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Saggi e Prose


Parole che fanno male alle donne PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 05 Dicembre 2016 07:23

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 4 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. In questa puntata e nella prossima ci occuperemo di parole molto usate ai nostri giorni e del valore che alle stesse attribuiamo.

Spunto di partenza. La scorsa settimana, venerdì 25 novembre, si è tenuta la «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne», istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con questa iniziativa governi e organizzazioni di tutto il mondo sono sollecitati a promuovere attività in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle violenza contro le donne. La data è simbolica, ricorda il brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, che  pagarono con la vita la loro opposizione al regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, gettate in un precipizio a bordo della loro auto per simulare un incidente.

Il giorno prima della giornata contro la violenza, giovedì 24 novembre, in non casuale coincidenza, Laura Boldrini, Presidente della camera dei Deputati, ha messo un post su Facebook per mostrare alcuni degli insulti e delle minacce ricevuti nell’ultimo mese. Una caterva impressionante, in un sol mese. Messaggi terribili come questi: «Ma mai nessuno l’ammazza a sta terrorista»; «Per Natale voglio stare chiuso in una stanza con te, soli, tu ed io. Solo noi e la mia accetta. Partirei con il taglio delle mani». E insulti a sfondo sessuale.

Il fenomeno richiede attenzione, non si tratta di un caso isolato. I social network traboccano di volgarità, di espressioni violente e di minacce con riferimenti sessuali. La Presidente della Camera ha fatto benissimo a denunziare questi messaggi indicandone anche il mittente, chi si esprime in modo così squallido deve essere identificato e richiamato alle proprie responsabilità.

La rete è un mezzo meraviglioso, una miniera praticamente inesauribile di informazioni e riflessioni. Ma attenzione. Non sempre le informazioni che vi circolano sono attendibili, spesso si tratta di vere e proprie falsità, magari messe in giro ad arte. «Non è vero ma ci credo – Vita, morte e miracoli di una falsa notizia» è il titolo del convegno che si è svolto il 29 novembre nella Sala della Lupa di Montecitorio. Morale: verificare sempre, fa bene all’intelligenza e alla democrazia. La rete a volte può rivelarsi terribile, vi circola un’enorme quantità di «parole per ferire» (così le definisce Tullio De Mauro nell’«Internazionale» del 27 settembre 2016), «parole, parolacce e paroline» usate nella lingua di tutti i giorni, attraverso le quali vengono veicolate intolleranza, discriminazione e odio. Diventa un vero strumento di tortura, sono numerosi i suicidi di persone che non resistono alla pressione moltiplicata del mezzo e alla violenza estrema che vi circola. Di fronte a problemi così complessi in molti invocano interventi legislativi. «Cosa aspettiamo a mettere un freno, anche legale, a questo stupidario minaccioso e insolente?» reclama Dacia Maraini sul «Corriere della Sera» del 26 novembre. È giusto, non possiamo far finta di niente, dobbiamo far qualcosa. Anche la lingua può fare la sua parte, l’uso adeguato del lessico conta moltissimo.

Una parola non più tanto nuova, impiantatasi nella lingua da una decina d’anni per indicare qualcosa che accade da sempre e che oggi si ripete spessissimo, è femminicidio. Significa l’ ‘uccisione di una donna o di una ragazza’, ma anche ‘qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte’. Così dicono i vocabolari: i vocabolari sono preziosi, ci insegnano moltissime cose, se sappiamo interrogarli. Un collega intelligente mi ha chiesto: perché inventare una nuova parola, non basterebbe omicidio, una parola che già esiste e che tutti conoscono? Omicidio secondo i vocabolari dell’italiano indica l’uccisione di una o più persone. E quindi la parola omicidio può riferirsi sia all’assassinio di donne che a quello di uomini.

Il dubbio è legittimo. Se l’italiano ha già la parola omicidio, che indica l’assassinio dell’uomo e della donna, perché creare una parola nuova? Non è inutile? La risposta, anche in questo caso viene dai vocabolari. La voce femmina viene spiegata cosi: ‘essere umano di sesso femminile, spesso con valore spregiativo’. Badate all’aggettivo spregiativo, la soluzione è lì. Anche ai piani alti della letteratura: «Femina è cosa mobil per natura» afferma Petrarca, 183 12, per la verità con accezione più negativa che spregiativa, riprendendo un luogo comune secolare che rimonta a Virgilio, Eneide IV 569: «mutabile semper femina». Chi userebbe la parola femmina per definire la propria moglie, la propria madre, la propria sorella o la propria figlia? Nei dialetti meridionali malafemmina indica una donna di facili costumi, ricordate la notissima canzone napoletana Malafemmena scritta e musicata da Totò (1951) e il film collegato Totò, Peppina e la malafemmina di qualche anno dopo (1956). Il femminicidio, l’assassinio della femmina, indica il delitto  commesso da chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari; se la proprietà viene negata, se la donna si rifiuta, se un altro maschio si avvicina all’oggetto che si ritiene proprio, scatta la violenza cieca che nasce da un atteggiamento culturale ributtante.

Quando in una società si generano forme mostruose di sopraffazione e di violenza è opportuno inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. Non si tratta di una parola inutile o in più: l’invenzione del neologismo indica un rovesciamento di prospettiva rispetto al sentire di alcuni, costituisce una fondamentale precisazione culturale e morale, chiarisce le implicazioni etiche collegate. E quindi è giusto usare femminicidio, per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola femminicidio; il generico omicidio risulterebbe troppo blando.

Torniamo all’episodio di partenza, alla denunzia pubblica fatta dalla Presidente della Camera. Insulti e allusioni malevole purtroppo non sono esclusiva di alcuni imbecilli che approfittano della copertura che la rete fornisce per dare sfogo alla propria violenza malata. È bellissima la raffigurazione che Maurizio Crozza fa dell’odiatore telematico di professione, che insulta chiunque gli capiti a tiro informatico e così dà sfogo alle sue frustrazioni. Non sono immuni da questa attività personaggi pubblici dimentichi del proprio ruolo, forse alla ricerca di facili consensi elettorali, più presunti che reali (credo a elettori più saggi e probi dei loro rappresentanti). Circa 3 anni fa Beppe Grillo postava sul suo profilo Facebook con finta ingenuità la seguente domanda: «Cosa faresti se ti trovassi la Boldrini in macchina?». Le risposte dei seguaci non si fecero attendere: moltissimi gli insulti (spesso a sfondo sessuale), i suggerimenti alla violenza, le frasi di scherno. Più recentemente Matteo Salvini  ha così commentato l’arrivo sulla scena di una bambola gonfiabile durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona: «C’è una sosia della Boldrini qui sul palco. Non so se sia già stata esibita...». Di fronte alle critiche, Salvini ha confermato il suo atteggiamento e non si è scusato («anzi è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani»). Su Facebook  ha scritto: «Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti!» con tanto di foto e sopra la scritta «#sgonfialaboldrini». Ancora la rete come facile mezzo per offendere.

Sta a noi compiere scelte linguistiche adeguate, usare la lingua per argomentare e per difendere le proprie ragioni puntando sul convincimento e non sull’irrisione o sulla sopraffazione. Ovviamente l’uso corretto e moderato della lingua non può impedire la violenza che attraversa la società. Ma può favorire la presa di coscienza dei comportamenti collettivi e, in una certa misura, contribuire al miglioramento della società.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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La lingua batte dove l’accento vuole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 29 Novembre 2016 06:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 27 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo agli interventi dei lettori, molti scrivono e mostrano interesse per i temi che trattiamo. Benissimo.

Diego Símini, che insegna Letteratura spagnola nella nostra università, fa un’osservazione che riguarda l’uso degli accenti nella lingua scritta. «In spagnolo la Real Academia ha da tempo dettato norme ortografiche che in pratica, se applicate (e in genere lo sono) tolgono al lettore ogni dubbio circa l’accentazione delle parole. In italiano invece solo il contesto o l’intuito consentono di disambiguare l’accentazione di parole come ancora (àncora ‘oggetto per ormeggiare l’imbarcazione’ ~ ancóra avverbio di tempo), nocciolo (nòcciolo ‘parte interna di certi frutti’ [es.: «il nòcciolo della ciliegia»] ~ nocciòlo ‘arbusto che produce le nocciole’), ecc. Inoltre si dà per scontato, senza segnalare, che regola, torrido siano con l’accento sulla prima sillaba, mentre la maggioranza delle parole italiane sono piane, con l’accento sulla penultima sillaba. Più difficile è la situazione dei nomi di luogo. Sulle carte geografiche a volte ci sono gli accenti, ma non sempre. Prima di arrivare a Lecce [Símini è toscano, insegna e vive nella nostra città da molti anni] avevo notato la vicinanza di Galatina e Galatone (leggendo, non sapevo che l’accento è diverso) e mi ero lasciato portare dall’idea che uno fosse diminutivo e l'altro accrescitivo di un ipotetico *Galata [???]. Ma i casi sono tanti. Parlando di toponimi, c’è una curiosità riguardante la loro traduzione. Le città importanti hanno nomi diversi a seconda delle lingue (Milano è Milan in francese e in inglese, Milán [con l’accento] in spagnolo, Mailand in tedesco) mentre i piccoli centri mantengono il nome originario. Mi piace citare alcuni curiosi spostamenti di accento: in spagnolo Ravènna si chiama Rávena, Brìndisi diventa Brindìsi».

La questione è complessa, lo capiamo meglio se paragoniamo la nostra lingua ad altre vicine. In altre lingue l’accento grafico fornisce una varietà di informazioni, per scopi differenti. Abbiamo visto prima la situazione dello spagnolo. Nel francese si pongono accenti differenti perfino in forme diverse dello stesso verbo: l’infinito régner ‘regnare’ ha l’accento acuto (per indicare che la vocale è chiusa) e il presente (je) règne ‘(io) regno’ ha l’accento grave (per indicare che la vocale è aperta).

L’italiano fa un uso più parco dell’accento, l’obbligo di segnarlo ricorre in un numero limitato di casi. L’accento deve essere segnato in fine di parola sui polisillabi tronchi (verrò, partirà) e su quei monosillabi che rischierebbero di confondersi con altre parole che si scrivono allo stesso modo (i linguisti dicono che sono omografe): è (verbo) ~ e (congiunzione), (indicativo di dare: «questa zanzara mi dà fastidio») ~ da (preposizione: «resto da solo»), (bevanda: «una tazza di tè») ~ te (pronome: «ascolto solo te»), ecc. La nostra lingua conosce tre tipi di accento: grave (ˋ), acuto (ˊ) e circonflesso (ˆ). Accento grave e acuto sono obbligatori, si usano il primo per indicare è ed ò aperte (caffè; mangiò), il secondo é ed ó chiuse (, perché; córso). Attenzione. Le vocali dell’italiano orale sono 7 non 5 (come comunemente si crede), ci sono due timbri di e (aperta e chiusa) e due timbri di o (aperta e chiusa); nello scritto si usano solo 5 segni grafici. Non si spaventino i salentini che parlando o ascoltando non sanno distinguere le vocali aperte dalle chiuse. La distinzione è tipica della Toscana, da lì è passata nel parlato standard, quello dei grandi attori di teatro (Albertazzi, Bene, Gassmann e altri). La distinzione toscana è sconosciuta ai parlanti di altre regioni (quelli del sud estremo, in particolare). Ma non è un impedimento grave. Nel parlato possiamo fare a meno della opposizione tra vocali aperte e vocali chiuse, la comunicazione passa ugualmente. Al contrario dell’accento grave e acuto, quello circonflesso non segnala un fatto fonico, è facoltativo, di impiego rarissimo e ormai desueto: nessuna grafia comporta l’accento circonflesso obbligatorio, chi lo usa lo fa per preferenza personale. Viene a volte usato nel plurale degli aggettivi e dei nomi in -io: un tempo si scriveva varî (o anche varii) come plurale di vario, principî (o anche principii) come plurale di principio (e serviva anche per distinguerlo da principi plurale di principe). Ma si tratta di grafie un po’ fuori moda, quasi nessuno le usa più. È normale. La lingua cambia nel tempo, cambiano uso e norma linguistica, ormai lo sappiamo.

Pur se mancano regole rigide, a volte si sente il bisogno di ricorrere all’accento per disambiguare le parole che si scrivono allo stesso modo ma hanno significati diversi: «i rimproveri possono essere benèfici» ~ «fare sport comporta benefìci fisici»; «queste è una lotta ìmpari» ~ «così impàri a tue spese!», «gli amici mi pàgano una birra» ~ «il mondo pagàno». Su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 6 novembre 2016, p. 3, trovo il titolo: «Taranto, 860 milioni in cassa. Il Patto volàno per la svolta. Secondo il report, il contratto con il governo inciderà sulla crescita». Sotto la foto del ponte girevole tarantino, la spiegazione: «Per Taranto è prevista una crescita annua del 2% sino al 2020, superiore a quella del 5,44% stimata per la provincia in quattro anni». Il titolo mette l’accento su volàno, qui usato in senso metaforico ‘elemento che può favorire lo sviluppo’, per distinguere questa parola dal verbo vólano: «gli uccelli vólano».

Le ambiguità aumentano quando si tratta di parole poco ricorrenti o poco conosciute, di città e stati lontani, di alcuni cognomi. Nel servizio di consulenza dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it) Paolo D’Achille, che insegna a Roma 3, così risponde al quesito se si debba dire Ucràina o Ucraìna, ucràino o ucraìno (quasi mai nello scritto queste forme vengono accentate): «Molti si pongono questa domanda, specie dopo la grave crisi nei rapporti di questo Stato con la Russia. Del resto, non è che uno dei tanti problemi di accentazione dei polisillabi che affliggono o caratterizzano l’italiano di oggi (guaìna sarebbe più corretto di guàina e diàtriba di diatrìba, ma chi usa la forma corretta può facilmente passare per uno che sbaglia!) e che non di rado riguardano proprio i toponimi (Benàco pronunciato Bènaco, Belìce pronunciato Bèlice) Gli spostamenti dell’accento di parola sono in genere un tipico fattore dell'evoluzione delle lingue (noi diciamo cadére ma i latini dicevano càdere, diciamo rìdere e loro dicevano ridére). Per quanto riguarda i nostri due nomi (e aggettivi) va detto subito che oggi sono accettabili entrambe le pronunce, anche se la più corretta, a rigore, sarebbe quella in passato spesso ritenuta sbagliata, cioè quella con l’accento sulla i».

Oscillazioni sono frequenti. Sento pronunziare indifferentemente come Bìrago o Biràgo la via ove si trovano gli edifici del Dipartimento di Beni culturali del nostro Ateneo. L’intitolazione ricorda Dalmazio Birago, un aviatore alessandrino caduto ventisettenne nel cielo di Amba Alagi durante la guerra di Etiopia. Birago (con accento sulla à, Biràgh in dialetto) è una piccola località della Brianza ove nacque Giovanni Pietro Birago, miniatore lombardo che godette del favore di Bona Sforza, regina di Polonia e duchessa di Bari. In Salento la doppia pronunzia è giustificabile: la località lombarda, il miniatore rinascimentale, l’aviatore caduto in guerra sono piuttosto estranei alle conoscenze dei salentini, che non possono conoscere la storia di cognomi e di località così remoti.

Ma non sempre si tratta di scarsa conoscenza. Il cognome dell’attuale ministro dell’Economia viene pronunciato Pàdoan anziché Padoàn, come suggerisce l’etimologia (nasce da Padovano, in veneto Padoàn). Nei primi mesi di vita del governo Renzi alla televisione e alla radio le due pronunce (Pàdoan e Padoàn) si alternavano; ma ormai prevale decisamente la prima, perché è stata indicata come quella corretta dallo stesso interessato, la cui famiglia, di origine veneta, si trasferì in Piemonte. Ecco un esempio analogo che riguarda il Salento. Qui è piuttosto diffuso il cognome Bray (Braj, Braì), pronunziato con l’accento sull’ultima (correttamente, secondo l’etimologia: deriva dal nome arabo Ibrahìm). Ma spesso viene pronunziato Brài (con accento su à) quando ci si riferisce a Massimo Bray, ex Ministro dei Beni culturali (di origine salentina), e l’interessato pare condividere.

Nei casi di possibile ambiguità nella pronunzia, possiamo ritenere decisiva l’indicazione proveniente dalle persone direttamente coinvolte? Non può sovvertire l’etimologia, questo è certo, ma può indicare una tendenza o una volontà. Torno al collega citato all’inizio che ha offerto lo spunto per questo articolo. Intenzionalmente mette l’accento sulla prima í del cognome (Símini, l’unico della famiglia a farlo) perché (testualmente) ci tiene «a rimare con Rimini e vimini», e per «facilitare il lettore (che a volte non se ne accorge e sbaglia)».

Quante cose si nascondono dietro quei microscopici segni grafici che chiamiamo accenti!

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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Quaderno di traduzione 71. Une admirable pénétration dans l'inconnu PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 27 Novembre 2016 06:50

Science, technique, pouvoir, éthique, littérature


Traduzione di Annie e Walter Gamet


Note préliminaire

Cet essai trace les grandes lignes des rapports entre science et littérature considérés sous l'angle de leurs implications dans le pouvoir et l'éthique, avec pour toile de fond le passage de la théologie comme science du divin au Moyen Âge à la science comme expression de la technique dans le monde moderne. L'intitulé des paragraphes reprend les termes de l'extrait de L'Homme sans qualités de Robert Musil cité en exergue, ils constituent donc le fil conducteur  de l'essai tout entier.

« Agathe ! tu n’as aucune idée de ce que c’est, dit-il avec un soupir pensif. La science, par exemple ! Pour un mathématicien, si nous simplifions, moins cinq n’est pas plus mauvais que plus cinq. Un chercheur ne doit rien redouter, et il y a des circonstances où un beau cancer lui donnera plus de joie qu’une belle femme. Un savant sait que rien n’est vrai, que la vérité globale n’apparaîtra qu’aux derniers jours. La science est amorale. Cette admirable pénétration dans l’inconnu nous déshabitue des contacts directs avec notre conscience, elle ne nous accorde même pas la satisfaction de les prendre au sérieux. Et l’art ? Ne représente-t-il pas toujours la création d’images qui ne s’accordent pas avec celle de la vie ? Je ne parle pas du faux idéalisme ou de la luxuriance du nu dans les époques où les robes se boutonnent jusque sous le nez, dit-il en plaisantant de nouveau. Mais songe à une œuvre d’art véritable : n’as-tu jamais eu le sentiment que quelque chose, en elle, évoquait l’odeur de roussi qui s’élève d’un couteau aiguisé sur une pierre ? C’est une odeur cosmique, météorique, orageuse, merveilleusement inquiétante ! »

Robert Musil, L'Homme sans qualités, Paris, Le Seuil, collection Points, 1956, t. 2, p. 348-349, traduction par Philippe Jaccottet.

 

Qu'y a-t-il aux derniers jours ?

Si un jour, au lycée, l'un de mes élèves me demandait ce qu'est la science, à moi qui enseigne la littérature, je n'hésiterais pas à répondre qu'à notre petit échelon, lui en interrogeant et moi en tentant de répondre, nous sommes en train de faire œuvre scientifique, c'est-à-dire que nous sommes en train de chercher à comprendre quelque chose du monde qui nous entoure. Puisque dans l'enseignement il est inévitable de procéder ex noto ad ignotum, je lui remettrais en mémoire la fameuse représentation astronomique de Dante dans Le Purgatoire, II, v. 1-9, sur laquelle nous avons longuement réfléchi :

Mais déjà le soleil touchait à l'horizon
Dont l'arc méridien,en notre ciel, domine
Jérusalem, de son point le plus haut ;

Déjà la nuit, qui tourne à l'opposé,
Sortait du Gange en tenant la Balance,
Qui lui tombe des mains, quand elle est dominante,

Si bien que la joue rose et blanche de l'Aurore
De cette belle, à l'endroit où j'étais,
L'âge venant, se teintait d'orangé.

Dante, Le Purgatoire, II, v. 1-9, Paris, Garnier Frères, 1966, traduction par Henri Longnon.

Ce n'est pas seulement un cadre. Dante évoque le savoir géographique médiéval, afin de préciser sa propre présence au monde, la position particulière du voyageur en train de cheminer avec une mission bien précise à accomplir. À cette fin, il faut établir le temps et le lieu dans lesquels se situe le voyage supraterrestre, recourant au savoir géographique aristotélo-ptolémaïque mis au service de la théologie. La théologie, en fait la science principale au Moyen Âge, ce savoir qui s'est aujourd'hui retiré dans les séminaires ecclésiastiques et dont on n'entend guère parler à l'école, avait le même rang que la science physico-mathématique à l'âge moderne.

Que de choses à connaître pour comprendre que le chemin du Purgatoire de Dante commence quand le soleil est en train de s'élever à l'horizon du Purgatoire ! Les terres émergées et habitées occupent la superficie de la Terre délimitée par les 180° de l'hémisphère boréal ; Jérusalem en est le centre ; le Gange est considéré comme la frontière orientale et Cadix la frontière occidentale ; de sorte que, si le soleil est au zénith à Cadix tandis qu'il se couche à l'horizon de Jérusalem et que la nuit culmine sur le Gange, la montagne du Purgatoire, située aux antipodes de Jérusalem, sera forcément illuminée par les rayons du soleil naissant. C'est là que se trouve Dante, en compagnie de son maître Virgile, en ce point précis de l'univers et en ce temps précis, là est le départ du chemin purificateur qui le mènera devant Béatrice, l'allégorie de la Théologie. Au seuil des temps modernes, Dante est le dernier homme de l'Antiquité, époque où le savoir poétique se nourrit du savoir scientifique, ne fait qu'un avec lui, ne s'en distingue absolument pas, en particulier là où il atteint le summum de ses potentialités dans la vision de Dieu.

Dans cette profondeur, je vis s'incorporer,
Reliés par l'Amour en un volume unique,
Tous les feuillets épars dans l'univers :

Les accidents, les substances, leurs modes,
Comme fondus ensemble, et de telle façon
Que tout ce que j'en dis n'est que faible lueur.

Dante, Le Paradis, XXXIII, v. 85-90, op. cité.

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Leopardi pessimista? No certo! PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Prete   
Giovedì 24 Novembre 2016 07:47

[Riscrittura dell'intervento tenuto a Recanati, Aula Magna del Comune, 6 novembre 2009, in occasione del Convegno ADI 2009, sezione didattica dell'associazione italianistica, già pubblicato in questo sito col titolo Contro e oltre lo stereotipo del pessimismo leopardiano]

 

 

Una premessa. La lettura di Leopardi ha per me, come per molti, risonanze che rinviano all’adolescenza, all’incantamento dinanzi ad alcuni versi, alla recitazione pubblica e privata di quei versi, quando usava ancora mandare a memoria molte poesie della nostra lingua e qualcuna delle lingue straniere che si studiavano. Leopardi era anzitutto il poeta lunare, e il poeta delle domande estreme affidate al canto del pastore errante. Era il poeta della ricordanza, del colloquio col “caro immaginare”, con le parvenze sottratte all’oblio, tra queste la Silvia dagli “occhi ridenti e fuggitivi”. Era il poeta del fiore che, sorgendo sulla lava, tra le rovine, con il suo profumo consolava il deserto. Mi accadeva anche di sentire rappresentati in quei versi bellissimi il senso dell’indefinito, una forte tensione immaginativa, lo stato di malinconia che apparteneva alla condizione di attesa e di desiderio privo di risposte proprio dell’adolescente. La frequentazione di Leopardi ha anche, però, un’altra origine, anch’essa scolastica : ho insegnato per nove anni nei licei, appena dopo la laurea, e quando lavoravo su Leopardi m’accorgevo che il testo, così com’era, libero dalle interpretazioni sopravvenute, era una fonte ricchissima di suggerimenti e di provocazioni, soprattutto era una messa in questione di un orizzonte culturale prestabilito e convenzionale. Insomma c’era più sovversione e insieme più energia immaginativa e morale nelle singole Operette, nei Canti, nei Pensieri e nelle pagine dello Zibaldone di quanto la critica, nei suoi diversi schieramenti, riuscisse a indicare, anche laddove parlava di materialismo o di protesta. Risale a quegli anni la questione che poi divenne per me un impegno, se cioè non fosse necessario riproporre una centralità dei testi leopardiani, una sorta di nuova e forte presenza della scrittura in quanto tale, e questo contro una dominanza, forte in quegli anni, del pensiero critico intorno ai testi, delle formule critiche divulgate dai manuali, che finivano con appannare la freschezza e la vitalità del domandare e ricercare e inventare leopardiano.

Si trattava di ascoltare, insomma, la vita del testo, il respiro di una scrittura. Da questo prolungato stato di ascolto di una scrittura è nato poi il saggio Il pensiero poetante.

Tra le formule critiche di più elevata divulgazione e più ostinate, c’era, e sopravvive ancora, quella del pessimismo. Essa impedisce, proprio per la sua astrazione e genericità e infondatezza, di cogliere la relazione profonda che c’è in Leopardi tra la teoresi e la poesia, tra l’interrogazione filosofica e l’interrogazione poetica. È una formula, questa del pessimismo, compendiosa ed astratta : e per questo finisce con allineare Leopardi a tanti pensatori diversi tra di loro, tant’è che il titolo di un libro di Elme-Marie Caro, del 1878, che in Francia ha divulgato la formula del pessimismo, è proprio Le Pessimisme au XIX siècle. Si tratta di un libro che parla sì di Leopardi, ma anche di Schopenhauer e di altri autori portati ad esempio del pessimismo nel XIX secolo. Poi in Italia, dagli anni Settanta dell’ ‘800 ai primi trent’anni anni del ‘900, c’è stata una profusione di articoli, di saggi, relativi al pessimismo leopardiano, fino allo studio di Porena del ’23-’24, Il pessimismo di Giacomo Leopardi; per non parlare delle indagini di dubbia psichiatria di autori come Sergi, Le origini psicologiche del pessimismo leopardiano, 1898. La formula è passata nella critica, anche la più avveduta, via via usata per indicare o la caduta delle illusioni e il passaggio alla scoperta dell’amaro “vero”, o la percezione di un’ universale condizione dolorosa. Da qui il divulgato uso scolastico, comodissimo per poter compendiare fasi e passaggi di un pensiero che, in questo modo, poteva essere consegnato a formule memorizzabili per un’interrogazione o un esame. Dal pessimismo soggettivo a quello storico a quello cosmico l’avventura di un pensiero era fissata con chiarezza : tre momenti progressivi, adattabili benissimo a una scuola d’impianto idealistico-gentiliano. Così chiara e perentoria e compendiosa era la formuletta che ogni manuale si sentiva in dovere di riprenderla esemplificando, dimostrando, citando versi e passaggi.

 

Dopo questa premessa, vorrei fare qualche considerazione. Occorre osservare da vicino il costituirsi in Italia della tradizione critica leopardiana, per vedere se è rintracciabile lì una genealogia della formula pessimismo. E poi vorrei dire più in particolare della natura, della sua rappresentazione in Leopardi, e questo perché è proprio su questo grande tema della natura che l’idea e lo stereotipo del pessimismo si sono radicati, con la convinzione diffusa in quasi tutti i manuali che dopo il 1824 la natura per il poeta coincida con un’immagine matrigna, violenta, aggressiva, dominatrice, distruttiva.

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La lingua di papa Francesco PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 21 Novembre 2016 20:02

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 20 novembre 2016, p. 13]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo alle sollecitazioni di lettori che scrivono al giornale. Questioni d’interesse generale e temi vasti, così seleziono le domande. Ricordo le regole. Il nome del mittente verrà indicato o omesso (rispettando la volontà di chi scrive) ma i messaggi vanno sempre firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Questa settimana traggo spunto dalle osservazioni di un collega che insegna all’università del Salento. Donato Scolozzi, ordinario di matematica generale al dipartimento di Scienze dell’economia, osserva che il 1 ottobre 2016 papa Francesco, durante la messa allo stadio di Tblisi, ha tenuto l’omelia in italiano. È giustamente colpito: siamo in Georgia, solo pochissimi tra i presenti avranno potuto capire le parole del papa, che è poliglotta e avrebbe potuto usare un’altra lingua lì più nota. Si chiede: certo ci saranno state ragioni precise alla base di quella scelta linguistica, ma non sono chiare. E conclude: «viene da pensare, e lo faccio ormai da tempo, che doveva venire un argentino con origini italiane a tenere alto il valore della nostra bellissima lingua».

Nella scelta linguistica del papa ragioni di carattere generale si sommano a motivazioni legate alla personalità del pontefice.

La Chiesa cattolica ha nella Città del Vaticano il suo centro mondiale: da lì promana nel mondo il processo di evangelizzazione. Ne risulta che, accanto alla dottrina, la Chiesa svolge un ruolo di grande importanza anche per quanto riguarda la promozione della nostra lingua. In italiano stampa la maggioranza dei suoi scritti e pubblica l’«Osservatore romano», quotidiano a diffusione universale (al quale negli ultimi anni si sono affiancate edizioni settimanali o mensili in altre lingue), svolge l’insegnamento nelle proprie università e nei collegi pontifici che attraggono studenti di varia nazionalità, assicura le comunicazioni tra prelati di diversa origine e in genere tra coloro che hanno contatti con la vita ecclesiale, diffonde parole universali relative ad attività istituzionali, a titoli ecclesiastici, perfino all’abbigliamento clericale: conclave, confessionale, monsignore, nunzio, papalina, ecc. Veniamo all’episodio da cui siamo partiti. Nelle omelie pubbliche e nelle occasioni ufficiali i pontefici (al di là della loro nazionalità originaria) usano quasi esclusivamente l’italiano come lingua della comunicazione veicolare, orale e scritta; anche nelle visite all’estero, quando non adoperano la lingua del luogo. L’abbiamo visto con gli ultimi tre pontefici. Woytila, Ratzinger, Bergoglio, tutti stranieri, nei loro viaggi all’estero hanno usato spesso l’italiano, come ha fatto recentemente papa Francesco, prima in Corea del Sud e poi in Georgia.

Poi c’è l’uso personale, ricco di inventiva e di fascino, che della lingua sanno fare i pontefici, spesso comunicatori straordinari oltre che grandi uomini di fede. Tutti ricordano l’emozione e l’uragano di applausi che accolsero il «Se sbaglio mi corrigerete» con cui Woytila si rivolse alla folla che per la prima volta lo ascoltava in piazza San Pietro. Forse Woytila sbagliò davvero, in quell’occasione: ma da quel momento l’errore legò in maniera fortissima il papa ai fedeli, con un vincolo che negli anni non è mai venuto meno, fino alla santità dopo la morte. Usa la lingua italiana in modo creativo Bergoglio, che spesso riprende forme antiche dando alle stesse nuova vita e riportandole all’attenzione di tutti noi: costituisce un fenomeno linguistico straordinario, pur non essendo un parlante nativo dell’italiano.

Se ne sono accorti, a più riprese, i linguisti; in particolare Salvatore Claudio Sgroi ha intitolato Il linguaggio di papa Francesco un suo libro uscito qualche mese addietro presso la Libreria Editrice Vaticana. Il papa è un comunicatore eccellente. Grazie al prestigio che promana dalla figura papale, siamo tutti più convinti che la corruzione spuzza moltissimo, come proclamò una volta efficacemente. Non serve tanto ricordare che quel verbo, inesistente nell’italiano, ha radici dialettali piemontesi, nei dialetti di quella regione il verbo esiste davvero; importa che la frase del papa colpisce, ci esorta a rifiutare la corruzione molto più efficacemente di mille parole corrette messe in bell’ordine. Di fronte alla limpidezza del messaggio anche l’eventuale errore (consapevole o meno) passa in secondo piano.

Sono molte le parole inventate dal pontefice. Ecco qualche esempio: misericordiando nel senso di ‘provando misericordia’, coniato pensando al latino miserando, con questa spiegazione: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando». O nostalgiare, creato a partire da nostalgia, sull’esempio dello spagnolo nostalgiar. Una volta ha scelto la forma si pentiscano (usata da molti scrittori religiosi, antichi e moderni, e quindi qui la scelta pare intenzionale) per ‘comincino a pentirsi’ (i malfattori) rispetto al più scontato ‘si pentano’.

È recentissimo il ripristino di attimino, che negli anni scorsi imperversava ovunque, nel parlato e nello scritto. Una volta dissi a lezione che proponevo l’ergastolo per chiunque usasse attimino per indicare ‘una quantità minima’, anche al di là dei riferimenti temporali: «questa birra è un attimino calda», «questo spettacolo è un attimino noioso». Naturalmente scherzavo, sollecitavo i miei studenti a non usare la lingua in modo ripetitivo, a non abusare delle frasi fatte. Con il diminutivo ci rivolgiamo ai bambini, a volte in forme zuccherose: la pappina, la manina. In termini più generali, Beppe Severgnini ha osservato che l’abuso del diminutivo spesso cela un’insidia nella lingua di tutti i giorni: manovrina (per le nuove tasse), aiutino (per una raccomandazione), programmino (per l’acquisto di un programma inutile per il computer), seratina (per una gozzoviglia), giochino (per una pratica erotica particolare), ecc.

Torniamo ad attimino. Il 9 novembre, durante l’omelia della messa celebrata alla domus di Santa Marta in Vaticano, Bergoglio ha affermato: «Al momento in cui verrà il Signore, tutto sarà trasformato. In un attimino, tutto. Il mondo, noi, tutto!».

L’agenzia adnkronos ha chiesto il parere di due Accademici della Crusca: non avrà esagerato papa Francesco? «Il termine attimino per la verità sembrava essere passato oramai di moda», precisa Francesco Sabatini. «Lo si usava per indicare una misura di quantità applicata a qualsiasi cosa, come “un vestito dal colore un attimino sgargiante”, “un piatto un attimino piccante”, “un regalo un attimino caro”, anziché legarlo solo a una misura di tempo. Sembrava che la parola avesse concluso il suo ciclo vitale e l’avevamo archiviata risultando non più funzionale se non addirittura fastidiosa nel suo abuso. Ora rinasce nell’espressione del Papa ma usata con un significato proprio, correttamente legata al tempo, anche se appare insolito riferirla alle opere di Dio. Ma qui c'è tutto il linguaggio spontaneo cui ci ha abituato Francesco». E Luca Serianni: «Negli anni scorsi noi linguisti abbiamo fatto un gran parlare del termine attimino perché se ne faceva francamente un abuso, lo si inseriva in ogni discorso, quasi in ogni frase. Oggi mi sembra che si senta dire molto meno e può darsi che ora il Papa rilanci questa parola. In questo caso Francesco ha usato attimino nel senso originario riferito al tempo».

Dunque nulla da ridire, via libera all'attimino di Papa Francesco. Ma attenzione. È futile, anzi sbagliato, intervenire con la matita rossa o blu per censurare le scelte linguistiche del papa non italiano o addirittura per correggere i presunti suoi errori di lingua, spesso invece dovuti a scelte intenzionali, fatte per aumentare l’efficacia della comunicazione.

La tolleranza linguistica non si può estendere all’infinito, deve essere applicata con giudizio. Nella scuola e nell’università i professori debbono sollecitare gli studenti a usare la lingua in modo consapevole, deviazioni dalla norma possono essere consentite solo quando esse siano consapevoli e funzionali. Vanno corrette, invece, se nascono da povertà o inadeguatezza lessicali e da ignoranza dell’italiano. Usiamo in modo adeguato la nostra lingua, ci sono limiti alla creatività individuale. Petaloso può andar bene per mezza volta, non esageriamo.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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