SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 98 - (4 settembre 2013) Stampa
Universitaria
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 05 Settembre 2013 07:28

Sulla valutazione della ricerca: Caro Nando...

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 4 settembre 2013]

 

Nell’articolo del 20 agosto pubblicato su questo giornale [Leggilo in questo sito, cliccando qui ndr], Nando Boero solleva due rilievi alle mie critiche – espresse il giorno prima sul Quotidiano [Leggile in questo sito, cliccando qui ndr]- all’esercizio di valutazione della ricerca (VQR) effettuato dall’ANVUR. In primo luogo, egli osserva che, sebbene perfettibile, l’operazione ANVUR è affidabile e va salutata come prima e attesa verifica della qualità della ricerca scientifica in Italia. Con l’auspicio che, su queste basi, finalmente si premi il merito. In secondo luogo, ritiene che le immatricolazioni degli studenti di fatto prescindono dalle classifiche – nazionali e internazionali – degli Atenei italiani, e che le loro scelte sono fondamentalmente influenzate dalla lettura dei curricula dei professori e dell’offerta formativa, di norma disponibili in rete.

Si tratta di due tesi poco convincenti, per le seguenti ragioni.

1) Boero riconosce che la valutazione ANVUR fatta in ambito “umanistico” è meno precisa di quella fatta nell’ambito delle c.d. scienze dure (fisica, matematica, ingegneria ecc.) e da ciò deduce che le mie critiche soffrono del vizio di prendere una parte (gli errori compiuti per le aree “umanistiche”) ed estenderla al tutto. Ma l’argomento può essere agevolmente ribaltato. Ha senso prendere per buona la VQR se si ammette che, per numerosi ambiti della conoscenza, è fallace? Non si tratterebbe – anche in questo caso - di prendere una parte (la valutazione oggettiva e pienamente attendibile nell’ambito delle c.d. scienze dure) ed estenderla al tutto (la valutazione soggettiva, discrezionale ed estremamente imperfetta degli altri settori disciplinari)? Sia chiaro che la tesi di Boero secondo la quale la valutazione della ricerca si rende necessaria è pienamente condivisibile. Come farla? Qui sorgono non pochi problemi, studiati nella letteratura specialistica da almeno un paio di decenni. Al di là dei tecnicismi, ciò che non è chiaro è perché ANVUR è partita, per così dire, dal nulla, avendo, per contro, potuto attingere all’esperienza ultradecennale di altri Paesi, dove evidentemente si è avuto il tempo necessario per mettere a punto un sistema di valutazione della ricerca sufficientemente attendibile e condiviso dalla comunità accademica. D’altra parte, lo stesso Boero auspica che i criteri (a quanto pare) oggettivi usati per valutare le “scienze dure” siano estesi a tutti gli altri ambiti disciplinari. Ma, poiché questo processo (auspicabile o meno) richiede tempo, vi è una ragione in più per considerare la VQR 2004-2010 come un primo esperimento di valutazione, che necessita di essere perfezionato per essere pienamente affidabile.

La pubblicazione dei risultati VQR – e non è il caso del collega Boero - ha dato spazio alle proposte più ardite, in merito alle quali sarebbe saggio sospendere il giudizio. Sulle colonne del Corriere della sera, il prof. Giavazzi – autorevole commentatore di temi economici, nonché strenuo sostenitore della c.d. “riforma” Gelmini – ha recentemente auspicato la chiusura delle Università di Bari, Messina e Urbino perché collocate al fanalino di coda della classifica ANVUR. Si tratta di dichiarazioni non solo provocatorie, ma, nel caso specifico della proposta Giavazzi, davvero surreali: se, infatti, Bari, Messina e Urbino sono - nel complesso - Atenei poco produttivi (stando alla VQR), ancora meno produttiva – almeno nell’area delle scienze economiche – è la Bocconi, Università nella quale Giavazzi lavora, con una percentuale notevolmente alta di professori “fannulloni”. Che si fa, si chiede di chiudere i corsi di laurea di Economia dell’Ateneo milanese?

2) Nando Boero constata, poi, che gli studenti scelgono le sedi universitarie nelle quali immatricolarsi acquisendo informazioni su Internet, indipendentemente dalle classifiche ANVUR. Si intende sostenere che la VQR non orienterà le immatricolazioni? Allora: tanto rumore per nulla. E poi, per quale ragione ANVUR si è affrettata a fornire alla stampa una graduatoria di Atenei (peraltro diversa da quella utilizzabile dal Ministero), con il risultato – atteso o meno – di produrre un dibattito accesissimo su chi è più bravo e chi meno?

Qui vi è un fondamentale fraintendimento. Alle famiglie va chiaramente detto – qualora non ne siano a conoscenza – che la VQR non fornisce una classifica di Atenei e che soprattutto non valuta la didattica. Così che si può avere un Ateneo classificato “limitato” per la numerosità e la qualità delle pubblicazioni dei ricercatori che lì lavorano e, tuttavia, eccellente per l’offerta formativa erogata. In altri termini, non sono affatto rari i casi di professori poco produttivi sul piano scientifico e tuttavia molto bravi nell’insegnamento, così come si possono avere eccellenti ricercatori poco preparati per fare buona didattica. Ma, su questo, la VQR non si pronuncia: ANVUR accredita i corsi di studio sulla base dei criteri definiti dal progetto AVA, del quale, probabilmente, solo gli addetti ai lavori conoscono l’esistenza.

Il problema con il quale oggi occorre confrontarsi non è tanto la valutazione della ricerca, quanto il destino dell’Università italiana. Va chiarito, a riguardo, che il sistema universitario italiano è ancora fra i migliori d’Europa, a fronte della massiccia decurtazione di finanziamenti subìta nel corso degli ultimi cinque anni, il numero di ricercatori universitari è fra i più bassi in Europa, il numero di sedi universitarie è anch’esso fra i più bassi in Europa. Il processo di precarizzazione introdotto dalla c.d. riforma Gelmini - l’introduzione della figura del ricercatore a tempo determinato con contratto triennale eventualmente rinnovabile una volta – lascia prefigurare un continuo peggioramento della quantità e della qualità della ricerca in Italia. Se anche fosse affidabile e operativa, la VQR non produrrebbe altri esiti se non distribuire selettivamente sempre meno risorse alle Università, la gran parte delle quali è già al limite del dissesto finanziario.