PRESENTAZIONE DELL’OPERA “Il Fascino della Storia”: Antonietta de Pace di Rino Duma Stampa
Critica letteraria
Scritto da Giuseppe Magnolo   
Venerdì 08 Giugno 2012 11:45

Nella sua terza opera di genere narrativo Rino Duma affronta il romanzo storico incentrandolo su una figura femminile del Risorgimento italiano, considerato da un punto di vista prevalentemente meridionalista, ma con risvolti di ampia portata ed in un’ottica sostanzialmente bipartisan, che non lascia spazio ad alcun rivendicazionismo che non sia sostenuto da verità storica. In realtà anche nelle precedenti opere narrative risulta evidente l’intento di fornire una precisa contestualizzazione temporale, che in La Falce di Luna (2004) è costituita dall’impegno sociale del protagonista in una dimensione contemporanea, mentre la palingenesi sociale contemplata in La Scatola dei Sogni (2008) parte dall’attualità per investire addirittura il futuribile. Ma in quest’ultimo lavoro si coglie quasi un bisogno dell’autore di ritrovare in una dimensione storica un po’ più “remota” le radici dei propri ideali politici e sociali, ossia le ragioni che sostanziano una concezione morale dell’esistenza, che intende essere coerente ed articolata nelle motivazioni, sì da riuscire degna di considerazione e possibilmente condivisibile.

Nell’avviare e condurre una qualsiasi indagine storica, qualunque studioso si trova esposto a due problemi di prospettiva, uno di tipo statistico-informativo e l’altro di tipo valoriale. Il primo aspetto in qualche modo condanna il ricercatore ad un’inevitabile sensazione di parzialità ed incompletezza, dato che, per quanto egli possa acquisire numerosi dati di informazione documentale, non arriverà mai a “conoscere tutto”, e dovrà in molti casi limitarsi a congetture ripiegando su quanto ritiene plausibile. Arnold Toynbee, uno dei massimi storici moderni, dopo un’intera esistenza dedicata alla ricerca storico-documentale, affermava che, per quanto grande possa essere la conoscenza di un individuo, essa costituirà pur sempre una parte infinitesimale dello scibile umano, e sui singoli eventi storici vi saranno sempre per lui ampi margini di incontrollabilità tra il certo e il verosimile. Da questa constatazione scaturisce l’ovvia conseguenza di ritenere utile adottare un duplice approccio: da un lato costruirsi una visione macroscopica che consenta di possedere gli assi portanti dell’evoluzione storica, dall’altro operare alcune incursioni mirate di approfondimento su particolari fasi, momenti o personaggi storici, che possono risultare rilevanti e sollecitare un particolare interesse.

Con ciò si viene al secondo aspetto problematico della ricerca storica, che abbiamo definito di tipo valoriale. Questo attiene in parte all’interesse intrinseco di un evento o periodo storico rispetto ad altri (ciò che, ad esempio, rende lo studio dello sviluppo dell’impero romano nelle sue fasi di espansione ben più avvincente del suo declino nell’alto medio evo), ma ancor più è conseguente ad una forte spinta identificativa, che induce lo studioso in qualche modo a schierarsi, a simpatizzare preferibilmente per questo o quel personaggio, oppure a chiedersi come avrebbe agito se si fosse trovato al suo posto. Bisogna dunque convenire che di fronte alla conoscenza storica non sempre si riesce a rimanere distaccati e neutrali, in quanto individui dotati di senso morale. Nascono da questo interrogativi drammatici e laceranti, del tipo: cosa avrei fatto al posto di Pilato, Bruto, o Robespierre? Domande come questa fanno certamente parte del comune sentire, ma gli effetti angoscianti che producono rendono preferibile concentrarsi su personaggi positivi, quelli che davvero entusiasmano in quanto sembrano incarnare le nostre più profonde aspirazioni ed esprimere valori e idealità che ci appartengono.

Queste considerazioni ci aiutano a comprendere le ragioni della scelta di Rino Duma di operare nell’ambito di un periodo storico di estrema rilevanza riguardo alla genesi ed alle possibilità di tenuta dello stato nazionale italiano, focalizzando la sua attenzione su un personaggio come Antonietta de Pace, donna di forte personalità, che si è battuta per i propri ideali con dignità e fierezza. In una prospettiva più generale, va ricordato che l’Ottocento ha rappresentato veramente un periodo di rinascita nazionale per due stati dell’unione europea, Italia e Germania. Il grande disegno coltivato dagli spiriti liberi del Risorgimento italiano era incentrato sull’amor di patria, incardinato sugli ideali illuministici (libertà, uguaglianza, fraternità), culminati nelle rivoluzioni americana e francese di fine ‘700. Ed anche le imprese napoleoniche avevano contribuito all’esaltazione dello spirito di nazionalismo, già presente in molti stati europei (Francia, Spagna, Inghilterra) sin dal rinascimento, con l’affermazione di dinastie di sovrani riconosciuti a livello nazionale. La caduta di Napoleone e la conseguente restaurazione dei vari dispotismi non riuscirono tuttavia a spegnere del tutto gli entusiasmi rivoluzionari rivolti ad ottenere riforme sociali più democratiche, ed in particolare per Italia e Germania ad ostacolare il bisogno impellente di superare la frantumazione in vari staterelli per giungere all’unità nazionale. Aggiungasi che, mentre la Germania trovava nel luteranesimo prevalente un importante elemento di coesione nazionale che si affiancava al militarismo prussiano, in Italia accadeva il contrario, in quanto il potere temporale dei papi esercitato nello stato pontificio agiva da diaframma fra nord e sud, creando forti ostacoli all’unificazione grazie anche al sostegno di potenze straniere, in primis la Francia.

E’ su questo sfondo storico-sociale che si svolge l’esistenza di Antonietta de Pace (1818-1893), nata a Gallipoli in una famiglia della ricca borghesia cittadina, che assorbì sin dall’infanzia idee liberali e progressiste, unite ad una particolare sensibilità verso le condizioni di malessere dei ceti sociali più poveri. Non sorprende più di tanto apprendere che attorno a lei già ruotassero varie figure di aderenti a sette sediziose pronti all’insurrezione (il padre, lo zio, il cognato, vari amici intimi). Sappiamo infatti che dietro ogni grande figura di rivoluzionario esiste spesso un marcato ascendente di origine familiare. In ambito femminile l’antecedente dell’inglese Mary Wollstonecraft (1759-97), moglie del filosofo anarchico-radicale William Godwin, è un esempio calzante; come pure quello di Cristina Belgioioso (1808-1871), anche lei in qualche modo “figlia d’arte”, che rappresentò per l’entourage milanese (e con risorse patrimoniali assai consistenti) ciò che la de Pace rappresentava a Napoli. Ma è anche probabile che nel determinare l’abito mentale della giovane de Pace abbiano concorso anche motivazioni di natura psicologica, come il fatto di essere cresciuta in una casa di sole donne (era ultima di quattro figlie), in cui la presenza maschile era o delegittimata (un fratello adottivo dal comportamento assai controverso), oppure improvvida (l’avventata attività finanziaria del padre, morto in circostanze dubbie lasciando la famiglia fortemente indebitata). Si tratta di elementi atti a produrre una forte spinta verso l’autoaffermazione, sì da alimentare in lei una tempra da suffragette, sostenuta peraltro da grande autonomia di giudizio, acume e ardimento. La naturale conseguenza sarebbe stato anche un forte spirito di emulazione, che la portava a non limitarsi a promuovere la costituzione di circoli femminili che sostenevano la causa comune, ma la rendeva pronta ad affiancare gli uomini per cospirare, combattere sulle barricate, affrontare con tenacia e spirito indomito l’arresto e la lunga detenzione.

Alquanto significativa è anche da ritenere la considerazione della protagonista verso il ceto popolare, un atteggiamento che risulta sostanzialmente duplice: da un lato esso appare protettivo e sollecito sul piano umanitario, e quindi pronto a lottare per l’emancipazione e la giustizia sociale; a volte invece esso si mostra duro ed implacabile, specialmente quando l’indolenza porta le masse popolari ad un fatalismo rinunciatario, oppure quando la sconsideratezza le riduce a strumento della reazione (come nel caso del movimento sanfedista seguito all’insurrezione napoletana del 1799, oppure riguardo al tragico tentativo insurrezionale di Carlo Pisacane, massacrato dai contadini insieme ai suoi compagni). In sostanza si constata come le masse popolari spesso siano destinate a subire la storia riducendosi a braccio armato di menti capaci di manipolarle, tranne quando esse sanno trarre ispirazione da figure eroiche dotate di carisma, che le inducono a lottare per cause nobili e a spendersi per il bene comune.

E’ evidente il grande interesse, ed anche l’ammirazione, dell’autore per questo personaggio, sì da poter vedere in questo intenso e sincero afflato partecipativo, più che nell’innegabile ampiezza e organicità dei riferimenti storici, il principale elemento distintivo di questo romanzo rispetto ad altre opere sullo stesso argomento, quasi sempre contraddistinte o da intenti di pura cronaca, o al contrario da finalità smaccatamente agiografiche.  La protagonista è sempre rappresentata in modo da non venir mai meno al suo ruolo di eroina positiva, determinata e sprezzante del rischio, al punto da essere tenuta in grande considerazione dallo stesso Garibaldi, che oltre ad essere un condottiero era anche abile stratega e conoscitore delle motivazioni che sottendono l’agire umano. Né è di poco conto il fatto che per la sua scarcerazione dopo l’arresto e durante il processo si mobilitasse non solo una parte consistente dell’opinione pubblica nazionale, ma anche le sedi diplomatiche di molti stati europei.

La valenza esemplare attribuibile alla protagonista peraltro è suggerita dall’autore nel sottotitolo del romanzo. Infatti “la donna dei lumi” è un epiteto che racchiude molteplici implicazioni. Innanzitutto vi è un riferimento ai lumi della ragione, alle idee dell’illuminismo settecentesco, che non solo hanno affermato l’uguaglianza di tutti gli individui di fronte allo stato, i principi di democraticità e i diritti fondamentali del cittadino, ma hanno altresì definito i canoni basilari dell’organizzazione dello stato moderno (Montesquieu), secondo un principio di divisione dei poteri, che devono bilanciarsi creando dei contrappesi. Per altro verso il sottotitolo rinvia al lume della passione, che da un lato esaltava nella protagonista l’amor patrio e al tempo stesso connotava il suo universo affettivo e relazionale. Metaforicamente vi è anche un’allusione al bisogno del personaggio di vivere mantenendo costantemente ‘un lume acceso’, ossia avendo sempre un ideale elevato da coltivare, una causa per cui battersi, un obiettivo nobile da perseguire. E non è trascurabile che questa “donna di frontiera”, dopo il compimento dell’Unità d’Italia, abbia deciso di non vivere di rendita come un qualsiasi politicante (cosa che le sarebbe riuscita facilmente), per dedicare le sue energie alla formazione dei giovani nell’ambito dell’organizzazione scolastica, esortandoli a fare ogni sforzo per infrangere gli ostacoli che l’ignoranza e la rassegnazione frappongono alla costruzione del proprio destino.

Una costante nella scrittura di Rino Duma è costituita da una concezione funzionale del prodotto artistico-letterario, una caratteristica che si riscontra non solo nelle sue opere narrative e teatrali ma anche nella sua ampia saggistica. In sostanza la sua vocazione letteraria risponde essenzialmente ad una “esigenza di didassi”, sia nel senso dell’autoapprendimento (l’autore che mediante la ricerca conosce, riflette, produce) che in quello didascalico (l’invito al lettore a condividere i risultati della ricerca, a tentare di orientarsi, a maturare il suo senso critico). E’ quindi facile immaginare che il lettore-target a cui può essere destinata un’opera siffatta sia preferibilmente rappresentato dai giovani, spesso in cerca di esempi e contenuti motivanti, che possono fornirgli indicazioni sia di metodo (il rigore nel vaglio documentale) che di merito (l’educazione ai valori condivisi).

Dal punto di vista letterario esce confermata anche la tendenza dell’autore verso la drammaturgia, non per nulla i suoi esordi come scrittore sono avvenuti nell’ambito della produzione di opere teatrali.  Questo rende conto del fatto che le parti dialogate in questo romanzo, come nei precedenti, siano così frequenti, fino ad agire da integrazione (ma anche da contrappunto) ai riferimenti di carattere storico. La storia, come in fondo la vita stessa, altro non è che un grande palcoscenico in cui c’è spazio per i protagonisti (Antonietta, i compagni di fede, i familiari), comprimari e caratteristi (figure di spicco come Garibaldi, e così Sigismondo Castromediano, Liborio Romano, ed altri), semplici comparse (amici, servitori, faccendieri, delatori, funzionari pubblici, opportunisti di turno), sino ai personaggi negativi (Ferdinando di Borbone, Michele de Pace, i giudici che infieriscono con pene esemplari sui presunti cospiratori, i comandanti militari sabaudi che fanno strage di popolazioni inermi).

Su questo scenario dolente lo scrittore proietta la percezione di un’Italia politicamente frantumata, e idealmente divisa in molteplici motivazioni contrapposte: neoguelfi sostenitori del papa contro propugnatori dello stato laico, monarchici contro repubblicani, liberali cavouriani contro mazziniani, borghesi contro popolari, ‘piemontesi’ contro terroni meridionali. Soprattutto egli tiene a far emergere con chiarezza (e con rammarico) l’attuazione di una deliberata politica di spoliazione da parte del nord verso il sud dopo il conseguimento dell’unità, con la sottrazione di ampie risorse le cui conseguenze perdurano a tutt’oggi, nonostante il contributo decisivo dato dalle popolazioni del sud sia con l’impiego di mezzi finanziari (interi patrimoni personali estinti per sostenere logisticamente e militarmente la causa insurrezionale) che con l’enorme sacrificio di vite umane. Le guerre e le insurrezioni, come la storia insegna, causano spesso strascichi dolorosi che lasciano ampio spazio alla pietà per le vittime e i vinti, un sentimento che nella fattispecie investe figure come Epaminonda Valentino, cognato della protagonista, spentosi durante la prigionia per mancanza di adeguate cure mediche, ma anche l’incolpevole Francesco di Borbone costretto all’esilio, oppure i militari borbonici rimasti fedeli al giuramento di fedeltà e deportati per morire di stenti nei lager sabaudi, e così le popolazioni meridionali oggetto di crudele rappresaglia in seguito al fenomeno del brigantaggio.

Al contrario delle parti espositive dell’opera, che nella dovizia di riferimenti si rivelano scrupolosamente attente alla convenzionalità del linguaggio, adoperato con gravitas quasi notarile, le parti dialogate riescono certamente più vivaci e accattivanti, in quanto l’autore dimostra notevole inventività e perizia nell’adottare diversi registri linguistici. Ciò lo mette in grado di creare di volta in volta effetti di profonda riflessione intima (cap. 7 e 19) e di alta idealità (cap. 10), ma anche di crudo realismo e denuncia sociale (cap. 4), oppure di ilare e colorita inflessione vernacolare (cap. 19). Ma la sua qualità peculiare è proprio quella di saper sbozzare attraverso i dialoghi la psicologia dei diversi personaggi, sia per quanto attiene alle loro convinzioni e motivazioni, ma anche e soprattutto per le loro modalità relazionali. Ecco dunque il tono tranchant, reciso e spesso irruento, della protagonista, quello solenne e compassato del suo mentore (lo zio Antonio), la tenera sollecitudine della madre, la cinica durezza dei carcerieri, lo stringato decisionismo di Garibaldi. Non mancano inoltre momenti di intenso pathos, come la morte di Gregorio de Pace (cap.7), e di ispirato magistero etico-sociale, come nel dialogo della protagonista con il gendarme Alfredo (cap. 19).

Sul piano formale si può dire che lo stile si mantiene costantemente fedele ad un criterio cartesiano di chiarezza e distinzione, che deriva nell’autore non solo da personale inclinazione ma soprattutto da un’alta considerazione per il suo potenziale lettore, verso il quale egli si sente moralmente responsabile e quasi obbligato ad evitare qualunque rischio di fraintendimento. Il modulo espressivo adottato è sostanzialmente quello del romanzo realista, rivolto da un lato a fornire riferimenti fattuali ed evidenze che li supportano, dall’altro a presentare i personaggi soprattutto “in situazione”, ossia in circostanze di tipo relazionale che ne esplicitano le convinzioni ed il loro riflesso a livello pratico e comportamentale. Si coglie quindi una cura estrema nell’uso dei mezzi espressivi, dall’attenta punteggiatura alla doviziosa aggettivazione, dalla struttura delle sequenze temporali all’impiego delle varianti tipografiche. Anche l’uso parsimonioso e controllato delle metafore risponde a criteri di funzionalità espressiva, che ha come obiettivo prevalente la pregnanza concettuale. Al massimo è dato di incontrare qualche amenità lessicale di stampo piuttosto accademico, e qualche eccesso di enfasi rivolto a creare degli intenzionali effetti melodrammatici. Tuttavia anche i momenti di toccante confessione intima e di abbandono al fluire dei sentimenti non lasciano comunque margini di vaghezza o concessioni ad orpelli retorici. Il che è sempre salutare, e giova a demarcare il confine fra l’affettazione erudita e la contenuta sobrietà che scaturisce da sensibilità e cultura.

Nello sviluppo complessivo dell’itinerario letterario di uno scrittore qualunque sua opera rappresenta insieme una tappa e un punto di arrivo, soprattutto quando la scrittura tende ad assumere quel carattere valoriale di cui già si è detto. L’intervallo di diversi anni tra questo romanzo e le precedenti opere narrative testimonia l’enorme lavoro di ricerca e maturazione interiore dell’autore, finalizzato non solo a creare qualcosa di rilevante e significativo, ma anche a mettere un punto fermo riguardo alle proprie convinzioni con un forte richiamo ai principi su cui esse poggiano. Questo aspetto riesce sicuramente importante, soprattutto in momenti di transizione e di incertezza sociale come quello attuale. In sostanza si può tranquillamente affermare che il timone di Rino Duma come scrittore è sempre orientato nella stessa direzione, quella di voler mettere in discussione l’esistente per operare un cambiamento positivo, ma mantenendo ben salda la consapevolezza delle proprie radici. Sotto questo aspetto è lecito vedere in Mauro De Sica, Joe Harrus e Antonietta de Pace (i protagonisti dei suoi tre romanzi) quasi le tre facce di un prisma triangolare, che però nasconde nella base il profilo dello stesso autore. Il che equivale ad identificarli come espressione delle sue aspirazioni ideali, il prodotto di una “pulsione identificativa” che ha bisogno di caratterizzarsi con connotati apparentemente diversi ma sostanzialmente identici, e che auspicabilmente ha ancora qualcosa di importante da dire.

In definitiva si può ritenere che questa finalità di ricerca e definizione della propria identità sia il contributo più importante che qualunque operazione culturale (un romanzo è anche questo) sia in grado di esperire, in quanto veicolo di interesse intrinseco, che però reca in sé risvolti di potenziale fecondo attecchimento. Per chi vi sia coinvolto, questo presuppone un vincolo inderogabile di sincerità e chiarezza a cui nessuno può sottrarsi, tanto meno colui al quale è affidata la responsabilità di esprimere un giudizio critico. E’ sempre fonte di costernazione per noi italiani il dover riconoscere che, dopo i fasti di Roma antica e quelli delle corti rinascimentali, l’Italia è stata per secoli solo un’entità geografica, terra di tutti e di nessuno, inficiata politicamente e socialmente da localismi pervasi di strisciante camaleontismo e servilismo morale. Questi temi ritornano ora tristemente di attualità, corredati da un qualunquismo sempre in agguato, come dimostra il fatto che gli astensionisti rappresentano ormai il primo partito a livello nazionale, e che l’imbarbarimento del confronto politico arriva oltraggiosamente a camuffare l’opportunismo e il tornaconto personale sotto i nomi altisonanti di ‘responsabilità’ e ‘senso dello stato’. Al contrario di questi esempi perniciosi, che purtroppo fanno scuola, è utile riaffermare che il vivere civile e il progresso sociale abbisognano alla base di due requisiti insostituibili, che sono da un lato il senso di identità e appartenenza, e dall’altro il valore della coesione. Per convincersi basta misurare la diversa incidenza che essi hanno tra il nostro paese e gli stati più avanzati e competitivi, che comprensibilmente ci considerano scarsamente affidabili. Pertanto non si può non guardare con grande rispetto e simpatia alla dedizione di chi, come Rino Duma, attraverso l’indagine storiografica ha voluto contribuire ad accrescere la consapevolezza delle differenze di origine e connotazione dell’identità nazionale, ma al solo fine di supportare le ragioni della coesione, avversando qualunque eccesso di esiziale divisionismo. Questo esplicito richiamo alle motivazioni di fondo e alle figure storiche che possono unire anziché dividere risulta prezioso in tempi in cui varie difficoltà di carattere economico rendono difficile il processo di macroaggregazione verso l’unione europea, e rischiano di alimentare in modo cinico e strumentale pericolose derive di frazionismo regionalistico, negando il valore della prospettiva storica nazionale per contrapporre ad essa la cultura del proprio campanile, che può generare soltanto faziosità ed egoismo, svilendo il sacrificio di chi si è adoperato per porre in essere una patria comune.