SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 171 - (8 giugno 2016) Stampa
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 09 Giugno 2016 19:55

Sulla restrizione del credito

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 8 giugno 2016]

 

Nelle Dichiarazioni finali rilasciate lo scorso 31 maggio, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha realisticamente dipinto un quadro macroeconomico ancora caratterizzato da forti incertezze e instabilità: “nonostante i segnali di rafforzamento nel primo trimestre di quest’anno, l’economia dell’area dell’euro resta esposta ai rischi provenienti dal contesto globale. L’indebolimento del commercio si protrae; permane l’incertezza sulla capacità della Cina e di altri paesi emergenti di evitare un deciso rallentamento delle rispettive economie”. Detto diversamente: non solo siamo ancora in piena recessione, ma la riduzione degli scambi commerciali su scala globale, e il rallentamento del tasso di crescita cinese, lascia presagire un’ulteriore intensificazione della crisi.

Con riferimento all’Italia, Visco si è soffermato, in particolare, sulla solidità del nostro sistema bancario, facendo rilevare una lieve contrazione dei tassi di interesse bancari sui crediti concessi alle imprese.

A ben vedere, tuttavia, si tratta di ben poco e soprattutto di un andamento dei tassi italiani non in linea con la media europea. Uno studio recente del Centro Studi ImpresaLavoro della Confimprenditori ha rilevato differenze significative nelle condizioni del credito all’interno dell’Unione Monetaria Europea, con riferimento al periodo 2014-2015: in particolare, mentre le imprese tedesche hanno visto crescere i propri volumi di affidamenti dell’1,6% e quelle francesi del 3,3%,  le imprese italiane hanno subìto un calo dei prestiti pari all’1,4%. Il fenomeno può essere spiegato con due motivazioni, che attengono, da un lato, alla specificità del tessuto produttivo italiano e, dall’altro, alle politiche economiche messe in atto nel nostro Paese negli ultimi anni.

1. Le imprese italiane, nella gran parte dei casi, e ancor più nel Mezzogiorno, sono imprese di piccole dimensioni, la cui probabilità di insolvenza (o di fallimento) è notevolmente maggiore rispetto al caso di imprese di piccole dimensioni. In più, la caduta della domanda interna, conseguente allo scoppio della crisi, ha ulteriormente contribuito ad accentuare il ‘nanismo imprenditoriale’ e ad accentuare una specializzazione produttiva in settori maturi: turismo, filiera agroalimentare, beni di lusso. E’ bene ricordare, a riguardo, che l’Italia ha perso ben 25 punti percentuali di produzione industriale nel corso dell’ultimo quinquennio. Ed è bene ricordare che, di norma, sono le imprese che operano nel settore manifatturiero a ottenere più facilmente credito, come rileva lo stesso Visco: “Le banche cercano attivamente di impiegare l’elevata liquidità a loro disposizione soprattutto in finanziamenti alla clientela in più solide condizioni patrimoniali, in particolare a quella di maggiori dimensioni e operante nel settore manifatturiero”.

A fronte di un’elevata probabilità di insolvenza di imprese di piccole dimensioni collocate in settori produttivi a bassa intensità tecnologica, è del tutto razionale, da parte del sistema bancario, razionare il credito e/o accrescere i tassi di interesse. Ciò anche a ragione della rilevanza della percezione di insolvenza, dal momento che nei rapporti banche-imprese la congettura del too big to fail (troppo grande per fallire) ha un peso importante. Si possono considerare, a riguardo, i dati relativi al tasso di rifiuto sul credito, un indice che segnala la percentuale di imprese che dichiarano di non aver ottenuto, in parte o totalmente, il credito richiesto: su fonte OCSE (2014) si registra che per le piccole e medie imprese all’inizio del 2008 questo valore ha raggiunto l’8,4%, a fronte del 7.2% per le imprese di più grandi dimensioni.

2. I Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno attuato politiche di austerità – sotto forma di contrazione della spesa pubblica - con maggiore intensità rispetto ai principali Paesi dell’Eurozona, generando un circolo vizioso che va dalla riduzione dei mercati di sbocco alla riduzione dei margini di profitto alla conseguente maggiore insolvenza alla restrizione del credito. Vi è di più. Come certificato dalla Banca d’Italia, a seguito della compressione dei mercati di sbocco e del conseguente peggioramento delle aspettative imprenditoriali, si registra anche una contrazione significativa della domanda di credito espressa dalle imprese. Questa dinamica è amplificata dal fatto che la gran parte delle nostre imprese, soprattutto nel Mezzogiorno, vendono sul mercato interno e, dunque, la riduzione della domanda interna ha un effetto rilevante sui ricavi e sui margini di profitto.

A ciò si aggiunge il fatto che, in Italia, più che in altri Paesi europei, conta molto il c.d. relationship banking, ovvero il complesso delle reti relazionali che strutturano il rapporto, nel tempo, fra impresa e banca. In altri termini, le banche italiane tendono a comportarsi in modo più accomodante, e dunque a concedere credito a condizioni più favorevoli, soprattutto a imprese con le quali nel tempo si è consolidato un rapporto di fiducia, anche indipendentemente dalla loro effettiva efficienza.

E’ opportuno notare che il nesso politiche di austerità – contrazione del credito configura un pericoloso meccanismo che si autoalimenta, secondo una sequenza così ordinabile. La riduzione della spesa pubblica riduce i mercati di sbocco; si riducono i profitti e aumentano le insolvenze (soprattutto delle piccole imprese e soprattutto delle imprese non manifatturiere); le banche reagiscono contraendo l’offerta di credito; gli investimenti si riducono contribuendo ulteriormente a ridurre la domanda aggregata, in una spirale perversa che può essere frenata solo mediante politiche fiscali espansive combinate con politiche industriali finalizzate ad accrescere le dimensioni aziendali e ad attivare flussi di innovazione. E’ la dinamica della domanda aggregata che regola il grado di dipendenza delle imprese dal sistema creditizio: e quando la domanda si contrae, i fondi interni disponibili per effettuare investimenti si riducono e con essi gli investimenti e il tasso di crescita.