Historia Nostra 1/2 Stampa
Sallentina
Scritto da Rino Duma   
Mercoledì 28 Settembre 2011 15:46

Ruggero da Flor(es): da mozzo a “Cesare”


["Il filo di aracne", gennaio-febbraio 2007/1]

 

A differenza dei tanti Templari più o meno famosi del Meridione d’Italia, che tra la fine dell’undicesimo e l’inizio del quattordicesimo secolo contribuiscono a sostenere le sorti dei crociati in Palestina, quelli di Terra d’Otranto, invece, sono pochi e non sempre si distinguono per coraggio e spirito guerriero. Di questi è degno di nota solo un grande personaggio, una figura scomoda e controversa, che dalla Storia non ha avuto i meritati riconoscimenti ed onori.

Si tratta del frate brindisino Ruggero da Flor(es). Per alcuni storici è uno strenuo difensore della causa del Tempio, un valoroso cavaliere che difende con ardimento gli insediamenti cristiani dalle orde saracene; per altri, invece, è un avventuriero, un uomo senza scrupoli, un vero pirata, che con le sue scriteriate azioni getta disonore sui Templari, avvalorando in tal modo le accuse di cupidigia e di miscredenza mosse nei loro riguardi dal re di Francia, Filippo IV il Bello, e dal papa Bonifacio VIII prima e Clemente V poi.

Consultando le fonti e gli atti scritti, peraltro il più delle volte contraddittori e non sempre attendibili, possiamo confermare, tra qualche dubbio, entrambe le ipotesi.

Ruggero nasce a Brindisi da Riccardo da Blumen (Turingia), falconiere di Federico II, che aveva latinizzato il proprio cognome in Flor o Flores, e da una nobildonna brindisina, probabilmente della famiglia dei Ripalta. La data di nascita non è certa, ma è senz’altro compresa tra il 1266 ed il 1267. Quand’ancora Ruggero è in tenera età, il padre muore nella battaglia di Tagliacozzo, che segna la vittoria di Carlo d’Angiò su Corradino di Svevia, ultimo degli Hohenstaufen. A seguito di tale sconfitta, i beni dei genitori sono confiscati, così che la famiglia del piccolo Ruggero cade in disgrazia e conduce una vita miserevole.

Il cronista dell’epoca Ramon Muntaner[1], in seguito luogotenente di Ruggero, in un suo scritto ci riferisce:“Quando il piccolo Ruggero aveva l’età di otto anni accadde che un gentiluomo, frate converso dell’ordine templare, chiamato frate Vassayl, nativo di Marsiglia, comandante di una nave del Tempio e buon marinaio, venne a passare l’inverno a Brindisi per stivare la propria nave e farla riarmare in Puglia”.

Vassayl ha modo di conoscere il piccolo Ruggero, il quale, abitando nelle vicinanze del porto, è solito salire sulle galee e conversare con i marinai.

Continua il Muntaner nella descrizione:“Il buon frate Vassayl s’affezionò talmente al piccolo Ruggero da amarlo come fosse il proprio figlio. E lo chiese a sua madre dicendole che (…) avrebbe fatto il possibile affinché diventasse un buon templare. La madre, vedendo che era un valentuomo, glielo affidò volentieri (…). Il piccolo Ruggero diventò il più esperto ragazzo di mare (…), così che quand’ebbe vent’anni era ritenuto marinaio esperto nella teoria e nella navigazione (…). Il gran maestro del Tempio, che l’aveva visto entusiasta e buono, gli diede il manto e lo fece frate-converso[2]. Poco dopo che egli era diventato frate, l’ordine comprò dai genovesi una grande nave (…), il Falco del Tempio, e l’affidò a frate Ruggero da Flores”.

D’indole generosa e buona, Fra’ Ruggero divide con i marinai e con chi ne ha bisogno ciò che guadagna. Combatte per diversi anni i saraceni, distinguendosi per il suo innato ardimento e per lo spirito magnanimo nei confronti di chiunque, anche degli stessi nemici, ad alcuni dei quali risparmia la vita. Nel 1291, quando ormai le sorti dei crociati in Terra Santa sono irrimediabilmente compromesse, il templare salentino prende parte alla gloriosa resistenza di San Giovanni d’Acri ed accoglie sulla sua galea donne e bambini, portandoli in salvo a Monte Pellegrino in cambio di considerevoli somme di denaro, che comunque versa nelle casse del Tempio. Alcuni suoi nemici lo denunciano al Gran Maestro Jacques de Molais, accusandolo di essersi appropriato di una parte cospicua delle fortune raccolte. L’Ordine gli dà la caccia per terra e per mare, gli confisca i beni, lo espelle dal Tempio, ma non riesce a catturarlo. Fra’ Ruggero è costretto a riparare a Marsiglia, dove disarma la galea, per poi raggiungere Genova, ospite di amici fidati.

Da questo momento in poi cambia la vita di Fra’ Ruggero: muore il buon Templare, servitore di Cristo e degli umili, e nasce il corsaro; non muore però il desiderio di battersi per la giusta causa.

Aiutato dagli amici genovesi, Ruggero acquista una buona galea che battezza con il nome di Olivetta e si mette al soldo dei potenti. Il primo regnante ad ingaggiarlo è il re di Sicilia, Federico d’Aragona, che lo nomina vice-governatore della Sicilia, dopo che Ruggero ha liberato Messina dall’assedio della flotta angioina.

In seguito alla pace di Caltabellotta tra Aragonesi ed Angioini, temendo di finire nelle mani di questi ultimi che ne reclamano la testa, Ruggero abbandona la Sicilia e fonda la Compagnia Catalana, costituita più che altro da mercenari d’Aragona, di Linguadoca, di Navarra, di Castiglia, di Catalogna, quest’ultimi meglio chiamati con il nomignolo di Almogàveri[3].

Un altro cronista catalano dell’epoca, Bernat Desclot, così li descrive:“Sono uomini che vivono venture guerresche, sempre pei monti e pei boschi: battonsi notte e dì coi Saraceni (…), bottinando e strappando loro schiavi e robe; menano vita aspra e dura, passando talvolta due giorni senza mangiare e cibandosi di erbe selvatiche senza averne molestia (…); hanno una buona lama pendente, una lancia, due giavellotti e uno zaino di cuoio dove serbano il cibo; sono poi fortissimi e assai spediti a correre e inquietare il nemico”.

Nel breve volgere di pochi anni e dopo alcune vittoriose battaglie contro i Saraceni, Ruggero è considerato ormai uno tra i più abili e valorosi condottieri.

Dopo aver sconfitto e massacrato i commercianti genovesi a Costantinopoli, l’ex frate stringe accordi militari ed economici con l’imperatore Andronico II Paleologo, sceso in guerra contro i Turchi. La fama di Ruggero aumenta con il trascorrere degli anni, soprattutto tra i suoi marinai che sono pagati sempre in anticipo. In pochi anni accumula fortune su fortune che gli consentono di mettere insieme un piccolo esercito di quasi quattromila soldati ben equipaggiati e di poter contare su una flottiglia di buone galee. In tutto questo si avvale anche dell’aiuto di Berengario d’Enteça, suo “fratello giurato”.

I fortunati accadimenti di battaglia gli procurano la nomina a granduca da parte di Andronico. Il brindisino continua a guerreggiare contro i Turchi inseguendoli e sconfiggendoli più volte nell’entroterra dell’Anatolia, sino ad entrare in Armenia e nell’alta Siria. Il condottiero, forte di un esercito composto da Bulgari, Almogàveri, Alani, si spinge sino a lambire le sponde dell’Eufrate, ma un perentorio ordine dell’imperatore lo costringe a desistere e a ritornare a Costantinopoli, dove è nominato “Cesare” e, in aggiunta, gli viene offerto il governo della parte asiatica dell’impero. Al suo fedele amico Berengario d’Enteça è assegnato il titolo di “Megaduca”.

Prima di ripartire con le sue truppe in Anatolia per sedare alcune rivolte, Ruggero partecipa con gli amici più fidati ad una festa organizzata in suo onore dal figlio dell’imperatore, Michele Paleologo.

Quest’ultimo, forse perché accecato dall’invidia verso il condottiero brindisino o perché istigato da altri dignitari, lo fa ammazzare durante la libagione per mano di tale Gircone. Oltre a Ruggero, sono uccisi tutti gli uomini della sua scorta, ad eccezione di Berengario d’Enteça ed altre due guardie, che fortunatamente si nascondono in un campanile.

Il 15 (?) maggio 1305, all’età di 39 (?) anni, muore per tradimento un grande servo della causa del Tempio, un valoroso condottiero che avrebbe sicuramente cambiato lo scenario politico in Terra Santa e, forse, realizzato il grande sogno di imperatori e papi di restituire definitivamente alla cristianità i luoghi santi.

 

 


[1] Ramon Muntaner – Si veda “Cronique de Ramon Muntaner”, pp. 113-173, a cura di J. A. Buchon – Parigi ed inoltre “Vita e morte dell’ordine dei Templari” di Alain Demurger, pp. 178-180.

[2] “…e lo fece frate-converso”Su quest’aspetto alcuni studiosi dissentono, come ad esempio Vito Ricci e Enzo Valentini, che considerano Ruggero da Flor uno dei tanti maestranti al seguito dell’istituzione monastico-cavalleresca, mentre altri, come il catalano Mascarò, lo definiscono “Poderoso en la mar, valiente y estimado soldado, practico y bien afortunado marinero” ed altri ancora, come Andrea Frediani, uno dei più valorosi templari.

[3]Almogàveri o Mugàveri” – Termini che derivano dall’arabo Al-mugāwir, che significa “il soldato”. Tale cognome è tutt’oggi presente tra la gente salentina, soprattutto nel Nord leccese. Infatti, a Salice Salentino, a Veglie e a Guagnano sono presenti le famiglie “Mogàvero”.


 

 


IL PROCESSO AI TEMPLARI


Le confessioni mendaci di fra’ Giovanni di Neritone e fra’ Ugo di Samaya


["Il filo di aracne", marzo-aprile 2007/2]

 

Se da un lato fra’ Ruggero da Flor(es) si distingue per ardimento, spirito guerriero ed innato senso di solidarietà verso gli umili e gli oppressi, non altrettanto si può dire di due altri fratres, che, per sfuggire alla mannaia che si abbatte sull’Ordine nei primi anni del quattordicesimo secolo, rinnegano le regole del Tempio e testimoniano contro i cavalieri templari pugliesi rinchiusi nelle carceri di Barletta e di Brindisi.

Stiamo parlando di fra’ Giovanni da Neritone[1] e di fra’ Ugo di Samaya. Il primo è precettore della domus di Castrovillari in Calabria, mentre il secondo è precettore di quella di San Giorgio di Brindisi.

Ma facciamo un po’ di chiarezza storica per capire meglio le ragioni che spingono i due (e non soltanto loro due) a testimoniare contro i Guerrieri di Cristo.

Subito dopo la caduta di San Giovanni d’Acri (1292) e degli ultimi contrafforti in Terra Santa, l’ordine dei Templari è ormai allo sbando, senza più alcuno scopo da perseguire. Di ciò approfitta re Filippo IV il Bello, il quale ha le casse regali spolpate per sfortune finanziarie e per i continui ed insensati sperperi; ha, quindi, urgente bisogno di rimpinguarle. Sa bene che il Tempio dispone di ingenti risorse di denaro e che possiede un patrimonio incalcolabile. Perciò, non gli rimane altro che farlo proprio. Come? Presto detto.

Re Filippo, di comune accordo con il pontefice Clemente V, all’epoca residente ad Avignone, accusa i Templari di eresia, avarizia e sodomia. In pochi giorni è fatta una caccia spietata ai Templari in ogni angolo della Francia. Ben presto le persecuzioni si estendono in altre nazioni, anche nel Meridione d’Italia.

I fratres sono confusi ed increduli di ciò che sta loro accadendo, ma devono fare in fretta, se vogliono avere salva la vita. Abbandonano castelli, conventi, le loro proprietà, i congiunti, le abitudini e scappano via, rifugiandosi molto lontano dal luogo di residenza. C’è chi ripara in Scozia, chi in Portogallo o nell’alta Spagna, chi in Germania, chi addirittura in Polonia. I loro beni, com’è logico attendersi, vengono requisiti dalla corona francese, sicché il sovrano può cominciare a… respirare.

Non tutti, però, fuggono. I fratres più coraggiosi, quelli che qualche anno prima hanno lottato con ogni forza contro i saraceni in difesa di Acri, di Ascalonia, di Tiro, di Aleppo, quelli rimangono fedeli alla nobile causa, preferendo il processo piuttosto che fuggire vigliaccamente. I Templari, d’altra parte, sono guerrieri fieri e valorosi, che non soccombono alla paura della morte. Pensano, erroneamente, che nella peggiore delle ipotesi avranno la testa mozzata, ma non se ne curano più di tanto perché pensano di accedere in Paradiso per il servizio terreno reso a Cristo. Ma, purtroppo, ignorano le torture alle quali saranno sottoposti.

Intanto, papa Clemente V, per rendere legale l’azione delittuosa del sovrano francese, lo autorizza ad applicare la bolla pontificia di Innocenzo IV Ad extirpandam (1252), che prevede la tortura degli eretici, “sino a quando non si ottiene la confessione della verità”.  Delle atroci torture sanno qualcosa alcuni cavalieri templari che rifiutano sino all’ultimo di rinnegare Cristo. Tra costoro vi sono i maggiori esponenti della milizia del Tempio, ai quali sono amputate le dita delle mani e dei piedi (una ogni tre-quattro giorni per farli “rinsavire”); inoltre viene loro strappata la lingua, cavati gli occhi ed infine mandati al rogo negli anni di… disgrazia 1313-14.

 

Si racconta che il Gran Maestro Jacques de Molais, prima di spirare tra le fiamme del rogo, abbia pronunciato la seguente maledizione: “Sarò io stesso a gettarvi nel fuoco eterno dell’inferno”. Caso vuole che, a distanza di appena un anno dall’esecuzione, sia il re che il pontefice muoiono di morte naturale.

Ed ora veniamo a noi. Altri Templari (si fa per dire), furbi e vigliacchi, decidono di anticipare i giudici, presentandosi spontaneamente ai vari tribunali d’inquisizione nella veste non d’indagati, bensì di accusatori. In pratica è un modo ignobile per farla franca, se non addirittura per ottenere, alla fine del processo, qualche riconoscimento gentilizio e delle terre da amministrare.

Questo comportamento opportunistico e deprecabile è adottato dai nostri fra’ Giovanni da Neritone e fra’ Ugo di Samaya.

I due precorrono i tempi. Quando ormai annusano che l’ordine di falcidiare i fratelli sta per arrivare anche nel Meridione d’Italia, si presentano spontaneamente nella chiesa di Santa Maria del Casale di Brindisi per rendere testimonianza dettagliata delle loro… verità.

Il primo a deporre è fra’ Giovanni da Neritone, il quale, racconta di essere stato accettato nell’Ordine del Tempio nella domus di Santa Maria Maddalena di Barletta il 28 ottobre 1292, in occasione della festività dei SS. Simeone e Giuda, alla presenza del Magnus Praeceptor di Apulia, Rainaldo di Varena. Il frate delatore afferma di essere stato più volte invitato a rinnegare e calpestare la croce, ed inoltre di essere stato costretto a giurare fedeltà ed adorazione per il gatto.

Durante la cerimonia della sua iniziazione, nella sala del Pavilon, appare all’improvviso un gatto dal pelo grigio. Alla vista dell’animale, i fratres si alzano in piedi, si tolgono il cappuccio, adorandolo in continuazione. Fra’ Giovanni non ha niente in testa, per tale motivo viene obbligato a chinare il capo in segno di rispetto. A conclusione della sua deposizione, il frate accusatore riferisce di un bacio scandaloso sul ventre e di atti di sodomia.

Il giorno successivo è chiamato a deporre fra’ Ugo di Samaya, il quale afferma che, in occasione della cerimonia d’ingresso nell’Ordine, non ha notato alcuna pratica contraria alla fede e alla religione cattolica (sic); inoltre aggiunge che, qualche tempo dopo, trovandosi in visita a Cipro, viene nottetempo obbligato da fra’ Goffredo di Villaperos ed altri dieci confratres a tracciare per terra una croce e a calpestarla ripetutamente. Alla sua iniziale opposizione, i militi lo costringono, sotto minaccia, all’orribile atto di ripudio.

Alla fine del sommario processo di Brindisi, scatta nei confronti dei fratres accusati la scomunica, la spoliazione dei loro beni e, come extrema consecutio, la condanna in contumacia, dal momento che di loro si è persa nel frattempo ogni traccia.

A conclusione del Concilio di Vienne, il pontefice, con la bolla Vox clamantis in excelso (3 aprile 1312), decreta la sospensione dell’Ordine del Tempio (sarebbe più giusto parlare di “soppressione”), mentre con la bolla Ad Provvidam (2 maggio 1312) assegna i beni dei Templari agli Ospedalieri. Va però aggiunto che, in diversi casi, molti beni sono acquistati fraudolentemente dai signorotti locali oppure finiscono per rimpinguare ancor di più il patrimonio di alcuni enti religiosi.

Ma i nostri due sicofanti che fine hanno fatto? Dagli atti del processo non emergono altri indizi. Forse, dopo il grande spavento, hanno cambiato aria per non essere facilmente individuati dai parenti degli accusati, oppure si sono dati ad una vita conventuale per espiare il loro grave peccato. C’è chi giura, però, che ad attenderli nell’aldilà vi siano stati Rainaldo di Varena e Goffredo di Villaperos, pronti a traghettare le loro anime peccatrici nel mondo degli inferi.

 

 


[1] …da Neritone – Ci si riferisce alla città di Nardò, un tempo chiamata Neretum e successivamente Neritone.