SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 42- (13 giugno 2012) Stampa
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 13 Giugno 2012 08:13

Rivedere la spesa pubblica

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 13 giugno 2012]

 

“Il rigore porterà gradualmente a una crescita sostenibile e al lavoro”. E’ una delle ultime dichiarazioni del Presidente Monti, che sembra far riferimento a un qualche meccanismo automatico in grado di portare l’economia italiana dalla recessione alla ripresa. Aggiungendo che non è opportuno ripescare le “vecchie” ricette keynesiane di aumento della spesa pubblica in disavanzo, da lui considerate del tutto inefficaci. Il Ministro Passera ha poi tenuto a chiarire che, per fuoriuscire dalla recessione, non si può fare affidamento su “grandi idee”, ma occorre affidarsi alla sommatoria di provvedimenti solo apparentemente marginali. La domanda che occorre porsi è: qual è la teoria posta a fondamento di queste dichiarazioni? E’ una domanda rilevante, dal momento che sulla base di queste (e altre) dichiarazioni del Presidente del Consiglio pare che si debbano escludere interventi sui tre principali fattori che la teoria economica riconosce come essenziali per l’aumento del PIL: la spesa pubblica in disavanzo, l’attivazione di flussi di innovazioni, l’aumento della dotazione di capitale umano, ovvero di conoscenze generali e tecniche delle quali i lavoratori dispongono. La prima opzione viene esclusa, per così dire, per principio. In nessuna dichiarazione ufficiale, il Presidente del Consiglio o i suoi ministri hanno spiegato per quale ragione le politiche di espansione della spesa pubblica sono oggi inefficaci. Si badi che l’obiezione, solo apparentemente ovvia, secondo la quale l’aumento della spesa pubblica fa crescere il rapporto debito pubblico/PIL è molto opinabile. L’aumento della spesa pubblica ha effetti positivi sull’occupazione e, dunque, sul PIL, così che – sotto date condizioni – tanto più lo Stato spende tanto meno deve indebitarsi. Ciò soprattutto a ragione del fatto che l’aumento della spesa pubblica, accrescendo l’occupazione e i salari, aumenta la base imponibile e, anche a parità di aliquota media di imposta, accresce il gettito fiscale. La seconda opzione (l’incentivo alle innovazioni), così come la terza (l’aumento del capitale umano), è anch’essa esclusa dal momento che l’attuale Esecutivo, anche su questi temi, si muove in piena continuità con gli indirizzi di politica economica del Governo Berlusconi, riducendo (o comunque non aumentando) i finanziamenti alle Università e ai centri di ricerca, sancendo, in tal modo, l’inutilità della ricerca scientifica.

La scommessa di Monti, per quanto si può capire, è giungere alla ripresa dell’economia italiana mediante l’accelerazione delle politiche di liberalizzazioni, secondo un nesso stando al quale maggiore concorrenza equivale a maggiore crescita. Si tratta di una tesi discutibile, per due ordini di ragioni.

1) Il Governo ha già provato, con il decreto sulle liberalizzazioni, a introdurre incentivi per rendere i mercati più competitivi, con risultati pressoché nulli data l’opposizione politica (giusta o ingiusta che sia, qui poco importa) dei settori sui quali si intendeva agire. Si sono modificati i rapporti di forza fra il Governo e le forze sociali che oppongono resistenza a queste misure? Si ritiene praticabile e necessario un secondo tentativo? Non sembra che, sul piano puramente politico, qualcosa sia cambiato o cambierà a breve. Più in generale, si può considerare che un Esecutivo che si è presentato come ‘tecnico’ ha, fin qui, commesso errori propriamente ‘tecnici’ che inducono a ritenere che si stia muovendo per “tentativi ed errori”. E fra i tanti errori, appunto ‘tecnici’, può essere sufficiente richiamare il caso dei cosiddetti esodati. La Ministra Fornero è un’economista che deve la sua reputazione scientifica essenzialmente a studi sul funzionamento del mercato del lavoro. Divenuta Ministro, produce una “riforma pensionistica” che dà luogo a un esito paradossale: a fronte del fatto che, ogni anno, decine di migliaia di lavoratori si pensionano a 50 anni, con l’innalzamento dell’età pensionabile, centinaia di migliaia di lavoratori restano senza stipendio né pensione. La Ministra annuncia che gli “esodati” sono 65 mila, e che, per questi sono disponibili risorse sufficienti per pagare le loro pensioni, salvo poi scoprire che sono 350 mila.

2) Sul piano strettamente economico, si può supporre che l’obiettivo di generare maggiore concorrenza presupponga processi di privatizzazione: i quali, peraltro, sono diffusamente sollecitati dall’Unione Europea e pienamente recepiti nel programma del Governo italiano. Va rilevato, a riguardo, che, per l’esperienza compiuta in Italia almeno nell’ultimo trentennio, l’evidenza empirica disponibile segnala – in modo incontrovertibile – che le privatizzazioni non si associano a un aumento della produzione e tantomeno a un miglioramento della sua qualità. Il solo effetto certo è che i processi di privatizzazione tendono a produrre esiti inflazionistici. Ciò accade a ragione del fatto che, mentre un’impresa pubblica non persegue istituzionalmente l’obiettivo del massimo profitto, potendo anche operare in perdita, un’impresa privata ricarica sui costi di produzione il margine di profitto considerato normale, date le condizioni di mercato nelle quali opera. Anche assumendo (il che è tutto da dimostrare) che l’impresa pubblica sia più inefficiente dell’impresa privata, e che dunque produca con costi di produzione superiori, il ricarico del profitto sui costi di produzione fa sì che i prezzi siano più alti nel caso in cui la produzione sia gestita da imprese private rispetto al caso in cui sia gestita dall’operatore pubblico.

In una condizione nella quale alla continua caduta del prodotto interno lordo si associano incrementi dei prezzi (i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 4.7% nell’ultimo anno) si può stabilire che, almeno in questa fase, l’economia italiana non ha affatto bisogno di privatizzazioni e che, a fronte dei convincimenti del prof. Monti, ci sarebbe semmai urgenza di un maggiore e più incisivo intervento pubblico. Nel dibattito sull’articolo 18, Monti ha ripetutamente dichiarato che le “riforme” vanno fatte senza preclusioni ideologiche: non è il caso di mettere da parte preclusioni ideologiche anche quando si discute del rapporto fra Stato e mercato?