della presunta modernità. L’italiano, la lingua di noi tutti, non può essere scacciato dalla scuola italiana e dall’università italiana. Non monolinguismo (straniero); plurilinguismo, questa è la strada. Nei paesi seri si fa così.

Sogno un’Italia plurilingue in cui i giovani, italiani e stranieri, parlino e scrivano correttamente la nostra lingua e conoscano una o più lingue straniere: non sarebbe questa una buona via per la conoscenza reciproca e per l’integrazione, contro l’intolleranza?

Così avrei scritto fino a poco tempo fa. Ma i fatti atroci delle ultime settimane fanno vacillare i miei convincimenti. Mi dispiace.

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Charm English. L’esterofilia salta in bocca - (24 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Mercoledì 10 Agosto 2016 12:42

[“Nuovo Quotidiano di Puglia di domenica 24 luglio 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Il sito www.funzionepubblica.gov.it rende note le iniziative del Governo italiano, Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione. Vi leggo: «Abbiamo mantenuto la promessa. Il Foia è legge - ha sottolineato il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia» e per un momento rimango sconcertato. Non mi colpisce tanto l’uso del maschile «ministro» riferito a Marianna Madia, ci siamo abituati. Abbiamo visto già nella scorsa puntata che resistenze ad usare le parole che sottolineano l’avvento di donne in nuove professioni o in importanti funzioni pubbliche («ministra», «sindaca», «magistrata», ecc.) persistono anche nell’universo femminile; incomprensibilmente, perché le donne dovrebbero essere disponibili alle innovazioni lessicali che testimoniano questi importanti mutamenti sociali. No, resto perplesso di fronte alla parola «Foia» di cui ignoro il significato (si tratta, evidentemente, di una legge ma non so su cosa). Continuo a leggere e finalmente capisco: «Con il decreto attuativo della riforma della pubblica amministrazione, approvato definitivamente, l’Italia adotta una legislazione sul modello del Freedom of Information Act. I cittadini hanno ora diritto di conoscere dati e documenti in possesso della pubblica amministrazione, anche senza un interesse diretto […] Il FOIA [tutto maiuscolo, adesso va meglio, si tratta di una sigla] può garantire la massima trasparenza della PA e la più ampia partecipazione dei cittadini, che possono esercitare un controllo democratico sulle politiche e le risorse pubbliche. L’impegno sulla trasparenza - ha concluso Marianna Madia - non finisce qui. A breve, con un metodo che sin qui ha funzionato, coinvolgeremo le realtà della società civile sull’open government [accidenti, perché l’inglese? per un momento vacillo!] e apriremo un percorso di confronto e lavoro comune».

Sono testardo, voglio saperne di più, mi metto a cercare, trovo. Il «Freedom of Information Act (FOIA)» ‘atto per la libertà di informazione’ è una legge emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 durante il mandato del presidente Lyndon B. Johnson. Quindi: in Italia, nel 2016, abbiamo varato un provvedimento che favorisce una nuova forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici (provvedimento senza dubbio positivo nelle intenzioni e nelle finalità, la trasparenza è un bene) e l’abbiamo etichettato con una vetusta denominazione anglosassone, Freedom of information act o (ancor meno comprensibile) Foia. Alla faccia della semplificazione, verrebbe di commentare.

A scanso di equivoci. Non sto facendo polemica antigovernativa (il provvedimento è ottimo nelle intenzioni e nelle finalità, anche se per valutare bisognerà aspettare i fatti); ma è mio dovere, per il mestiere che faccio, rendere evidenti i difetti di comunicazione che implicano certe scelte linguistiche. Usare nomi o sigle inglesi per definire fatti o concetti italiani è sbagliato: i parlanti, almeno in parte, correranno il rischio di non capire, di conseguenza non potranno giudicare e decidere con la propria testa. Vien meno la trasparenza, ne risulta compromessa la democrazia reale.

Ho voluto fare una verifica, ho provato a chiedere ai miei studenti se conoscevano il significato preciso di Jobs Act. Molti erano completamente all’oscuro; qualcuno ha parlato di ‘riforma per il lavoro’, interpretando la -s finale come plurale della parola inglese job ‘lavoro’; nessuno sapeva che si tratta di una sigla per «Jumpstart Our Business Startups», iniziativa americana mirante a favorire creazione di posti di lavoro e crescita economica con il ricorso a forme di capitale pubblico.

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Enfance salentine di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Annie e Walter Gamet   
Martedì 19 Luglio 2016 19:23

[In occasione della pubblicazione della traduzione francese di Enfance salentine, Edit Santoro, Galatina 2016, riportiamo di seguito la Introduction.]


« Le moi est haïssable » écrivait Blaise Pascal, conformément à l'idéal classique de bienséance du XVIIe siècle ; formule à l'emporte-pièce à laquelle, au vu de la copieuse production autobiographique contemporaine, nous pourrions être tentés d'adhérer. En effet, ce « moi » hypertrophié qui entraîne dans ce type d'écrits l'omniprésence du « je », à la fois auteur, narrateur, personnage central du récit rétrospectif de sa vie personnelle, vire trop souvent au nombrilisme nostalgique, à l'autojustification complaisante, pire à l'exhibitionnisme. Si ces textes satisfont le besoin de leurs auteurs de mettre leur confession sur la place publique, ils peinent souvent à susciter l'intérêt des lecteurs.

Certains écrivains pourtant évitent merveilleusement ces écueils, Gianluca Virgilio fait à l'évidence partie de ceux-là. Lorsque dans Enfance salentine il évoque ses souvenirs personnels de « la première saison de sa vie » dans le Salento des années 60-70 du XXe siècle, ce qu'il puise dans sa propre existence, c'est la matière d'une œuvre littéraire, donnant juste à voir, dans l'acte d'écrire, le spectacle de sa propre conscience. Et dans la mesure où des sinuosités de l'écriture se dégage l'image d'un être plus soucieux d'authenticité que de gloire, l'espace autobiographique ainsi créé – là où reprend vie ce qui était voué à l'oubli – accueille tout naturellement le lecteur.

 

Le lecteur d'Enfance salentine ne trouvera rien de spectaculaire sous la plume de Gianluca Virgilio. Celui-ci s'adresse à lui comme on le ferait avec un ami de longue date, simplement, pour évoquer les lieux d'autrefois, redonner une chaude présence aux êtres disparus, partager le souvenir des expériences passées, sans volonté d'impressionner qui que ce soit.

En ce qui concerne le cadre géographique par exemple, le lecteur ne lira aucune description pittoresque et idéale, mais une invitation à le découvrir au rythme de la propre curiosité de l'enfant ou de l'adolescent désireux de s'approprier les lieux où il vit. Essentiellement circonscrits à Galatina, avec quelques extensions à Corigliano d'Otrante, chez les grands-parents maternels, et à Leuca, la station balnéaire où la famille passe le mois d'août, ils constituent l'univers de l'enfant, son premier contact avec le monde que Gianluca Virgilio devenu adulte parvient à décrire en se remémorant tout, la végétation, les odeurs, les lumières changeantes selon les conditions climatiques particulières, avec une telle exactitude pointilleuse que le lecteur lui aussi finit par s'y trouver comme chez lui.

Le milieu familial est évoqué avec le même naturel. Les moyens matériels sont modestes mais suffisants pour pouvoir profiter des plaisirs simples de l'existence, et dans les années 1960-70, le Sud de l'Italie aussi connaît un contexte économique relativement favorable qui permet l'accès à la voiture personnelle, aux vacances au bord de la mer et même à la possession de la maison longtemps désirée. Même si l'auteur n'occulte rien des relations tendues entre son père et la famille de sa mère par exemple, ni de l'approche différente face à l'existence entre un père lettré et une mère plus pragmatique, c'est sans aucune mise en scène ni dramatisation, sans jugement mais au contraire telles qu'il les a perçues dans la naïveté de ses jeunes années, ce qui n'exclut pas le regard amusé de l'adulte, la distance créée par l'humour se mêlant heureusement à la sincérité de son affection.

Gianluca Virgilio fait aussi participer le lecteur à l'insouciance de ses jeux avec les petits garçons de son quartier, à l'ambiance colorée des fêtes locales traditionnelles animées de tout un petit peuple plein de vitalité, aux rencontres particulières entre adolescents lors des vacances, autant d'expériences propres à dresser une galerie de portraits contrastés, drôles ou attendrissants, de tant d'êtres côtoyés autrefois, puis disparus de son univers, mais pas oubliés, tels Uccio Pensa, les deux Marie, la famille Brambilla, etc.

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