Addio ad Aldo Bello, cronista dei fatti del mondo Stampa
Necrologi e Ricordi
Scritto da Antonio Errico   
Venerdì 30 Dicembre 2011 09:24

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, 28 dicembre 2011]

 

Date dieci righe in cronaca senza commenti. Così avrebbe detto. I commenti non servono mai e meno che mai davanti alla morte. Aldo Bello era un giornalista puro. Uno di quelli per i quali l’unica cosa che conta sono i fatti, perchè i fatti servono a comprendere la Storia e gli uomini che si agitano dentro di essa.

Classe ’37, se n’è andato ieri, in un ospedale di Roma, dove viveva da quando a diciott’anni lasciò Galatina per inseguire il sogno dei giornali. Studia Lettere moderne con Sapegno, Ungaretti, Chabod.

Avevo dieci anni quando ascoltavo alla radio i suoi reportages. Lo conobbi a ventisei, a Lecce, davanti al bar Alvino, con Antonio Verri, una mattina d’aprile che pioveva.

Non mi invitò a collaborare a “Sud Puglia”; me lo impose. A quella rivista, che poi si sarebbe chiamata “Apulia”, Aldo Bello era legato  forse molto di più di quanto lo fosse ad altre esperienze. Dopo aver lavorato al “Giornale d’Italia”, al “Globo”, all’ “Opinione”, arriva in Rai nel Sessantacinque. Per quindici anni fa l’inviato speciale sui fronti di tutto il mondo. Segue la guerra Iran-Iraq, quella del Golfo, i sommovimenti integralisti nelle terre arabe, in Egitto, in Sudan, nel Centroafrica, in Algeria e in Marocco. Fa il capo redattore dei servizi speciali del Gr1, il direttore di Televideo e della televisione di San Marino.

Ma non gli piaceva dirigere uomini, mi disse una volta. Per lui il giornalismo si doveva fare consumando le scarpe per raccogliere in un taccuino le storie che attraversano i luoghi e decidono i destini delle creature. Così ho ripreso dagli scaffali un suo libro che s’intitola “ Passo d’Oriente”: una trama intricata di nomi di luoghi e di persone. Doveva uscire con un editore dalla grande distribuzione; alle due di notte gli strappai l’impegno di pubblicarlo con “Il laboratorio” di Parabita in una collana di prosa e poesia di cui mi era stata affidata la cura. Lo fece perché era un amico grandioso. Altruista. Disinteressato. Di quelli che sai che ci sono sempre e che quando non ci sono più ti mancano in modo tremendo.

Prima di quel libro aveva pubblicato, fra l’altro, “Terzo Sud”, “La mattanza”, “L’idea armata”.

L’ho visto l’ultima volta in agosto. Faceva i suoi puntualissimi progetti di scrittura, soprattutto per “Apulia”, per quelle analisi storiche e politiche lucidissime, a volte sferzanti. Saggi che spesso parlavano di Sud e al Sud. Perché questo Sud, questo Sud del Sud, Aldo Bello ce l’aveva nelle profondità dell’anima e del pensiero. Era convinto che l’Odissea mancasse di un capitolo, o di uno splendido intermezzo, perché Ulisse non conobbe mai queste sponde.

Si andava una sera di alcuni anni fa, in uno di quegli anni in cui c’erano ancora tutti, si andava per i vichi di Lecce, era mezzo febbraio, venivano giù faville di neve. Disse: in questa terra non puoi sentire freddo, perché ci sono i nostri ricordi a riscaldarci.

Dieci righe in cronaca, avrebbe detto. Senza commenti. Non fosse altro che per evitare le tagliole della memoria. Gli abbiamo disubbidito, senza pentimento. Perché alla memoria di chi ci è caro non si può rinunciare.

(Se è vero che nei luoghi dove adesso si trova c’è un’altra vita, la prima cosa che ha fatto è stata quella di cercare una macchina da scrivere, per raccontare a se stesso com’è andata).