Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Saggi e Prose


Verso un nuovo Rinascimento - (31 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 01 Aprile 2016 06:14

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di giovedì 31 marzo 2016]


La domanda della Regina Elisabetta agli economisti: “come mai non siete riusciti a prevedere la crisi?”, con una variante, potrebbe essere rivolta anche all’altra categoria che così fortemente influenza le nostre vite: gli ingegneri. Se siete così in grado di risolvere i problemi, come mai ogni soluzione genera nuovi problemi? Il mio esempio preferito è Giulio Natta, premio Nobel per aver inventato la plastica. Ma signora guardi ben che sia fatto di Moplen, diceva Gino Bramieri mentre vantava le magnifiche proprietà di secchi e bacinelle di plastica. Poi arrivarono le bottiglie. E tutto il resto. Grande soluzione. Ora abbiamo gli oceani invasi dalla plastica, e non riusciamo più a liberarcene. Se la bruciamo emette diossina. Abbiamo risolto magnificamente moltissimi problemi, per cinquant’anni. Ma ora ne abbiamo moltissimi altri che stentiamo a risolvere.
Abbiamo risolto il problema della malaria bonificando le paludi. Ma ora abbiamo il dissesto idrogeologico. E potremmo andare avanti così a lungo. Gli ultimi 50 anni hanno visto un progresso prodigioso delle tecnologie. Nessuno mai, in passato, ha avuto così tanto a disposizione come noi oggi. La qualità della vita è migliorata in modo esponenziale: viviamo più a lungo, e meglio. C’è un piccolo problema: per quanto ancora? In più, chi non vive come noi vuole vivere come noi. E ci rendiamo conto che non si può. Già non si può continuare a vivere così bene come hanno vissuto le generazioni del dopoguerra. Lavoro per tutti, posti fissi, pensioni e assistenza per tutti, diritto allo studio, al lavoro, alla casa, alla salute, all’istruzione. Pochi doveri. E ora ci accorgiamo che non ce lo possiamo permettere. Il conto di questo benessere lo pagano, economicamente, le generazioni più giovani. E poi lo paga l’ambiente devastato.
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La domanda del re - (25 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 25 Marzo 2016 10:34

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 25 marzo 2016]

 

La presentazione di Guglielmo Forges Davanzati del libro “Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi” di Francesco Sylos Labini introduce la famosa “domanda della Regina”, posta dalla Regina Elisabetta agli economisti della famosa London School of Economics: ma come mai sbagliate sempre le vostre previsioni e non avete previsto questa crisi? Forges Davanzati ci insegna che la domanda non ebbe risposta, e ci ricorda che la grande matematizzazione delle scienze economiche, con l’uso di sofisticati algoritmi, è un tentativo di portare l’economia a livello della fisica. Una scienza “dura”, predittiva. I fisici fanno previsioni e le basano su elaborazione matematica della realtà. Inseriscono i valori di variabili chiave all’interno dei loro algoritmi e, con i loro calcoli, prevedono le manifestazioni future della realtà. Higgs prevede il bosone, Einstein le onde gravitazionali, e così via prevedendo. Poi gli esperimenti confermano, oppure rigettano. Se lo fanno loro, perché non riusciamo anche noi? Si dicono gli altri ricercatori. E nasce la famigerata invidia per la fisica. Tutte le discipline, con qualche eccezione, tentano di diventare “dure” e predittive, come la fisica. Lo disse Kant, tantissimo tempo fa: la maturità di una scienza si misura con il suo livello di matematizzazione. Una scienza altamente matematizzata, la fisica, è “matura”, mentre quelle che non sono ancora riuscite sono “immature”. Nella scienza si dice anche che la fisica sia una scienza “dura” mentre le altre sono “molli”.

Certo che quando i fisici si cimentano in altre discipline non è che riescano a fare quel che fanno nella loro. Di solito se ne tornano al riparo del proprio ambito. Oppure…

La domanda della Regina fu rivolta anche ai meteorologi. Ma scusate, spendiamo un sacco di soldi per stazioni meteorologiche, satelliti, centri di calcolo, e poi spesso le previsioni sono errate. Come mai? Intanto, diciamo che le previsioni meteo, oggi, sono incommensurabilmente migliori rispetto a prima dell’uso dei satelliti e dei computer. Ma l’incertezza prevale, comunque. La risposta la diedero prima indirettamente e poi direttamente, due matematici: Poincaré e Lorenz. Poincaré, con il problema dei tre corpi, dimostrò che se due corpi interagiscono (per “corpi” si intende due misurazioni della realtà, di qualunque tipo) è possibile effettuare previsioni sul loro comportamento futuro, ma se i corpi diventano tre, nel medio e lungo termine le loro interazioni diventano intrinsecamente imprevedibili. Si prevedono le prime interazioni (breve termine) ma non le successive (medio e lungo termine). Lorenz fece bene o male la stessa scoperta con simulazioni applicate alla meteorologia, dimostrando matematicamente che piccolissime differenze nei dati misurati possono influenzare in modo determinante (nel medio e lungo termine) il comportamento di un sistema complesso. E complesso significa con più di due corpi che interagiscono.

E quindi: le previsioni meteorologiche possono diventare molto precise nel breve termine. Ma è intrinsecamente impossibile (non si può) prevedere il medio e lungo termine, in questi sistemi complessi. Le equazioni ci sono, ma sono “altamente instabili”, cioè la loro applicazione può dare risultati molto differenti, a fronte di infinitesime variazioni di variabili rilevanti. Basta poco, e tutto cambia.

Quel “poco” si chiama: la storia. Queste scienze sono “storiche”. Si chiede, agli storici, di elaborare l’equazione della storia? Si chiede agli storici di prevedere il futuro, in base al passato? Uno storico potrebbe identificare tutte le variabili rilevanti e trovare i rapporti tra esse, e poi potrebbe cercare di elaborare i loro valori all’interno di sistemi matematici, tipo quelli della fisica e, in base ad essi, prevedere il futuro. Una bella sfera di cristallo, matematica.

Come mai gli storici non lo fanno? Questa potrebbe essere la domanda del re. E la risposta è: perché non sono mica scemi. Non è possibile. Se si chiede ai fisici di trovare una macchina che produca lavoro senza alcuno spreco, ti dicono: non si può. Bene: non si può prevedere nel medio e lungo termine il comportamento di un sistema complesso. I sistemi economici sono complessi, e dipendono, anzi direi “sono” la storia. L’economia è una scienza storica. E’ un altro modo di leggere la storia. Lo spiegò Berlusconi perché gli economisti sono sempre ottimisti con i loro modelli: bisogna rassicurare il pubblico, in modo che spenda e, se spende, l’economia gira. Fino a un certo punto, però. Gli economisti ancora pensano che sia possibile la crescita infinita, e non si rassegnano a rientrare nei ranghi dell’ecologia che ci insegna che la crescita infinita è impossibile, in un sistema finito. Lo dimostrò Malthus, un economista, nato 250 anni fa. Ispirò Darwin, uno scienziato che studiava la storia naturale (ancora “storia”). E Marx, un economista che previde le crisi ricorrenti dei sistemi economici. Non si prevedono con precisione, ma è prevedibile che se qualcosa sale allora qualcos’altro scende, e le salite sono sempre seguite da discese. Ce lo insegna la storia. La matematica organizza le informazioni, ma non è detto che le trasformi in conoscenza, e non è detto che la sola conoscenza possa portare a saggezza. Viviamo nell’era dell’informazione. E lo paghiamo con una forte crisi di saggezza. Le domande hanno risposta, ma non ci piace. E ci affidiamo a certezze altamente incerte. Gli economisti comandano e ci stanno facendo affondare, ma con una grande fiducia nel futuro… Ce lo insegna la storia.

 


L'impero del Mali e le sue leggi PDF Stampa E-mail
Civiltà Giuridica
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 25 Marzo 2016 08:38

di G. Spedicato, T. Toumany


Il mansa del Mali, attraversando il Cairo diretto alla Mecca in pellegrinaggio, aveva fatto crollare il valore del dinar egiziano per la grande quantità d’oro che lui e il suo seguito avevano gettato sul mercato. Era l’oro del Mali che aveva alimentato il commercio di mezzo mondo civile e che forniva allora il metallo per le prime monete d’oro europee dopo i tempi dei romani. Si diceva che l’imperatore installato sotto un grande ombrello sormontato dall’effige in oro di un uccello, governasse su un regno di “quattro mesi di viaggio in lunghezza e altrettanti in larghezza”.

Davidson, B. “La civiltà africana”, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1972, pag. 161

 

PREMESSA
I popoli della savana, che appartenevano a più reami rivali, dopo la fine dell’impero del Ghana (intorno all’anno 1086), erano spesso in guerra tra di loro. Nella regione regnava fame, disordine e violenza. Soundiata Keita, dopo la vittoria contro il Re del Sosso a Kirina (1236), conquista tutti i regni della regione e forma l’Impero del Mali (1230 – 1545). Viene proclamato Mansa, che significa “Re dei Re”. Il suo regno (1230 – 1255) è ricordato per essere un’epoca di pace, prosperità e libertà. L’Impero (che si estendeva sugli attuali Stati: Mali, Burkina Faso, Senegal, Gambia, Guinea, Guinea Bissau, Mauritania e gran parte della Costa d’Avorio), viene dotato di una efficiente organizzazione amministrativa e militare e ben presto diventa un importante luogo di collegamento tra i popoli nomadi del Sahara ed i popoli dell’Africa nera equatoriale.

All’indomani della vittoria contro il Re Sosso, Soundiata Keita si rende conto che per assicurare la pace e la prosperità deve dare regole comuni a tutte le popolazioni dell’Impero. Regole comuni a popolazioni che per lungo tempo erano state in guerra tra di loro anche per ragioni razziali. Soundiata Keita si rende anche conto che tali regole devono essere accolte da tutti i popoli e di conseguenza, devono apparire come regole non estranee a nessuna delle culture dei popoli dell’Impero. “Il Re dei Re” pertanto, riunisce a Kurukan FuKa, nel cuore del Manden (a 90 km da Bamako), le 12 tribù del Manden e quelle dei loro alleati per dire “mai più accada quanto è accaduto!”. Vengono così proposte regole, principi, testi per regolare la vita del grande Manden. Si riportano di seguito alcune sintesi.

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C'è Musica e... Musica… 10. La Buona Novella di Fabrizio De André (parte seconda) PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Mercoledì 23 Marzo 2016 07:59

La seconda parte dell'album di Fabrizio De André, La Buona Novella, del 1970, tratta il tema della passione e morte di Cristo. Sono cinque brani, dove i passaggi più drammatici della vicenda terrena di Gesù sono narrati con intensità e profonda partecipazione. Dal dolore di Maria, raggelata dalla notizia della costruzione della croce su cui verrà inchiodato il figlio (Maria nella bottega di un falegname), alla tormentata salita al Calvario tra la folla vociante e gli apostoli muti e paurosi (Via della Croce), dal dolore di Maria e delle madri dei due ladroni  che piangono sotto le croci dei figli (Tre madri), al Decalogo riscritto  dal ladrone Tito con feroce realismo contro la violenza del potere e l'ipocrisia farisaica (Il Testamento di Tito), fino al Laudate hominem che conclude l'album completando il processo di umanizzazione di Dio attraverso il figlio. Cinque brani densi e coinvolgenti che lasciano senza fiato e ci costringono a guardarci dentro.

Nel finale della prima parte abbiamo lasciato Maria che se ne va tra la gente, donna tra le altre donne e presto madre, accompagnata da una “siepe di sguardi che non fanno male/ nella stagione di essere madre”.  La ritroviamo, all'inizio della seconda parte, nella bottega di un falegname, spinta da un terribile presentimento di morte. Le sue domande:

"Falegname col martello
perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
per chi in guerra andò? “

trovano una risposta raggelante: quel legno non viene lavorato

“per foggiare gambe nuove
a chi le offrì in battaglia,


ma per fare

tre croci, due per chi
disertò per rubare,
la più grande per chi guerra
insegnò a disertare".

 

Qui insieme con la sottolineatura antimilitarista c'è già il preannuncio della crocifissione di Cristo, indicato come colpevole di invito alla diserzione. In termini allegorici abbiamo il passaggio dalla nascita della speranza alla crudele repressione perpetrata dal potere. Il dialogo tra Maria e il falegname è intervallato da un coro di “gente” che funge da commento e descrive l'agitazione rumorosa per le vie della città per l'imminente pubblica esecuzione:

 

"Alle tempie addormentate
di questa città
pulsa il cuore di un martello,
quando smetterà?
Falegname, su quel legno,
quanti colpi ormai,
quanto ancora con la pialla
lo assottiglierai?"

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La domanda della Regina - (20 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 22 Marzo 2016 09:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 20 marzo 2016]

 

E’ stato calcolato che, nel caso italiano, l’errore di previsione sul tasso di crescita negli ultimi sette anni è stato di circa 7 punti percentuali: le previsioni sono state sistematicamente sovrastimate. E così è accaduto in tutti i Paesi OCSE. Si osservi che gli errori di previsione non riguardano scarti irrisori, ma spesso riguardano previsioni di crescita che, a posteriori, si rivelano recessioni.

Si è qui di fronte alla c.d. domanda della Regina: perché gli economisti, salvo rare eccezioni, non hanno previsto la crisi? La si chiama domanda della Regina, perché fu la domanda che Elisabetta rivolse agli economisti della London School of Economics in occasione della sua visita a quella prestigiosa Istituzione nel novembre 2008. Domanda alla quale non fu data risposta soddisfacente, inducendo la Regina a commentare che “evidentemente c’è stata un po’ di trascuratezza”. In effetti, trascuratezza vi è stata se si considera che la questione delle crisi economiche, nel paradigma oggi dominante in Economia, di orientamento neo-liberista, è al margine del dibattito. Gran parte della ricerca si concentra su esercizi autoreferenziali che ben poco hanno a che vedere con il mondo reale, spesso sommersi da montagne di matematica per accreditare la disciplina come scientifica, nell’accezione della Fisica Teorica e di laboratorio. In più, la visione dominante si fonda sulla convinzione che un’economia di mercato deregolamentata tende spontaneamente a produrre pieno impiego e, dunque, le crisi economiche possono derivare esclusivamente da interventi esterni, in particolare da politiche fiscali o monetarie sbagliate. Più in generale, dall’intervento dello Stato.

A ben vedere, gli errori derivano semplicemente dal fatto che i modelli usati per le previsioni sono sbagliati e, in aggiunta, dal fatto che la previsione in Economia non è come la previsione nelle scienze cosiddette esatte. Se la questione si pone in questi termini, la domanda della Regina va così riformulata: perché gli economisti non utilizzano modelli diversi da quelli fin qui utilizzati per effettuare previsioni? Ovvero, perché non abbandonano teorie che si sono rivelate e si rivelano così manifestamente incapaci di prevedere?

La risposta rinvia al fatto che i modelli previsionali sono basati su un paradigma teorico che, per quanto si basi su ipotesi del tutto irrealistiche e per quanto non riesca a generare previsioni affidabili, dimostra un’eccezionale capacità di resistenza alle critiche. Ciò accade all’interno di dispositivi di valutazione della ricerca che, non solo in Italia, premiano di fatto studi che si muovono nella cornice del paradigma dominante, in un meccanismo che si rinforza attraverso il reclutamento di giovani generazioni che, essendo valutati sulla base dell’aderenza delle loro ricerche alla visione egemone, non possono che uniformarsi a questa. Per di più, non sono pochi gli economisti neo-liberisti che ritengono che l’Economia non può prevedere le crisi.

Occorre considerare il fatto che la sistematica incapacità di generare previsioni attendibili nuoce gravemente alla scienza economica, dal momento che crea il sospetto che vi sia un condizionamento politico che spinge i ricercatori a sovrastimare il tasso di crescita previsto per l’obiettivo di accrescere il consenso per il Governo in carica. Dunque, crea il sospetto che la ricerca, in Economia, non è libera e che semmai risponde a una domanda politica di legittimazione scientifica dell’ordine sociale esistente.

Di questi temi, di massimo interesse anche per non addetti ai lavori, si occupa Francesco Sylos Labini nel suo ultimo libro Rischio e previsione (Cosa può dirci la scienza sulla crisi), che verrà presentato a Lecce, alla Libreria Adriatica, domenica 20 marzo dalle ore 18. L’evento è organizzato dall’Associazione italiana dei dottorandi e dottori di ricerca.


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