La lanterna di Diogene 10. Sul calcio italiano Stampa
Filosofia
Scritto da Giovanni Invitto   
Lunedì 15 Settembre 2014 06:40

["Il Galatino" XLVII n.14 del 12 settembre 2014]

 

Mentre scrivo, da poche ore la squadra italiana di calcio è stata esclusa dai mondiali: tragedia nazionale con dimissioni di allenatore e presidente della Federazione. Sportivi inferociti, depressioni famigliari, titoloni sui giornali... Io sono un appassionato, anzi un «tifoso», di calcio cioè: un «fazioso disarmato». Ho cominciato a frequentare a 13 anni, insieme ai miei due fratelli, l’allora «Carlo Pranzo», campo del Lecce, ora divenuto parcheggio per le auto. Poi si passò allo stadio di Via del Mare inaugurato con il Santos di Pelé, forse il più grande calciatore di tutti i tempi, che segnò un goal dopo uno splendido volo in area di rigore, tanto che io la paragonai, in maniera blasfema, ai voli di san Giuseppe da Copertino che rimaneva sospeso in aria. Ieri, però, è stata una  giornata di lutto, non metaforico, per il calcio italiano. Ma lutto per l’eliminazione della squadra azzurra? Assolutamente no: lutto perché ieri è morto Ciro Esposito, nome e cognome chiaramente napoletani. Ciro, 27 anni, è stato vittima, il 3 maggio scorso, di una rappresaglia organizzata da altri tifosi che non lo conoscevano e che lui non conosceva, mentre andava a Roma per la finale di Coppa Italia. Quell’omicidio maturato ed eseguito a freddo prima di un incontro di calcio, la dice lunga sui livelli di (in)civiltà ai quali siamo pervenuti. Si può morire a 27 anni solo perché si sta per andare ad uno spettacolo sportivo come una partita di football? Siamo tornati all’uomo dell’età della pietra. Allora occorre fare un mea culpa complessivo senza attendere altre tragedie e, conseguentemente, altre decisioni punitive o restrittive. Saremo in grado di far tornare «gioco» ciò che è nato come gioco circa un secolo e mezzo fa? Ma il problema è che era nato come gioco solo per gli spettatori. Sicuramente per i «proprietari» delle squadre di calcio non lo è. E quando ci sono di mezzo interessi di miliardi son loro comandare. E noi, come al tempo del «panem et circenses», continueremo ad accontentarci del pane fino a che saranno sul campo e potremo applaudire i gladiatori che spesso si ammazzano. Ma «the show must go on»: lo spettacolo deve continuare…