Luigi Malerba, scrittore di parole e di silenzi Stampa
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:12

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 1 novembre 2016]

 

Le rondini andavano da un campanile all’altro e poi all’altro e all’altro ancora. Luigi Malerba disse che avrebbe voluto conoscere il linguaggio delle rondini. Chissà che cosa si raccontano, disse; chissà per che cosa provano felicità o provano dolore.

Io gli ricordai una poesia di Danilo Dolci, quei versi che dicono: due rondini sono uguali, se non sei rondine.

Già, disse, già: se non sei rondine.

Era una sera d’estate di ottobre o di novembre del 1988, a Lecce. Malerba aveva presentato   i racconti di “Testa d’argento”, ospite, con la moglie Anna, di Anna Grazia D’Oria e Piero Manni, che negli anni avrebbero poi pubblicato quattro suoi libri. Io avevo avuto il privilegio e il piacere di introdurre la presentazione.

Dopo “Testa d’argento”, lessi tutto quello che aveva scritto prima, ho letto tutto quello che ha scritto dopo, convincendomi, libro dopo libro, che Malerba è uno dei più grandi narratori del Novecento. Una convinzione scontata, in fondo, perché lo pensano in molti e perché se così non fosse Mondadori non avrebbe fatto il Meridiano di 1710 pagine che esce in questi giorni, a cura di Giovanni Ronchini con un saggio introduttivo di Walter Pedullà. Il Meridiano ripropone i classici di Malerba: “Il Serpente”, “Salto mortale”, “Il pataffio”, “Testa d’argento”, “Il fuoco greco”, “Le pietre volanti”, “Fantasmi romani”.

Ho cominciato a leggerlo con il criterio per nulla scientifico dell’affetto: dal “Fuoco greco”. Con questa è la terza volta che lo leggo. Ma ogni volta, nella lettura complessiva, mi fermo di più e leggo e rileggo il dialogo tra Lippas e Leone Foca, dove si dice del potere illimitato della scrittura e dello scrittore, che può creare e distruggere in un attimo, con una sola parola, con un tratto di penna. Può consentire ad un’esistenza di sfuggire all’oscurità e alla mortificazione della realtà portandola nella sfera della finzione letteraria. C’è una frase in questo romanzo che si costituisce come l’espressione più efficace – e più inquietante – dello straniamento da sé che l’atto della scrittura provoca nel soggetto scrivente: Dice Leone Foca rivolgendosi a Lippas: “ Siete uno scrittore e io non so se uno scrittore è anche un uomo”.

Poi ho riletto “Il serpente”. Il protagonista di questo romanzo vuole trovare un posto silenzioso ( perfettamente silenzioso) e buio ( perfettamente buio) per poter cancellare tutto, per scordare la sua storia inventata, per sottrarsi alla fantasticheria che lo ha aggredito e trascinato sull’argine della follia.

Il silenzio come un rasserenante “ altrove” dove è possibile ricostruirsi una identità, ritrovare le ragioni radicali dell’essere, il senso dell’esistere stravolto dai riflessi abbacinanti di un esistere inventato. Il silenzio è un’aspirazione che tenta di realizzarsi in forme diverse proponendosi come fantasiosa invenzione oppure come necessità di superare la soglia dell’espressione verbale per raggiungere un’espressione pura, immutabile, perfetta.

Se la parola appartiene alla sfera dell’imperfezione, del corruttibile, del fraintendimento, il silenzio appare come la conquista di un’espressione che non ha bisogno di alcun medium, che non è traduzione del pensiero ma è il pensiero, che è in grado di far significare le cose senza designarle; è un linguaggio che abolisce ogni distanza tra l’oggetto e il suo nome, tra l’io e l’altro, tra il sentire e il dire: un linguaggio profondo, leggero, totale, senso che rompe l’involucro del segno; una sorta di atto magico, un’arte.

In tutta l’opera di Malerba, il silenzio è condizione che si  oppone alla parola, in alcune situazioni riducendone ogni facoltà, degradandola a forma inespressiva, a tic che scarica una tensione in altre superandone tutte le facoltà. Ma soprattutto è consapevolezza che esiste un evento, un’idea che è impronunciabile, che si nega ad ogni metafora, a qualsiasi discorso.

Il linguaggio in Malerba agisce sempre ai confini del reale, del conoscibile, dell’immaginabile, dell’ipotizzabile, del sogno, tende continuamente allo sconfinamento nei territori della finzione. Spesso il linguaggio preesiste alla realtà, assume il valore di un fenomeno totale capace di tradurre in espressione qualsiasi condizione esistenziale, qualsiasi contenuto del pensiero. Eppure, nonostante la potenza generativa e rigenerativa, il linguaggio vive costantemente in una situazione di precarietà, di inadeguatezza, nella continua difficoltà di esprimere il senso e la sensazione, irrigidito dall’ossessione di potersi trasformare in strumento di falsificazione del senso e della sensazione.

Dice un personaggio dei “Cani di Gerusalemme”: “Il linguaggio, Ramondo, ricordatelo. Il linguaggio è tutto. Prima viene il linguaggio e dopo, se c’è, viene il mondo”.

Parlammo a lungo, un pomeriggio di giugno del ‘Novantotto, nella sua casa romana di via Tor Millina. Era uscito da qualche giorno per Omicron  il libro conversazione dal titolo “Elogio della finzione”a cura di Paola Gaglianone, che si chiudeva con un saggio mio.

Mentre andavo via mi disse: salutami le rondini di Lecce.