Biblioteche pubbliche e identità nazionale nell’Italia unita Stampa
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Luigi Blanco   
Giovedì 09 Dicembre 2010 13:15


[Per gentile concessione dell'autore pubblichiamo di seguito gli appunti utilizzati per la sua Lezione di venerdì 11 dicembre 2009 presso l'Università Popolare "Aldo Vallone" di Galatina]

Prima di affrontare il tema  sono doverose alcune premesse che chiariscano il titolo dato a questo mio intervento, vale a dire il nesso, il rapporto tra biblioteche e identità nazionale. In conclusione accennerò anche ad una questione solo apparentemente distante che è quella del nesso con le identità locali. Ma, ancor prima di affrontare e valutare l’esistenza di questo nesso, va chiarito il senso dell’espressione identità nazionale e soprattutto l’esistenza di una identità nazionale, che il titolo sembra dare per scontata. Così come va chiarito il significato del termine “biblioteca pubblica” che appare di più immediata evidenza e che invece così non è.

Il termine identità è oggi largamente utilizzato e oserei dire in voga nel lessico storiografico, e non solo ovviamente. Si sente quotidianamente parlare, ad esempio, a dispetto dell’imperante globalizzazione che sembra governare i nostri destini (pensate soltanto alla crisi economica che dalla borsa americana si è diffusa in tutto il mondo o al mondo delle comunicazioni e dell’elettronica), di identità locali, territoriali, regionali. Eppure non c’è termine più complesso, ma anche infido e scivoloso di quello di “identità collettiva”, visto che in ogni caso si tratta, quando si parla di identità di stabilire una esclusione tra un ‘noi’ e un ‘loro’ o gli altri: quali sono i materiali con i quali si fabbrica, si costruisce una identità collettiva? Chi ne sono gli artefici? Attraverso quali canali essa si comunica? In che modo ci si riconosce?

Che le identità collettive non siano un fatto, un dato, bensì un costrutto, un manufatto, o meglio ancora una invenzione è un’acquisizione cui è pervenuto il cosidetto filone “culturalista” in campo storiografico negli ultimi decenni. Basti considerare i tanti volumi che riportano nel titolo il termine “invenzione” per capire l’importanza che questo filone di studi ha avuto. Da L’invenzione della tradizione di Eric Hobsbawm e Terence Ranger, a L’invention du territoire di Paul Alliès, a Comunità immaginate di Benedict Anderson, a L’invenzione dell’Italia unita di uno storico delle istituzioni che insegna adesso all’Università di Lecce come Roberto Martucci, al volume La nazione del Risorgimento di Alberto Mario Banti che tanto ha fatto discutere.

Nello specifico che a noi interessa, è stato soprattutto il nazionalismo, la costruzione delle nazioni che maggiormente sono stati influenzati da un tale approccio. Nel caso italiano, ad esempio, il volume di Banti ha messo molto bene in evidenza la complessità di temi, di strumenti, di tradizioni che concorrono alla formazione della nazione del Risorgimento. Si tratta di un movimento che, anche nel suo filone democratico-radicale, si nutre di motivi tradizionali che attingono alla tradizione e a quel modello di nazione di stampo etnico piuttosto che volontaristico. Non a caso il sottotitolo del volume di Banti recita Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita. In conclusione, e si tratta non di una digressione ma di una aspetto centrale nel ragionamento che vi propongo, parlare di “invenzione” non vuol dire riferirsi a qualcosa di artificiale, di lontano dalla realtà, di virtuale, bensì riferirsi a qualcosa che ha a che fare con una costruzione mentale ma che è anch’esso altrettanto reale; di una ideologia, potremmo dire, (nonostante la tanto sbandierata fine delle ideologie), quella nazionale che acquista grande rilievo nel corso del XIX secolo e con la quale bene o male continuiamo a fare i conti in Italia e nel mondo con i processi di decolonizzazione. Ideologia che neppure quella imperiale di cui pure si discute è riuscita a soppiantare del tutto (pensate al ruolo degli Stati nazionali ancora oggi preponderante nella costruzione europea).

In rapporto a questa problematica, come va affrontato il tema dell’identità nazionale nel caso italiano e poi, successivamente, qual è stato il ruolo, se ruolo vi è stato, delle biblioteche nel disegno/profilo di tale identità?

Non vi è dubbio che il nostro paese sia stato storicamente un paese a debole identità nazionale. Basterebbe prendere spunto da fatti di cronaca quotidiana, politica e non solo, per illustrare questa affermazione: si pensi, ad esempio, alle polemiche intorno alle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unificazione nazionale (per le quali si costruirà qualche infrastruttura forse, un passante stradale o un complesso sportivo, come sembra, ma non si metterà in campo nessuna operazione seria di ricerca e di studio  e nessuna progetto culturale, nessuna costruzione di biblioteche o di archivi) oppure al debole o inesistente senso dello Stato, o senso civico, di cui sono colme le cronache dei nostri quotidiani.

A proposito di questa particolare “identità nazionale” italiana, mi limito a riportare solo alcuni elementi esemplificativi tratti da diverse epoche storiche.

1. La prima esemplificazione che voglio segnalarvi riguarda le origini, anche lontane, dell’unificazione. Nel 1765 viene pubblicato su «Il Caffè», la rivista letteraria dei fratelli Verri a Milano, un articolo molto interessante per ciò che ci riguarda dell’economista e illuminista veneto Gian Rinaldo Carli dal titolo La patria degli Italiani, dal quale ricavo una lunga citazione che esemplifica un leit motiv della storia italiana ancora oggi molto attuale.

Citazione, p. 297-298…

2. Il secondo esempio riguarda la famosa massima del cancelliere austriaco artefice della Restaurazione Metternich secondo cui l’Italia sarebbe soltanto un’espressione geografica; rivolgendosi all’ambasciatore d’Austria a Parigi, il 12 aprile 1847, questi scrive: «le mot ‘Italie’ est une dénomination géographique»; lo ribadisce il 6 agosto: «L’Italie est une expression géographique». Il discorso però è più complesso; cit. p. 18-19

3. L’ultimo punto che voglio toccare riguarda anch’esso un’espressione famosa, entrata a far parte degli stereotipi della retorica nazionale, attribuita genericamente e anche erroneamente a Massimo D’Azeglio che suona più o meno «fatta l’Italia bisogna fare gli italiani». Come noto, nonostante la vulgata, essa non venne mai pronunciata da D’Azeglio; venne invece formulata molto più tardi e popolarizzata prima da Leone Carpi (1878) ne L’Italia vivente e poi nel pieno della crisi di Adua (1896) dall’ex ministro della pubblica istruzione Ferdinando Martini, il quale rileggeva considerazioni più ampie svolte ne I miei ricordi (1867, vol. I, pp. 6-7) da D’Azeglio. Ma riprendiamo un attimo tali considerazioni che torneranno molto utili per tutti i nostri discorsi.

Cit. p. 221-222

Questi esempi hanno tutti a che fare con il peculiare processo di costruzione dell’Italia unita, sia dello Stato che della nazione italiani. Non voglio ovviamente ripercorrere questo processo, non vi sarebbe il tempo neppure di accennarlo; ciò che voglio solo ribadire è la scelta centralistica nella costruzione dello Stato unitario di fronte al peso, costituzionale oserei dire, che avevano e hanno avuto le città, i comuni nella storia d’Italia (si pensi a Cattaneo, al di là dell’uso ideologico che ha cercato di farle di recente il movimento leghista) e più in generale i particolarismi.

Nazione l’Italia o gli italiani, si potrebbe chiudere con questo interrogativo questa lunga premessa. Che non vuole affatto sminuire tutto ciò che i liberali della Destra storica prima e successivamente della Sinistra al potere hanno cercato di fare per realizzare la struttura, l’organizzazione in primis amministrativa dello Stato unitario [nazionale]. Essa anzi è utile per farci interrogare circa le modalità con cui si è costruita questa identità, sia pure debole. Quali saperi, quali strumenti, quali valori, quali scelte, hanno contribuito? Numerosi studi si sono cimentati nel tentativo di fornire risposte a questa domanda circa il fare gli italiani: studi sulla statistica come mezzo per conoscere un popolo, una nazione, sulla cartografia per presentare un’immagine unitaria del paese geografico, i musei, gli archivi, le biblioteche per raccogliere e illustrare quello che in un volume che ho curato ho chiamato «il sapere della nazione». Non vi è dubbio infatti che oltre alla lingua, la cultura rappresenti un dato, materiale, per la costruzione delle nazioni, e anche di quella italiana.

Come accennavo inizialmente, il lemma «biblioteca pubblica» sembra rimandare a un qualcosa di tutta e immediata evidenza; invece dietro questo termine si celano almeno due grandi tradizioni che fanno riferimento a cose diverse. La  prima di queste tradizioni risale alla rivoluzione francese, quando viene esplicitato il carattere pubblico, o meglio nazionale, delle raccolte librarie sottratte agli enti e alle comunità ecclesiastiche o agli aristocratici emigrati all’estero, e coniato il termine «beni nazionali»; le bilbioteche sono pubbliche perché depositarie di beni nazionali, perché dotate di un patrimonio pubblico.

Radicalmente diversa è la seconda tradizione, di matrice anglosassone, dalla quale deriva la stessa espressione public library, che punta invece sulla funzione della raccolta libraria; la biblioteca è pubblica perché si rivolge a un pubblico, perché è aperta al pubblico. [Come potete capire si tratta di tradizioni dietro alle quali si può intravvedere alla lontana la differenza costitutiva tra paesi di civil law e paesi di common law.] La biblioteca pubblica istituto della democrazia si intitolava, richiamandosi a questa tradizione, l’importante libro di Virginia Carini Dainotti, studiosa cui si deve anche la storia della Bibliotca Nazionale di Roma al Collegio Romano, del 1964 e nel quale la biblioteca pubblica era presentata come «istituto storicamente determinato, sorto dalla democrazia moderna negli Stati Uniti, e ormai trapiantato in ogni parte del mondo». Lavoro importante per quello che ha significato nella storia delle biblioteche, ma che esagera unilateralmente l’importanza di questa tradizione trascurando invece quella prima tradizione, che pure avrà una grande importanza in occasione delle discussioni sul Public libraries Act del 1850. Decisivi sono i contesti istituzionali in cui le riforme, le leggi si inseriscono.

Concezione o visione patrimoniale e concezione funzionale.

Le biblioteche pubbliche, sia che conservino un patrimonio pubblico sia che siano aperte al pubblico, sono dunque altrettanti depositi, magazzini del sapere, della cultura e al contempo luoghi in cui tale sapere, tale deposito di cultura diventa fruibile [i libri sono per essere usati]. Quelle, tra queste, visto che la tipologia della biblioteche è estremamente varia, che maggiormente sono chiamate a fornire tasselli dell’identità nazionale sono per ovviamente le biblioteche nazionali. Alle spalle di queste troviamo però le biblioteche regie, quelle che in età moderna e per l’amore per i libri di alcuni sovrani, come per esempio dei re di Francia si costruiscono; nel 1537 ad esempio Francesco I con l’ordinanza di Montpellier inaugura la tradizione e la prassi del deposito legale disponendo che tutti gli editori del regno di Francia consegnino un esemplare a stampa alla biblioteca del re di ogni volume pubblicato sul territorio francese. Non dissimile da questo iter è pure la fondazione di alcuni complessi bibliotecari o librari costituitisi sulle collezioni private di alcune grandi personalità del XVII secolo come ad esempio James Bodley ad Oxford, il cardinale Federico Borromeo fondatore della Biblioteca Ambrosiana a Milano e il cardinale Mazzarino a Parigi, biblioteche aperte al pubblico rispettivamente nel 1602, 1609 e 1644.

Quando parliamo oggi di biblioteche nazionali pensiamo immediatamente alla Library of Congress, la Biblioteca del Congresso americano che raccoglie quasi tutto lo scibile prodotto nel mondo, con quasi 30.000 documenti ingressati ogni giorno, oppure alla British Library annessa al British Museum con un patrimonio di oltre 13 milioni di volumi, oppure alla Bibliothèque Nationale a Parigi, diventata de France e detta Très grande bibliothèque trasferitasi nelle torri a libro, con oltre 10 milioni di volumi. Sono grandi biblioteche che assomigliano a veri templi del sapere mondiale e non più solo nazionale. Tornerò in conclusione sul ruolo oggi delle biblioteche nazionali, se resterà tempo.

Qual è la situazione italiana e come storicamente si è venuta assemblando? Agli albori dello Stato unitario, tutto, non solo le biblioteche, era da rifondare; tutti i settori della vita civile dovevano essere riorganizzati. Ed inoltre si dovevano fare i conti con la situazione e il retaggio, fatto al contempo di ricchezze e di disorganizzazione, degli antichi stati italiani.

Come è stato scritto dal miglior studioso italiano di questi temi, Paolo Traniello:

«Nulla di più errato, quindi, che concepire il trapasso allo Stato unitario come momento di dispersione e di dilapidazione di un patrimonio culturale costituito, sul piano bibliotecario, da un insieme di istituti ben organizzati e funzionanti.

Il problema bibliotecario si prospettava invece al nuovo Stato italiano nei termini di un’eredità insieme ricca e gravosa, costituita da un patrimonio che poneva quindi problemi di conservazione e tutela, accompagnati da carenze strutturali e organizzative a cui non era certo impresa semplice porre rimedio» (p. 83).

Appena dieci giorni dopo la prima covocazione del Parlamento del Regno d’Italia a Torino, il ministro della P.I. Terenzio Mamiani inviava a tutti i bibliotecari una circolare nella quale si accennava ad un successivo regolamento generale delle biblioteche, li si invitava all’osservanza di alcune norme per il corretto svolgimento del servizio e si suggeriva una politica coordinata degli acquisti in funzione delle finalità dell’istituto e dell’esistenza di più biblioteche nel medesimo contesto cittadino.

Al 1863 risale la prima Statistica generale delle biblioteche del regno d’Italia (pubblicata nel 1865 e spedita l’anno successivo a tutte le biblioteche accompagnata da una circolare ministeriale nella quale si invitava i bibliotecari a fare gli opportuni e debiti riscontri, verifiche.

Quale situazione emergeva da questa Statistica? Sul territorio del Regno (che non comprendeva ancora Veneto e Lazio) esistevano 210 biblioteche: di queste, 33 erano come si diceva allora «governative» [e non statali], vale a dire che dipendevano direttamente dal governo centrale, 100 di appartenenza locale (comunali o provinciali), 71 di istituti scientifici, corporazioni religiose e private, 6 erano definite «miste». Sul totale (210), 164 erano aperte al pubblico; 171 erano infine definite «generali» e 39 «speciali».

Il quadro che emergeva dalla Statistica, per quanto non del tutto attendibile, come rilevavano gli stessi estensori, non era affatto confortante. Come si legge nelle Osservazioni preliminari, e mi limito a citare solo due punti:

«Le librerie italiane sono celebri per la ricchezza d’autori antichi, ma sono scarse d’opere moderne; vi abbondano le collezioni ecclesiastiche e poco le scientifiche. In molte non avvi quasi traccia delle letterature straniere» (p. CXXV). E, con riferimento ai finanziamenti, si osservava: «Ognun vede come i sussidi concessi dal governo sono assai scarsi principalmente per le biblioteche generali poste nei centri studiosi. Non può essere che il Regno d’Italia continui nelle dotazioni le consuetudini meschine dei governi caduti. Il Museo britannico di Londra, oltre le sovvenzioni straordinarie, ha una dotazione governativa di 250.000 lire; e la biblioteca imperiale di Parigi di 150.000 lire all’anno; quella di Berlino circa mezzo milione; quelle delle minori città tedesche hanno una dotazione che va dalle 20.000 lire alle 150.000. Se la biblioteca dev’essere un’istituzione viva e fiorente è d’uopo sia convenientemente alimentata. Nel Regno italiano, oltre allo sminuzzarsi su molte un contributo che potrebbe meglio fissarsi su alcune principali, non si è ancora pensato a formare una biblioteca modello, che possa emulare quelle delle capitali europee» (p. CXXVII).

Fanno capolino, emergono alcuni temi che si trascineranno nel tempo: la frammentazione della situazione e l’assenza di una regolamentazione organica, la scarsità dei finanziamenti, la quasi totale mancanza di opere straniere, l’assenza di biblioteche competitive con il resto d’Europa e con le capitali europee.

D’altronde anche su quest’ultimo punto non era facile tenere il passo: qual era la capitale del giovane Regno d’Italia, Torino, la città capitale di una dinastia , quella del ramo Carignano dei Savoia, che si era piemontesizzata e aveva poi piemontesizzato il resto della penisola, Firenze la città dominate del Granducato di Toscana che gli Asburgo-Lorena avevano riformato alle radici e la culla della lingua e della cultura italiana, o Roma, la città cui aspiravano tutti i liberali italiani nella speranza di farne la terza Roma, dopo quella dei Cesari e dei Papi, quella della scienza.

Qualcosa si era comunque mosso: con decreto del 22 dicembre 1861, all’indomani dell’unificazione, Francesco De Sanctis, ministro dell’Istruzione, disponeva la riunione della Biblioteca Magliabechiana con la palatina di Firenze e attribuiva al nuovo Istituto la denominazione di «Biblioteca Nazionale». Anche se l’effettiva riunione delle due biblioteche ebbe inizio solo dopo il trasferimento della capitale a Firenze, a partire dal 1867.

Tuttavia, questa non era la prima Biblioteca italiana che recava la denominazione di «Nazionale»; paradossalmente, ancor prima del compimento dell’unificazione nazionale e della proclamazione del Regno d’Italia, tale appellativo era stato attribuito, a sanzione dell’evento risorgimentale, alla Biblioteca Borbonica di Napoli (decreto del Pro-Dittatore Giorgio Pallavicino del 17 ottobre 1860) e alla Biblioteca Reale di Palermo (decreto 4 novembre 1860, ma già ricevuto nel corso dei moti del ’48); biblioteche che avevano una preminenza o centralità nell’ambito dei loro rispettivi territori.

Già queste poche informazioni ci introducono a quella che da più parti è stata definita l’anomalia italiana, sulla quale mi soffermerò: troppe biblioteche, molte definite nazionali, e nessuna veramente tale. Nel 1869 venne nominata (20 luglio) dal ministro Bargoni una commissione allo scopo di studiare le riforme da introdursi nell’ordinamento delle biblioteche del Regno. Della commissione, presieduta dal senatore nonché storico della monarchia sabauda, conte Luigi Cibrario, vennero chiamati a far parte tre senatori, tra i quali va ricordato il grande Antonio Panizzi, il «principe dei bibliotecari», l’esule italiano riordinatore del British Museum  (che in realtà pur trovandosi in Italia nel 1869, si trattenne infatti a Firenze e a Napoli, aveva già fatto ritorno a Londra quando venne emanato il decreto ministeriale di nomina e non partecipò mai alle riunioni della commissione), tre deputati (Angelo Messedaglia, Filippo Mariotti), e cinque tra archivisti e bibliotecari. Tra questi ultimi vanno segnalati i nomi di Giuseppe Canestrini della Biblioteca Nazionale di Firenze, Francesco Bonaini sovrintendente generale degli archivi delle province toscane, e sopratutto quello del celebre Tommaso Gar, direttore dell’archivio dei Frari veneziano, autore delle Letture di bibliologia, che tanta importanza hanno avuto nella formazione di intere generazioni di bibliotecari.

Su un punto le conclusioni della commissione si discostavano dall’assunto ministeriale secondo cui, cito: «non è possibile che tutte le Biblioteche abbiano un carattere generale e abbraccino tutto lo scibile. Di biblioteche veramente universali ogni grande Nazione ne ha una sola che è come il gran foco in cui si raccolgono i molteplici raggi dello scibile, il centro intorno a cui le altre Biblioteche si coordinano. L’Italia dovrà e potrà fare eccezione a questa regola generale?» [cit. da V. Carini Dainotti, La Biblioteca Nazionale, cit., p. 5]; le conclusioni della commissione invece sostenevano che «in Italia né il genio dei popoli, né la serie dei fatti storici dopo la caduta dell’Impero Romano, s’accomodano a riconoscere una città che si debba da tutti riguardare come preponderante e atta a riverberare da sola lo splendore, la potenza, i grandi interessi della Nazione, come Londra o Parigi; che per altra parte per lunghi anni, per mancanza di mezzi sufficienti, sarebbe impossibile raggiungere lo scopo che si vuol ottenere, e che per raggiungerlo converrebbe ad ogni modo impoverire e trascurare le altre Biblioteche con immenso danno per gli studiosi. Crede pertanto la Commissione che sia meglio eleggere nelle principali città d'Italia alcune Biblioteche cui si conferisca il titolo di Biblioteca Nazionale con dipendenza diretta dal Governo». Tali biblioteche dovevano essere ben nove: l’Universitaria di Torino, la Biblioteca Braidense di Milano, la Marciana di Venezia, la Parmense, la Palatina di Modena, l’Universitaria di Bologna, la Nazionale di Napoli, la nazionale di Palermo, la Biblioteca di Cagliari. In tal modo, come ha commentato un autorevole studioso, «gli italiani rifiutarono l'esperienza europea e con essa la lezione di Panizzi». Alla sola Biblioteca fiorentina veniva però assegnato, in forza della legge sulla stampa del 1848, il deposito obbligatorio, vale a dire l’obbligo di conferire una copia di tutte le opere a stampa sul territorio nazionale.

Dai lavori di questa commissione, le cui proposte non venenro tutte accolte, scaturì il primo regolamento organico delle biblioteche statali [Regio decreto n. 5368 del 25 novembre 1869 "che approva il riordinamento delle Biblioteche governative del Regno", in Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, vol. XXVI, pp. 1973-1984] che Bargoni emanò poco prima di lasciare il ministero. Il regolamento sanciva che tutte le «biblioteche governative», vale a dire quelle che «godono di un assegnamento di dotazione per parte dello Stato, e il cui personale è nominato dal Governo e retribuito sul bilancio» (art. 1) erano poste sotto la diretta dipendenza del Ministero della Pubblica Istruzione, ed erano divise in due classi, a seconda che rivestissero «carattere di generalità» o che fossero «suscettibili di assumere un determinato carattere speciale» (art. 3). Della prima classe facevano parte tredici biblioteche, quelle storicamente più importanti, dalle universitarie di Pavia, di Padova, di Bologna, di Torino, alla Marciana di Venezia, alle Nazionali di Napoli, di Firenze, e di Palermo, quest'ultima inspiegabilmente così denominata; mentre alla seconda appartenevano le rimanenti. Merita una segnalazione particolare il fatto che nessuna distinzione venisse introdotta tra le biblioteche di prima classe, nonostante si avvertisse l’esigenza, alla quale si davano già risposte concrete nel resto d’Europa, di una biblioteca che avesse realmente le funzioni di biblioteca nazionale.

Sin da questo primo regolamento si profila la fisionomia della biblioteca pubblica prevista dalla normativa italiana: un insieme di biblioteche dipendenti direttamente dal governo, concepite quasi come organismi ministeriali, prive di autonomia amministrativa e pubbliche in quanto aperte al pubblico e non aventi una funzione pubblica.

Il quadro così definito si manterrà, con precisazioni e revisioni minime, nei regolamenti del 1876 e 1885.  Non voglio appesantire troppo questo intervento, ma due notazioni sono necessarie. Il regolamento del 1876 oltre alla previsione di alcune riunioni amministrative delle biblioteche (ad esempio la Laurenziana con la nazionale di Firenze, o l’Universitaria di Modena con l’Estense), riservava il titolo di Nazionale alle biblioteche di Firenze e Napoli, alla Universitaria di Torino (doppia denominazione Universitaria e Nazionale –una biblioteca che aveva compiti di biblioteca speciale per l’università che non aveva rapporti con l’università in quanto dipendeva direttamente dal ministero-) e alla appena costituita Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele II di Roma. Gran parte del dibattito degli anni futuri sarà dominato da questa istituzione voluta da Ruggero Bonghi e dagli scandali scoppiati. Il regolamento del 1885 si segnala invece per un’estensione del titolo di Nazionale (alla Braidense, alla Marciana e alla biblioteca di Palermo) e per l’attribuzione, ancora oggi vigente, del titolo di «centrale» alle due nazionali di Firenze e di Roma, con l’assegnazione in forma congiunta dei compiti di controllo nazionale delle pubblicazioni mediante il deposito legale; attribuzione che porterà uno sconsolato Desiderio Chilovi, tra i bibliotecari italiani –trentino- più influenti e internazionalmente preparati di quell’epoca, ad affermare che «due centri nello stesso ente matematicamente non stanno».

Finora mi sono concentrato sulle biblioteche nazionali o governative in senso lato; ma un discorso, sia pure sintetico, merita la questione delle biblioteche degli enti locali; cominciando col segnalare ad esempio che ad esse non verrà riservata la denominazione di “biblioteche pubbliche”. Sintomo come è stato detto «di una mancata evoluzione del concetto di biblioteca pubblica verso l’idea di un servizio pubblico che avrebbe potutto trovare nell’ente locale la sua sede più propria e più adeguata» (Traniello, p. 103).

Le biblioteche comunali, o degli enti locali, alcune delle quali risalivano al Quattro-Cinquecento, non sfuggono al destino di questi enti nel contesto amministrativo centralistico dello Stato unitario; le leggi di unificazione amministrativa del 1865, sul modello di quella piemontese del 1859, non danno spazio all’autonomia comunale; il comune è un ente soggetto a tutela, da controllare. Il comune poteva «istituire e mantenere biblioteche, archivi, musei e talvolta anche scuole secondarie», ma tutto ciò rientrava tra le cosidette spese facoltative e le finanze comunali avevano altre priorità. Le biblioteche comunali, o degli enti locali, ricevettero un incremento notevole dalle leggi di soppressione degli ordini e dellle congregazioni religiose con il conseguente incameramento dei beni da parte dello Stato (legge piemontese 29 maggio 1855, n. 878, estesa alle province dell’Italia centrale nel 1862 e a tutto il territorio nazionale nel 1866, legge 20 agosto 1867 sulla liquidazione dell’asse ecclesiastico e 19 giugno 1873 che estendeva il provvedimento alla provincia di Roma).

La condizione delle biblioteche locali, al di là della carenza normativa, era davvero misera, come rileveranno le statistiche dell’epoca o la relazione dell’ex prefetto della nazionale fiorentina Torello Sacconi condotta tra il 1886 e ’88 come ispettore delle biblioteche locali; carattere delle raccolte monastiche inadatto a formare la base di una raccolta libraria locale; difficoltà organizzative per la scarsa competenza degli addetti; mancata identificazione dei compiti attribuibili ad una biblioteca locale. A ciò bisognava del resto aggiungere la scarsità di risorse finanziarie, i locali non adatti, lo scarso pubblico che frequentava tali biblioteche.

Cit. dalla relazione di Torello Sacconi: «L’elemento più necessario per dare stabile e regolare aspetto ad una Biblioteca Pubblica è il locale, ed è quello appunto che riesce più difficile ad ottenersi dovunque e più specialmente nei piccoli paesi, parte per la deficienza di pubblici edifici, parte per la naturale riluttanza nei Municipi ad assegnare le stanze migliori alla Biblioteca ed ampie abbastanza da provvedere per lungo tempo anche agli aumenti futuri. Dovrebbe bastare il buon senso a far comprendere che gli uomini passano e le istituzioni restano e crescono senza posa e senza determinata misura» (ACS, MPI, Divisione Istruzione Superiore. Biblioteche non governative, b. 256, fasc. I, Ispezione delle Biblioteche Comunali. Relazione, di Torello Sacconi, ff. 11-12, cit. da Traniello, La biblioteca pubblica. Storia di un istituto nell’Europa contemporanea, Bologna, il Mulino, 1997, p. 120).

In conclusione, al termine di questo rapido schizzo, si può dire che siamo di fronte ad una anomalia che perdurerà sostanzialmente anche sotto il regime fascista e che non è stata del tutto superata neppure con la realizzazione dell’ordinamento regionale in epoca repubblicana e con lo sviluppo delle biblioteche locali. Anomalia costituita dall’elevato numero di biblioteche pubbliche appartenenti all’amministrazione centrale dello Stato e da essa direttamente dipendenti; dalla presenza di ben sette biblioteche che si fregiano del titolo di Nazionale, con due considerate centrali; dalla ridotta e quasi inesistente autonomia locale, nel sistema amministrativo, e di conseguenza anche in questo settore.

Ma altri elementi caratterizzavano questa situazione:

- anzitutto, come anticipato, una concezione “patrimoniale” della biblioteca, portato anche se vogliamo della cultura umanistica connotata in senso storicistico, come istituto che deve conservare e proteggere una “eredità” materiale, la raccolta libraria. Concezione che porta a salvaguardare il patrimonio piuttosto che a far funzionare la biblioteca come luogo di cultura e comunicazione, di uso del documento;

- in secondo luogo la scarsità di risorse finanziarie destinate alle biblioteche, come alla cultura e alla ricerca più in generale; è un tema ricorrente della nostra storia unitaria: io mi sono occupato di dibattiti parlamentari sulle biblioteche (che avvenivano soprattutto in occasione delle discussioni sul bilancio statale) e vi posso assicurare che questo è uno dei fili rossi più evidenti, ma ancora oggi tutta la cultura italiana (biblioteche, musei, scuola, università, cinema, ecc. vive una situazione di questo tipo; ma anche scarsa attenzione della classe politica: cit. dal mio volume p. 61 e 73;

- in terzo luogo, un aspetto che non ho esplicitato adeguatamente, vale a dire la presenza di troppi regolamenti in materia bibliotecaria, di documenti normativi di provenienza governativa, e l’assenza di una legge di riforma organica per tutta la fase dello stato liberale. [Ancora nel 1905 un grande protagonista di questi dibattiti denuncerà questo stato di cose]. Ciò vuol dire l’incapacità della classe politica di avviare discussioni finalizzate alla riforma organica di un settore importante della vita civile e culturale. E non solo ovviamente per quanto riguarda le biblioteche, ma con riferimento all’intero tema delle riforme (Psicopatologia delle riforme quotidiane, ultimo pamphlet di Luciano Vandelli per il Mulino). A tale proposito consentitemi di leggere un passo di Ruggero Bonghi, siamo nel 1880, ancora oggi attualissimo e quasi profetico quindi potremmo dire:

p. 81-82 del mio volume

In conclusione si può dire che la storia delle biblioteche in Italia è lo specchio, illustra, come tanti altri settori, quella debole identità nazionale che è stata ampiamente messa in evidenza e non è altro che la conseguenza delle vicende più generali di formazione del nostro Stato unitario. Uno Stato frammentato che aveva bisogno di una potente azione culturale per ridurre le differenze alimentate da tale frammentazione e che invece le ha coperte con una unificazione amministrativa che ha lasciato inalterate tali differenze che si sono anzi ingigantite. Si può dire che abbiamo avuto i difetti della centralizzazione senza poterne approfittare dei vantaggi, visto che al di sotto di tale centralizzazione hanno continuato a permanere le clientele politiche e i rapporti familistico-personali.

Cosa è diventata la biblioteca pubblica oggi? Sicuramente è mutata la concezione della biblioteca nel mondo e sono profondamente cambiati i bisogni, le esigenze di chi si rivolge alla biblioteca; così come è cambiato il pubblico delle biblioteche e gli stessi bibliotecari sono altra cosa. Pensiamo solo al fenomeno della rete che ha radicalmente trasformato il nostro mondo; con un clic ci si può collegare da casa a tutte le biblioteche del mondo e consultare anche in full text opere che sono state nel frattempo digitalizzate.

Di fronte a queste trasformazioni epocali, la biblioteca cosa è oggi? Quando possiamo avere quasi la nostra biblioteca personale archiviata sul PC o nel nostro telefonino? Libro elettronico, giornale elettronico, opere digitali… Pratiche di lettura

Importanza del contesto: società, scuola, tecnologia

Tutto ciò ha mutato il rapporto della biblioteca con il territorio, con la città (A. Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Laterza, 2009). Biblioteca e città: luogo di aggregazione e socializzazione al pari delle piazze, mercati, teatri, caffè, salons (luoghi pubblici di formazione dell’opinione pubblica).

p. 79 Agnoli: «una biblioteca pubblica ben gestita è un luogo che aumenta il capitale sociale di un territorio».

p. 157-59: “17 punti da non dimenticare”

“1. Coinvolgere e mobilitare i cittadini a sostegno della biblioteca, che è servizio necessario sul territorio, al pari della scuola materna, della polizia locale o dei pompieri. Organizzarli per far sentire la loro voce nelle istituzioni, costringendo gli amministratori locali a occuparsi del problema.

2. Adattarsi alle caratteristiche del quartiere, della città, del paese, guardare al territorio e a chi ci vive, in particolare ai cittadini che non la frequentano. Per la biblioteca non esistono modelli validi ovunque, anche se l’esigenza di creare luoghi accoglienti e culturalmente ricchi è universale.

3. Partire da analisi approfondite, cercare di capire chi sono gli utenti, perché sono instabili nella loro frequentazione e perché è così difficile conquistarne di nuovi. Commissionare studi sull’immagine della biblioteca fra i non frequentatori.

4. Non resistere ai cambiamenti ma integrarli e, se possibile, anticiparli. Riflettere su come colmare il baratro che si è creato tra la generazione Gutenberg e quella i-Pod.

[…]

6. Rendere visibile attraverso l’architettura, l’arredamento e il comportamento del personale un forte senso dell’accoglienza: i cittadini devono «istintivamente» sentirsi bene in biblioteca, come se entrassero in un vecchio negozio del quartiere o nel caffè in piazza fondato cento anni fa.

7. Creare luoghi con un’atmosfera informale, dove i comportamenti siano più autoregolati, con l’aiuto del personale, che imposti da un elenco di divieti. […]

13. Far partecipare i cittadini al progetto della biblioteca, alle sue iniziative, al suo proiettarsi all’esterno. Accogliere ogni sorta di associazione, mettendo a disposizione gli spazi: la biblioteca è un pezzo di città, dove per caso ci sono anche dei libri.

[…]

17. Essere consapevoli che il progetto va frequentemente rivisto in tutti i suoi aspetti: culturale, tecnologico, organizzativo”.

La biblioteca però, in quanto teca di libri, di opere da leggere, nonostante i profondi cambiamenti tecnologici, non è venuta meno al suo compito di base che è quello di essere scuola, laboratorio di democrazia e di libertà attraverso la crescita culturale, che è di consapevolezza civile, storica, di ciascuno di noi e dei giovani in primo luogo.