L'osceno del villaggio 29. Un caffè con Max Vigneri Stampa
Sallentina
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 09 Maggio 2015 07:08

[in "S/pagne", 3 maggio 2015]

 

“Suggestioni un po’ crepuscolari / delle sedie misto-vimini In un caldo, estivo, pomeriggio / di un barocco sud”        - Max Vigneri

 

 

Il cielo plumbeo di marzo è uno sfondo di cui farei volentieri a meno, ma è ciò che mi riserva questa mattinata leccese e mi devo accontentare. “Mentre fuori impazza il temporale, sto attento per le scale ché si può scivolare, … mentre fuori impazza il temporale, umani ed animali perfettamente uguali… Nina che danzi su una stella fra nuvole di pioggia e piene di umidità…” (Il temporale)

Ormai da noi piove sempre. L’ “Apulia sitibonda” di cui parlano le fonti storiche è solo un’immagine letteraria, la nostra regione non è più “siticulosa” come diceva Orazio, anche se rimane lo schifoso scrirocco, “atabulus”, come lo definiva lo scrittore latino, perché portava la malaria. Il calpestio dei pedoni sull’antico basolato fra il Palazzo dei Celestini e la Chiesa di Santa Croce mi accompagna mentre mi dirigo al luogo del mio appuntamento. Gente che va, gente che viene, tutti in marcia verso il giorno che inghiotte ansie e stress, rancori e umiliazioni, successi e fallimenti. Il presidente di un’associazione ambientalista, megafono in una mano e volantini illustrativi nell’altra, tiene una improvvisata conferenza su fantomatici disastri ambientali, destando gli “evviva” di uno sparuto drappello di entusiasti e  i cenni di consenso di due giapponesi in bicicletta protesi ad immortalare col loro telefonino qualsiasi infinitesimale byte di vita  si muova sotto il cielo. Ma io ho dimenticato qualcosa in macchina e, smozzicando imprecazioni, sono costretto a ritornare indietro per prenderla. Attraverso la Villa Comunale. Passo in mezzo ai viali alberati, con un’espressione ordinaria, feriale, tipica di un giorno infrasettimanale. Fra i busti di Sigismondo Castromediano e Giuseppe Libertini, Cosimo De Giorgi e Leonardo Prato, due giovani seduti su una panchina si baciano appassionatamente, i due anziani di fronte a loro li guardano bonari, e sembra la scena di una pubblicità dei baci Perugina.

Il mio amico cantautore Max Vigneri mi aspetta in una bar di Piazza Sant’Oronzo. È già al secondo caffè. Il berretto di lana calato sulla testa per paura dei reumatismi, dice. “Ho ascoltato il cd, Max”, lo informo, “bello! Davvero” “Caffè Buda”, è il  suo cd di esordio, uscito un paio di anni fa per Edizioni Musicali CittàFutura Lecce. Testi e musiche di Max Vigneri (Piazza Indipendenza), che non è un neofita, sebbene sia arrivato a pubblicare abbastanza tardi. Ma tardi, poi, per cosa, mi vien da chiedermi. Per lo star system? Per il successo planetario? O solo per “imbarcare” meglio e di più a fine serata? Il fattore anagrafico non può essere una discriminante, un limite, quando un artista ha qualcosa da dire e sa come dirlo. Può esserlo, forse, se si sogna di conquistare il grande pubblico, di entrare nei circuiti importanti, ma queste ambizioni appartengono alle boy band, ai cantanti da talent show, non ad uno come Vigneri, perso dietro ai suoi sigari e ai reumatismi. Max canta dappertutto, ovunque lo chiamino. Quello che mi colpisce nel suo album è il perfetto mix fra musica e versi, nel senso che entrambi sono bilanciati e ben sostenuti dall’arrangiamento, curato da Andrea Neglia. La sua voce, calda e graffiante, di primo acchito può ricordare quella di Paolo Conte, questo almeno è l’accostamento che a tutti vien fatto di portare quando lo si ascolta. Ciò potrebbe riguardare le parti basse, per una certa pastosità del suo timbro, ma non di sicuro le parti alte, gli acuti. Anzi, ad un ascolto meno superficiale, si capisce che di Paolo Conte la voce di Max ha ben poco: è sì abbastanza arrochita, ma non così gracchiante come se avesse ingoiato un rospo, gratta, ma non ha la carta vetrata nella gola come l’avvocato astigiano. Secondo me invece, è molto più simile a quella di Mimmo Locasciulli, glielo dico e Max sorride. È un artista interessante, sospeso fra la scuola del cantautorato italiano e lo swing, con notevoli e riconoscibili influenze jazz e blues. Ha esperienza e un  bagaglio di vita vissuta, come chi ha superato da un pezzo gli “anta”, e questo si riflette nella sua produzione.

Nell’angolo dell’Anfiteatro Romano, due ragazzetti, sculture viventi di tatoo e piercing, intrecciano i loro nomi ad un lucchetto che appendono alla colonna degli innamorati e la voce melodiosa di Tito Schipa dal Bar Alvino vola nella Piazza Sant’Oronzo, in una mattinata pallida ed emaciata, che trasmette l’idea di giorni banali, non vissuti.

La canzone “Quante storie” parla del diavoletto da cui è posseduto il musicista, mentre “Marta ha 10 anni” è una delicata composizione dedicata alla figlia, che supera brillantemente la prova melassa, poiché il rischio del retorico, quando si scrive una canzone del genere, è più che concreto. In “E’ quasi l’alba, un uomo ritorna a casa inseguito dai ricordi e dai rimorsi di una vita strascinata, come i suoi passi lenti sull’asfalto del nuovo giorno.  “Sai Max, se proprio dovessi fare un accostamento, perché qualcuno me lo chiedesse nel recensire il tuo disco…”  “Come? Hai detto disco?” , sussulta, mentre gira lo zucchero nel caffè. “ Scusa, volevo dire cd (“dal vinile all’mp3, ne abbiamo viste di rivoluzioni io e te”, canta Renato Zero), insomma se proprio mi si chiedesse di dare un riferimento al panorama musicale nazionale, farei il nome di Jimmy Villotti, che conosciamo in due, tre in Italia, credo”. “ Il chitarrista di Francesco Guccini e di Paolo Conte”,  mi viene incontro Max, “Invento splendori d’autunno, La crema”, e inizia a snocciolare alcuni titoli di Villotti.  “Ma come, lo conosci?”, gli domando strabiliato, e subito mi rendo conto di aver così boriosamente sopravvalutato le mie competenze musicali. I due brani più belli del disco sono “Caffè Buda” e “El Cid”. Il primo brano, che è poi il pezzo portante del lavoro, fotografa la movida, cioè lo struscio tipico di una grande città  i cui avventori “Martoriavano granite fredde Inespressivi e snob”e ancora  “Percussioni sopra marciapiedi  di tacchi da 15/ nella seta si perdevano gli sguardi inebetiti e atonici / donne afone da logorroici temi / su inquietanti amenita’”. In effetti, il caffè Buda, caro alla memoria dei leccesi più anziani, era un bar che si trovava proprio al centro di piazza Sant’Oronzo, dove è oggi la sede della banca Monte dei Paschi di Siena. Ma si tratta anche di un topos letterario: il Caffè Buda per Max corrisponde a quello che il Roxy Bar rappresenta per Vasco Rossi, il Mocambo per Paolo Conte, il Bar Mario per Ligabue, un punto in cui si incontrano personaggi, storie e vicende, un luogo fisico ma anche dell’anima, come il “Castello dei destini incrociati” di Calvino. “El Cid” si ispira alla figura dell’epico condottiero spagnolo, Rodrigo Díaz de Vivar, protagonista dei cantari del 1100 durante il periodo della Reconquista spagnola, ma quello di Vigneri è “un cavaliere errante … Conquistador di amazzoni di poca fede disfattiste e conflittuali biforcute e cerebrali al limite del count-down”. In questo brano, Max canta di “fuochi pirotecnici e scintille e linee maginot”.

Quello che mi piace di più di Max Vigneri è che non assomiglia a nessun altro del panorama musicale salentino, in cui impera la riproposizione della tradizione musicale nostrana nel segno della pizzica. Max non fa folk revival, non infarcisce le sue canzoni con suoni tarantati o dialettismi, i suoi testi sono scritti in un italiano corretto ed essenziale; un lessico, il suo, non ricchissimo ma denso, evocativo, come i suoi “manichini di Cocò Chanel” e le sue “storie di patetici pierrot”. Le sue radici salentine sono forti e tradite, nel parlato, dal forte accento leccese, intrecciate alle sue note swingeggianti, mescolate alle sue “gocce di adriatico e malvasia”, ma la sua appartenenza geografica non viene sbandierata nel cd; Lecce ed il Salento non sono mai citate nelle canzoni e, a mio avviso, è questo è il punto di rottura, l’originalità di questo chansonnier un po’ sornione, ad un tempo svagato e puntuto, giocoso eengagé. I testi sono minimalisti, ma le atmosfere sembrano quelle alcoliche di un night in una notte piovosa con i vetri che si appannano e il ghiaccio che si squaglia nei tumbler, il fumo che sale lento disegnando bizzarri ghirigori nell’aria opaca. Interessanti anche “Comprati un sogno” e “L’abbandono”.

È già pronto e sarà a breve pubblicato, il suo secondo cd che, a giudicare dalle nuove canzoni che ho ascoltato e che si trovano in rete sul canale youtube, sarà ancora più convincente. “Vado Max, gli impegni mi chiamano e fra poco inizia a piovere”. “Ci vediamo in giro, vieni a trovarmi per ascoltarmi dal vivo”, mi saluta, invitandomi ad una delle prossime date in qualche locale perduto nella nostra provincia infinita e mutevole.

La musica non finirà mai. A presto, Max Vigneri.