SCRITTI SCOLASTICI E SOCIALI 184 - (18 gennaio 2017) Stampa
Prosa
Scritto da Antonio Errico   
Mercoledì 18 Gennaio 2017 19:40

Il dialetto come antidoto al crescente appiattimento del linguaggio

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 18 gennaio 2017]

 

Qualche tempo fa un amico mi diceva che lui sognava soltanto in dialetto. Non ricordava di aver mai fatto un sogno in cui le parole fossero in una lingua diversa. Nella profondità dell’inconscio, nel mistero dei moventi del sogno, le figure parlanti si esprimevano soltanto con le parole del suo dialetto. Poi, nel fondo del sogno, gli ritornavano parole che lui aveva completamente dimenticato, che forse aveva ascoltato da bambino, che forse aveva anche pronunciato qualche volta, da bambino, e poi mai più. Una, in particolare, se la ricordava perché ricorreva con frequenza: currutu. Spesso, nel sogno, c’era qualcuno che gli diceva cu tte m’aggiu currutu: con te mi sono offeso, con te sono risentito. Lui avrebbe voluto sapere chi fosse colui che si era currutu, per quale ragione era accaduto, avrebbe voluto anche chiedergli scusa, o dirgli che non aveva motivo di offendersi, di risentirsi, ma l’ombra del sogno scappava via e andava a nascondersi in una grotta di una montagna di sabbia che esisteva soltanto nel sogno. Allora si parlò di questa storia, di come fosse possibile che accadesse questo fenomeno; se ne parlò senza alcuna intenzione e senza alcuna competenza di natura linguistica o psicanalitica. Se ne parlò e basta. Lui aveva studiato ingegneria, si era specializzato all’estero, conosceva l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, lavorava per una multinazionale, se ne andava in giro per il mondo, ma la notte, quale che fosse la parte del mondo in cui sognava, lui parlava in dialetto, sentiva parlare soltanto in dialetto, e spesso c’era qualcuno che gli diceva cu tte m’aggiu currutu, che gli ripeteva cu tte m’aggiu currutu, e poi scappava via e poi si nascondeva nella grotta di una montagna di sabbia che non esisteva.

A un certo punto l’amico disse che sua madre e suo padre gli avevano parlato sempre ed esclusivamente in dialetto.

Ecco. Forse era questa la spiegazione del sogno; era la sua radice linguistica.

Poi il parlare si ramificò, le considerazioni si sovrapposero, si aggregarono frammenti, si associarono idee, il discorso prese quell’andamento di cui dice Roland Barthes al principio dei suoi “Frammenti di un discorso amoroso” (dis-cursus indica, in origine, il correre qua e là), andò in questo modo fino a lambire la riflessione sulla motivazione per la quale oggi si possa parlare ancora il dialetto.

Lui diceva che cominciava a parlare in dialetto appena con la macchina prendeva lo svincolo per il paese. Parlava in dialetto con i figli che non capivano una sola parola e si dicevano fra di loro ecco, adesso è ritornato terrone, parlava in dialetto con suo padre e sua madre, con gli amici in piazza, con chiunque; parlò in dialetto per tutto il discorso di ringraziamento che fece quella volta che gli consegnarono la targa dell’emigrato di eccellenza, che ce l’aveva fatta, e quella volta c’erano le autorità tutte in prima fila. Parlò in dialetto perché voleva che lo capissero anche sua madre e suo padre, soprattutto sua madre e suo padre, che non stavano in prima fila ma tra la gente nella grande sala. Li ringraziò in dialetto; in dialetto ringraziò tutto il paese perché in quel paese era nato, ringraziò tutti gli amici, chiese scusa nel caso avesse dimenticato qualcuno, perché, pensò, chissà se non è un amico quello che nel sogno mi dice cu tte m’aggiu currutu, se non è un compagno di scuola al quale non ho passato il compito di aritmetica, un compagno di strada al quale ho bucato il pallone. Allora mi venne da pensare a quello che Luigi Meneghello scrive nel suo sfavillante “Libera nos a malo”: “Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C'è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare”. Dice ancora Meneghello che questo nòcciolo di materia primordiale contiene forze incontrollabili proprio perché esiste una sfera prelogica.

Probabilmente il sogno è una di quelle forze incontrollabili.

Forse qualche motivo per parlare il dialetto ancora c’è, per usarlo con una funzione che non sia quella del folclore o della poesia. Certo, rispetto a questo, ciascuno ha una propria opinione, un proprio sentimento, l’una e l’altro derivanti dalle circostanze, dalla formazione, dai contesti in cui vive, dalle ideologie, dalle scelte delle modalità di espressione con cui intende mettersi in relazione con l’altro, con gli altri, con se stesso. Dipende anche dalle individuali passioni per la lingua.

Una ragione, per esempio, potrebbe essere quella di una culturale opposizione all’appiattimento del linguaggio, al barbarismo, all’omologazione, a quella che Italo Calvino chiamava l’antilingua, al paludamento, al burocratese, allo standard che va sempre più in basso, alla massificazione, all’inespressività, al semplicismo, all’approssimazione, alla formattazione, al magma dei social.

Una culturale opposizione. Una resistenza. Una maniera per dire, per ribadire che il significato di una parola è qualcosa di assolutamente personale, di intimo, profondo, sostanziale, di unico qualche volta, qualche volta di insostituibile, irripetibile.

In un piccolo racconto intitolato “La tartaruga e il dialetto”, Giovanni Arpino dice: “Durante profonde commozioni mi son sempre trovato a pensare a esclamare addirittura a credere in dialetto”.

Per esempio: una preghiera. Forse quando una preghiera è viscerale, quando non è recitata nel corso di un rito, quando è un’invocazione, un colloquio a tu per tu con l’Infinito, un’implorazione, una supplica che riguarda il destino, si pronuncia soltanto con le parole di un dialetto, o si pensa silenziosamente in un dialetto: nella lingua delle ferite antiche.