Lo Zimbarieddhu Stampa
Sallentina
Scritto da Augusto Benemeglio   
Giovedì 29 Settembre 2016 06:58

["Il Galatino"  anno XLIX n. 14 del 16 settembre 2016, p. 3]


Ritorno, per un paio di giorni, a  Lecce, la città dello “Zimbarieddhu”, al secolo Giuseppe Zimbalo, il più grande esponente di una dinastia di capomastri e architetti salentini, che esprime il meglio del barocco leccese, categoria dello spirito… “Qui è speciale  il taglio delle ombre – mi disse  padre Gonzales Martin, letterato, storico, meridionalista –,  per la sua chiarezza, sono ombre calde. E’ il clima che fa crescere bene gli olivi e le palme, e poi quel che ti conquista è il vivere sulla strada, sulle porte di casa, sui marciapiedi, questo vivere in strada porta la gente a dialogare ad essere più loquace e quindi disposta ad accogliere (parliamo di una ventina di anni fa, ora le cose sono cambiate, n.d.r.). E infine quei ricami di pietra che sono le chiese. Il barocco leccese è ricco volubile fiorito stravagante, una sorta di liberty, un'esplosione di follìa, libertà, gioco… Lecce ha una sua bellezza fragile e armoniosa, aristocratica, una città che si sposa col colore della sabbia, della pietra, e col verde argentato degli ulivi… ma io m’incanto a guardare il romanico, così arioso, chiaro, scabro, nudo, essenziale, con una semplicità che è adesione all’innocenza e novità al mistero. Significa farsi puri e semplici di fronte a Dio. E’ come voler veramente farsi una casa di luce, la casa del sole e di Dio, con quella line geometrica, la pulizia, che trovi anche nelle architetture rurali…”.

“Sì, è vero - sembra interloquire Guido Piovene -, Lecce conserva una qualità signorile, quasi di salotto distinto dai servizi del circondario. Se si entra nella parte vecchia, le molte chiese barocche e i palazzi barocchi, ora di faccia, ora di sghembo, in piazzette e stradine, e disposti tra loro in angoli dal gusto scenico, si direbbero una serie di piccoli teatri. Tutto sembra disposto e ornato per un lieve gioco teatrale; una commedia di Goldoni non vi stonerebbe; facciate di chiese, palazzi e i loro effetti combinati, tramandano attraverso i secoli un animo squisitamente provvisorio, quasi dovessero durare una sera sola, ma una sera che conta, forse definitiva. “Alla fine, chi smonta un po' tutto questo quadretto idilliaco è proprio un... leccese. "Sì, d’accordo, va tutto bene - interviene  Vittorio Bodini, - se parliamo di museo. Ma questa è una città che deve pulsare di vita, invece  tutto è immobile, secoli di storia e di vento, gli alberi sono tempo, gli uomini sono pietre, un lungo infinito sonno di morte", ovvero quel “quietismo” meridionale che il  poeta aveva sempre odiato. E, per finire, io che ho da dire?  Io sono un innamorato di Lecce, mi piace da morire, ma capisco anche il pensiero bodiniano.  Stavolta me la cavo con un "no comment".