I paradossi delle parole - (18 dicembre 2016) Stampa
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 19 Dicembre 2016 09:18

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 18 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana parliamo di parole che ricorrono spesso nelle cronache: vediamone usi, significati e implicazioni.

1: cattiveria, cattivo. Sul «Corriere della Sera» di alcuni giorni fa, nella sezione dedicata al calcio, un intero paginone riporta un’intervista a Dzeko, il centravanti della Roma che quest’anno segna e convince, per la gioia dei tifosi romanisti e per la disperazione degli avversari. Negli anni precedenti Dzeko, pagato non so quanti milioni di euro, ha un po’ deluso, quest’anno invece gioca meravigliosamente. Il titolo recita: «Io cattivo? Mai». Leggendo l’intervista il senso del titolo si precisa. Domanda l’intervistatore: «Spalletti [l’allenatore della squadra] le fa i complimenti ma batte sempre su un tasto: vuole da lei più cattiveria. I tifosi si innamorano più dei bad boys alla Ibra [Ibrahimović, calciatore svedese che ha giocato anche in Olanda, in Italia, in Francia e ora gioca in Inghilterra. Nel 2016 guadagna 11.44 milioni di euro di stipendio, sponsorizzazioni e pubblicità escluse] che dei buoni. Ma si può essere bravi nella vita e cattivi in campo?». Ed ecco la risposta di Dzeko: «Bisogna capire che cosa vuol dire essere cattivo. Se sbaglio due occasioni è perché non sono cattivo? Sbaglio perché sono buono? Per me cattivo significa che devi sfruttare tutte le occasioni che hai, che ti devi concentrare di più. E io mi impegno per farlo. Ma non posso cambiare a 30 anni. Sono fatto così. Sono nato cosi».

Osservate il paradosso. Il malcapitato Dzeko deve giustificarsi per essere buono, viene invitato ad essere cattivo. La positività risiede nella cattiveria, negativa è la bontà. Ma i vocabolari della nostra lingua affermano il contrario. Ecco le definizioni: cattivo ‘contrario alla legge morale; moralmente riprovevole o pericoloso; che ha tendenza a compiere il male; malvagio, disonesto’. E buono ‘che tende al bene; onesto; moralmente positivo’. Il rovesciamento dei valori non è solo nell’articolo che ho citato, ricorre spesso. Ecco un’altra frase, pure desunta dalle pagine sportive dei quotidiani. «Per battere la Juve dobbiamo essere più cattivi contro le squadre piccole» proclama Totti, il celebratissimo capitano della Roma. E dunque cattiveria nel mondo del calcio è una qualità, se vuoi emergere devi dimostrare di possederla. Figuriamoci i valori che vengono inculcati ai giovanissimi aspiranti calciatori che frequentano le scuole di calcio! Quale modello di cittadino viene loro proposto?

Intendiamoci. Il calcio mi piace, è un gioco bellissimo, richiede sacrificio, spirito di squadra, capacità di cooperare. Ci sono i campioni grandissimi, quelli che segnano le epoche e rifulgono nell’immaginario di molti. Ma in questo sport è fondamentale il gruppo, la solidarietà, l’intesa collettiva, insomma le doti che fanno difetto a noi italiani, individualisti fino all’autolesionismo. Il calcio mi piace e sono in buona compagnia. Saba ha scritto una poesia che molti conoscono, anche a memoria: «Il portiere caduto alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia a non veder l’amara luce …». Pasolini dichiarava una passione illimitata per il calcio, lo assimilava a un vero e proprio linguaggio, con poeti e prosatori. Ricordava: «I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara […] sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso».

È necessaria una precisazione. Apprezzare il calcio non vuol dire accettarne tutte le manifestazioni, comprese quelle che lo deturpano: la violenza negli stadi e fuori, la corruzione e il giro delle scommesse clandestine. Torniamo alla lingua, ci aiuta a capire. Se un calciatore sbaglia un rigore o un gol facile, se una squadra non vince contro un’altra sulla carta più debole, non diciamo più che è mancata la cattiveria. Diciamo che il calciatore è stato poco abile, che la squadra è stata poco capace o magari sfortunata. La cattiveria non può esprimere valori positivi, in nessun caso. La scarsa abilità o la sfortuna rientrano nella condizione umana, con applicazione e tenacia le cose possono migliorare. L’abbiamo scritto più volte nelle scorse settimane: torniamo a dare ai vocaboli i valori che essi esprimono, non distorciamo la realtà. Vale per il calcio, vale per la vita.

2. delazione, delatore. Stefano Cristante, amico e caro collega, il 3 dicembre ha scritto su «Nuovo Quotidiano» un bell’articolo sulla vicenda delle morti sospette all’ospedale di Saronno: un primario anestesista e un’infermiera sono accusati di aver causato la morte di numerosi pazienti, compresi alcuni parenti della donna. Cristante si interroga sull’uso stravolto della parola delatore, in questo caso riferita a chi, sospettando nei comportamenti dei due qualcosa di poco chiaro, li ha denunziati all’autorità giudiziaria. Se il delatore è ‘chi denuncia qualcuno tradendone la fiducia’ (azione riprovevole, senza alcun dubbio) chi ha esposto i suoi dubbi a polizia o carabinieri ha fatto male, avrebbe dovuto tacere? È un infame, secondo il lessico della mafia?

La risposta naturalmente è “no”. La legge invita, anzi obbliga, ad agire così. Chi è a conoscenza di un crimine e non lo denunzia commette pure lui un reato, esistono parole che censurano questi comportamenti, omertà e connivenza. Ferma restando la divisione dei ruoli. Spetta alle forze di polizia e carabinieri indagare, ai giudici accertare la verità. I processi si fanno nelle sedi deputate, non si celebrano in piazza.

E allora, come denunziare il sospettato di un crimine senza essere considerati delatori? Cristante indica un rimedio: troviamo una «dimensione più intensamente comunitaria, […] un senso di responsabilità collettiva anche nei luoghi professionali e negli ambienti lavorativi in genere, […] discutiamo apertamente di irregolarità e anomalie prima che il livello di guardia di una criticità venga superato».

Ha ragione. Troppo spesso per quieto vivere restiamo silenziosi di fronte a comportamenti che violano le regole del vivere associato, anche negli aspetti minuti della vita: un parcheggio in doppia fila o in un posto riservato ai disabili, i rifiuti abbandonati dovunque, una coda non rispettata, e tante altre piccole violazioni che inquinano le nostre giornate.

Se protestiamo, la reazione è immediata: in qualche caso violenta, più spesso con l’ammonimento «fatti i c…i tuoi!». Crozza dedica a queste reazioni riprovevoli scenette divertenti, ma il difetto non riguarda solo il senatore della repubblica da lui messo in berlina. Ogni volta che vengono violate le regole del vivere associato sono fatti di tutti, per questo bisogna parlare.

Un piccolo esempio. Ore 10.10 del 12 dicembre, via Giuseppe Ghezzi a Lecce. La strada è sporca, cartacce, rifiuti, un parafango di automobile giace sul ciglio. Vedo arrivare un furgone della ditta Monteco, quella della raccolta rifiuti. Penso: bene, puliranno. Mi sbaglio. Il veicolo si ferma, scende un signore, estrae dal cassone una pistola ad acqua compressa, lava coscienziosamente il furgone per minuti, riparte. Risultato: ai rifiuti preesistenti si è aggiunto il terriccio di cui è stato liberato il furgone. Capisco che il motto «Un soffio di … pulizia» che campeggia sul furgone non va riferito alla strada (sporca più di prima), va riferito al furgone.

Non mi interessa il singolo individuo (per questo non do il numero di targa del veicolo), denunzio un atteggiamento incivile, mi auguro che chi deve intervenire (responsabili della ditta di pulizia, assessore e tecnici comunali preposti all’ambiente) eviti per il futuro che fatti del genere si ripetano. Ho fatto una delazione? No, ho affermato il diritto del cittadino ad avere strade pulite (oltre tutto, paghiamo una tassa cospicua per questo). Lecce nelle periferie è sporca, basta guardare.

Cristante osserva che non esiste nella lingua italiana una parola che qualifichi in senso positivo l’azione di chi denuncia comportamenti riprovevoli, reati gravissimi come l’omicidio e piccole violazioni alle regole del vivere quotidiano. Ha ragione, lavora bene con i vocabolari, quasi mi ruba il mestiere… Scherzo, ovviamente, ma la sua osservazione è importante.

Non è una questione solo linguistica. Se una parola adatta manca nella nostra lingua vuol dire che mancano (o sono rarissimi) i comportamenti di chi, senza rifugiarsi nell’anonimato, si assume la responsabilità etica e civile di denunziare violazioni piccole o grandi alla legge e alle regole.

Se tutto questo entrerà nel costume collettivo, se sarà giudicato favorevolmente, probabilmente sapremo trovare una parola che possa esprimere la positività di questi comportamenti.


p.s.: La nostra rubrica si ferma per alcune settimane. Riprenderà il 15 gennaio del 2017, dopo le feste. Ma i contatti non si interromperanno. Ai lettori propongo. Continuate a scrivere a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale, alla ripresa.

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