1861-2011 – 150° Anniversario dell’Unità d’Italia BRIGANTAGGIO E SECESSIONISMO Stampa
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Maurizio Nocera   
Domenica 30 Gennaio 2011 08:48

[Relazione letta sabato 3 luglio 2010 durante l'inaugurazione della Mostra-convegno su "Brigantaggio meridionale e secessionismo" presso il Castello di Acaya (Lecce)].

 

Perché questo titolo? Cerco di spiegarlo descrivendo un viaggio fatto verso i luoghi che furono teatro principale del brigantaggio: la Basilicata. Il 17 giugno scorso, con alcuni amici sono andato a Matera per incontrare quel grande vecchio dell’azionismo meridionalista che è Leonardo Sacco. A Leonardo, su «La Gazzetta del Mezzogiorno» (25 giugno 2010), Pasquale Doria ha dedicato un’intera bella pagina, ripercorendo il suo percorso intellettuale e tracciando le tappe più importanti della sua lunga vita di militante scrittore e giornalista. Il mio incontro col grande vecchio (presenti il pittore Nello Sisinni e il dott. Rino Bianco, direttore del Museo della Siritide di Policoro) si è svolto nella sua casa, non lontano dai Sassi. Durante tutto il tempo dell’intervista, Leonardo ha praticamente parlato sempre lui. Ovviamente ne aveva ben diritto perché, dall’alto dei suoi 86 anni e, sapendo di essere l’ultimo vivente dei grandi meridionalisti, non poteva ascoltare le poche cose che noi avevamo da dirgli. Frapponendomi però tra un suo sospiro e l’altro sono riuscito a chiedergli cosa pensasse di questo nuovo ritorno del dibattito sul brigantaggio. «Cosa vecchia. Non durerà», è stata la sua risposta, aggiungendo: «Non è vero che la tematica e l’attuale dibattito sul brigantaggio suscitino fascino nelle nuove generazioni. Si tratta solo, almeno per il momento, di attenzione verso quelle vicende storiche. Non ci sono dubbi sul fatto che i briganti e in generale il moto di avversione agli eserciti sabaudi occupanti il Meridione d’Italia fu originale e spontaneo; che cinque anni di guerriglia contro quegli eserciti ben armati e ben attrezzati costarono la vita a migliaia e migliaia di contadini morti ammazzati.

Tuttavia, occorre aggiungere che l’Italia, nel bene o nel male, andava unita. A guardare oggi da lontano quelle vicende sembrerebbe che l’unità sia stata fatta non bene, e questo è vero, ma ciò non toglie nulla al riscontro che sia stata fatta. Certo, nel Risorgimento italiano, a guardare oggi quelle vicende con distanza, è evidente che a prevalere fu la logica cavourriana che si esplicitò nell’occupazione militare del Sud. E a pagarne le conseguenze in primo luogo furono i ceti popolari». Come vedete, si tratta di una risposta un po’ secca, tuttavia ci dà modo di capire meglio il paese che noi oggi viviamo e combattere i mali di questa società sulla scorta anche di ciò che è stato il passato, tragico come quello del brigantaggio, dove a pagare quel tipo di Unità d’Italia, furono i braccianti e i contadini poveri. Per mano degli eserciti sabaudi non ci fu  nessun manutengolo o “galantuomo” che dir si voglia che morì o che pagò alcunché. Quei poveri morti, passati alla storia come briganti, per la maggior parte era gente povera e poverissima. Invece, i manutengoli o i “galantuomini” che dir si voglia, non solo la fecero franca, ma ancora oggi vediamo i loro epigoni spadroneggiare nei palazzi del potere.

 

A Leonardo Sacco posi poi un’altra domanda, più politica questa volta, relativa alla Lega Nord e al problema della secessione. Anche in questo caso la sua risposta fu abbastanza secca: «Si tratta di un buco nell’acqua. Almeno per il momento. Non appena il cavaliere scomparirà, la Lega non ci sarà più. Il popolo italiano, soprattutto quello meridionale, saprà dare una giusta risposta a qualsiasi logica di divisione dell’Italia che noi conosciamo». Sia la prima che la seconda risposta del meridionalista lucano mi hanno dato modo di riflettere sul titolo di questo convegno. A 150 anni dall’Unità d’Italia, due fatti emergono all’attenzione di tutti. C’è chi vuole dividere il Nord dal resto del paese per costituire una fantomatica Padania che, almomento, geo-politicamente, non esiste nemmeno nella stessa mente di chi va cianciando tale obiettivo; e c’è chi vuole (o quanto meno spera) in una divisione anche del Sud dal resto del paese. Al Nord il quadro sembrerebbe abbastanza chiaro: c’è un partito politico, che da almeno 20 anni lotta per ottenere la secessione. Al Sud, invece, le cose sembrano un po’ più ingarbugliate. Un vero partito secessionista non c’è. Ci sono movimenti autonomistici, come “Io Sud” in Puglia e l’Mpa in Sicilia i quali, nei loro statuti, non fanno riferimento a nessuno tipo di secessione; anzi, entrambi rivendicano il patrimonio unitario del paese e il Risorgimento. Oltre a queste realtà politiche organizzate, però, nel Meridione vive e prolifera una miriade di piccoli gruppi di attivisti pro borbonici, in vario modo organizzati che fanno riunioni, incontri, circoli, riviste e quanto altro, introducendo nel dibattito, soprattutto quello relativo al fenomeno del brigantaggio, prese di posizione chiaramente antirisorgimentali ed antiunitarie. Di fatto queste forze politiche, la Lega Nord, sono sostanzialmente secessioniste. Infine, non pochi di questi gruppi rivendicano l’obiettivo della rinascita di un movimento monarchico per il ritorno della vecchia casa regnante e la ricostituzione del Regno delle Due Sicilie o, comunque, uno stato a sud di Roma che abbia la configurazione di quello che fu quel regno.

Fra le due posizioni c’è un’evidente differenza:

- la rivendicazione secessionista della Lega Nord, non include, almeno da quanto emerso finora, il coinvolgimento di forze politiche che chiaramente o subdolamente si ispirano alla monarchia sabauda;

- al Sud, invece, sono evidenti e alla luce del sole le attività dei gruppi pro borbonici che chiaramente, nei loro programmi, rivendicano il ritorno della vecchia casa regnante. Per di più, tali gruppi si fanno portavoce della parola d’ordine: «Per stare meglio, dobbiamo dividerci dal Nord».

La nota interessante è che in entrambe le posizioni non c’è un minimo accenno alla forma statuale repubblicana che, fondamentalmente, fu alla base del movimento unitario rivoluzionario del XIX secolo. A fare l’Italia unita non furono le varie case regnanti di Europa, tanto meno i Savoia con i loro Cavour che, opportunisticamente, ad un certo punto, con ricatti e azioni intimidatorie, approfittarono della situazione. L’Italia unita fu il risultato di un moto risorgimentale che veniva da lontano e che in quel secolo vide interprete principale il popolo italiano tutto, con l’indubbio ruolo svolto da personaggi importanti della storia, come il socialista Giuseppe Garibaldi, il repubblicano Giuseppe Mazzini, il federalista Carlo Cattaneo. Il Risorgimento meridionale, quindi, non nasce dall’oggi al domani, ma ha radici profonde nei principi della Rivoluzione francese del 1789, e successivamente s’innesta in quelli della Repubblica Partenopea del 1799. La provenienza di tale movimento ce la descrive Angiolo Gracci (il partigiano Gracco) con queste parole: «La paura diffusasi nelle corti d’Europa con lo scoppio della rivoluzione [francese del 1789] spinge i Borbone ad alcune superficiali riforme del tutto insufficienti. I Borbone, nel 1798, vigilia della Rivoluzione giacobina napoletana, sono rappresentati dal re Ferdinando IV, totalmente diverso, come intelligenza e carattere, dal suo genitore, Carlo III, che nel 1759 ha abdicato in suo favore per andare a reggere il trono di Spagna. […] Ferdinando IV, al contrario del padre, si dimostrerà un irresponsabile dissipatore, debole e vizioso, demagogico frequentatore del sottoproletariato urbano, da cui sarà gratificato con lo storico attributo di “re lazzarone”. Sposata Maria Carolina d’Austria – sorella di Maria Antonietta, la regina di Francia ghigliottinata col marito, re Luigi XVI – ne diventa, presto, succube» (cfr. “La rivoluzione negata. Il filo rosso della Rivoluzione italiana”, La Città del Sole, Napoli, 1999, pp. 35 e sgg.). La storia ci fa sapere poi che i Borbone di Napoli, subito dopo un primo momento di sbandamento, cominciarono a reprimere qualsiasi movimento liberale colpendo, assieme ai patrioti di provenienza borghese, anche i ceti popolari. È a questa repressione che il movimento antiborbonico si oppose, per poi, subito dopo la Repubblica Partenopea del 1799, rimodificarsi assumendo le caratteristiche di movimento rivoluzionario, con l’allargamento dell’orizzonte dei suoi obiettivi, che rivendicano non solo il cambiamento della forma statuale del regno di Napoli, da monarchica a repubblicana, ma un processo rivoluzionario che includesse anche il progetto dell’Unità d’Italia, peraltro non nuovo nella penisola, se pensiamo che già Virgilio, nella sua “Eneide”, la configurava con un corpo unico; e lo stesso Machiavelli, 1500 anni dopo di lui, ne indicava la progettualità nella sua immortale opera, “Il Principe”. Come sappiamo la Repubblica Partenopea durò pochi giorni, poi cadde sotto i colpi delle orde sanfediste del famigerato cardinale Ruffo. La repressione fu ferocissima. La regina di Napoli, Maria Carolina d’Austria, per paura di fare la fine della sorella Maria Antonietta, aizzò tutte le forze reazionarie contro il movimento repubblicano, schiacciando nel sangue le migliori intelligenze delSud. A cadere sotto la mannaia del boia o ad essere impiccati furono molti repubblicani. Ad iniziare dalla leggendaria Eleonora Fonseca Pimental, repubblicana della prima ora che, nel 1798, fu incarcerata una prima volta con l'accusa di giacobinismo, ma quasi subito dopo liberata dagli stessi “lazzari”. Fu grande protagonista della Repubblica Napoletana. Fu il primo direttore delgiornale ufficiale della Repubblica, il «Monitore Napoletano», che si pubblicò dal 2 febbraio all'8 giugno 1799, in 35 numeri bisettimanali. Nel giugno del 1799, dopo appena quattro mesi, la Repubblica fu rovesciata e la Monarchia fu restaurata. Eleonora fu nuovamente arrestata e portata in una delle navi ancorate nel golfo di Napoli dove furono ammucchiati i rei di Stato in attesa della definizione delle sentenze. Appena poche settimane dopo, il 20 agosto, fu impiccata a Napoli, in piazza del Mercato. Si racconta che salì sulla forca con grande coraggio e, ancora una volta, sfidando il monarca Borbone e la sua razzista consorte Maria Carolina. Per non parlare poi dei pugliesi che furono decapitati e impiccati, fra cui Francesco Antonio Pepe di Acquaviva delle Fonti; Mario Pagano di Napoli; Emanuele De Deo (pugliese); Ettore Carafa (pugliese); Ignazio Ciaia (pugliese); Giuseppe Albanese (pugliese). Dei salentini caddero: Oronzo Massa di Galugnano (decapitato); Francesco Antonio Astore di Casarano (decapitato); Ignazio Falconieri di Monteroni (impiccato); Antonio Sardelli di San Vito dei Normanni (impiccato). In tutta la Puglia i martiri che trovarono la morte per mano degli sbirri  borbonici furono circa venti, in tutto il Meridione alcune centinaia, quando non migliaia. È sempre lo storico Angiolo Gracci che ci fa sapere di quei momenti di spietata reazione: «I vincitori sanfedisti – nel febbrile entusiasmo controrivoluzionario del Clero – tornano ad applicare i metodi atroci della Santa Inquisizione e scatenano, infatti, la più tremenda ondata di terrore che abbiano mai conosciuto Napoli nella sua storia e l’intera Italia, dai secoli delle invasioni barbariche. Vi partecipano i lazzari cui il Ruffo ha fatto sapere che solo grazie a “Sant’Antonio […] erano stati salvati dalla strage che di essi preparavano i patrioti, i quali volevano ucciderli tutti, salvo i bambini che avrebbero allevato senza religione”. Alla plebe è stato fatto credere, tra l’altro, che i patrioti, la notte stessa del 13 giugno [1799], avevano deciso d’impiccare tutti i nobili e gli ecclesiastici e quanti si erano rifiutati di servire la Repubblica. La città è preda di una spaventosa sarabanda di massacro, vendette, stupri, saccheggi. […] I soldati repubblicani, gettati in catene nelle carceri e nei sotterranei in attesa del supplizio, non sono certo i più sfortunati. Superstiti della battaglia del 13 giugno sono presi, denudati, straziati; le loro membra vengono perfino squartate e arrostite su pubblici roghi e finanche assaggiate. Le case dei patrioti vengono devastate, famiglie intere distrutte nell’orrore. Lo sterminio raggiunge anche semplici sospetti e molti innocenti. Basta che le squadre sanfediste e lazzare trovino della corda nelle case. Tutto ciò cui si attribuisce un qualsiasi valore è predato, il resto dato dalle fiamme» (cfr. (cfr. “La rivoluzione negata…”, op. cit. pp. 110-111).

Questo è quanto accadde nell’estate e nell’autunno 1799, ma la feroce repressione dei Borbone continuò spietata nel 1821, 1837, 1848, 1850, cioè ad ogni impeto o insurrezione patriottica di libertà. Ecco, da qui, dalla privazione della libertà, dalla durissima repressione contro i patrioti liberali, nacque il moto antiborbonico che, solo successivamente, si coniugherà con la rivendicazione dell’Unità d’Italia.

Ecco quindi, perché, per affrontare in modo adeguato e più rispondente alla verità storica il dibattito sul brigantaggio oggi è bene tenere presente quel quadro d’insieme, altrimenti si rischia di fare delle belle dissertazioni, appassionate anche, perdendo di vista l’orizzonte di riferimento. Quando riflettiamo sulle vicende storiche di cui ci stiamo occupando, sulla base anche di nuove scoperte d’archivio che, al contempo, ci inducono a riflettere su quanto accadde, dobbiamo fare lo sforzo di tenere presente quell’orizzonte di riferimento, altrimenti, non riusciremo a capire dove potrà portare la nostra riflessione storico-politica. Per intenderci, se il nuovo dibattito sul brigantaggio dovesse prendere la piega di una sorta di rivendicazione secessionista a favore di un ritorno dei Borbone a Napoli o a Palermo, o di un non ben definito regno del Sud, o Stato delle Due Sicilie, o altro ancora, allora significherà che la nostra lettura ed interpretazione del brigantaggio, è decisamente fuori luogo e fuori tempo massimo. Mi domando: al Nord quanto c’entrano più i Savoia? E a Sud quanto c’entrano più i Borbone? Comunque la si pensi, comunque la si giri, si tratta di due modelli monarchici dannosi al popolo italiano. Due modelli di stato che cozzano con qualsiasi tipo di modernità. Ecco perché c’è da riflettere sul fatto che, nel Meridione e tra di noi, circoli una romantica vulgata sulla storia del brigantaggio, che vuole i briganti, soprattutto quelli di origini contadine, comunque buoni e dalla parte giusta, che si comportarono come si comportarono perché indotti da situazioni particolari. In molti casi questo è vero, perché quanti non furono i braccianti e i contadini poveri che si trovarono involontariamente coinvolti nel fenomeno. Questo dato di fatto però non ci deve indurre a interpretare il fenomeno del brigantaggio come un evento progressivo, perché questo non corrisponde a verità storica. I briganti oggettivamente combatterono una battaglia sotto un vessillo sbagliato che, in quel momento, rappresentava il peggio della reazione politica in Europa.

È stato dimostrato che la strumentalizzazione venne messa in atto anche da quei signorotti borghesi ex feudatari reazionari, già essi stessi maltrattati estanchi del governo borbonico, quei cosiddetti “galantuomini” e manutengoli, che tentarono di giocare un ruolo di contrasto alla nascita dello statounitario italiano, spezzato solo dal moto risorgimentale che li spazzò via assieme a qualsiasi altro tipo di conservatorismo e attesismo. Su questo terreno, Valentino Romano ha dato un importante contributo di chiarificazione storica, smascherando il ruolo di quei doppiogiochisti.

Ovviamente, va ribadito il concetto che non ci sono dubbi sull’efferatezza e crudeltà antipopolare degli eserciti sabaudi. Wladimiro Settimelli, direttore di «Patria indipendente», periodico della Resistenza e degli ex combattenti, a proposito di un servizio fotografico [le famose foto dei briganti uccisi, esposte in mostra a Torino e pubblicate nel catalogo “Brigantaggio Lealismo e Repressione” (Gaetano Macchiaroli editore, 1984)] scrisse: «In queste povere, misere, piccole fotografie di personaggi, “banditi”, e  ufficiali, fucilati e impiccati, non c’è sventolio di bandiere e non arrivano gli echi delle bande militari che sbuffano o suonano per “l’Italia nuova”, “l’Italia unita”, “l’Italia di tutti”. C’è invece un mondo terribile, durissimo, fatto di repressione e di sangue, di sadiche e terribili manipolazioni di corpi, di falsi fotografici incredibili e sconvolgenti. […] Arriva il momento della repressione senza quartiere e senza pietà: si bruciano interi paesi e si massacrano parenti e amici dei “banditi” [ns virgolette]. Viene punita anche la popolazione che non aiuta i bersaglieri a trovare i ricercati. Provincia dopo provincia si impone lo stato d’assedio che permette tutto e oltre ancora. Le esecuzioni sono pubbliche e senza appello. Quanti morti? Diverse migliaia tra banditi, popolani e ufficiali e soldati del regio esercito. Cifre ufficiali non ce ne sono. In pratica, la verità è stata sempre nascosta. […] Molto spesso i corpi dei “banditi” uccisi sono legati, in piedi, ad un albero e hanno lo schioppo in mano. / Dovevano, evidentemente, sembrare vivi. Altri sono seduti da qualche parte e ancora una volta legati nelle posizioni più assurde. Corde e cinturoni appaiono quasi sempre nascosti. Vengono organizzate anche terribili messe in scena. Il corpo di un bandito già morto viene posato su una sedia mentre, accanto, un sacerdote benedice. Insomma, come per far vedere che l’assistenza religiosa non è mancata. In altre “fotine” il bandito, come al solito, è morto, ma qualcuno ai lati degli occhi ha sistemato stecchini di legno per mantenere gli stessi occhi aperti. Furono i cacciatori di taglie a far scattare quelle foto orrende? […] Le “fotine” raccontano, raccontano. Un pezzo di storia d’Italia è stato tenuto da parte, ma eccola qua. Anche tutto questo è Risorgimento e racconta, comunque, la nascita dell’Italia unita e quel che costò al Sud» (cfr. «Patria indipendente», Le Fotostorie, 10 dicembre 2006).
Ovviamente non vado oltre questo giudizio sulle note e tristi vicende del brigantaggio. Peraltro Valentino Romano e la Casa editrice di Lorenzo Capone di Cavallino, con i loro libri, hanno messo a disposizione degli studiosi del fenomeno una messe notevole di volumi, fra i quali quelli scritti o curati anche dal compianto Gianni Custodero, autore tra l’altro de “Il mistero del brigante. Un enigmatico giallo nell’Ottocento” (Capone editore, Cavallino 2008).

Se concordo con quanto sul brigantaggio ha scritto Wladimiro Settimelli, non posso evitare di menzionare quanto sul fenomeno, il lucano Franco Molfese (1916-2001), per decenni vice direttore della biblioteca della Camera, ha scritto su uno dei testi fondamentali, “Storia del brigantaggio dopo l’unità” (Feltrinelli, Milano 1964), nelle cui conclusioni, afferma che «nel Mezzogiorno continentale, dal 1860 in poi, si giuocò una “partita a tre” tra moderati, democratici e reazione borbonico-clericale» (p. 405). Egli la chiama reazione borbonico-clericale e, non a caso, perché, sul fenomeno del brigantaggio, si chiede: «fu una “guerra contadina”? Fu soltanto una reazione alla repressione statale? Fu un autentico movimento di classe? […]. È difficile […] negare al brigantaggio il carattere di un movimento di classe. Si tratta piuttosto di stabilirne la portata e i limiti, il che significa anche accettarne la reale autonomia. […]. Il brigantaggio si presenta […] come la manifestazione estrema, armata, di un movimento rivendicativo e di protesta che si eleva fino a rozze forme di lotta di classe […]; d’altra parte, non è una “guerra contadina” contro lo Stato unitario. Sotto il profilo politico-militare, non si centralizza mai e non conduce mai grandi azioni di masse considerevoli con obiettivi politici e strategici. […] Il brigantaggio, dal punto di vista militare, è la sola “guerra” che la classe contadina riesca a condurre quando lotta da sola: la guerriglia priva di direzione centralizzata, per obiettivi limitati e con aspetti anarcoidi. [… Tuttavia] in quella lotta disperata, condotta in forme rozze e primitive, corrispondenti alla loro arretratezza e alla loro insufficiente maturità politica e sociale, i contadini meridionali dettero prova di combattività e di energia indomite che, dopo la sconfitta, si riversarono sulle tribolate vie dell’emigrazione. Indubbiamente, tra i briganti non pochi furono quelli che la miseria, l’ignoranza, la mancanza di un lavoro certo, e anche gli istinti perversi, spinsero a malfare e a porsi fuori della legge comunemente accettata per soddisfare ciechi impulsi di vendetta e di rapina. Ma molti altri furono posti, dalle circostanze e dalla società in cui vissero, dinanzi all’alternativa di vivere in ginocchio o di morire in piedi. La loro scelta preannuncia, in un certo senso, le lotte sempre più civili e più consapevoli che i contadini del Sud avrebbero condotto per la propria emancipazione nei decenni che sarebbero venuti» (pp. 406 e sgg.). È possibile essere d’accordo con questo giudizio storico-politico di Franco Molfese? Io lo sono, perché ritengo che ancora oggi quelle sue conclusioni reggono al vaglio della storia vissuta. Da esse traggo anch’io delle mie conclusioni. Queste: il brigantaggio non fu un movimento totalmente autonomo, quindi fu succube di forze esterne e, fra tutte, succube di quella che Molfese chiama la reazione borbonico-clericale; conseguentemente a questa sua dipendenza, il grande brigantaggio non ebbe mai obiettivi politico-strategici chiari. Di fatto, l’unico obiettivo politico, se così lo possiamo definire, fu quello della restaurazione della casa regnante dei Borbone. Ma sappiamo che questo non poteva essere più un obiettivo vincente. Per questo e per non pochi altri motivi, quel movimento contadino meridionale di riscatto della propria dignità identitaria, passato alla storia dei vincitori col termine dispreggiativo di brigantaggio, non riuscì a vincere e fu sconfitto sul campo e sulle pagine dei libri di storia. Comunque, io non sono fra coloro che di questa vittoria truculenta dei Savoia si fa vanto, anzi, al contrario, sento grande pietà per quei tanti nostri poveri avi che furono massacrati ingiustamente. Detto questo, però, non cado nella trappola della reazione: apro gli occhi e stappo le orecchie e cerco di vedere da quale parte soffia il vento, e se è un vento neomonarchico che porta tempesta, cerco di correre ai ripari.

Anche il nostro conterraneo Aldo De Jaco ha scritto pagine interessanti sul fenomeno. Nell’introduzione al suo libro “Il Brigantaggio meridionale” (l’Unità-Editori Riuniti, Roma 1979), scrive: «Questa raccolta di scritti [sul brigantaggio …] tende […] a salvare, mettere in luce nella loro autenticità dei testi di opposta origine [Fortunato – Crocco] che, insieme composti, formino un mosaico veritiero […] sul tragico periodo del brigantaggio di massa nel Mezzogiorno. Non s’intende così contribuire a porre una bella lapide dove è la fossa senza nome del brigante o chiedere per lui compassione o “sistemare” la sua vicenda nella storia d’Italia, bensì […] disseppellire i resti e considerare di che ferite la sua vita è stata spenta, e arrivare da questo al come e al perché. Tutto questo ci sembra utile per salvare, rinverdire dei tragici ricordi e da essi […] trarre impliciti insegnamenti per nuove generazioni cui le condizioni del paese pongono ancora oggi quesiti che alla formazione dell’Unità d’Italia si collegano» (p. 21).  Interessa anche a noi ladomanda che poi egli si pone: «Chi erano dunque i briganti?» (p. 27). La definizione di De Jaco è anch’essa di tipo romantico, e questo non come dato riduttivo. Per lui i briganti erano persone che, dopo aver compiuto un grave reato, furono costretti alla macchia e da quel momento iniziava il loropercorso appunto di briganti, di banditi amati dalla povera gente quando ad essa facevano bene, e odiati dai ricchi che, in un modo o nell’altro, si trovarono ad avere a che fare con le loro scorribande. Ci fu chi allora vide i briganti come dei coevi Robin Hood. Oggi però sarebbe un bel guaio vederli come il bandito mafioso Salvatore Giuliano.

Ancora un appunto su un altro importante riferimento storico. Spesso i borbonici, quando parlano o scrivono di brigantaggio, richiamano una frase che Antonio Gramsci avrebbe scritto sul suo settimanale torinese «L’Ordine Nuovo» del 1920. È strano che costoro che citano Gramsci non danno mai le giuste indicazioni bibliografiche. Non riprendo qui la frase gramsciana di cui costoro si servono per richiamare il giudizio sullo Stato unitario, perché significherebbe per me, ancora una volta, falsificare la verità storica. Antonio Gramsci, in qualità di segretario generale del Partito comunista d’Italia, ha scritto tutt’altre frasi. Conosco bene gli scritti di Gramsci su quel suo settimanale. Egli scrisse solo due editoriali di carattere, diciamo così, istituzionale: “Lo Stato italiano” (cfr. «L’Ordine Nuovo», 7 febbraio 1920, p. 282; e “Stato e libertà” (cfr. «L’Ordine Nuovo», 10 luglio 1920, p.65). In questi articoli Gramsci denuncia le mostruose disparità economiche tra Nord e Sud, senza fare alcun accenno al brigantaggio, ma solo alle masse contadine meridionali costrette dai governi della Destra, primo fra tutti quello di Cavour, a prendere la via dell’emigrazione. E poi, vi sembra possibile l’esistenza di tali affermazioni sul brigantaggio di Gramsci e storici come Franco Molfese o Aldo De Jaco o Giuseppe Calasso che non ne conoscessero l’esistenza? È impossibile. Vero è invece che Gramsci ha scritto sì della formazione del nuovo Stato unitario, ma più compiutamente l’ha fatto nei “Quaderni dal carcere” (Einaudi, Torino 1975), dove afferma: «Che l’unificazione della penisola dovesse costare sacrifizi a una parte della popolazione per le necessità inderogabili di un grande Stato moderno è da ammettere; però occorre esaminare se tali sacrifizi sono stati distribuiti equamente e in che misura potevano essere risparmiati e se sono stati applicati in una direzione giusta» (cfr. vol. III, p. 1992).Altro punto importante della riflessione di Gramsci è quando scrive: «Un altro elemento per saggiare la portata reale della politica unitaria ossessionata di Crispi è il complesso di sentimenti creatosi nel Settentrione per riguardo al Mezzogiorno. La “miseria” del Mezzogiorno era “inspiegabile” storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale di cittacampagna, cioè che il Nord concretamente era una “piovra” che si arricchiva alle spese del Sud e che il [suo] incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale» (cfr. Op. cit., pp. 2021-2022).

Alla luce di queste considerazioni, mi pare evidente che il brigantaggio non può che essere definito come un fenomeno di una guerra guerreggiata tra due opposte tendenze di un’opposta visione politica. Da una parte, gli eserciti sabaudi del Nord, armati fino ai denti, che scesero al Sud sull’onda di un movimento unitario nazionale, in un primo momento guidato da Garibaldi, Mazzini e Cattaneo i quali, però, ad un certo punto dello scontro in atto e, a causa anche delle mene di alcune grandi potenze europee, compreso lo Stato pontificio, furono opportunisticamente messi da parte, lasciando così la direzione della costruzione del nuovo Stato nelle sole mani di Cavour. È così è accaduto che casa Savoia s’impadronì subdolamente del nuovo Stato e lanciò contro chi ad esso si oppose il proprio esercito di macellai. Da qui nasce la carneficina del brigantaggio e con esso quella del popolo meridionale che, nonostante i progressi in alcuni ambiti, per ciò che concerne le disparità Nord-Sud, continua tuttora. D’altra parte, il popolo meridionale fu lasciato in balia della sorte dai Borbone i quali, davanti allo sfacelo economico-politico dell’ultimo periodo del loro regno, pensarono bene di darsela subito a gambe levate, preoccupati soltanto di salvare la propria pelle. A contrastare il sabaudo esercito dei macellai non ci fu più nessuno, per cui il movimento di riscatto contadino, passato alla storia come brigantaggio, fu strumentalizzato da non pochi militari allo sbando degli scompaginati eserciti della stessa casa regnante spodestata.

Oggi ci si chiede se ci furono errori nella nascita dell’Italia unita? Certo che ci furono, e fra i tanti, quelli compiuti dagli eccessi degli eserciti di casa Savoia, che si comportarono come qualsiasi altro esercito colonialista con efferatezze sulla popolazione civile, crudeltà di ogni tipo e stragi documentate ormai da molti studi e ricerche storiche. La storia di Fenestrelle è vera, ma di Guantanamo come Fenestrelle, oggi è pieno il mondo, tristi e disumani risultati delle aggressioni imperial-colonialiste. Dopo avere però affermato ciò, non mando al macello la mia coscienza e tento di discernere quanto accadde nel periodo di cui ci stiamo occupando. E la prima cosa che mi viene in mente è la pagina risorgimentale, quella cioè che portò all’Unità d’Italia, per me una delle pagine più belle del popolo italiano che, sotto la bandiera rossa di Giuseppe Garibaldi, riuscì a riscattare, sia pure in un primo momento solo a livello d’identità nazionale, le genti del Sud. Certo c’è tanta letteratura romantica intorno ai fatti che videro gli eserciti sabaudi occupare e violentare le popolazioni civili del Meridione. Ed è certo che non sarò io a dire al mio amico Mauro Marino che il suo ricordo della bella e coraggiosa brigantessa Michelina Di Cesare (cfr. “La brigante Michelina”, in «il Paese nuovo», 18 ottobre 2009), non ci debba far riflettere sul disprezzo della vita dei militari di casa Savoia che agirono contro ogni convenzione militare ed umana. Come pure non sarò io a dire al mio amico Aldo D’Antico, che il suo racconto “Memoria di un brigante” (cfr. «il Paese nuovo», 25 ottobre 2009), non sia un’interessante biografia del contadino Rosario Leonardo Parata di Parabita (1831-1865), passato alla storia come il brigante “Sturno”, estremo difensore, qui nel Salento, della bianca bandiera di casa Borbone. E ancora, non sarò io a contraddire l’amico Valentino Romano quando, nel suo ultimo libero, “Nacquero contadini, morirono briganti” (Capone editore, Cavallino 2010), scrive che se «si vuole comprendere veramente il “brigantaggio”, è proprio nel “quotidiano” dei contadini del Sud che bisogna scavare, immergendosi nell’atmosfera dei tempi, dei luoghi e dell’umanità che li percorse: bisogna – in altri termini – tentare un approccio al fenomeno che non sia preconcetto e partigiano, ma storico e antropologico» (p. 7). E non mi permetto neanche di contraddire Valentino Romano, che riconosco come studioso e ricercatore attento, ma sento la necessità di rilevare che egli, la parola brigantaggio me la mette sempre tra virgolette, quasi a significare non corrispondente a verità, come pure, quando egli chiede di spogliarci dell’orpello ideologico di risorgimentalisti, per quanto mi riguarda, io questo lo faccio già; tuttavia, con ciò, non mi si deve chiedere di revisionare anche l’idea della storia che io mi sono fatto, intenzione questa che mi pare di cogliere dalla lettura della sua introduzione al volume di Alessandro Dumas, “Cento anni di brigantaggio” (Capone editore, Cavallino 2009), nella quale, secondo lui, gli storici unitari sarebbero stati sempre e comunque cariatidi di regime, «salariati» per costruire una sola verità storica, quella che faceva comodo ai vinti. Francamente non mi pare che questo si possa dire di storici come Franco Molfese, Aldo De Jaco, Giuseppe Calassso, Tommaso Pedio, Tommaso e Vittore Fiore, dello stesso Leonardo Sacco, che essendo lucano quella storia la conosce bene. Francamente, dico che se io oggi dovessi per un attimo rivedere il mio pensiero su quanto ha scritto lo storico Franco Molfese, col quale ho avuto la fortuna di lavorare per non poco tempo, ciò significherebbe per me dare un calcio a quella storia che qui, nel Salento, nell’antica Terra d’Otranto, ha visto da una parte i briganti, con tutte le specificità di cui abbiamo detto, e dall’altra i rivoluzionari repubblicani, quelli del 1799, che parteciparono eroicamente alla Repubblica Partenopea e quelli del1848-1860, che fecero l’Italia unita.

Oggi, sul piano storico-politico, è difendibile il fenomeno del brigantaggio postunitario? Fare la storia è un conto, diverso è dare un giudizio che poi può sconfinare in una precisa presa di posizione politica. Alla Lega Nord e a tutti i secessionisti di qualsiasi ambito e latitudine, farebbe comodo che nel Sud si rafforzasse un movimento secessionista. Sarebbe questa l’occasione buona per loro, ancora una volta, a farla franca, nel senso che eviterebbero con ciò di sfuggire alla loro responsabilità di avere depredato il Meridione d’Italia per 150 anni. In sostanza, oggi. i veri briganti – e lo scrivo e lo dico senza virgolette – sono loro i secessionisti del Nord, i quali se ne vorrebbero uscire indenni da tante, troppo colpe, di cui si sono macchiati prima i loro eserciti di macellai di casa Savoia con feroci azioni militari, poi attraverso il drenaggio di enormi risorse economiche. Coglie giusto nel segno Lino Patruno quando, appena qualche giorno, sul suo giornale, ha scritto un articolo che mette allo scoperte le vere intenzioni dei briganti secessionisti del Nord. Scrive: «Il federalismo è un lusso da egoisti del Nord in un’Italia con un debito pubblico e un divario economico in cui solo lo sviluppo del Sud potrà salvare tutti. Un incompleto sviluppo del Sud che è la base e il motore della ricchezza del Nord, ecco perché nessuno fa nulla per rimediare, anzi si fa di tutto per non cambiare. Tranne dire che parassita è il Sud: primo caso mondiale in cui parassita non è chi sfrutta ma chi è sfruttato. È avvenuto grazie a 150 anni di decisioni economiche tutte imposte dal Nord. E con i soldi dati al Sud che sono sempre tornati al Nord. Completato il misfatto, con la complicità di un Sud stavolta sì,parassita e infingardo, Bossi dice: su questo nostro privilegio piantiamo un federalismo in cui ciascuno si tiene il suo» (cfr. Lino Patruno, “Sud, il fuoco contro le baionette”, in «La Gazzetta del Mezzogiorno», 25 giugno 2010, prima e p. 23). Ciò sta a significare che il Nord leghista si tiene quello che ha depredato in 150 anni di rapina del Sud e al Sud, diviso in provincelle e regionelle, senza quattrini e senza sviluppo, resta quel che resta. Come mi pare di capire dall’articolo di Patruno, neanche io ci sto a questi patti, o a questo tipo di federalismo nordista e tremontiano, e sono d’accordo con lui quando scrive che queste nuove disuguaglianze rischiano di portare a un «momento di rottura anche di questo truffaldino equilibrio. E quando mancheranno gli asili per i bambini e l’assistenza agli anziani, non èdetto che il fuoco del Sud non si accenda. Forse non più con una di quelle fiammate cenciose alla “boia chi molla”, due promesse, qualche mezza assunzione e tutto come prima. Stavolta il fuoco al Sud non sarebbe una bell’aria, altro che dieci milioni di baionette al Nord».Per tutto questo, per questo fuoco che brucia sotto la cenere, se il nuovo movimento di lettura del fenomeno del brigantaggio dovesse prendere una piega reazionaria, a perdere in primo luogo sarebbe nuovamente il Sud, la sua economia, la sua storia, la sua millenaria cultura. Si tratterrebbe di cadere nel peggiore dei revisionismi storici, cosa questa che ci porterebbe alla negazione di buona parte di noi stessi. Faccio un esempio riferito alla situazione nella quale vivo, cioè il Salento, o se si vuole, l’antica Terra d’Otranto, così com’era conosciuta questa terra al tempo del brigantaggio. Per difendere oggi l’operato della brigantessa Michelina De Cesare, io dovrei rivedere il mio giudizio storico su Antonietta de Pace, la rivoluzionaria mazziniana di Gallipoli, dovrei rivedere il mio giudizio su Epaminonda Valentino, altro rivoluzionario repubblicano, morto nelle carceri borboniche di Lecce. Per difendere o quantomeno giustificare storicamente l’operato del brigante “Sturno” di Parabita, o quello del brigante “Pizzinicchio” (Cosimo Mazzeo di San Marzano), o quello del brigante “Melchiorre” (Quintino Venneri di Alliste), o quello del Sergente Romano di Gioia del Colle (un vero militare di casa Borbone), io dovrei revisionisticamente rivedere il mio giudizio sui rivoluzionari unitari del 1848 come Sigismondo Castromediano di Cavallino; Oronzio De Donno di Maglie; Bonaventura Mazzarella di Gallipoli; Orazio Carducci e Nicola Mignogna di Taranto;  Innocenzio Calafilippi di Galatina; Alcibiade Zecca di Copertino; Andrea Peschiulli di Cutrofiano; Alessandro Pino di Monteroni; Gregorio Modoni di Otranto; Giuseppe Piccinno e Giuseppe Donadeo di Parabita; Tommaso Tanarelli e Lazzaro De Donatis di Casarano;Ercole Stasi e Antonio Nutricati di Presicce; Raffaele Viva di Ruffano; Nicola Ingusci e Camillo Tafuri di Nardò; Giuseppe Scorrano di Galatone; Giovanni Calcagni e Ferdinando Capodieci di Mesagne; il canonico Emmanuele Forleo e Pasquale Rizzi di Francavilla Fontana; Francesco Paolo Pepe di Oria; Giuseppe Cavallo di San Vito dei Normanni; Michele Santoro di Martina Franca; Angelo Gianni e Giovanni Strafino di Castellaneta; Francesco Vaccariello e Pasquale de Maria di San Giorgio Jonico; Gennaro Simini di San Pietro in Lama; Nicola Schiavoni Carissimo e Giuseppe Schiavoni Barci di Manduria; Michelangelo Verri (il Masaniello leccese), Giuseppe Libertini, Salvatore Pontari, i fratelli Salvatore e Gioacchino Stampacchia, i fratelli Domenico e Achille Dell’Antoglietta, Beniamino Rossi, Francesco Petraglione, Gaetano Madaro e Giuseppe Libertini di Lecce; e tanti altri rivoluzionari unitari, i cui nomi si potrebbero aggiungere all’elenco, provenienti da qualsiasi ceto sociale, che subirono persecuzioni, carcere e morte per ordine del Borbone.Mi sia concesso di chiudere questointervento con le stesse parole con cui lo storico Giuseppe Calasso chiuse l’introduzione ai lavori del Convegno di studi storici su “Il brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno d’Italia” (20-21 ottobre 1984), che almeno io, ritengo ancora attuali: «La ragione di una storia superiore [l’Unità d’Italia] condannava, comunque, il brigantaggio alla sconfitta radicale, che ad esso in pochi anni toccò. Le coscienze più alte e severe del movimento nazionale italiano, sia di parte liberale che di parte democratica, non ebbero, al riguardo, né dubbi, né oscillazioni. E non potevano averne, poiché la storia – nel senso più pregnante e positivo dell’espressione– era dalla parte loro. Ciò toglie alla rievocazione del brigantaggio ogni possibilità di configurarsi, secondo quel che troppo spesso è accaduto edaccade, come epopea populista, giustizialista o nazional-borbonico-meridionale; ma non toglie, e anzi esige ancor più, che un giudizio storico superiore e la “pietas” dell’umanità civile e delle memorie napoletane riconoscano le ragioni e le pene di tutti i contendenti di allora, e di quelle dei vinti come diquelle dei vincitori» (cfr. Archivio Storico per le Province Napoletane, terza serie, anno XXII, Napoli 1983, p. 15).Aqualcuno quanto da me detto finora potrebbe sembrare retrò, purtroppo se penso a quanto avviene ancora oggi nel mondo, ciò non mi sembra affatto un guardare la storia con lo sguardo rivolto all’indietro, al contrario, pensando al difficilissimo periodo della Resistenza antinazifascista, ricordo che i partigiani, andando a costruire le loro formazioni armate, le intitolarono col nome di Giuseppe Garibaldi e della sua leggendaria camicia rossa, quali sinonimi di lotta contro le tirannie e per la libertà dei popoli.