Nel silenzio delle parole di Franco Loi - (25 luglio 2013) Stampa
Critica letteraria
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 27 Luglio 2013 07:06

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 25 luglio 2013]


La lingua di Franco Loi è un universo. Ci sono le creature che vivono e muoiono; ci sono i paesaggi che cambiano, si deformano; ci sono le cose che sembrano immutabili ma che si sgretolano; ci sono le passioni con la loro aspirazione ad eternarsi e che invece si rivelano nella loro fragilità, nella loro finitezza; ci sono le stelle a simbolo dell’inconoscibile, del mistero. Ci sono le parole e ci sono i silenzi.

Loi tende la sua lingua milanese spesso fino allo spasimo, alla figurazione deformatoria. Perché per penetrare l’universo, per tentare di attraversarlo, d’indagarlo, di conoscerlo, la lingua deve prendere le forme che esso assume. Così Loi dà alla sua lingua a volte la forma del grottesco, a volte quella dell’epica, della memoria, del degrado, a volte quella della malinconia, del sarcasmo, del rancore, a volte quella della visionarietà, quella del sogno. A volte quella della preghiera. A seconda di come l’universo si mostra allo sguardo, di come risale dal fondo del ricordo, di come e quanto indigna, come e quanto stupisce, come e quanto seduce.

In quarant’anni, Loi ha fatto esperienza dell’universo con il suo dialetto: lingua delle profondità, dell’essenza, del grumo esistenziale, semantico. L’esperienza è cominciata nella Milano operaia della guerra e del dopoguerra ed ha attraversato ogni stagione, piegando il piano stilistico, le forme dell’espressione, a quelli che sono stati i pensieri, che sono state le storie, le interrogazioni sulle ragioni della scrittura.

Se scriv perchè la mort, se scriv 'me sera /quan' l'òm el cerca nient nel ciel piuü,/se scriv perchè sèm fjö o chi despera,/o che 'l miracul vegn, forsi vegnü,/ se scriv perchè la vita la sia vera,/quajcòss che gh'era, gh'è, forsi ch'è pü”.

(Si scrive perché la morte, si scrive come sera/quando l'uomo cerca niente nel cielo piovuto,/ si scrive perché siamo ragazzi o chi dispera,
o che il miracolo venga, forse venuto,/si scrive perché la vita sia più vera,/qualcosa che c'era, c'è, forse non c'è più”. )

Quale che sia stata la stagione, Loi si è fatto domande e si è dato risposte sui motivi e sui moventi della scrittura, della poesia, dell’essere poeta. A volte questa condizione gli è sembrata una cosa semplice, quasi naturale, com’è naturale ogni espressione della vita. A volte, invece, gli è sembrata una cosa infinitamente complicata, un corpo a corpo con se stesso e con la propria storia, com’è complicata, sempre, ogni relazione con se stesso, ogni confronto serrato e senza indulgenze con la propria storia.

Quella di oggi è una stagione in cui si fa più forte la riflessione. Quello che avviene dentro ha un richiamo più forte di quello che avviene fuori.

Quello che adesso conta dell’universo è il modo in cui si configura nel sentimento, nella memoria, nella meditazione sul senso dell’origine e della fine. Anche lo sguardo di Loi è cambiato: si colloca più a distanza per cercare di scrutare i contesti e quindi di comprendere le dinamiche dei fenomeni e degli avvenimenti. E’ uno sguardo limpido, non più velato dalle circostanze, dalle apparenze. E’ uno sguardo che realizza costantemente il passaggio dal visibile all’invisibile, e allora, sempre più frequentemente, Loi discende, sprofonda in se stesso, scandaglia la dimensione della coscienza, cerca il nodo che unisce il sé psicofisico alla realtà o alla immaginazione dell’universo, e si accorge che con il tempo quel nodo si fa sempre più stretto.