Il Vecchio e l’Ombra 5. Noterella dannunziana Stampa
Prosa
Martedì 31 Marzo 2015 16:09

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, n. 12 / Dicembre 2014, p. 11]

 

Sono nato a Pescara, nella città vecchia, quella contrassegnata con P.N. (Porta Nuova) per distinguerla da Pescara Centrale, una volta Castellammare Adriatico. Durante il regime fascista le due città, una sulla sponda sud, l’altra su quella nord del fiume Pescara, furono unificate eliminando il nome Castellammare.

La vecchia Pescara, prima dell’unificazione, era un grosso paese nel quale quasi tutti si conoscevano. E tale situazione è durata per qualche tempo anche dopo, tanto che l’ho sperimentata io stesso da ragazzo e da giovane nei non lunghi periodi che vi ho vissuto. E’ sopra tutto alla famiglia materna a cui devo riferirmi per sottolineare l’amicizia esistente con le famiglie di Gabriele d’Annunzio e di Ennio Flaiano. Personalmente non ho conosciuto né il Vate (che non amo molto) né l’irresistibile scrittore satirico. Naturalmente ho visitato più d’una volta casa d’Annunzio quando custode e guida era ancora “la fedele Marietta”, la vecchia domestica così appellata affettuosamente dal Poeta. Di Flaiano ricordo un negozio di moda tenuto dalla sorella Rosina, dove si entrava frequentemente con mia madre, magari solo per fare due chiacchiere.

Ad ogni modo questi rimangono aspetti marginali a confronto di quel vincolo saldissimo che legò mio nonno Enrico Seccia a d’Annunzio, tanto che l’adolescente allievo del “Cicognini”, pubblicando il Primo Vere, dedicò la poesia Palude a mio nonno, dedica riportata in tutte le edizioni. Non manca, in copertina, la dedica manoscritta molto sbiadita: “Al mio Enrico”.

Altre dediche autografe compaiono su altre opere dannunziane, scampate alla bufera bellica abbattutasi sulla città e sulla nostra abitazione. Ne citerò almeno una, nel Trionfo della Morte, a grandi caratteri, inchiostro nero, leggibilissima: “A Enrico Seccia / cuore fedele / il suo Gabriele / Giugno 1894”.

L’attaccamento di d’Annunzio alla propria terra è ben noto. Ascoltiamolo, ad esempio, nelle parole rivolte a Ugo Ojetti: “Porto la terra d’Abruzzi, porto il limo della mia foce alla suola delle mie scarpe, al tacco dei miei stivali...”. Si capisce dunque quanto la cerchia degli amici abruzzesi fosse numerosa. Ci limitiamo a citare qualche nome, dei più prestigiosi: il pittore Francesco Paolo Michetti, il musicista Francesco Paolo Tosti, il giornalista Edoardo Scarfoglio.

Enrico Seccia, dieci anni più grande del Poeta, apparteneva a questa cerchia di più antica data. Egli dirigeva l’ufficio postale di Pescara, ma la sua cultura andava ben oltre, come dimostra la sua biblioteca fornita d’un consistente numero di volumi, fra i quali alcuni ne attestano la laicità: da Vico a Leopardi, da Schopenhauer a Nietzsche, da Darwin a Rénan, da una biografia di Giuliano l’Apostata a quella di Paolo Sarpi.

Esisteva inoltre una cartella contenente manoscritti di d’Annunzio giovanissimo, versi a volte composti in collaborazione con mio nonno, spesso molto audaci all’indirizzo di qualche precisa ragazza. Tale cartella purtroppo è andata perduta quando, nella città evacuata a causa dei bombardamenti, la nostra abitazione rimase esposta al saccheggio o alla cieca ignoranza di chi quei fogli destinò chissà a quale uso.

Una prova eccezionale della fiducia riposta in Enrico Seccia si ha allorché, nel settembre 1917, Gabriele pregò telegraficamente l’amico di raggiungerlo al campo d’aviazione di Gioia del Colle. In quell’anno bellico il personale postelegrafonico era militarizzato. Non poco dovette penare nonno Enrico per ottenere dalla Direzione provinciale di Chieti due giorni di permesso. Arrivato finalmente a Gioia del Colle, incontrò subito d’Annunzio che, accingendosi a partire in aereo con la sua squadriglia per l’incursione sulle Bocche di Cattaro, gli affidò il testamento spirituale da rendere pubblico qualora non fosse tornato dall’impresa.

Pieno successo arrise al Poeta eroe, il quale fu decorato sul campo con medaglia di bronzo. A guerra finita Enrico Seccia restituì il testamento.

Assai diverso il seguente caso. Oppresso di debiti per la vita fastosa e incalzato dai molti creditori, d’Annunzio dovette abbandonare l’Italia per rifugiarsi in Francia, nell’eremo di Arcachon. A lui, attaccato violentemente dalla stampa, mio nonno fece pervenire tutta la sua solidarietà. Il Poeta amava il dialetto, anzi i dialetti abruzzesi e se ne serviva spesso con i compaesani. Questa fu la risposta, che dette qualche grattacapo ai telegrafisti: “Ca isse allucche nghe mme nin gi s’appò pe la Maielle. Nu vasce a tte e a tutte Piscare. Gabrielle” (Sparlino pure, con me non ce la possono, per la Maiella. Un bacio a te e a tutta Pescara. Gabriele).