SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 159 - (4 novembre 2015) Stampa
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 04 Novembre 2015 13:28

Il fenomeno dei NEET

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 4 novembre 2015]

 

Pare essere convinzione diffusa, stando ai principali media italiani, il fatto che l’occupazione sia aumentata e che, più in generale, l’economia italiana si stia muovendo su un sentiero di crescita che riguarderebbe anche il Mezzogiorno.  A ben vedere, le cose non stanno esattamente in questi termini. Vediamo perché, con particolare riferimento al mercato del lavoro. Secondo le ultime rilevazioni ISTAT dello scorso settembre, il numero dei disoccupati si è ridotto di 35.000 unità. In termini assoluti, si tratta di una contrazione di entità analoga a quella degli occupati (- 36.000). In termini percentuali, il calo dei disoccupati (- 11,2%) risulta più significativo di quello degli occupati (-0,2%), dal momento che il numero dei disoccupati risulta inferiore a quello degli occupati. La riduzione del tasso di disoccupazione è quindi di entità irrisoria, pari circa allo 0.1%: dall’11,9% di agosto all’11,8% di oggi. Vi è di più. Il mercato del lavoro italiano, molto più di quanto accade in altri Paesi europei, si caratterizza per una consistente presenza di individui inattivi (i c.d. NEET), ovvero di individui che non sono alla ricerca di lavoro e non studiano. L’inattività riguarda prevalentemente individui giovani, nella fascia d’età compresa fra i 15 e i 29 anni, in molti casi con un livello di istruzione elevato. Si tratta, con ogni evidenza, di uno dei principali problemi che il Governo dovrebbe affrontare, dal momento che l’esistenza di un’ampia platea di giovani disoccupati è uno dei principali fattori di freno alla crescita. Il fenomeno dei NEET è imputabile a numerosi fattori, fra i quali, soprattutto nel caso italiano e ancor più meridionale, l’esistenza di effetti di ‘scoraggiamento’ derivanti da aspettative pessimistiche circa le probabilità di trovare impiego, e di trovarlo con retribuzioni dignitose e con mansioni coerenti con il titolo di studio acquisito. In altri termini, a fronte della retorica dei ‘bamboccioni’, i giovani italiani inattivi sono tali anche per motivazioni che possono essere considerate di pura razionalità economica.

Le aspettative pessimistiche sulla probabilità di trovare impiego trovano infatti un fondamento nella realtà dei fatti e, in più, si autoalimentano. Con un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 40% è molto ragionevole attendersi che i costi monetari e di tempo per cercare lavoro superino notevolmente i benefici. Le aspettative tendono inoltre a peggiorare per effetti di apprendimento, in una spirale che appunto di autoalimenta: la ripetizione di tentativi di ricerca di lavoro fallimentari rinforza la convinzione che cercare lavoro è solo un costo. In questo scenario, appare ragionevole ritenere che gli effetti di ‘scoraggiamento’ siano tanto più intensi quanto più ci si aspetta un lavoro precario, sottopagato, con mansioni inferiori a quelle corrispondenti alla competenze acquisite. Non appare dunque casuale il fatto che l’esplosione del fenomeno sia stata particolarmente intensa in Italia, ovvero nel Paese, fra quelli OCSE, che, nel corso degli ultimi decenni, ha dato la massima accelerazione alle politiche di precarizzazione del lavoro, nel quale sono state più intense le misure di moderazione salariale e nel quale è relativamente minore la domanda di lavoro altamente qualificato. Come certificato dall’OCSE, l’Italia è il Paese nel quale si sono maggiormente ridotte le tutele del lavoro dipendente, con una contrazione dell’indice di protezione del lavoro (EPL – Employment Protection Legislation) circa pari al 40%. Più in dettaglio, l’OCSE quantifica la protezione del lavoro a tempo indeterminato, misurata dall’indice EPRC, che comprende quattro set di indicatori relativi ai vincoli procedurali e temporali, al livello degli indennizzi, alla difficoltà di licenziare, alla disciplina del reintegro, alla disciplina dei licenziamenti collettivi. La protezione del lavoro a termine è misurata dall’indicatore EPT, che considera il grado di protezione dei lavoratori con contratti a termine e la disciplina che appartiene alle agenzie interinali. Tanto minori risultano i due indicatori EPRC e EPT tanto più basso risulterà ovviamente l’indice generale di protezione del lavoro. Occorre osservare, a riguardo, che il Jobs Act non contrasta il problema, fondamentalmente a ragione del fatto che, a legislazione vigente, non verranno abolite le principali tipologie contrattuali ‘flessibili’ delle quali le imprese italiane si sono fin qui avvalse e delle quali continuano ad avvalersi. Peraltro, come è stato osservato, l’aumento dell’occupazione imputabile alla “riforma” del mercato del lavoro deriva non dalle nuove norme, ma dagli sgravi fiscali temporanei assegnati alle imprese che assumeranno lavoratori con contratti a tutele crescenti. Una volta terminati gli sconti, è ragionevole prevedere una riconversione dei contratti in rapporti di lavoro nuovamente precari. A ciò va aggiunto che, considerando che la specializzazione produttiva italiana (e ancor più meridionale) è sempre più caratterizzata da una crescente incidenza del settore turistico, le variazioni del tasso di occupazione dipendono in modo significativo dalla capacità di attrazione turistica del nostro territorio, dando luogo a un peso crescente del lavoro stagionale, e dunque del lavoro precario.