Divagazioni di Roberto Pazzi Stampa
Letteratura
Scritto da Roberto Pazzi   
Mercoledì 13 Luglio 2011 08:06

(raccolte da Gianluca Virgilio)

 

[Qualche tempo fa, Roberto Pazzi ha fatto un giro delle scuole del Salento per presentare il suo romanzo, Dopo primavera. Ho raccolto alcuni suoi pensieri e li ho trascritti. Così sono nate queste Divagazioni (G.V.)]

 

La storia la scrive sempre Caino, mai Abele. Il romanziere scrive la verità di Abele, lo storiografo scrive quella di Caino, perché lo storiografo è legato sempre al potere e all’ideologia, mentre il romanziere sta dalla parte dei perdenti, dei deboli. La storia ha a che fare coi “se” (“e se invece fosse stato in un altro modo”), l’eresia è madre di verità, la trasgressione e il tradimento della storiografia ufficiale è l’indagine della fantasia propria del romanzo.

 

Sin dalle origini una delle funzioni della scrittura è stata quella terapeutica. Scrivere fa bene perché libera l’uomo, mettendo in scena grumi di ossessioni che, non espressi, diventerebbero elementi di malessere, nevrosi e sofferenze. Scrivere è come cantare, è come raccontare una barzelletta, tirare fuori una storia. Scrivere è curarsi.

 

La sindrome del poeta lirico, da Petrarca a Leopardi, e dei prosatori fino a Proust: quando, dopo tanta attesa, dopo tante sofferenze, stringiamo la persona amata, quando raggiungiamo la meta inseguita, l’oggetto del nostro desiderio, in quel momento cominciamo a sentirne l’insufficienza, a sentire la stanchezza del nostro desiderio, il bisogno di passare a un’altra meta da raggiungere. E’ la grande verità psicologica di Leopardi espressa ne Il sabato nel villaggio, che la felicità è l’attesa di lei, il desiderio di lei. Questo desiderio è tutto tuo, te lo crei tu, puoi dilatarlo all’infinito, a seconda delle tue esigenze. Ma la persona reale, che è l’oggetto del desiderio, non sarà mai adeguata del tutto alle nostre proiezioni e aspettative, che sono tutte a misura dei nostri gusti e creano una sorta di fantasma della persona reale, un nostro fantasma. Questa è una verità dell’intera storia della letteratura.

 

[Agli studenti] Io sono quello che voi sarete fra quarant’anni, voi siete quello che io sono stato quarant’anni fa, voi siete tutto quello che potrà ancora essere, siete una pagina bianca perché non avete ancora vent’anni, dovete ancora scrivere tutta la vostra vita. Io ero come voi, tutto proiettato in avanti, verso quello che dovevo ancora capire di essere, capire per che cosa ero portato, voi siete quello che potrà essere, io sono quello che è stato e che non si potrà correggere più. Siamo due età che si guardano. Io sono il vostro doppio come voi siete il mio. La potenzialità di tutto quello che potrete essere diventa in voi angoscia di non sapere per che cosa si è fatti, cioè essere senza una ragion d’essere, come si è a diciotto anni; è l’orrore del vacuo, del vuoto, è lo spavento del futuro, il non sapere, è una condizione di incertezza – l’adolescenza è stata definita l’età dell’incertezza -, che è la forma “altra” della libertà di inventarsi e di essere, perché voi potete fare tutte le scelte possibili, mentre, alla mia età, le scelte non fatte ti vengono a bussare come un doppio e ti dicono: tu avresti potuto essere questo, quest’altro e quest’altro ancora, ecc. “Esprimersi e morire o rimanere inespressi e immortali” una frase cara a Pasolini. “Esprimersi e morire” vuol dire che quando tu fai delle scelte, quando ti spendi, la tua opera diventa la prova di quanto vali, di chi sei. “Rimanere inespressi e immortali” vuol dire non scegliere, non accettare il rischio di essere tra i mediocri, non accettare il rischio di perdere, di essere deludente rispetto a quello che tu vorresti essere, e così, bloccandoti nell’azione, cullarti con l’illusione di quello che tu potresti essere se lo farai domani, ma vivere nell’illusione di quello che potresti essere per paura che la realtà smentisca l’illusione. Rimanere inespressi e immortali è la sindrome di molti della vostra età, perché alla vostra età non si accetta il compromesso, il fallimento, la delusione, si vuole essere vittoriosi, assoluti, totali, protagonisti, vincenti. E’ l’età in cui si vuole tutto o niente, e allora si spiega la paura di non essere all’altezza, di non farcela, in una società come la nostra, dove l’apparire è fondamentale – pensate al grande fratello, all’isola dei famosi e a tutte quelle porcherie che hanno reso barbarico il nostro tempo e il nostro modo di vivere -.

 

La dannazione della nostra società è che c’è un grande tubo catodico in cui si muovono alcuni mostri divini, alcuni miti della tv da adorare, e poi c’è un’immensa platea di milioni di persone che è dannata ad applaudire, sognando di entrare un giorno dentro il tubo catodico come oggetto di teatralità per gli altri. Abbiamo dunque un novantanove per cento di persone che vive nell’adorazione di chi appare e l’un per cento che vive per essere adorata, invidiata, spiata; questo un per cento sembra avere un gran potere, ed invece è debolissimo perché senza l’applauso della platea questo un per cento non esisterebbe. E’ la nevrosi del nostro tempo: se ai divi della tv mancasse l’applauso – di noi cretini che glielo diamo - costoro perderebbero la loro identità e il loro potere; così chi ora applaude si sentirebbe manchevole perché perderebbe la speranza di essere un giorno protagonista e non semplice spettatore. Se noi spegnessimo la televisione – come consigliava di fare Pasolini, del quale sempre si sente la mancanza nel nostro Paese -, noi toglieremmo a questi mostri il loro potere. Noi invece passiamo ore a consacrare il loro potere e a confermare la nostra nevrosi.

 

Io sono stato tradotto in molte lingue, ho avuto molti premi nazionali e internazionali, le soddisfazioni sono state tante, ma non ho mai avuto il successo di cassetta, il che significa che non ho mai scritto in maniera da “entrare in vena” – come molti autori di cassetta – scimmiottando la televisione e il cinema. Se voi volete entrare nell’elenco dei best seller - e i romanzi americani sono spesso così – quando scrivete un libro, dovete imitare le telenovele, cioè i plot mozzafiato, dove accadono cose mirabolanti, straordinarie, con un ritmo incalzante, che non ti lasciano il tempo di pensare, che ti tolgono il respiro, l’importante è che succedano cose sensazionali, incredibili, con una dose sempre più alta di stupefazione, come accadde nella cinematografia moderna e nella televisione. Così la letteratura muore, perché la letteratura è la capacità di scandagliare il profondo di se stessi, l’essere umano nella sua psicologia più complessa.

 

Noi sapremo chi siamo solo gli ultimi secondi in cui staremo morendo, perché il senso di tutta la nostra esistenza si compirà come un disegno definitivo. Noi siamo nell’incompiutezza, e l’incompiuto che ci fa vivere di brama, di desiderio. Può succedere in cinque minuti, dunque, quello che non è successo in cinquant’anni. Vi faccio un esempio tratto dalla mia esperienza personale.

Il mio primo romanzo, Cercando l’Imperatore, che vinse il Campiello, non lo voleva pubblicare nessuno. Ho penato quattro anni per trovare un editore. Il giorno 4 marzo 1983 alle undici e mezzo ricevo da Longanesi l’ennesimo rifiuto per telefono – volevo quasi buttarmi dalla finestra -. Alle due e mezzo, di ritorno da scuola, rientro a casa con la mia borsa strascicata e apro la cassetta delle lettere in uno stato d’animo di profonda malinconia e delusione. Prendo una lettera, la leggo, era l’Editore Marietti, entusiasta, che accettava di pubblicare il mio romanzo. Questa è una cosa che non ho dimenticato mai.

Cosa voglio dire? Che quello che ci aspetta è l’informe, lo sconosciuto, l’ignoto verso cui noi tendiamo e da cui nasce il desiderio. Attenzione: di che cosa è fatta la stoffa della nostra esistenza futura? Della stessa stoffa della nostra esistenza passata. Non è del tutto inverosimile ritenere, come dice Arthur Schopenhauer, che “chi ha vissuto una giornata le ha già vissute tutte”. Come dire che è molto difficile che domani tu sia diverso da come sei adesso. Ma la speranza che invece non sia così, che ci siano delle variabili, dei cambiamenti – ricordate la dialettica tra virtù e fortuna in Machiavelli? e che dire del caso in Ariosto? -  è quella che ci fa andare avanti. Pensate all’incontro d’amore. Se tu fossi arrivato cinque minuti prima o cinque minuto dopo non l’avresti incontrata e tutto sarebbe stato diverso. L’incontro in quel preciso momento ha spaccato la tua vita in due, il prima e il dopo. E’ il caso,  quello che noi sogniamo che accada, la nostra speranza. Pensate a Leopardi: la felicità si trova nella memoria di quello che fu e nell’attesa di quello che sarà, ma mai nel presente.

 

Il dubbio è che quando io non ci sarò più a leggere le mie pagine con la mia voce, la mia opera non parli più. Quando scriviamo lanciamo dei messaggi in una bottiglia. I nostri libri sono dei messaggi chiusi in una bottiglia che chiedono aiuto. La richiesta di aiuto è che possiamo continuare a parlare anche in futuro, quando non ci saremo più, attraverso gli occhi del lettore. Tuttavia per me il pensiero della morte è energetico, perché il senso del limite mi dà il senso dell’irripetibilità di ogni giorno.

 

La vita è fatta di tanti doppi: l’ombra è un doppio, scrittura e oralità non è un doppio? parlare con se stessi non è un doppio? – Michel de Montaigne diceva che l’unica persona che ti farà compagnia per tutta la vita sei tu -. Pertanto, portatevi dietro un moleskine e, dialogando con voi stessi, prendete appunti, scrivete, riflettete.

 

Borges diceva che la censura è la madre della metafora. Avere una cosa da nascondere può indurre a scrivere molto per compensazione, perché volete vendere l’immagine di voi che più gradite, perché avete paura che gli altri capiscano la cosa che volete tenere nascosta. E allora, nella necessità di confezionare bene il bozzolo che chiuda quella verità, vi offrite su moltissimi altri versanti come non fareste mai se non aveste la necessità di tacere. La menzogna è funzionalissima alla metafora ovvero alla verità letteraria.

 

Io sono dell’idea di Roland Barthes: si scrive per essere amati, si è letti senza poterlo essere. Si scrive per darsi agli altri in una misura in cui non ci si riesce mai con la persona amata, con i figli, con i genitori, con la moglie, con le persone più care. Mica potete dire tutto alle persone care, la vostra zona in ombra deve rimanere in ombra. E’ amore non dire tutto, tant’è che si dice tutto solo quando ci si lascia.

 

Il rapporto con la parola dei nostri giovani è gravemente inficiato dal fatto che i giovani hanno visto molti più film di quanti libri abbiano letto. Noi della nostra generazione invece abbiamo letto molto di più. Di conseguenza, i giovani di cui ho letto i racconti, scrivono oggi tutti al presente, non scrivono mai con l’imperfetto, come avviene nel racconto classico. Infatti, una sceneggiatura cinematografica è sempre scritta al presente. Chi vede troppi film, quando scrive, scrive al presente. Ma in questo modo si impoverisce di molto il racconto. Il presente si può dilatare nel passato, come ci ha insegnato Leopardi. Se vi legate alla banalità del presente, vi precludete molti materiali possibili del racconto, e vi appiattite su una dimensione limitata della narrativa.

 

Io non sono sposato e non ho figli. Esiste la paternità della carne, che è quella che fa andare avanti il mondo, ma esiste anche la genitorialità dello spirito, che è quella che stamattina ho vissuto con voi. San Francesco, il Cristo, Gandhi, Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, ecc. sono le figure dell’alta genitorialità.

 

Oggi si legge in piazza Dante, si legge la Bibbia. Tutto questo risponde a fame e sete di qualcosa di alto. Noi oggi siamo offuscati da tanta volgarità. Vi faccio un esempio: andate nell’autogrill di un’autostrada e guardate il banco dei libri. Vi troverete il peggio del peggio della letteratura mondiale. Questi libri non hanno nulla dentro. Ricordatevi queste parole: un libro è un vero libro quando il suo effetto comincia appena lo finiamo, quando lo chiudiamo, perché continua a parlarci anche dopo la lettura e dopo qualche anno lo torniamo a leggere. Viceversa, un libro è un pessimo libro quando, terminata l’ultima pagina, non ti rimane più niente, nessuna idee, muore con l’ultima pagina. Ma mentre lo leggevi eri attratto dall’azione mozzafiato, eri ubriacato dai colpi di scena, dalle cose pazzesche che vi leggevi. Il vero libro ci fa compagnia tutta la vita, il libro passatempo ammazza il tempo. Noi siamo soffocati da libri di questo genere, perché la gente relega la lettura ai momenti più strani, quando si è in spiaggia. Il libro così muore.

 

I romanzi sono delle balle, ma sono balle così ricche di verità che le verità non hanno tanta verità come i romanzi, come diceva Manganelli. Se avessi dovuto scrivere in prima persona con nome e cognome, mi sarei annoiato a raccontare i fatti miei, che conosco anche troppo.

 

L’unica lingua che tutti gli esseri umani parlano e intendono – che accomuna un giapponese e un colombiano - è quella fatta di fonemi, singhiozzi e gemiti quando due persone si amano fisicamente: la lingua dell’eros. Noi comunichiamo nella dimensione erotica, nel dono di noi, del nostro corpo, alla persona amata. Secondo me è la lingua divina, la lingua dell’amore, una lingua relitto-storico, quella che si parlava nel paradiso terrestre in tempi ancestrali. Noi abbiamo il bisogno di questa lingua, perché normalmente viviamo in una dimensione linguistica che impedisce l’autentica comunicazione tra gli uomini.