Il piccolo mondo di un grande poeta: Guido Gozzano Stampa
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 15 Agosto 2016 08:51

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 6 agosto 2016]

 

Il nove di agosto del 1916, a Torino, moriva un ragazzo che non aveva avuto il tempo di trasformarsi in uomo e un uomo che non aveva mai avuto il tempo di essere un ragazzo. Si chiamava Guido Gustavo Gozzano. Aveva trentatré anni. A ventiquattro gli era stata diagnosticata una tubercolosi polmonare. Dopo il liceo si iscrisse a giurisprudenza ma non  studiò mai. Di mestiere fece il poeta, e fu un grande poeta, come ogni grande poeta qualche volta incompreso, spesso incompreso. Poeta minore, per lungo tempo si è detto; troppo crepuscolare, mellifluo, lezioso, uno che riduceva la vita a scenetta provinciale, uno che per personaggi aveva la mamma, la Nonna Speranza, la Signorina Domestica, l’avvocato un po’ malato, il molto Regio notaio, il farmacista, il signor sindaco, il dottore. Disse Scipio Slataper che il suo era un mondo di chicche al limoncello, che il suo romanticismo era uno stagnetto di disvio.

Invece Gozzano è un grande poeta. Lo capirono subito Borgese e Serra, per esempio. Dissero che aveva la civetteria degli accordi che sembrano falsi, delle bravure che sembrano goffaggini di novizio; dissero che conosceva le origini letterarie di tutti i sogni.

Gozzano ha la consapevolezza che il mondo sia totalmente inautentico, che l’arte non dura in eterno, che non dura in eterno la poesia, che i versi invecchiano anche prima di noi, che la vita poteva trovare un senso soltanto trasformandosi in parodia, rifacimento, citazione. Ma, come sostenne Montale, Gozzano è stato anche il primo dei poeti del Novecento che sia riuscito ad “attraversare D’Annunzio” per approdare ad un territorio suo. La poesia appartiene alla giovinezza e Guido Gozzano giovinezza non ne ha mai avuta. A venticinque anni già si sente vecchio. In una poesia dei ColloquiIn casa del sopravvissuto- scriveva: “Penso, mammina, che avrò tosto venti-/cinqu’anni Invecchio! E ancora mi sollazzo/ coi versi! E’ tempo d’essere il ragazzo/ più serio, che vagheggiano i parenti./ Dilegua il sogno d’arte che m’accese;/ risano poco a poco, anche di questo!/ Lungi dai letterati che detesto,/ tra saggie cure e temperate spese,/ sia la mia vita piccola e borghese:/ c’è in me la stoffa del borghese onesto”. Così questo ragazzo che ha paura d’invecchiare a venticinque anni, elabora le figurazioni di  un mondo piccolo-borghese, che prima di lui non aveva esistenza e che dopo di lui abbiamo chiamato gozzaniano. Insomma, Gozzano riesce a far comprendere che esiste una verità del falso ed una falsità del vero, che il mondo ha una sua bellezza e una sua bruttezza che spesso si confondono, che l’ironia è un metodo per comprendere il senso profondo delle cose e in qualche caso per difendersene, che è meschino illudere se stesso ed ancora più meschino illudere gli altri, che la modestia, il pudore, sono una maniera per tentare, se mai fosse possibile, di salvarsi la vita. La supponenza, l’arroganza, il sussiego, l’alterigia, la tracotanza, sono all’origine della tragedia. Per capire se questo è vero, basta considerare un attimo la Storia e guardarsi appena appena intorno. Per questo, se non altro, Gozzano è un grande poeta.