Mario Marti per testimonianza diretta. La sua scomparsa compensata da un grande lascito culturale Stampa
Necrologi e Ricordi
Scritto da Gigi Montonato   
Lunedì 02 Marzo 2015 17:28

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, Febbraio 2015, pag. 6]

 

Si è spento a Lecce nella sua casa Mario Marti nella notte tra martedì 3 e mercoledì 4 febbraio. Aveva compiuto cento anni il 17 maggio dell’anno scorso. Aspettavamo, come ormai da anni si faceva al Circolo “Galileo” di Trepuzzi per iniziativa di Totuccio Capodieci, di festeggiarlo anche quest’anno per il suo 101°. E lui, pur non potendo più partecipare di persona, sarebbe stato felice. Era una tappa, quella dei 100 anni, a cui teneva moltissimo e alla quale credeva con spirito volitivo. In occasione della presentazione del suo libro Su Dante e il suo tempo con altri scritti di italianistica per il suo 95° compleanno nel 2009, gli telefonai per rammaricarmi di non esserci stato. «Era una cosa del Dipartimento non molto pubblicizzata – mi disse – non ti preoccupare, ci sarai quando farò cento anni». Proprio così!

Sono stato a trovarlo alla vigilia di Natale, come ogni anno. Cordiale come sempre. Se il suo corpo fosse stato all’altezza della sua mente sarebbe vissuto chissà per quanti anni altri ancora. Era lucidissimo, interessato, curioso di sapere cosa facevamo noi, suoi amici della Società di Storia Patria, a cui era legatissimo. Mi rammentò il mio Cavalcanti, che gli era piaciuto pur non condividendo il taglio interpretativo della ballatetta, che gli avevo dedicato per i suoi 100 anni. Per Marti è il lettore che deve trasferirsi tutto nel testo di un autore alla ricerca del vero, e non viceversa; diffidava delle interpretazioni, che hanno sempre curvature di soggettività se non proprio di arbitrarietà. Di qui la sua prudenza nei confronti degli autori del Novecento, secolo che ha celebrato i fasti della semiologia.

Parlammo di tante altre cose in quel quarto d’ora. Quando mi alzai per andarmene mi rimproverò che scappo sempre, che m’intrattengo poco. Gli risposi che soffro di una sorta di irrequietezza compulsiva che non mi fa stare in un luogo più di pochi minuti. Esagerai, e lui sorrise.

Con lui avevo un rapporto particolare. Tutti i rapporti diventano particolari quando sono segnati da amicizia vera in continuità di tempo. Non sono stato suo allievo all’Università, ho fatto tutti gli esami di letteratura italiana, ben quattro, con Aldo Vallone, un maestro dell’esegesi dantesca; ma sui suoi studi mi preparavo per gli opportuni ampliamenti. Poi, dopo, ho letto e studiato regolarmente i suoi libri.

Marti mi voleva bene anche per via della sua amicizia con Francesco Politi, che aveva insegnato negli stessi anni all’Università di Lecce lingua e letteratura tedesca, che sapeva a me vicinissimo. E lui, Marti, ne apprezzava le traduzioni, entusiasta per il suo Orazio e il suo Villon. Un’amicizia fraterna che andava oltre la colleganza universitaria. Delle cinque commissioni per le borse di studio intitolate ai genitori di Politi per studenti universitari taurisanesi, i cui lavori si svolgevano a Taurisano durante l’estate, nella prima metà degli anni novanta, Marti ne presiedette ben tre. Con lui c’erano Giovanni Papuli, Loris Sturlese, Mario Signore, Giuseppe Dell’Anna, Mimmo Fazio, Gino Pisanò ed altri docenti universitari. La sua presidenza era sempre molto attenta e rigorosa, quasi si trattasse di un concorso universitario; la scelta delle parole per le motivazioni dell’assegnazione erano distillate, perché nulla sembrasse improvvisato.

Qualche volta ero il primo o tra i primi a sapere dei suoi lavori. Nell’aprile del 1994 mi chiese di anticipare l’uscita di “Presenza” per poter pubblicare una cosa importante, che teneva a farla uscire quanto prima possibile. Era il suo Francesc’Antonio D’Amelio. Un’ipotesi d’autografia (con inediti), che pubblicai nel numero di aprile-maggio di quell’anno. Del suo saggio Il trilinguismo delle lettere «italiane», poi apparso sul “Giornale Storico della Letteratura Italiana” nel 2011, mi parlò nel dicembre del 2009. Gli chiesi su che cosa stava lavorando. D’acchito mi rispose su niente; poi sorridendo mi disse che stava raccogliendo materiali e preparando schede per un saggio molto importante che però doveva rimanere segreto. Allora gli dissi che non lo volevo sapere, ma lui, a quel punto, volle dirmelo. Si trattava del trilinguismo, a cui provvisoriamente aveva dato il titolo Il triplice volto delle lettere “italiane”, diventato successivamente Il triplice volto linguistico della storia della letteratura “italiana”, il cui dattiloscritto mi avrebbe poi regalato con largo anticipo sulla pubblicazione. «Peccato – disse – che quest’idea non m’è venuta cinquant’anni fa. Ne avrei ricavato un libro».

Marti era sinceramente innamorato del suo Paese, dell’Italia dico; orgoglioso di essere un italiano e di appartenere allo straordinario popolo che ha dato tanto alla civiltà. Seguiva la vita nazionale documentandosi giornalmente. Anche lui a volte era critico, ma mai indignato come spesso si vede e si sente, in maniera urlata e teatrale. Nei suoi giudizi era molto prudente ed equilibrato; esprimeva la moderazione della persona saggia che è funzionale a guardare alle cose del mondo con serenità e spirito costruttivo. Amava la sua terra, Lecce e il Salento, che sentiva di doverla valorizzare come fosse una missione. Di quanto avesse fatto per lei parlò in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria leccese che l’Amministrazione comunale del Sindaco Adriana Poli Bortone volle riconoscergli.

Veniva da umili origini e conosceva la tenacia nell’impegno e la durezza dei sacrifici per arrivare a dei risultati importanti. Era un conservatore moderato, ma non in senso socio-economico, bensì etico-politico. Il merito prima di tutto, il rigore, la coerenza del metodo; aborriva le scorciatoie, le improvvisazioni, le furberie, le promozioni facili, i sei politici. Non parlerei nel suo caso di libertà, perché per un uomo di scienza – e lui lo era, benché di scienza applicata alla filologia e alla critica letteraria – la libertà non è un’opzione. Libero sì lo era, libero da preconcetti e pregiudizi. Lo provano le sue collaborazioni a piccoli giornali e riviste, dal tarantino “Corriere del Giorno” alla leccese”Voce del Sud” a “Presenza Taurisanese”, per citarne alcuni.

Durante gli anni della Contestazione, ultimi sessanta e primi settanta del secolo scorso, fu preso di mira con altri suoi colleghi dagli esagitati sessantottini, così sarebbero stati chiamati dopo i contestatori, per il loro richiamo al dialogo in alternativa alle violenze. Non erano anni facili e tutto sommato a Lecce non ci furono fenomeni di intolleranza gravissimi come in altre sedi universitarie, a parte le solite occupazioni e le scontate mazzate tra estremisti di destra e di sinistra. Sul Sessantotto leccese e non leccese Marti scrisse alcuni anni dopo, nel libro curato da Ruggero Vantaggiato e Piero Lisi Quei giovani ribelli del ’68 salentino (2002). «Le cose – si legge nel suo intervento – non potevano continuare a svolgersi come fin allora si erano svolte; le strutture, assolutamente fatiscenti, andavano radicalmente modificate, non soltanto quelle giuridiche ed edilizie, ma anche quelle tecniche e professionali, quelle della didattica e della ricerca. Naturalmente, il coacervo delle posizioni era straordinariamente intricato e complesso; e vi trovava sovente maligno e velenoso inserimento il dileggio beffardo, lo scherno irrisorio, il sarcasmo parodistico e sferzante…verso tutti coloro che si trovavano a dover difendere la ormai troppo sbracata maestà della legge, laddove tutti i puntelli giuridici erano miseramente crollati, e l’edificio degradava in rovina». Per Marti, sentirsi nella ragione non autorizza a non riconoscere quella degli altri. Nel ’68 se ne fece scempio.

In occasione  dei 150 anni dell’Unità d’Italia, nell’ottobre del 2010, Marti tenne per i seminari della Società di Storia Patria per la Puglia, organizzati da Mario Spedicato, una relazione sulla Poesia patriottica nel Risorgimento italiano, che coinvolse emotivamente tutti, specialmente quando ad un certo punto – Marti aveva la bella età di 96 anni – si commosse pensando ai grami tempi di oggi.

Mi sento fortunato ad averlo conosciuto e frequentato, ad aver beneficiato della sua amicizia, dei suoi consigli e dei suoi giudizi, anche su di me. E Marti non era di manica larga, con nessuno!

Sono davvero contento per lui che gran parte del suo mondo era lì, a Lecce, il pomeriggio di giovedì, 5 febbraio, in corteo dietro il suo feretro tra la sua casa di via Ritucci e la chiesa di San Lazzaro. Segno che l’affetto e il rispetto che lo avevano circondato in vita continuavano ad accompagnarlo nell’ultimo tragitto terreno e si facevano promessa di riconoscente memoria.