SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 158 - (21 ottobre 2015) Stampa
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 21 Ottobre 2015 12:15

Quando si delegittima il sindacato...

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 21 ottobre 2015]

 

Il tasso di disoccupazione giovanile, che riguarda individui di età compresa fra i 15 e i 24 anni, ha raggiunto, nell’ultima rilevazione ISTAT di giugno, il 44,2%, in aumento di 1,9% rispetto al mese precedente, raggiungendo il livello più alto dal primo anno di stima (il 1977). La rilevazione esclude i giovani inattivi, ovvero coloro che non cercano lavoro. L’ISTAT rileva che nell’ultimo anno, il tasso di disoccupazione complessivo è aumentato di 0.3 punti percentuali, e l’aumento è stato maggiore nelle regioni meridionali.

A ben vedere, l’attuazione di politiche di contrasto alla drammatica crescita della disoccupazione giovanile, in particolare nel Mezzogiorno, non sembra essere oggi fra le priorità di questo Governo. Il Governo è prevalentemente concentrato nel vantare il merito di aver contribuito, tramite il Jobs Act, alla trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato. Ma anche se ciò è accaduto, si fa riferimento a lavoratori già occupati e, dunque, prevalentemente adulti. Molti commentatori fanno osservare che la trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato  è semmai da imputare agli sgravi fiscali attribuiti alle imprese, non alla “riforma” in quanto tale. E, seguendo questa interpretazione. è prevedibile che alla scadenza del periodo durante il quale le imprese potranno godere di decontribuzioni, molti contratti verranno ri-trasformati in contratti a tempo determinato. Ma soprattutto la propaganda governativa è impegnata in una tenace battaglia volta a dipingere il sindacato come una forza reazionaria, la cui azione frena la crescita.

L’aumento della disoccupazione giovanile è imputabile al fatto che, come registrato da Banca d’Italia fin dal 2010, la riduzione dell’occupazione si è manifestata più sotto forma di riduzione delle assunzioni che di aumento dei licenziamenti. Il fenomeno viene imputato a effetti di labour hoarding, ovvero alla convenienza – da parte delle imprese – a non licenziare lavoratori altamente specializzati in fasi recessive, dal momento che, se dovessero farlo, nelle successive fasi espansive si troverebbero costrette ad assumere individui da formare, con i conseguenti costi (monetari e di tempo) connessi alla specializzazione dei nuovi assunti. 
A ciò si associa il fatto che la (relativa) tenuta dell’occupazione di lavoratori in età adulta è anche dipendente da fenomeni di disoccupazione nascosta, ovvero dal fatto che – in imprese di piccole dimensioni, spesso a conduzione familiare – il livello di occupazione viene mantenuto stabile per il semplice fatto che i lavoratori dipendenti appartengono al nucleo familiare. In altri termini, il costo del licenziamento, in questi casi, è sia economico (per la perdita di reddito dell’unità familiare) sia psicologico, ed è indipendente dalla specializzazione degli occupati. Non dovrebbe essere trascurato il fatto che l’aumento della disoccupazione giovanile si registra in un contesto di drastica riduzione del potere contrattuale dei sindacati e della sostanziale assenza, almeno in Italia, di nuove forme di conflittualità. Il punto in discussione riguarda il fatto, ben noto, che le giovani generazioni non percepiscono il sindacato come un soggetto che possa rappresentarle e, al tempo stesso, il sindacato incontra difficoltà nel reclutarle. Le politiche di precarizzazione del lavoro messe in atto negli ultimi anni, ponendo i lavoratori in competizione fra loro, hanno esercitato un effetto rilevante nello spezzare i legami di solidarietà fra lavoratori che sono alla base dell’azione sindacale. In questa dinamica, ha buon gioco il Governo nel suo obiettivo di delegittimare il sindacato: la proposta di un sindacato unico e l’introduzione di nuovi vincoli al diritto di sciopero rientrano in questa strategia.

I Governi che si sono succeduti negli ultimi anni (e, da ultimo, il governo Renzi) hanno provato a contrastare il continuo aumento della disoccupazione giovanile con queste misure:

a) L’alternanza scuola-lavoro. Si tratta di una misura che risponde all’esigenza di dequalificare la forza-lavoro, assecondando la domanda di lavoro poco qualificato espressa dalla gran parte delle nostre imprese: imprese, salvo rare eccezioni (soprattutto nel comparto dei macchinari), di piccole dimensioni, poco innovative che operano in settori “maturi” (agroalimentare e Made in Italy in primis). Peraltro i programmi di apprendistato già sperimentati hanno prodotto effetti pressoché nulli.

b) Le incentivazioni offerte alle imprese che assumono giovani. E’ bene chiarire che, anche in questo caso, non si tratta uno strumento efficace per incentivare le imprese ad assumere e, soprattutto, non è uno strumento efficace per accrescere l’occupazione giovanile. Ciò a ragione del fatto che le imprese assumono se le loro aspettative in ordine alla realizzazione di profitti sono ottimistiche e ciò, di norma, accade quando ci si aspetta un aumento della domanda.

c) La promozione dell’auto-imprenditorialità In questo caso, è possibile riscontrare un duplice problema: la difficoltà di accesso a finanziamenti per l’avvio dell’impresa (pure a fronte di incentivi pubblici nella fase iniziale) e verosimilmente i bassi profitti che una nuova impresa può aspettarsi di ottenere in una fase di intensa e prolungata recessione.

Si osservi che queste misure sono basate sulla convinzione che il mercato del lavoro funziona meglio se la contrattazione è ‘atomistica’, ovvero se si svolge in assenza dell’intermediazione sindacale. Si tratta di un punto dirimente per comprendere la logica dell’”attacco” al Sindacato che si sta consumando in questi mesi. E, tuttavia, vi sono solidi argomenti per ritenere che si tratta di una strategia sbagliata, ai fini della ripresa economica e dell’aumento dell’occupazione.

Uno studio recente del Fondo Monetario Internazionale mostra che la riduzione del potere contrattuale del sindacato nel corso degli ultimi decenni è stata la principale causa delle crescenti diseguaglianze distributive. E aggiunge che le crescenti diseguaglianze distributive, a loro volta, sono alla base dei bassi tassi di crescita registrati dai Paesi industrializzati negli ultimi decenni.  La spirale perversa che si è così generata è quindi riassumibile nella sequenza riduzione del potere contrattuale dei sindacati – aumento delle diseguaglianze – riduzione del tasso di crescita – aumento del tasso di disoccupazione, in particolare giovanile. Si tratta, con ogni evidenza, di una spirale perversa che occorrerebbe semmai contrastare con misure di redistribuzione del reddito e di rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori, che, tuttavia, sembrano del tutto estranee alle linee di politica economica oggi dominanti, peraltro con forte accentuazione in Italia rispetto ai principali Paesi OCSE.