Filemone e Ka, fantasmi di C. G. Jung e il fantasma di Maria La Salentina Stampa
Storia e Cultura Moderna
Lunedì 24 Giugno 2013 09:57

«Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui inseguivo le mie immagini interiori A essi va fatto risalire tutto il resto. Tutto cominciò allora, e poco hanno aggiunto i dettagli posteriori. La mia vita intera è consistita nell’elaborazione di quanto era scaturito dall’inconscio, sommergendomi come una corrente enigmatica e minacciando di travolgermi. Una sola esistenza non sarebbe bastata per dare forma a quella materia prima. Tutta la mia opera successiva non è stata altro che classificazione estrinseca, formulazione scientifica e integrazione nella vita. Ma l’inizio numinoso che conteneva ogni altra cosa si diede allora».

Carlo Gustav Jung, 1957

 

Abbondantissima è la letteratura sui fantasmi e sugli ectoplasmi. Enciclopedie e pagine web ne abbondano. In un vecchio vocabolario (ca. 1850), alla voce Fantasma (Fantasima), leggo: «Immagine di cosa concepita dalla fantasia | Apparizione immaginaria | Apparizione di spettri, o di ombre |Chimera | Apparenza senza realtà».

Sull’enciclopedia filosofica Garzanti (1993), alla stessa voce, leggo: «Termine che nella psicoanalisi freudiana indica la scena immaginaria in cui il soggetto è presente come protagonista o come osservatore, e in cui si realizza l’appagamento dei suoi desideri inconsci. Intimamente collegato col desiderio (Freud parla di “fantasma di desiderio”) e al contempo con il suo opposto (il divieto), il fantasma è il luogo di processi difensivi per lo più primitivi, come la proiezione e la conversione nell’opposto. Un particolare approfondimento è stato dedicato da Freud ai “fantasmi originari”, schemi inconsci trasmessi per via ereditaria in tutti gli uomini, trascendenti le loro esperienze individuali, e presumibilmente connessi con eventi arcaici, “alle origini della famiglia umana”. Queste strutture fantasmatiche tipiche sono la scena del rapporto sessuale fra i genitori (che Freud chiama “scena originaria o primaria), la scena della vita intrauterina, la scena di castrazione e la scena di seduzione».

Sull’enciclopedia La Biblioteca di Repubblica (2003), il fantasma è inteso come «visione magica, manifestazione soprannaturale […] apparizione di un trapassato, […] forme incorporee dei defunti che la fantasia popolare vuole compaiano secondo tipologie fisse (avvolti in sudari, o senza testa, trascinanti catene e circonfusi da una pallida fosforescenza) in circostanze, ore (prevalente notturne), luoghi lucubri e paurosi. […]». La stessa enciclopedia cita poi alcuni noti casi di fantasmografia, in particolare quello della Bibbia, dove il fantasma di Samuele, evocato dalla maga di Endor, apparve a Saul.

Un’interessante definizione di fantasma ci viene data da Il libro dei simboli. Riflessioni sulle immagini archetipiche (a cura di Ami Ronnberg), ricerca fatta dal The archive for research in archetypal symbolism (Taschen 2011), in cui si dice: «In ogni angolo del mondo esiste il concetto di fantasma: lo spirito di un morto che torna per tormentare i vivi. Solitamente, i fantasmi si presentano come apparizioni pallide e incorporee, talvolta avvolti in un lenzuolo, altre volte con la testa o le mani staccate dal corpo. La loro presenza è spesso accompagnata da una sensazione di gelo improvviso, dallo spostamento di mobili e oggetti, o da strani battiti e colpi. Jung parlava di una “coscienza senza cervello” della quale i fantasmi sarebbero la manifestazione. I fantasmi riflettono anche l’attrazione, la paura e la confusione ataviche dell’uomo, verso la morte. I sentimenti per una persona scivolano nell’inconscio con la sua morte e diventano sinistri, permeati dall’archetipico e dall’estrinsecato, oscillando tra il materiale e lo spirituale. I dispiaceri irrisolti e un forte attaccamento al defunto possono travolgere la persona in vita – un pericolo esemplificato in un’infinità di storie orientali e occidentali popolate da fantasmi che si comportano come mutaforma vendicativi e maligni. Sciamani, spiritisti ed esorcisti sono da sempre interpellati per curare le persone possedute dai morti o che hanno “perso l’anima” nell’aldilà» (p. 788).

Su Wikipedia, leggo: «Il fantasma (chiamato anche spettro o larva dal latino Larius) è un'entità di leggende e del folclore. Ci si riferisce ad esso come ad una presenza incorporea, spesso caratterizzata da alcuni elementi (avvolta in un sudario oppure senza testa, contornata da una certa luminescenza [aura] o che produce un rumore di catene). Del pari anche le circostanze delle apparizioni sono caratterizzate da elementi ricorrenti quali l'ora notturna, i luoghi lugubri e isolati, ecc./ Il vocabolo fantasma, dal greco antico phantasma a sua volta da phantazo (passivo e medio phantazomai : "io appaio"), aveva il significato di apparizione (intesa come manifestazione soprannaturale) e solo con il tempo il suo significato si è ristretto ad indicare l'apparizione di un defunto. Il fantasma è una figura ricorrente nella tradizione popolare e letteraria, praticamente di tutte le civiltà. Nella tradizione orientale e in quella greca e romana l'apparizione dei fantasmi non è associata al sentimento della paura./ Il fantasma è un tipico personaggio della letteratura fantastica e dell’orrore. Un esempio celebre si trova nell'Amleto di William Shakespeare. Nei racconti horror i fantasmi infestano di frequente vecchi castelli o antiche magioni. Nei racconti per bambini, il fantasma può assumere un ruolo positivo».

Anche Wikipedia indica che la visione di fantasmi in generale è frutto di allucinazioni e spesso anche di percezioni sensoriali, generatrici di illusioni. Diffusa è la credenza popolare nel vedere il fantasma di un defunto caro. I motivi che spiegano scientificamente tali visioni sono tanti, tuttavia, quando il fenomeno di verifica, si tratta sempre di uno stato alterato di coscienza, dovuto a stress psicofisici oppure ad assunzione di sostanze psicoattive (droghe o farmaci).

Prima di affrontare il fantasma Filemone, la Guida spirituale di Carl Gustav Jung (1875-1961), vorrei sottoporre all’attenzione il fantasma di una donna di circa 80 anni, che tutt’oggi continuo a osservare. Si tratta di Maria La Salentina, vivente in un paesino del basso Salento. La prima volta che l’ho conosciuta, era già pensionata come insegnante di Musica nelle Scuola Medie. Era ed è una diabetica, costretta quindi ad assumere le normali dosi di insulina per via orale, ma oltre a ciò, per il resto tutto nella normalità. All’inizio non mi rivelò quello che era il problema della sua vita. Poi, pian piano, con il crescere della fiducia reciproca, cominciò ad aprirsi, rivelandomi che da molti anni lei conviveva con un fantasma, il «suo fantasma».

All’inizio non è stato facile farla parlare, perché si chiudeva dietro frasi «Io convivo con lui, ma non è un problema né per me né per chi mi sta attorno»; «Non ne voglio parlare, altrimenti sto male».

Dopo anni di insistenze, dato che le era difficile parlarmi direttamente, l’ho convinta a scrivermi alcune lettere, due delle quali riporto qui:

«Città, 22 agosto 2011// Caro Maurizio/ ti scrivo per illustrarti il fantasma. Era un ragazzo simpatico e gentile, di carattere aperto e buono. Si trovava al mio paese per ragioni di lavoro, era un militare, veniva dalla Campania. Non so come abbia fatto a conoscermi. Io andavo in chiesa a dirigere il coro e per preparare i ragazzi per la festa del parroco. Ogni qualvolta che andavo, veniva a trovarmi, oppure mi aspettava in piazza per vedermi passare. Così diventammo amici./ Nel contempo io ero legata ad un altro ragazzo, ma un giorno mi accorsi che costui all’amore preferiva la professione e qualche altra cosa. Così ruppi il fidanzamento. Attraversai un periodo molto triste, come tutti i periodi della mia vita, non riuscivo a finire gli studi, non ero serena./ Intanto il militare veniva a trovarmi anche a casa, si voleva fidanzare, mi voleva portare a Napoli, però i miei familiari erano restii. Io ero legata allo studio, amavo molto la musica e volevo diplomarmi. Così un giorno venne a salutarmi, era stato chiamato dal Comando e partì./ Ci incontrammo più volte sempre da buoni amici e forse qualcosa di più, non so dire. È certo che è stato oggetto dei miei pensieri per tutta la vita. Poco tempo fa ebbi una discussione forte con mia sorella a causa di un fattaccio successo con la gente del mio paese. “Ebbene – dissi – se mi avreste lasciata decidere da sola certamente non sarebbe successo questo. Così dicendo nella mia mente si aprì un sipario e rividi tutto il passato. Da quel giorno non trovo più pace, per le vie del paese e ovunque io vada, vedo il fantasma. Ora non so cosa fare, prego tanto, ma i santi rimangono sordi alle mie preghiere./ Vorrei che il Signore mi desse la pace, perché alla vita non ho fatto altro che ubbidire ed amare./ Ti saluto./ Maria».

«Città, 5-9-2011// Caro Maurizio,/ mi chiedi com’è il fantasma: è il ragazzo che ti ho illustrato nella mia precedente lettera. È vestito in divisa, era un sottoufficiale dei Carabinieri, era entrato nell’Arma per via dello zio che era Capitano. Lui non poteva frequentare il Corso Ufficiali perché aveva solo il diploma. Mi diceva che era iscritto all’università, non ricordo in quale facoltà./ Il fantasma non mi parla, non mi dice nulla. Solo lo vedo sorridendo per le strade ove mi incontrava, oppure viene vicino a casa ed entra. Vorrei tanto che il Signore lo allontanasse dalla mia mente, perché soffro molto./ Nel tempo passato era solo per me un caro ricordo, ma ora non trovo pace. Certo la situazione in cui mi trovo è scabrosa, vivo in un paese con gente incivile; ho desiderato tanto allontanarmi, ma non mi è stato possibile. Pensavo di vivere una serena vecchiaia assieme alla mia cara e brava sorella, ma il Signore me l’ha tolta; era il mio unico affetto./ Voglio sperare che questa volta sia stata più chiara riguardo al fantasma./ Non ho altro da dirti./ Ti saluto./ Maria».

Ovviamente per lettera la signora non mi ha scritto altro, ma a voce mi ha dato ulteriori informazioni. Dalla lettura delle due missive si evince chiaramente il fenomeno della spettralità di un suo desiderio sentimentale molto forte, come spesso ha rivelato la letteratura psicoanalitica. Si veda in questo caso anche quanto scritto sopra, nella parte che si riferisce alla definizione di fantasma data da Il libro dei simboli. Riflessioni sulle immagini archetipiche

Il caso del fantasma Filemone, Guida spirituale di C. G. Jung, l’ho già accennato nel convegno Sogno, Sogni, Visioni. Le radici oniriche dell’esperienza (Lecce, 5 luglio 2012), dove avevo presentato una relazione sul Libro Rosso dello psicoanalista svizzero. In quell’occasione avevo scritto: «Un aspetto fondamentale della formazione di Jung fu la sua totale adesione alle tematiche insite nei capolavori letterari di Goethe (Faust) e di Nietzsche (Così parlò Zaratustra). A ciò va aggiunta la sua forte capacità onirica, quasi sempre in situazioni ipnagociche. Fu propria tale capacità, che egli definì immaginazione attiva, che gli permise di raggiungere una sorta di stato mistico laicale, all’interno del quale numerosi furono i sogni (in particolare quelli premonitori di morte) e soprattutto le visioni. Fra le tante, secondo quanto egli stesso ha raccontato nella sua autobiografia, nota è quella relativa all’apparizione del fantasma Filemone, col quale corrispose per diverso tempo e che per lui rappresentò una sorta di maestro accompagnatore sul modello di Tiresia per Ulisse nella discesa negli inferi, o Virgilio nell’attraversamento degli stadi celesti nella Commedia di Dante».

C’è da chiedersi come si creò in Jung l’immagine della sua Guida spirituale, cioè il suo primo fantasma di nome Filemone. Il personaggio non è inventato di sana pianta, ma ripreso dalle Metamorfosi di Ovidio il quale, nel libro ottavo scrive che «Mercurio e Giove in sembianze umane vagano per la terra e ricevono ospitalità soltanto da una povera coppia di anziani sposi, Filemone e Bauci. Per punire coloro che non li avevano accolti e ricompensare i due vecchi, gli dèi sommergono con le acque le case dei vicini e trasformano la loro capanna in un tempio di straordinaria magnificenza» (Metamorfosi, Mondadori, I Classici Collezione, febbraio 2007, p. 742).

Ovidio, in questa parte della sua opera, dedicata al mito dell’accoglienza, scrive versi meravigliosi che vale la pena rileggerli. Eccoli:

«Qui venne Giove travestito da uomo e, assieme al padre,/ senza le ali, il nipote di Atlante che porta il caduceo [Mercurio]./ Bussarono a mille porte, cercando un luogo/ per riposare, e mille porte si chiusero. Una soltanto li accolse,/ piccola, con un tetto di paglia e di canne:/ là vive Bauci, una pia vecchietta, e il suo coetaneo Filemone;/ uniti dagli anni della giovinezza, invecchiarono/ in quella capanna e, ammettendo la propria miseria/ e sopportandola di buon animo, la alleggerivano./ Non è il caso di cercare servi e padroni:/ tutta la casa sono loro due, comandano ed obbediscono/ Quando i due dèi entrarono nella casetta/ e attraversarono la soglia, chinando il capo,/ il vecchio li invitò a riposare sopra una panca,/ sulla quale Bauci premurosamente distese un panno ruvido./ Poi smosse sul focolare la cenere tiepida,/ ravvivò il fuoco del giorno prima, alimentandolo/ con foglie e corteccia secca, e col suo vecchio soffio/ attizzò le fiamme; prendendo dal ripostiglio ciocchi spezzati/ e rami aridi, li spezzettò e li mise sotto una piccola pentola./ Poi tolse le foglie agli ortaggi raccolto nell’orto irriguo/ dal marito e staccò una spalla di porco affumicata/ da una trave nera con un forchettone a due punte,/ e da quella spalla, a lungo serbata, taglia una piccola/ parte e la mette a bollire nell’acqua calda./ Intanto fanno passare il tempo in discorsi,/ e scuotono il piumino sul letto che ha sponda e piedi/ di salice, fatto di morbide erbe di fiume./ Vi mettono sopra un velo che sono soliti/ usare solo nei giorni di festa, ma anch’esso è vecchio e logoro,/ non fuori luogo per un letto di salice./ Gli dèi presero posto. La vecchia tremando/ nella veste succinta apparecchia la mensa, ma un piede/ è zoppo; lo pareggia con un coccio che, messo sotto,/ elimina il dislivello, poi la puliscono con verde menta./ Vengono messe in tavola olive di due colori,/ sacre alla schietta Minerva, e corniole autunnali/ in salsa liquida, indivia, rafano, una forma di latte cagliato,/ uova girate delicatamente sulla cenere tiepida -/ il tutto in vasi di coccio, poi un cratere dello stesso argento/ e bicchieri di legno di faggio, stuccati/ al loro interno con bionda cera. Passa appena un attimo,/ e il focolare caldo licenzia i cibi,/ e si riporta il vino non molto invecchiato/ che poi, messo da parte, lascia il posto al dessert./ Noci, fichi secchi, grinzosi datteri,/ prugne, mele fragranti in ampi canestri,/ una raccolta da tralci purpurei./ In mezzo un candido favo. Su tutto questo/ facce buone, uno zelo operoso e ricco./ Intanto vedono che il cratere più volte vuotato/ si riempie da sé, e da sé il vino ricresce./ Attoniti per il prodigio Bauci e Filemone, impauriti,/ alzano le mani, e pregano e chiedono venia/ per le vivande e per la mancanza di servizio. C’era/ una sola oca, guardiana della minuscola fattoria,/ che i padroni si preparavano ad ammazzare in onore degli dèi ospiti;/ veloce com’è, stanca i due, tardi per l’età, e sfugge loro/ a lungo, e alla fine sembra rifugiarsi dagli dèi stessi./ Gli dèi vietarono di ammazzarla e dissero:/ “Noi siamo dèi, e i vostri empi vicini/ sconteranno la pena; a voi sarà dato di restare immuni/ da questo male, purché lasciate la vostra casa,/ seguiate i nostri passi e veniate insieme/ a noi in cima al monte”. Ubbidiscono e, sostenendosi col bastone,/ camminano faticosamente per il lungo pendio./ Distavano dalla vetta un tiro di freccia,/ quando girano gli occhi e vedono il tutto sommerso/ da una palude: restava soltanto la loro capanna./ Mentre guardano e piangono il destino dei loro,/ quella vecchia capanna, piccola anche per due persone,/ si trasforma in tempio: colonne al posto dei pali,/ la paglia imbiondisce, il suolo si ricopre di marmo/ si vedono porte cesellate, un tetto dorato./ Il figlio di Saturno [Giove] disse con voce benigna:/ “Dite quello che desiderate, buon vecchio e tu, donna/ degna del tuo onesto sposo”. Scambiate poche parole con Bauci,/ Filemone comunica la loro scelta comune agli dèi:/ “Chiediamo di essere sacerdoti e guardiani del vostro tempio,/ ci porti via la stessa ora: non voglio vedere/ la tomba di mia moglie e neanche essere/ sepolto da lei”. Il desiderio fu esaudito: sfiniti dagli anni,/ mentre stavano di fronte ai gradini e raccontavano/ la storia del luogo, Bauci vide Filemone/ coprirsi di fronde, e il vecchio Filemone coprirsi di fronde Bauci./ Mentre già una cima cresceva sui loro due volti,/ finché poterono continuarono a scambiarsi parole/ “addio, amore” – dissero insieme, e insieme la scorza/ li coprì e li nascose: ancora oggi i Bitini mostrano/ due tronchi vicini che derivano dal doppio corpo» (Ovidio, Metamorfosi, VIII, 624-720)

Questo è il racconto del mito di Filemone. Nella sua autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni (Rizzoli 1978), Jung sta descrivendo il suo stato visionario tracciando i contorni di diversi personaggi mitici e storici, quando scrive:

«Subito dopo questa fantasia un’altra immagine emerse dall’inconscio, sviluppandosi da quella di Elia [vecchio saggio profeta]. Le diedi il nome di Filemone. Filemone era un pagano, ma avvolto in un’atmosfera egizio-ellenistica, con una coloritura gnostica. La sua immagine mi si presentò la prima volta nel sogno seguente./ C’era un cielo azzurro, ma sembrava il mare, non coperto da nubi, ma da zolle di terra bruna. Sembrava che le zolle si allontanassero l’una dall’altra e lasciassero scorgere l’acqua azzurra del mare. Quest’acqua era però il cielo azzurro. Improvvisamente dalla destra giungeva, librandosi nell’aria, un essere alato. Era un vecchio con corna taurine. Portava un mazzo di quattro chiavi, tenendone una come se fosse sul punto di aprire una serratura. Era alato, e le sue ali erano quelle di un martin pescatore, con i loro caratteristici colori./ Non riuscendo a capire questa immagine onirica, la dipinsi per meglio vederla. Nei giorni in cui ero occupato a dipingere trovai nel mio giardino, presso la riva del lago, un martin pescatore morto! Ero sbalordito, poiché solo assai di rado capita di vedere uccelli del genere nei dintorni di Zurigo. […] Filemone e le altre immagini della mia fantasia mi diedero la decisiva convinzione che vi sono cose nella psiche che non sono prodotte dall’io, ma che si producono da sé, e hanno una vita propria. Nelle mie fantasie conversavo con lui, mi diceva cose che io coscientemente non avevo pensato, e osservai chiaramente che era lui a parlare, non io. […] Da un punto di vista psicologico Filemone rappresentava un’intelligenza superiore. Per me era una figura misteriosa. A volte mi sembrava reale proprio come se fosse una persona viva. Passeggiavo con lui su e giù per il giardino, ed era per me ciò che gli indiani chiamano un “guru”» (pp. 210 sgg.).

Il secondo fantasma di Jung è descritto in questo modo:

«In seguito Filemone fu posto in ombra dall’emergere di un’altra figura, che chiamai Ka. Nel’antico Egitto il “Ka del Re” era la sua forma terrena, l’anima incarnata. Nella mia fantasia l’anima-Ka veniva da sottoterra, come da un profondo pozzo. Ne feci un dipinto, rappresentandolo nella sua forma terrena, come un’erma dalla base di pietra, con la parte superiore di bronzo. In alto nel dipinto appare un’ala di martin pescatore, e tra questa e la testa del Ka si libra una tonda, luminosa nebulosa di stelle. L’espressione del Ka ha qualcosa di demoniaco, si potrebbe quasi dire di mefistofelico. In una mano tiene qualcosa come una pagoda colorata, o un reliquario, e nell’altra uno stilo col quale lavora sul reliquario. Dice: “Io sono colui che seppellisce gli dèi in oro e gemme”./ Filemone zoppicava da un piede, ma era uno spirito alato, mentre Ka rappresentava una specie di demone della terra o del metallo. Filemone era l’aspetto spirituale, il “significato”, mentre Ka era uno spirito della natura, come l’Anthroparion dell’alchimia greca, che però a quel tempo io non conoscevo ancora. Ka era colui che rendeva tutto reale, ma che oscurava anche, o lo sostituiva con la bellezza, lo spirito del martin pescatore, il Significato, l’“eterno riflesso”./ Col tempo riuscii a integrare le due figure, e a tal fine mi fu di aiuto lo studio dell’alchimia» (pp. 212 sgg.).

 

Mi sembra del tutto superfluo commentare le visioni fantasmatiche descritte da Jung, perché si comprendono da sole. L’unica osservazione è quella relativa allo zoppicamento di Filemone. Jung forse non ricorda che, nella metamorfosi (Uomimi/Alberi) di Ovidio, a zoppicare è Bauci e non il marito, ma è possibile pure che sia stata la mente fantasmatica dello psicoanalista svizzero a fondere le due situazioni. Oltre a ciò c’è solo da aggiungere che il suo risultato fantasmatico è il frutto di letture di classici greci e latini e di esperienze vissute nella forma naturale della vita che, per quanto mi riguarda, è quella duale eraclitea, che vede svolgersi il processo Vita-Morte attraverso la complementarietà degli elementi specularmente contrapposti (Bene-Male; Amore-Odio; Giorno-Notte; Donna-Uomo; ecc.). Per questo i suoi due più importanti fantasmi (Filemone e Ka) rappresentano la dualità cosmica, che si perpetua nello svolgersi dei processi naturali. È interessante costatare il fatto che Jung dà valenza positiva a Filemone (vecchio saggio profeta alato che scende dal cielo), consigliere di giustizia, mentre Ka, fantasma che appare e scompare proveniente dal sottosuolo, è la realtà negativa e infera.

Nel Libro Rosso, Jung dipinge il volto di Filemone a p. 122. La Guida spirituale suprema dello psicanalista svizzero ha capelli e barba nera, naso lungo, occhi celesti e orecchie a corna taurine. Sotto questa immagine scrive: «4 dicembre MCMXIX. Questo è il lato posteriore della gemma. Chi è nella pietra ha quest’ombra. Si tratta di Atmavictu [il serpente stregone che, alla fine delle sue molteplici trasformazione, diviene Filemone], l’antico, dopo che si è ritirato dalla creazione. Egli è ritornato nella storia infinita, da dove ha avuto inizio. È divenuto nuovamente pietra e residuo, dopo che ha compiuto la sua creazione. In Izdubar [cioè Gilgamesh] egli è andato oltre l’uomo, e da lui ha liberato Filemone e Ka. Filemone diede la pietra e Ka il [sole]» (p. 305).

Questo è solo un passo delle infinite riflessioni fantasmatiche di Jung, dalla quale però è sufficiente capire la vastità dei suoi sconfinamenti psichici, che si evidenziano ancor più in una pagina dello stesso Libro Rosso dove tratta del mago (cap. XXI del Liber secundus). Questa:

«Dopo lunghe ricerche, ho trovato la casetta che ha davanti una grande aiuola di tulipani in fiore e in cui abitano il mago Filemone e sua moglie Bauci. Filemone è un mago che, pur non essendo ancora riuscito a scongiurare la vecchiaia, la vive nondimeno con dignità, e anche sua moglie non può fare diversamente. Pare che i loro interessi si siano ristretti e si siano fatti addirittura infantili. Innaffiano l’aiuola di tulipani e parlano dei fiori appena sbocciati. E le loro giornate tirano avanti in uno sfocato e precario chiaroscuro, illuminate a tratti dalle luci del passato e solo lievemente turbate dall’incognita del futuro./ Per quale motivo Filemone è un mago? Con le formule magiche vuole procurarsi l’immortalità o una vita nell’aldilà? È stato probabilmente solo un mago di professione, adesso sembra un mago in pensione, che si è ritirato dall’attività. Sopita ogni avidità e spento ogni impulso creativo, per pura assenza di poteri, egli si gode ora il ben meritato riposo, come ogni vecchio che altro non può più fare se non piantare tulipani e bagnare il suo giardinetto. La baghetta magica è riposta nell’armadio, insieme al sesto e al settimo libro di Mosè e alla sapienza di Ermete Trismegisto. Filemone è vecchio e un po’ svanito, mormora ancora qualche incantesimo per il benessere del bestiame stregato, in cambio di un bel regalo in moneta sonante oppure in natura. Ma non v’è certezza che questi incantesimi siano ancora efficaci e neppure che egli ne comprenda il significato. È anche chiaro che poco importa quel che egli mormora, perché / il bestiame potrebbe guarire anche per conto suo. Ecco che il vecchio Filemone s’incammina in giardino, tutto curvo, con un annaffiatoio nella mano tremante. Bauci è affacciata alla finestra della cucina e lo osserva, apatica e indifferente. Lo ha già visto almeno mille volte in quell’atteggiamento… ogni volta un po’ più fragile, più debole… vedendolo anche un po’ meno bene ogni volta, dato che la vista le si indebolisce gradualmente./ Mi trovo al cancello del giardino. I due non hanno fatto caso al forestiero. “Filemone, vecchio mago, come stai?”, lo chiamo. Lui non mi sente, sembra sordo come una campana. Lo seguo e gli poso la mano sul braccio. Si volta e mi saluta impacciato e tremolante. Ha la barba bianca, finissimi capelli bianchi e il volto rugoso, e nel suo viso c’è qualcosa di particolare. Gli occhi sono grigi e invecchiati, e hanno un che di strano, si direbbe di vivo. “Sto bene, straniero”, mi dice, “ma che cosa vuoi da me?”» (pp. 312-313)

Da questo punto in poi, Jung scrive un lungo colloquio tra lui e il vecchio fantasma Filemone, colloquio di una straordinaria bellezza filosofico-letteraria, il cui contenuto, essenzialmente, riguarda la magia nera e l’arte attraverso cui è possibile ampliare la conoscenza.

Questa lunga citazione ripresa dal Libro Rosso serve a mostrare quanta grande sia stata in Jung l’attività fantasmatica. Attività a cui si è rifatta ampiamente la sua più stretta collaboratrice, Aniela Jaffé, autrice del libro Sogni, Profezie e Apparizioni. Fantasmi, precognizione, sogni e miti: una interpretazione psicologica (Edizioni Mediterranee, Roma 1987), la cui prefazione fu scritta dallo stesso Jung nel 1957, appena qualche anno prima della morte.

Il libro è uno studio analitico della psicanalista svizzera su diverse lettere di persone che dicevano di vivere con i fantasmi. Sul fenomeno il giornale svizzero «Schweizerischer Beobachter» aveva aperto un’inchiesta, il cui materiale aveva inviato a Jung perché fosse lui ad analizzarlo. Jung però, data la tarda età (si avvicinava agli 80), lo affidò alla sua discepola e collaboratrice la quale, a conclusione del suo saggio, scrive: «Scopo del presente lavoro è quello di tratteggiare una via che in qualche modo porti all’essenza dei fenomeni “occulti”: la via è quella dell’interpretazione dei fenomeni sulla base della psicologia del’inconscio di Jung. Il risultato è stato quello di individuare un significato dei fenomeni. Non soltanto essi si presentano, ma esprimono qualcosa che trascende la loro forma diretta e la loro struttura e manifestazione di fenomeni in quanto tali. Questa funzione è da catalogare nella classe dei simboli, qualunque sia la qualità e l’interpretazione del fatto. Oltre a interpretare il simbolo del fenomeno, ho tentato di dire alcune cose sul manifestarsi dei fenomeni e sul loro rapporto con gli archetipi dell’inconscio collettivo: e questo sulla base del concetto di sincronicità coniato da Jung./ In quanto simboli e manifestazioni dell’archetipo che in sé è inconoscibile, i fenomeni “occulti” (apparizioni di fantasmi, intuizioni, sogni veridici, precognizioni, visioni, ecc.) stanno tra aldilà e al di qua, inconscio e coscienza. L’essenza del simbolo corrisponde a questo “regno intermedio”. Esso non è “né astratto né concreto, né razionale né irrazionale, né reale né irreale. È ogni volta tutte e due le cose” [citazione di C. G. Jung, in Psicologia e Alchimia, Op. compl., vol. XII]. Considerati dal punto di vista dell’essenza del simbolo, i fenomeni acquistano un valore particolare: come ho cercato di mostrare, essi trasmettono l’intuizione dell’unità di Tutto ciò che è» (pp. 195-196).

Che strano coincidenza, la Jaffé analizza e interpreta le esperienze visionarie di persone che non conosce, ma i fenomeni “occulti” (fantasmi e quant’altro), che sono sotto il suo attento sguardo psicoanalitico, riguardano pure proprio il suo Maestro C. G. Jung, la cui effervescente creatività si ampliò grazie alle sue visioni di Filemone, Bauci, Ka e molti altri fantasmi oggi rintracciabili nella sua eccessiva produzione filosofico-letteraria.