SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 162 - (3 gennaio 2016) Stampa
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 04 Gennaio 2016 08:25

Ecco perché il sistema bancario produce rischio

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 3 gennaio 2016]

 

Il problema della tenuta del sistema bancario italiano non è il conflitto di interessi del Ministro Boschi, e tanto meno la presunta scarsa alfabetizzazione finanziaria dei risparmiatori italiani. Il problema è di carattere strutturale ed è a partire da questa constatazione che si dovrebbe procedere a un tentativo di risoluzione.

Per provare a capirne le cause profonde, occorre preliminarmente considerare che l’economia italiana (e non solo) ha sperimentato, nel corso degli ultimi decenni, un notevole e costante aumento delle diseguaglianze distributive. Il che ha a che vedere con il pessimo funzionamento del nostro sistema bancario per una sequenza di effetti che, muovendo da quel presupposto, le pone nelle condizioni di restringere l’offerta di credito alle imprese e di provare a fare profitti attraverso misure sempre più di carattere speculativo. Una sequenza di eventi che può essere così ordinata.

La crescita delle diseguaglianze si associa alla riduzione della quota dei salari sul Pil e, dunque, anche a ragione della maggiore propensione al consumo dei percettori di redditi bassi, a una contrazione dei consumi. La contrazione dei consumi, a sua volta, riduce i ricavi monetari delle imprese e le rende sempre meno solvibili. La reazione è del tutto razionale: a fronte dell’aumento delle insolvenze, le banche trovano sempre più conveniente ridurre l’offerta di credito, e la riduzione dell’offerta di credito comprime gli investimenti, il tasso di crescita della produttività del lavoro e il Pil. Si attiva, in tal modo, un circolo vizioso di caduta della domanda, aumento delle insolvenze, contrazione del credito, riduzione degli investimenti e del tasso di crescita. Contestualmente, aumentano le sofferenze bancarie e, per farvi fronte, le banche trovano conveniente provare a far profitti attraverso la vendita alla clientela di prodotti finanziari a tal punto ‘sofisticati’ da renderne l’effettiva convenienza ad acquistarli una questione risolvibile da soli specialisti. Si tratta di prodotti ad alto rischio, rischio spesso occultato. Dal punto di vista dei risparmiatori, può risultare conveniente indebitarsi in queste condizioni, soprattutto a ragione della continua riduzione dei redditi reali. E’ palese che, soprattutto in questi casi, le asimmetrie informative non sono risolvibili e che, per conseguenza e contro l’opinione dominante, non è ai risparmiatori poco ‘alfabetizzati’ che va data la responsabilità. D’altra parte non si capirebbe chi e per quale ragione dovrebbe assumersi il compito di rendere i risparmiatori italiani maggiormente informati sui prodotti finanziari che acquistano.

E’ dunque il combinato della caduta della domanda e della pressoché totale deregolamentazione dei mercati finanziari a dar luogo a questi esiti, pure a fronte di casi isolati di illeciti che, tuttavia, non possono essere considerati la causa del cattivo funzionamento del nostro sistema bancario.

In questo scenario, si genera il paradossale esito per il quale il sistema bancario, invece di finanziare gli investimenti, contribuendo a generare crescita, produce rischio e, in tal modo, accentua l’instabilità sistemica.

E’ forse ancora più paradossale il fatto che il Governo rinuncia ad attuare politiche fiscali espansive, che avrebbero l’effetto di accrescere l’occupazione, i consumi e i profitti monetari (quantomeno delle tante imprese italiane che operano sul mercato interno) e dunque a rendere solvibili le imprese, a fronte del fatto che è poi chiamato a “salvare” le banche attraverso aumenti di spesa pubblica o incrementi di tassazione. In altri termini, anziché prevenire i fallimenti, il Governo spende risorse per porre rimedio ai fallimenti una volta avvenuti. La reiterazione di queste misure le rende difficilmente comprensibili.

Vi è di più. Per i salvataggi bancari, dati i vincoli posti in sede europea in ordine alla crescita del deficit pubblico, il Governo ricorre prevalentemente ad aumenti dell’imposizione fiscale. La ripartizione dell’onere fiscale non è affatto una questione puramente tecnica, ma risente del potere contrattuale che banche, imprese e lavoratori hanno nella sfera politica. Nel caso italiano, il sistema bancario ha un elevato potere politico soprattutto a ragione del fatto che è creditore dello Stato, detenendo la gran parte dei titoli del debito pubblico. In tal senso, non è conveniente tassarle. Ed è per contro possibile e conveniente tassare soggetti che non sono creditori dello Stato: i lavoratori e le piccole imprese. E’ un fenomeno, non solo italiano, di redistribuzione del reddito a beneficio delle rendite finanziarie, che è stato definito “From Man Street to Wall Street” (dall’uomo della strada a Wall Street), e che contribuisce ad accrescere le diseguaglianze distributive e ad alimentare il circolo vizioso di bassi consumi, bassi profitti, elevate insolvenze e restrizione del credito. E contribuisce anche a rafforzare il potere di orientamento delle scelte di politica economica da parte della finanza. E’ stato rilevato, a riguardo, che, presso gli organi comunitari, operano 1700 lobbisti e più di 700 organizzazioni espressione del mondo bancario e finanziario, fra i quali la British Bankers Association e la German Banking Industry Commitee sono quelli che maggiormente incidono sulle scelte del Parlamento e della Commissione Europea. In questo scenario, è difficile attendersi misure di maggiore regolamentazione del mercato del credito ed è dunque più facile prevedere che, proprio per l’assenza di queste misure, l’operare del sistema bancario continuerà a contribuire a generare crisi.