SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 129 - (6 luglio 2014) Stampa
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 06 Luglio 2014 16:00

I vincoli del Fiscal Compact

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 luglio 2014]

 

Si dibatte, in Europa, della possibilità di rendere meno rigidi i vincoli imposti dal Fiscal Compact ed è opinione pressoché unanime che un’austerità più “flessibile” possa essere utile per contrastare la lunga recessione italiana. Una tesi ampiamente dibattuta e ormai quasi dominante in Italia è che sia possibile coniugare il rispetto dei vincoli di finanza pubblica con misure che stimolino la ripresa della crescita in Italia, attraverso lo scomputo della spesa per investimenti pubblici (particolarmente in infrastrutture) dal calcolo del deficit pubblico. E sono ormai in molti a ritenere che il Fiscal Compact – con il connesso obbligo del pareggio di bilancio –  sia del tutto insostenibile e debba essere radicalmente ripensato. A fronte di questo, il Governo è riuscito solo a rinviare le scadenze per il raggiungimento del pareggio di bilancio, non riuscendo invece a raggiungere l’obiettivo dichiarato di rivedere i parametri di finanza pubblica derivanti dal Trattato di Maastricht.

E’  bene chiarire che, anche nel caso in cui si riuscisse a ottenere questo risultato, se è ragionevole pensare che in questo modo le politiche di austerità non facciano ulteriori danni, non è altrettanto ragionevole attendersi che da queste misure discendano condizioni necessarie e sufficienti per la ripresa della crescita economica italiana. Va infatti innanzitutto rilevato che il declino italiano data ben prima dell’ingresso nell’Unione Monetaria Europea, ed è fondamentalmente imputabile a scelte di politica economica che hanno assecondato, da un lato, il consolidarsi di una struttura produttiva fatta di imprese di piccole dimensioni e, dall’altro, il consolidarsi di una specializzazione produttiva in settori poco innovativi. La duplice retorica del “piccolo è bello” e della crescita trainata dalle “vocazioni naturali” del territorio (agricoltura e turismo, in primis) ne è stata la legittimazione teorica. Più di recente, la rilevante decurtazione di fondi alla ricerca scientifica ha contribuito a rendere ancora più problematica la possibilità della fuoriuscita dalla recessione mediante flussi di innovazione, almeno in una prospettiva di lungo periodo. Non vi è da stupirsi se in questo scenario, il tasso di crescita della produttività sia stato (ed è) in Italia sistematicamente inferiore a quello registrato nei principali Paesi OCSE.

E’ evidente che un sistema produttivo fatto da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e specializzate in produzioni a basso contenuto tecnologico è estremamente vulnerabile, soprattutto a ragione del fatto che imprese di piccole dimensioni, in quanto tecnicamente impossibilitate a sfruttare economie di scala, registrano, di norma, margini di profitto inferiori a imprese di più grandi dimensioni e, per conseguenza, scontano maggiori probabilità di fallimento quando la domanda interna si riduce. In più, si tratta di imprese che, non avendo accesso ai mercati finanziari, sono fortemente dipendenti dal credito bancario, così che sono maggiormente esposte alla restrizione del credito, che di norma si manifesta nella fasi recessive.

Anche le previsioni più ottimistiche sul prossimo anno, indicano un percorso di bassa crescita senza creazione di nuovi posti di lavoro (la c.d. jobless growth). Si consideri, a riguardo, che l’ultimo Rapporto ISTAT certifica che nel primo trimestre del 2014 il tasso di disoccupazione in Italia si è attestato a circa il 14%, con un incremento di quasi un punto percentuale rispetto allo stesso periodo del 2013, e che il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 46%. In uno scenario che continua a delineare un’economia sempre più dualistica: il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno è quasi pari al 22%, con una disoccupazione giovanile che supera il 60%.

La ripresa della crescita in Italia non può che passare attraverso politiche industriali che promuovano cambiamenti strutturali, che portino le nostre imprese ad aumentare la scala della produzione e a innovare.  L’aumento della spesa pubblica (e/o la riduzione della pressione fiscale), nelle condizioni date, ha sì effetti espansivi, tuttavia limitati dal fatto che – riducendosi la produzione interna – vi è da attendersi che l’aumento della domanda di beni di consumo si traduca in larga misura in un aumento delle importazioni. Le innovazioni sono (e sono quasi sempre state) il risultato di ingenti investimenti pubblici nella ricerca di base. Ciò fondamentalmente per due ragioni:

1) Innovare è un’attività che comporta costi certi a fronte di risultati molto incerti e di lungo periodo. Le imprese private possono farlo solo a condizione che sia già disponibile uno stock di invenzioni la cui produzione non può che essere finanziata dall’operatore pubblico. Il che accade a maggior ragione in un contesto (quello attuale) nel quale è di massima rilevanza la tempistica della produzione e delle vendite. In altri termini, quando la concorrenza si esercita sempre più (anche) sulla rapidità dei processi produttivi, l’orizzonte temporale delle imprese inevitabilmente diventa più breve e, conseguentemente, diventa sempre meno conveniente intraprendere investimenti in innovazioni. In altri termini, in assenza di un intervento pubblico che ponga le pre-condizioni per investimenti innovativi, le imprese, di norma, non trovano conveniente innovare.

2) Le innovazioni sono normalmente finanziate tramite credito bancario. A seguito dell’esplosione della crisi del 2007-2008, l’attività bancaria è stata significativamente regolamentata, impedendo, di fatto, agli Istituti di credito di assumere rischi “eccessivi”. Ciò, di per sé, agisce come un freno alla possibilità di innovare, ancor più in un contesto – come quello italiano e, a maggior ragione, meridionale – di restrizione del credito.

In tal senso, l’austerità “flessibile” non solo non aiuta, ma rischia di essere controproducente. La maggiore flessibilità del rispetto dei vincoli di finanza pubblica è, infatti, condizionata alla più rapida attuazione delle c.d. riforme strutturali: ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro in primis. E’ ormai ampiamente dimostrato – sul piano teorico ed empirico – che la flessibilità del lavoro non solo non accresce l’occupazione, non solo riduce i salari, ma ha anche l’effetto di spingere le imprese a competere riducendo i costi di produzione, agendo quindi come disincentivo alle innovazioni.

L’economia italiana vive una “crisi nella crisi”, e questa crisi è fondamentalmente derivante da un lungo percorso di scelte sbagliate che ha portato alla desertificazione produttiva dell’economia italiana.