SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 73 - (28 ottobre 2013) Stampa
Sociologia
Scritto da Antonio Errico   
Martedì 29 Ottobre 2013 06:14

L'insopprimibile necessità di trovare nuove certezze

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 28 ottobre 2013]

 

Se si escludono alcune certezze che ci ha dato e continua a darci la scienza, tutto il resto - ogni sfera della nostra esistenza, qualsiasi contesto del sociale – è attraversato da una costante, forte vibrazione di incertezza.

Fino a un certo punto della Storia, abbiamo avuto la possibilità di riconoscere bandiere, di individuare confini, di riferirci a idee, ideologie, valori, dottrine, teorie, sistemi; fino a un certo punto siamo stati in grado non di configurarci il futuro, certamente, ma comunque di formulare ipotesi intorno ad esso, di delineare prospettive, di intuire quello che sarebbe accaduto domani o domani l’altro, di investire il tempo e le energie per l’elaborazione di un progetto in quanto le situazioni intorno a noi erano tali da lasciarci pensare di poterlo realizzare.

Fino a un certo punto ci si è potuti affidare ad una continuità dei processi che riguardavano per esempio la politica, l’economia, le forme, le modalità, i canali di accesso al lavoro, i sistemi del comunicare, le prassi quotidiane, le espressioni della cultura e della formazione.

Si poteva contare su una certa durata delle cose: se non per decenni, almeno per qualche anno, in modo da poterne strutturare la conoscenza, consolidare la competenza, con la consapevolezza che quella conoscenza, quella competenza, si sarebbe potuta approfondire, migliorare, applicare in altre circostanze.

Fino a un certo punto è stato possibile verificare la loro compatibilità con le proprie esigenze.

Da molto tempo, ormai, non si può più fare. L’incertezza è diventata una realtà con la quale confrontarsi costantemente: ogni giorno, ogni minuto.

Le cose cambiano, si trasformano, con una rapidità impressionante.

C’è una bellezza in tutto questo, indubbiamente; c’è il fascino del costante ripensare i fatti e le storie che ci riguardano e quindi un costante ripensarsi; c’è la seduzione che esercitano su di noi i nuovi eventi, le piccole e grandi avventure; c’è la curiosità per le strade mai percorse, l’attrazione per l’incognita, per l’esplorazione di nuovi territori.

Ma esiste anche un rischio in tutto questo.

Il rischio del disorientamento, per esempio, che attraversa qualsiasi dimensione dell’esistenza, quelle con cui si impatta continuamente: un disorientamento che coinvolge tutti, che condiziona il nostro pensiero e conseguentemente le nostre scelte.

Non c’è bisogno di sfogliare il catalogo delle paure postmoderne compilato da Zigmunt Bauman nel suo saggio La società dell’incertezza per rendersi conto delle condizioni di insicurezza con cui ci si ritrova a convivere ininterrottamente. Ma forse conviene ricordare la sua affermazione secondo la quale la versione postmoderna dell’incertezza non si presenta come un semplice fastidio temporaneo che può essere mitigato o risolto; “il mondo postmoderno si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile”. Sono passati quasi quindici anni da quando Bauman scriveva queste cose. Ci siamo, dunque.

Diciamo: l’incertezza della situazione politica, intendendo per politica una realtà che offre garanzie di cittadinanza, di benessere diffuso, sociale. Mentre pronunciamo questa espressione, se non siamo direttamente coinvolti nelle vicende della politica, ci sembra che quella incertezza non ci riguardi, che sia lontana da noi, che non possa costituire un elemento di condizionamento della nostra vita. Poi, a volte nel giro di poche ore, ci si rende conto che le sue conseguenze si rovesciano addosso a ciascuno, che si trasformano in condizioni da sopportare, che cambiano la nostra visione del Paese, le nostre aspettative, le nostre speranze. Così, il crollo delle aspettative, delle speranze, provoca disorientamento, ci costringe a procedere alla cieca, almeno per un tratto di strada. Se poi quella situazione politica incerta si protrae, il tratto da percorrere alla cieca si allunga e il disorientamento aumenta fino a che uno non si ritrova in un Paese che non riconosce.

Diciamo: l’incertezza dei mercati. Anche in questo caso può sembrare, così, a prima impressione, una frase quasi astratta che non incide sui nostri giorni.

Poi, però, chi con il lavoro sudato di una vita ha messo da parte qualche centesimo per la bisogna, si rende conto che quell’astrazione si carica di una drammatica concretezza.

Ma il concetto che, probabilmente più di ogni altro, sembra avere un significato vaporoso, quasi inconsistente, è quello che viene sintetizzato con l’espressione dell’incertezza del futuro. E’ l’incertezza che fa più male, anche se a fare più male dovrebbe essere l’altra che riguarda l’incertezza del presente.

Perché il futuro nessuno può conoscerlo, nessuno sa come potrà essere; sul futuro nessuno può farsi dei conti, nemmeno per percorsi a breve termine. C’è chi pensa che in fondo noi non andiamo da nessuna parte, ma che da qualche parte siamo soltanto trascinati. Al futuro si dovrebbe non pensare perché molto spesso non si fa altro che distogliere dal presente energie di pensiero e di sentimento. Si dovrebbe saper riuscire a cogliere le occasioni e le opportunità del presente, sperando che possano proiettarsi nel futuro. Così forse si dovrebbe di tanto in tanto ripassare quello che dice il coro alla fine delle “Baccanti” di Euripide: le cose che ci aspettiamo non si compiono, per quelle inattese un dio trova la via.

Eppure l’idea di futuro è l’unica che dà motivazione o giustificazione al presente: al pensare e all’agire nel tempo che si vive.

Però i pensieri e le azioni del tempo che viviamo sono assediati e insidiati dall’incertezza.

Allora possiamo rassegnarci e subire l’assedio oppure cercare di romperlo rifondando antiche certezze o fondandone altre attraverso nuove idee, una più marcata flessibilità, una adattabilità che consenta di governare l’instabilità, le turbolenze, una forma di creatività ancora sconosciuta, una capacità di riprogettazione, anche una prudente intraprendenza nell’individuazione delle strade da percorrere. Senza alcuna pretesa di certezze ma confidando un poco in se stessi, molto negli altri, e in fondo anche nella buona sorte.