Per Vincenzo Consolo Stampa
Necrologi e Ricordi
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 31 Gennaio 2012 07:13

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 28 gennaio 2012]

 

Si è così sciocchi, a volte, da pensare che i miti non possano morire. Per questo qualche giorno fa sono rimasto frastornato alla notizia che Vincenzo Consolo era morto. Lessi “Il sorriso dell’ignoto marinaio” nell’’84, al militare, nottetempo, negli intervalli fra due turni di guardia sull’altana. Mi stregò quel linguaggio emerso dalle profondità della memoria, il risultato di combinazioni sapienti di lessico e di forme, regolato nel suo scorrimento da un ritmo interiore, naturale come il respiro, la pulsione del sangue.

Poi lo conobbi a Roma, nei primi anni Novanta. Qualche anno fa ci rivedemmo a Lecce, per la presentazione di un suo libro. Piccolo uomo, di poche parole. Scrittore fantastico. Diceva che ci sono due modi di essere scrittore: uno di tipo logico-razionale, di pensiero, e l’altro di tipo irrazionale-intuitivo, di sentimento. Lui è stato uno scrittore di sentimento. Dalla “ Ferita dell’aprile” in poi, ha scritto con un linguaggio che è una sorta di territorio compreso tra dimensione archetipica e invenzione; la sua sonorità e il suo ritmo sono preesistenti all’espressione, appartengono ad una sensibilità e ad un pensiero che percepiscono il mondo attraverso il suono, che stabiliscono analogie e differenze confrontando i suoni e i ritmi prodotti dall’universo esteriore e interiore. Il significato viene dopo, quando al suono percepito si associa un elemento della cultura, quando il ritmo viene riempito di storia, di memoria.

Ma nel narrare di Consolo la storia e la memoria si sottraggono a qualsiasi svelamento, precipitano verso l’ambiguità, verso il silenzio, rifiutano un racconto che le costringa in un tempo e in un luogo. I personaggi avvertono costantemente, disperatamente, il loro progressivo separarsi dalla realtà, dalla storia; subiscono un senso di vertigine provocato dal vuoto scavato dal tempo e dal destino, hanno tutti una smania, un tormento antico  che ciascuno a suo modo tenta di placare: ribellandosi a qualcosa, a qualcuno, o lasciandosi sedurre da sirene lussuriose, dal fascino dell’ignoto, da una sensualità che nasconde i germi del disfacimento. Tutti tendono allo straniamento, che nella follia e nella scrittura trova le sue espressioni sublimate. Scrittura e follia hanno una forza separante, provocano visioni, figurazioni di altri mondi, cancellano la realtà per inventarne un’altra o per conservarne solo un riflesso, una trasparenza, oppure la pensano come un artificio, come un sogno. Dice in “ Nottetempo casa per casa”: “e tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione”.

Scrittura e follia polverizzano ogni macigno del reale, ogni cosa visibile, tangibile; annullano i nessi logici, consentono la catarsi, l’annullamento, l’abbandono.

Sia l’una che l’altra nascono come un’ossessione, ma poi si trasformano in leggerezza, incantamento.

Ecco. Il narrare di Consolo è il racconto di questo incantamento, della distanza che l’uomo stabilisce tra sé e la storia, tra quello che è accaduto e quello che si è sognato. E’ il racconto del tentativo di salvarsi la vita ,se in qualche modo uno crede alla salvezza che può venire dalla leggerezza di un racconto.  Prima di scrivere questo pezzo ho ripreso in mano il suo “Retablo”, e mi è  ritornata la sciocca illusione che i miti non possono morire.