A difesa della Resistenza e della Costituzione repubblicana Stampa
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Maurizio Nocera   
Mercoledì 24 Aprile 2013 11:25

Nella precedente pubblicazione di Pati Luceri, Partigiani e Antifascisti di Terra d’Otranto (Lecce, Brindisi e Taranto), corposo volume di 464 pagine, egli ha riportato, spesso con le rispettive motivazioni al valore, l’elenco di quei salentini che diedero il proprio contributo alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Luceri ha presentato finora quel volume in una sessantina di Comuni e, in ogni occasione, ha sempre ripetuto che la ricerca non era completata, perché in alcune regioni, gli archivi antifascisti e partigiani risultavano essere non ancora sistemati. Tuttavia la sua ricerca è andata avanti.

Oggi Luceri arriva a questa seconda pubblicazione, che non riguarda più il grande Salento (Brindisi, Lecce e Taranto), ma la sola provincia di Lecce, con risultati sorprendenti per quanto riguarda gli elenchi di quanti parteciparono alle vicende belliche. I suoi dati ultimi sono: 1226 combattenti della Libertà (860 partigiani, 157 patrioti, il resto individuati in altre attività antinazifasciste), di cui 159 Caduti e 65 feriti; 465 antifascisti, di cui 11 uccisi da mano fascista; 1030 deportati nei lager nazisti, di cui 218 deceduti e 24 dispersi in mare. Interessante è anche un altro dato della sua ricerca: tra i combattenti della Libertà, egli ha individuato 64 carabinieri e 11 musicanti.

Tutto questo per dire dell’alto contributo che i leccesi hanno dato alla lotta per Libertà e la Democrazia sui differenti fronti di guerra sia in Italia sia all’estero.

Quest’anno 2013, celebriamo il 69° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, in particolare si tratta di un momento eccezionale per il Paese, sconvolto da una crisi economica, politica e sociale senza precedenti. È sotto gli occhi di tutti il totale sfacelo e svuotamento di non pochi settori politici, istituzionali ed economici. Soprattutto sul terreno dell’economia, riscontriamo un arretramento dell’Italia che mai, in tutta la storia unitaria, si è verificato. Dire oggi che l’Italia si trova sull’orlo del crollo economico-sociale non è fare dell’allarmismo ma dire come stanno veramente i fatti. Milioni di famiglie italiane non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese. Questa gravissima situazione colpisce sempre più l’occupazione, le condizioni di vita e di lavoro e le prospettive dei giovani. Ben quattro milioni sono i disoccupati registrati dalle agenzie statistiche, ed altrettante sono le famiglia ridotte al livello di nuova povertà. Ci troviamo davanti ad un vuoto che da alcuni viene colmato solo attraverso una falsa rappresentazione mediatica della realtà.

Per di più, in tale difficile situazione, vi sono forze politiche, decisamente contrarie al bene del’Italia, che ormai esplicitamente puntano ad uno sconvolgimento radicale della Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista e partigiana. Per questo non è affatto allarmistico affermare che il momento è grave. Per questo debbono svilupparsi ulteriormente le iniziative dell’Anpi per contrastare ogni sorta di reazionarismo neofascista. Fra le tante iniziative da intraprendere va aggiunta anche questa di Pati Luceri che pubblica un nuovo libro sugli antifascisti, i patrioti, i partigiani e i martiri leccesi della Libertà. È indubbio che anche questa sua iniziativa va verso un grande momento di mobilitazione civile e unitaria, di presa di coscienza per la difesa, l’affermazione dei principi e i valori della Costituzione.

Noi non abbiamo mai dimenticato quel 25 aprile 1945, quando si concludeva vittoriosamente la lotta armata di resistenza, e i partigiani, fra cui anche i figli della nostra terra, e molti altri dell’intero Meridione, liberavano le maggiori città del Centro-Nord, sconfiggendo l’effimera repubblica di Salò e scacciando dal Paese le truppe naziste. La convinzione dell’importanza della Resistenza antinazifascista non ci proviene solo dalla lettura di questo o quell’altro memoriale di un antifascista o di un partigiano combattente, che potrebbe essere interpretata come dichiarazione di parte, ma ci proviene anche da una personalità politica insospettabile di appartenere ad uno schieramento partigiano. Mi riferisco ad Aldo Moro il quale, in un suo discorso pronunciato il 21 dicembre 1975 nel Teatro Petruzzelli di Bari in occasione del Trentennale della Resistenza, ebbe a dire: «La Resistenza fu uno [memorabile] momento. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire./ La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l'occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale./ La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. È destinata a caratterizzare l'epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina. Alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione, schierati in battaglia, si accompagnò un'infinità di episodi spontanei, il più delle volte oscuri o poco noti, che rappresentarono l'immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell'esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali, nelle zone collinari e pedemontane. Questa Resistenza più ramificata e diffusa, che non è stata classificata tra le operazioni delle divisioni partigiane direttamente impegnate nello scontro armato, si è collegata molto spesso al ricordo delle lotte lunghe e tenaci che le leghe contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all'Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fascistiche degli anni Venti e anche oltre. Ma non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario. La Resistenza supera così il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza».

Questa lunga citazione per mostrare quale fosse il pensiero di una alta personalità politica quale fu Aldo Moro il quale, in quella stessa occasione di Bari, ci disse pure che dovevamo andare a guardare negli archivi delle Anpi meridionali per vedere quanto alto era stato il contributo dato dai nostri conterranei alla Resistenza, aggiungendo: «Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla guerra di Liberazione e ai primi atti dei governi della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l'avanzata di quelli alleati; ha visto la nascita e l'affermarsi delle prime libere manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con l’insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza. [...] Trent'anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall'esilio, dalla prigione, dall'isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto per restituire all'Italia l'indipendenza nazionale e la libertà./ Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è stata la nostra lunga marcia verso la democrazia».

Parole giuste quelle di Aldo Moro, per di più ribadite in un contesto che vedeva la storia della guerra di Liberazione e della Resistenza, ancora lette da una visione tutta nordistica, quasi che la Resistenza fosse stata di una sola parte del Paese, il Nord. È vero sì che effettivamente i territori sui quali si combatterono molte delle tante aspre battaglie tra nazifascisti da una parte e partigiani dall’altra furono quelli dell’Italia del Centro-Nord, ma occorre pure dire – e di questo gli storici hanno cominciato ad accorgersene – che su quei campi di battaglia a combattere non c’erano solo uomini e donne del Nord, perché i dati statistici ci dicono che un terzo e passa delle intere formazioni del Corpo Volontari della Libertà, delle Brigate Verdi e di quelle Garibaldine erano composte da siciliani, campani, abruzzesi, molisani, lucani, sardi, calabresi, pugliesi.

Per questo motivo, noi del Sud continuiamo a ribadire che la Guerra di Liberazione e la Resistenza furono grandi movimenti di massa che coinvolsero l’intera penisola, con la specificità di vedere agire nel Meridione le forse alleate e nel Settentrione i combattenti partigiani. Tra le centinaia di migliaia di combattenti, migliaia e migliaia furono le donne e gli uomini del Sud che combatterono il nazifascismo, e fra di loro migliaia furono i pugliesi e i salentini.

La lotta per liberare il Paese dalle bande fasciste e dagli occupanti nazisti non fu né facile né indolore. Per conquistare la libertà, la democrazia e la sovranità nazionale il popolo italiano dovette subire non poche sofferenze, molti furono i morti, infinite le atrocità. La lotta fu aspra e coinvolse popolazioni civili e quasi tutti i corpi d’armata italiani, formati al tempo del fascismo. Dopo l’8 settembre 1943, ad armistizio già firmato, ci fu il totale sbandamento delle Forze armate italiane; vennero catturati e disarmati dai tedeschi oltre un milione di soldati, che si trovavano in patria o all'estero, tra Iugoslavia, Francia, Albania, Grecia e isole dell'Egeo. Di questi più di 600 mila finirono nei lager di prigionia tedeschi: 13 lager per gli ufficiali e 57 lager per i sottufficiali e soldati. I nazisti non considerarono mai i nostri militari catturati come prigionieri di guerra, ma li classificarono come Internati militari italiani (in sigla Imi). Come tali furono obbligati al lavoro forzato e sottratti alla possibilità di controllo della Croce Rossa Internazionale e alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929, sottoscritta dallo stesso regime nazista, e che prescriveva un trattamento umanitario, cosa che non fu. Durante l'internamento nei campi di lavoro e di sterminio, i militari italiani furono incessantemente invitati, in cambio della loro liberazione, ad arruolarsi nelle forze armate naziste e soprattutto nelle forze armate della Repubblica sociale italiana. Sappiamo, ed oggi la storia ce ne dà conferma, che la stragrande maggioranza degli italiani internati si rifiutò, opponendosi a qualsiasi collaborazione, rassegnandosi alla prigionia nei lager, in tragiche condizioni di vita. La resistenza dei militari italiani nei lager è costata, come risulta dagli stessi registri dei decessi compilati dai nazisti in ogni campo di prigionia, il sacrificio di 78.216 italiani caduti. Pati Luceri, nel suo nuovo libro ci dà la cifra dei salentini morti nei campi di sterminio: 218 a fronte di 1030 deportati.

Grandi perdite subì la stessa popolazione civile e molti furono i partigiani combattenti uccisi sui fronti di guerra: più di 70 mila. Terribili furono le stragi compiute dai nazifascisti. Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Rionero in Vulture, Matera e, per citare solo quanto accaduto in Puglia, ci basta ricordare la strage del 28 luglio a Bari dove, appena due giorni dopo la caduta del fascismo, miliziani fascisti, posti a difesa della Federazione del Partito fascista, spararono su un corteo di 200 manifestanti, scesi in piazza per la liberazione dei filosofi Guido De Ruggiero, Guido Calogero, Tommaso Fiore e il giudice Michele Cifarelli. Sul selciato di via Niccolò dall’Arca, rimasero uccisi venti giovani, fra di essi due ragazzi di 13 anni, e fra questi anche il sedicenne Graziano Fiore, figlio di Tommaso. Altra tremenda strage nazista fu quella perpetratasi, sempre all’indomani dell’armistizio, il 12 settembre 1943, a Barletta, dove furono passati per le armi 12 vigili urbani e 2 operai comunali, responsabili solo di indossare la loro divisa d’ordinanza. Successivamente a questo eccidio, la popolazione di Barletta dovette subire altre atrocità che alla fine delle guerra contò 34 vittime civili, 37 vittime militari e più di cento feriti.

Oggi, la Resistenza e la Lotta di Liberazione conservano vivo un alto valore patriottico unitario del popolo italiano, perché rappresentano l’unità delle donne e degli uomini che si opposero al nazifascismo in nome di una nuova società assolutamente libera e democratica: le partigiane e i partigiani e la popolazione antifascista che li sostenne, i patrioti, i gruppi di combattimento, i militari in Italia e all’estero, i deportati nei campi di lavoro e di sterminio fascisti e nazisti, gli internati e, infine, anche la popolazione civile fecero una lotta contro il fascismo, il nazismo e il repubblichinismo di Salò non in nome di una sola parte del Paese – come qualcuno al Nord ha pensato e ha scritto – ma in nome dell’Italia intera.

Certo, dal 1945 ad oggi, il percorso della storia italiana non è stato sempre rettilineo e indolore. A momenti positivi della costruzione della struttura democratica del Paese e alla crescita del benessere del popolo si sono alternati (continuano ancora ad esserci) tentativi di ritorno all’indietro, tentativi di negazione del sacrificio umano compiuto negli anni bui della dittatura mussoliniana e in quelli atroci della seconda guerra mondiale. È questo dato storico che dobbiamo tenere presente se vogliamo affrontare e tentare di risolvere la tremenda crisi che il mondo e l’Italia sta attraversando, la cui fine non è affatto all’orizzonte. In una crisi di così vasta portata, la parte economica da mettere in salvo è quella relativa al lavoro, che purtroppo vive una condizione di forte prostrazione psicologica a causa della povertà in cui è stata cacciata.

Dobbiamo avere pazienza e speranza, e continuare a essere impegnati su tutti i palcoscenici della storia, ad iniziare da quello politico, che resta il più nobile e il più alto di significati umani nella società moderna, indipendentemente dalle scorribande e dalle umiliazioni di qualche ultimo arrivato che crede che la politica sia solo un mezzo per fini esclusivamente privatistici e personali. La politica, sin dal tempo di Socrate, è sempre stata attenzione e impegno per il comune vivere civile, perché riferita alla costruzione delle basi sociali dell’umanità. Oggi, in questo marasma istituzionale, non previsto dai padri fondatori della Repubblica, si confonde spesso politicantismo con politica. Il primo è deprecabile e da condannare, mentre la politica, cioè il fare politico, è il massimo della dialettica del confronto che una comunità umana può esprimere e che oggi, ancor più di ieri, è all’altezza dei nuovi tempi e delle nuove sfide per la preservazione della specie sul pianeta.

Ecco, per tutto questo, noi antifascisti e partigiani dell’Anpi di Lecce, siamo onorati di aver contribuito alla pubblicazione del libro di Pati Luceri perché, oltre al ricordo dei salentini che lottarono contro il nazifascismo, il volume ci testimonia pure che non è ancora finito l’impegno di ognuno di noi per la difesa della Costituzione, punto di riferimento e valore inestinguibile per tutti.