L’arcaismo nel Salento da Norman Mommens a Luigi Fulvi Stampa
Arte
Scritto da Rosa Dell'Erba   
Lunedì 20 Ottobre 2014 06:49

["Il Galatino" anno XLVII n. 16 del 17 ottobre 2014, p. 3]

 

Norman Mommens (1922-2000), scultore con “grandi visioni dell’Universo”, trascorse i suoi ultimi anni a Spigolizzi, masseria vicina a Salve, noto sito preistorico del Salento da cui provengono manufatti attestanti un’industria  litica risalente al Paleolitico Superiore.

Dopo l’esperienza in Cornovaglia ricca di cave di granito, l’artista giunge in Italia, a Carrara, successivamente viaggia per il Mediterraneo: Catalogna, Provenza e infine l’approdo a Naxos, l’isola più grande delle mitiche Cicladi ricca di marmo. Il primitivismo cicladico degli idoletti in marmo svelano a Mommens un mondo intriso di magia e di arcaismo che aveva anche affascinato Moore, Modigliani e Brancusi.

Gli idoli cicladici dell’età del bronzo evocano riti e religiosità legati alla   dimensione magico-religiosa delle civiltà primitive, come quella maltese.

Presente nell’opera di Mommens  è il riferimento alle sculture preistoriche di Gozo conservate nel museo archeologico dell’isola:  sono assemblate nella tipologia della “family group”, la famiglia di sculture;  si tratta di un indizio preziosissimo perché le forme più antiche di religiosità, come il politeismo, erano caratterizzate da famiglie di divinità la cosiddetta “parentela mitologica” riproposta da Mommens nei suoi amati Serafini. Nella mostra dedicata a Mommens “Merìca e le visioni” allestita nelle scuderie del Castello Risolo a Specchia (20-28 luglio 2012) passata quasi del tutto inosservata, erano esposte per la prima volta le opere dell’artista belga, che, come I contemplatori di stelle, I Serafini, Il poeta dichiaravano  in maniera inequivocabile la suggestione dell’arcaismo. Gli idoli cicladici dell’Età del bronzo venerati nei templi prima della conquista cretese, cioè della prima civiltà europea, erano lì, a Specchia, riproposti dall’artista  come fine ultimo della sua riflessione: Back to the Land. A Specchia ci hanno incantato quelle statue: ritte, monolitiche, con il capo appena abbozzato rivolto verso l’alto e gli occhi  chiusi, in preghiera, in contatto con la divinità.

La  visione interiore  suggeriva Eternità e mistero. L’uomo si sentiva parte della natura, ma allo stesso tempo ne aveva paura. Ascoltava i segnali, la voce del vento, le scosse sismiche, i versi degli animali, ma soprattutto, il moto ondoso del mare, il Mediterraneo, che non era un confine ma luogo d’incontro. I visionari, gli sciamani erano concentrati sulle percezioni di quelle forme di energia e tutto: arte, scienza, trascendente erano l’Unità. Mommens “non usava il martello pneumatico neanche per i primi sbozzi” perché anche il processo che porta al finito è parte della stessa creazione.

Nel laboratorio di Luigi Fulvi è presente l’eco di tutto questo sentire, dall’arcaismo cicladico ravvisabile nella statua dell’idolo-menhir, alle sculture monolitiche di pietra arenaria di Gallipoli -materiale prediletto dall’artista- al maestoso tronco d’ulivo, fino alle Porte (in realtà enormi cardini lignei ad innesto) che sono costituite da unità mobili.

Una sua opera, l’Idolo (1989) anch’essa in pietra arenaria, è parte delle collezioni del Museum Vito Mele a Santa Maria di Leuca accanto alle sculture di Mommens e di Helen Ashbee, pionieri del Back to the Land Movement nel Salento. La vasta produzione scultorea, iniziata negli anni ’70, annovera opere a tema: Ruote, Steli, Pilastri, Colonne; ma già nel decennio successivo con i Totem, le Porte, gli Idoli la ricerca approda alla dimensione magico-religiosa. Gli ultimi esiti riguardano l’osservazione delle architetture, quelle fortificate in modo particolare, molte allo stato di rudere. Fulvi studia il particolare delle Feritoie che diventa così il nuovo tema insieme a quello delle Vele. Lo scultore  vive a Milano da quarant’anni è titolare della Cattedra di discipline plastiche al Liceo Artistico Statale di Brera, è stato allievo di Marino Marini, Alik Cavaliere eppure non c’è traccia delle civiltà urbana nelle sue opere se non l’eleganza dell’essenzialità.

Anche Alberto Veca esalta in Fulvi un minimalismo espressivo “Sono sculture senza decorazione, alla soglia dell’essenziale…”( “Dimore” scritto per la mostra Mediterraneo tra arcaicità e mito presso Museo della Permanente di Milano del 2009).

Se Fulvi è stato accostato a Brancusi, in cui è evidente l’ammirazione per l’arte negra e il primitivismo cicladico, è  dovuto  alla sua ricerca orientata verso l’arcaismo. Il “Qui tutto è sempre alle origini” di Donato Moro spiega la scelta delle forme. Fulvi osserva la materia, ne interpreta la storia, decodifica i segni geologici, segue le tracce già impresse nella sua pietra, non giustappone un suo progetto, non prepara un bozzetto, al contrario, è egli stesso che si sottopone al progetto innato della pietra: raccontare l’origine. Lo afferma spiegandomi la croce che ha graffito sfruttando la vena rossa dell’ossido di ferro:“ La pietra ha in sé la storia del luogo, la vita, le tracce delle sedimentazioni come l’ossido di ferro.” Di recente una sua opera, in arenaria, è stata collocata nel  centro di Milano. Un felice segno di ritorno alle origini  per chi  comprende che: non la chiassosa e ottimista umanità di fine Ottocento raffigurata da De Nittis popola oggi le metropoli, ma quella ferita dai conflitti mondiali e dalla disillusione che appare piuttosto nei dipinti di Sironi, quelli che mostrano la periferia delle città, il suo tramonto.

“Non c’è avvenimento che, nell’ultimo secolo, abbia condizionato di più le metamorfosi dell’arte, quanto la nascita, lo sviluppo  e la crisi delle metropoli.”(A. D’Elia, La città vista dalla coscienza. Arti visive, foto, computer art, musica, teatro, danza in ricordo di Italo Calvino, in La Gazzetta del Mezzogiorno,22 novembre 1990,p.20. scritto in occasione della Rassegna al teatro Kismet di Bari intitolata Le città invisibili.)