La vita, amico, è l’arte dell’incontro. Con la poesia Stampa
Critica letteraria
Scritto da Giovanni Invitto   
Mercoledì 04 Settembre 2013 08:27

Quando Alessandra Corsano mi ha portato le sue poesie da leggere, non ci conoscevamo se non per episodici e brevissimi dialoghi sulla tribuna globale di oggi qual è facebook. Non c’è da meravigliarsi, perché l’esistenza è sempre e per tutti un gioco di incontri. La mia età mi permette di ricordare un disco apparso nel 1969 (con Fonit-Cetra) che aveva per titolo la prima parte del titolo che ho posto a queste brevi riflessioni. Alessandra non era ancora nata. Nel disco erano testi o canzoni con voci di Vinicius de Moraes, notissimo cantautore di Rio de Janeiro, di Sergio Endrigo, importante e fine cantautore italiano, e dulcis in fundo, con la voce rauca e cadenzata del poeta Giuseppe Ungaretti che leggeva alcune sue poesie.

Pertanto quando ho conosciuto Alessandra e la sue poesie non potevano non tornarmi alla mente quel long-playng in vinile e il suo titolo. Gli incontri tra persone sono arte e casualità. Ho letto i fogli che mi ha lasciato, poco più di quaranta componimenti. La mia impressione è che le poesie di Alessandra Corsano meritino una lettura attenta e partecipe. Sono poesie scritte da lei negli ultimi mesi, meno di un anno, quindi nascono da vissuti e situazioni interiori che hanno sempre le stesse vibrazioni e le stesse attese.

Avanzo alcune considerazioni e suggestioni come semplice lettore, anticipando che non sono la critica elaborata da un «addetto ai lavori». Potrei legittimare la mia lettura con l’aver insegnato per un decennio Estetica nel mio Ateneo. Ma è giusto che confessi che lo faccio perché a me piace leggere la poesia in genere, anche se Quasimodo – tra l’altro un poeta che amo da quando avevo diciotto anni - affermò, nel discorso tenuto per la consegna del premio Nobel (1959), che «i filosofi sono nemici naturali dei poeti». Se io rientro tra i filosofi (visto che insegno filosofia da decenni), si sbagliava grossolanamente, perché anche ai filosofi piacciono i poeti. Potremmo citare il caso apicale di Martin Heidegger, ma torniamo a parlare della poetessa salentina.

La poesia di Alessandra Corsano sembra piena di umori che maturano e che, talvolta, sono presentati con «timore e tremore» (rubo la formula a Kierkegaard) , altre volte incombono con la loro forza fisica, sensibile, vitale. Talaltra il suo vissuto, le sue passioni, i suoi dubbi sono mascherati o comunque presentati con pudore, con paura. Jean-Paul Sartre ha lasciato un giudizio ambiguo sulla poesia, scrivendo che «la poesia è la dimensione di autentica riconquista di quello che in noi tutti è un momento di solitudine che può essere costantemente superato, ma a cui si deve ritornare; il momento in cui proprio le parole ci rimandano il solitario mostro che siamo, ma con dolcezza, con complicità». La solitudine rinvia alla riservatezza, anche al rispetto degli altri, i lettori, che il poeta non conosce mentre scrive i propri versi e sa già che saranno loro a dare, con la complicità attesa dal filosofo francese, una ulteriore forma ai suoi scritti.

Per Alessandra Corsano, la poesia serve non ad una catarsi del proprio vissuto, ma a costituire un percorso di autocoscienza e di autoconoscenza: scrivendo lei si conosce di più, come se la poesia fosse un diario nel quale l’ineliminabile dialogo interiore si snocciola accompagnato dalla ragione. Ma è così per ognuno di noi. Lei scrive: «vorrei scavalcare/ queste onde/ che s’agitano/ dentro il cuore mio,/ ribelle e senza pace».

Togliamoci ora una parte più delicata: poche, pochissime volte, il lessico della poetessa salentina introduce termini che evocano stili diversi dal suo, climi antichi, oppure usa locuzioni apparentemente estranee alla sua ispirazione. All’interno della sua raccolta, tutte queste poche e piccole interpolazioni potrebbero essere avvertite come un violenza formale. Ma non è così, proprio perché quella poesia non vuole deliziare l’udito, ma è una confessione e una «ricerca di senso». È una poesia sanguigna, legata al vissuto dell’autrice, alla sua corporeità.

Ci sono passaggi inusuali e molto positivamente dirompenti: «Ho un codice a barre/ in mezzo al cuore./ Vibra quando/ mi accingo/ all’uscita/ dalla tua anima». I temi sono del suo vissuto: corpo e anima, la madre purtroppo assente, il senso delle colpe («il peso d’uno sbaglio»). Lei, in una poesia dedicata ad un amico, scrive: «ti rivesto di poesia», perché la sua anima è nuda, come quella di ogni umano, ed è, sartrianamente, solitaria. E lei ha paura della solitudine e della nudità dell’anima. La poesia è un vestito pudico. Poesia che, scrive l’autrice, è un lembo dei suoi sogni, dove troviamo «luci infuocate/ che non si spengono mai».

Il lettore spera che la poetessa o il poeta non facciano mai spegnere quel loro fuoco interiore, perché di esso si nutre la poesia di sempre. E qui i sensi sono la materia originaria su cui si costruisce la realtà poetica, così come fanno intuire i versi di questa raccolta, quando parlano della «bruma del piacere», della «bruma peccatrice». Questo sentirsi peccatrice, se ci dona indirettamente una poetessa e la sua finissima sensibilità, sembra togliere un vissuto pieno, ricco, fecondo, creativo pacificato. Ma non è così, il negativo fa poesia, una amarissima poesia, amara come la vita e l’amore. È l’amaro che Alessandra Corsano non nega al proprio vissuto e alla propria poesia: «Berrò l’assenzio/ dei tuoi peccati/ dentro calici di perdono/ sento l’irata eco/ delle mie emozioni/ ricolme di desideri».

Lei non ha paura di se stessa, dei suoi desideri, dei suoi pentimenti, perché li riscatta dolcemente ed efficacemente in questo suo narrarsi, attraverso immagini e cadenze che assolvono tutto ciò che lei vive come un «uscir fuori». Quella poesia, quelle immagini, quella sensazioni, quelle attese non sono un trasgredire, perché l’autrice e i suoi versi fanno rientrare dentro se stesso anche l’ipotetico lettore vissuto nell’ipocrisia e nel perbenismo. Questa poesia è libera, nuda da finti orpelli e Alessandra Corsano lo scrive con coraggio, onestà e durezza: «la vita che vorrei,/ come in una favola/ dove anche una turpitudine/ può avere i colori caldi di un’estate/ e il sapore intenso delle stelle».

L’autrice e le sue poesie sono un'unica realtà e probabilmente in quell’orizzonte si potrebbe ritrovare il singolo lettore, perché ognuno di noi ha bisogno del «sapore intenso delle stelle», come placebo di una realtà spesso grigia, luttuosa, mercenaria che va vissuta e, insieme, riscattata giorno per giorno.

estate 2013