C'è Musica e … Musica 1. Storia del Canto Popolare Stampa
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Venerdì 27 Marzo 2015 08:30

Pur riprendendo il titolo di una trasmissione televisiva del 1972 di Luciano Berio, il mio non vuol essere uno studio sui diversi modi di fare musica o sull'essenza della musica o perché si fa musica, ma semplicemente lo spunto per seguire la nascita del canto popolare in Italia a partire dal 1200 e la sua evoluzione nel passaggio e nel rapporto tra musica “popolare” e musica “colta” con particolare attenzione all'area meridionale e napoletana in specie: dai Canti popolari alle Villanelle, alle Tarantelle, agli scambi di motivi e  spunti di arie da Melodrammi e Opere buffe. Naturalmente sarà dato adeguato rilievo alla canzone “colta” napoletana, che a partire dal 1835 trovò nella Festa di Piedigrotta la cornice ideale per lanciare nuove canzoni rapidamente diffusesi tra il popolo grazie anche ai foglietti colorati delle Copielle. Il percorso continuerà col '900 e la canzone italiana  fino all'avvento del Festival di Sanremo, che determina  sostanzialmente la fine del Festival di Napoli, espressione e continuazione del grande filone della Piedigrotta canora. E, per finire, l'avvento degli “urlatori” e l'invasione dei ritmi stranieri nonché l'affermazione negli anni '60/'70 dei Cantautori, che proporranno accanto ai temi d'amore argomenti d'impegno civile e politico.


Canti  Popolari

Come per la nascita del volgare in Letteratura così anche in campo musicale la Francia precedette l'Italia, grazie alla sua storia di Stato già affermato e centralizzato dall'opera di Carlo Magno (800). Dopo l'anno Mille si diffuse una letteratura di carattere profano con testi e liriche rappresentativi degli ambienti in cui fiorirono. In particolare nella Francia meridionale si sviluppò tra l'XI e il XIII la lirica provenzale che ebbe il suo ambito nei castelli e nella lingua d'oc il suo strumento espressivo. I poeti-autori di composizioni in versi sono detti trovatori (da trobar=cercare rime). Questi con l'accompagnamento di liuti e mandole cantano le bellezze e le grazie della donna, vista come ele- mento superiore (domina) a cui rendere omaggio in un rapporto di subalternità come tra vassallo e signore (midons). In canzoni, sirventesi, pastorelle, tenzoni esaltano il fin amor, l'amore raffinato. Tra i più famosi ricordiamo Bernart de Ventadorn, Peire Vidal, Rambault de Vaqueiras, Arnault Daniel e Jaufrè Rudel, famoso teorizzatore dell'amor de lohn, amore da lontano, massima sublima-zione del sentimento d'amore per la donna, amata per la sua grazia e la sua anima ancorché non conosciuta.  Carducci in Rime e ritmi ne ripropone l'immagine tra il viaggio coi crociati in Terrasan-ta e la morte tra le braccia della Contessa di Tripoli: “Contessa, che è mai la vita?/ E' l'ombra di un sogno fuggente./ La favola bella è finita/ il vero immortale è l'amor”.

La spietata crociata contro gli Albigesi (1208) fu il colpo di grazia per la Provenza e per il movi-mento trobadorico. Nella Francia del Nord si sviluppò tra il XII e il XIII secolo la letteratura in lingua d'oil con rac-conti guerreschi e avventurosi. Qui il protagonista è l'eroe che sacrifica la sua vita per alti ideali: il re, la fede, la terra di Francia. Le composizioni (canzoni, ballate, lai, virelai), accompagnate dal suo-no di strumenti come il liuto e la viella (antenata del violino), sono opera di poeti-menestrelli detti trovieri, che oltre a operare nei castelli vanno alla guerra al seguito di re e signori per testimoniarne imprese e opere con particolari talvolta ingigantiti. Uno dei compositori più famosi e valente musico fu Adam de la Halle, iniziatore della musica profana e del teatro secolare in Francia, autore di composizioni monodiche (canzoni e jeux-partis: il jeu de la Feuillée e il jeu de Robin et Marion) e polifoniche (rondeaux). Fu il primo musicista francese ad aver girato l'Italia, essendo al servizio di Carlo I d'Angiò presso la corte di Napoli dal 1283. In Italia nel XIII secolo al tempo di Federico II si andò delineando una Letteratura in volgare siciliano illustre, la cosiddetta Scuola Siciliana, costituita da rimatori provenienti da varie parti d'Italia che presso la corte federiciana riproposero i moduli della lirica occitanica dei trovatori francesi. Ma, a differenza di questi i Siciliani (tra i più famosi: Rinaldo d'Aquino, Giacomino Pugliese, Stefano Protonotaro, Jacopo da Lentini detto il notaro, inventore del sonetto) non accompagnavano le loro canzoni, canzonette, ballate e sonetti con la musica. E' tuttavia notevole la presenza di artisti erranti, giullari e menestrelli, autori di una poesia più popolareggiante, come Cielo d'Alcamo con il famoso Contrasto: “Rosa fresca aulentissima”, che presumibilmente esprimevano col canto e la musica brevi composizioni di ambientazione popolaresca.  In un codice parigino del XIV secolo si trova un testo, che dobbiamo considerare contemporaneo con la formazione del dialetto, una filastrocca, eseguita con tamburelli e altri strumenti, tramandatasi nei secoli e giunta fino a noi in successive rielaborazioni musicali:

JESCE SOLE,  JESCE SOLE

NUN TE FA' CCHIU' SUSPIRA'

SIENTE  MAI CA LE FIGLIOLE

HANNO TANTO DA PRIA' ...”

Sconosciuto l'autore e sconosciuta anche la musica, ma si può dire che è la  canzone popolare napoletana più antica che ci sia pervenuta.  E' una sorta di preghiera pagana, un'invocazione al sole, l'astro che dà vita e calore, espressione delle antiche tradizioni popolari fatte di canti, ritmi e danze religiose. Ed è significativo che sette secoli più tardi la più famosa canzone napoletana O Sole mio” si ispiri al sole.  Forse è il canto delle lavandaie che invocano l'astro luminoso perché esca ad asciugare i panni e potrebbe essere collegato ad un altro canto famoso, quello delle Lavan-daie del Vomero, databile tra il XIII e il XIV secolo, assurto a canto di protesta contro la dominazione aragonese, in particolare contro Alfonso d'Aragona, che aveva promesso la distribuzione delle terre al popolo napoletano senza però mantenerne l'impegno. Infatti il termine moccature (=fazzo-letti), più volte ricorrente nel testo, si riferirebbe agli appezzamenti di terre usurpate. Si tratta di un contrasto che le lavandaie napoletane intonavano per darsi il ritmo durante il duro lavoro quotidiano al Vomero, allora una collina rurale non considerata nella cerchia cittadina vera e propria. Anche Giovanni Boccaccio, inviato a Napoli dal padre per conto della Banca dei Bardi (1327-1340), ce ne parla in una lettera affascinato dalla sua bellezza.

Tu m'aje promiso quattro moccature Tu m'hai promesso quattro fazzoletti

Io so' venuta se me le vuo' dare... Io sono venuta per farmeli dare...

E si no quattro embé dammene doie E se non quattro almeno dammene due

Chille ch'è 'ncollo a te nne' roba toie” Quello che porti al collo non è roba tua)

 

Oltre al Cantico di Frate Sole (1224) di  San Francesco in Umbria sempre nel XIII sec. si era affermata la lauda jacoponica di tono gregoriano.  Del volgare italiano (dovremmo dire toscano visto che l'esperienza siciliana si era trasferita in Toscana con Guittone d'Arezzo prima e coi rimatori dello Stilnovo poi, che avevano elevato la donna a tramite verso Dio, la Donna-angelo, la Beatrice dantesca) non abbiamo scritture musicali, per quanto da Dante sappiamo che almeno una sua canzone Amor che nella mente mi ragiona, una delle tre canzoni dottrinali del Convivio, fu arrangiata dal musico, suo amico, Casella. Dante stesso ce ne dà testimonianza nella Divina Comme-dia (Pg. II, vv. 112-14), quando sulla spiaggia del Purgatorio incontrando Casella, anima destinata alla purificazione, ascolta estasiato il suo canto:

 

Amor che nella mente mi ragiona

cominciò elli allor sì dolcemente

che la dolcezza ancor dentro mi suona”.

 

Esistono ovviamente rivisitazioni musicali di testi della nostra letteratura: Angelo Branduardi, oltre ad aver musicato nella sua prima fase alcuni testi francesi, ha rielaborato il Cantico delle Creature e il Canto XI del Paradiso; Fabrizio De André ha dato forma musicale al sonetto più famoso di Cecco Angiolieri, dissacrante e giocoso nelle sue iperboli violente:

S'i' fosse foco, ardere' il mondo;/  S'i' fosse vento, lo tempestarei;”

Sempre in territorio campano ed in particolare nel napoletano si diffusero nel XVI secolo le Villanelle, composizioni vocali cantate da villani in cui si racconta, come nelle pastorelle della tradizione provenzale e toscana, l'incontro tra una contadinella e un giovane nobile. La differenza di ceto tra i due viene annullata dalla passione d'amore. In contrapposizione al carattere aulico del contemporaneo madrigale, la villanella si sviluppò in forma popolare con testi strofici spontanei e vivaci (spesso dialettali) in un contesto polifonico generalmente a tre voci.  Spesso cantanti girovaghi si esibivano nella osterie con accordi di liuti, mandole e calascioni in cambio di qualche moneta o di una semplice bevuta e un po' di cibo.  Queste composizioni vennero riprese nell'ambito della Corte da musicisti più esperti, i quali inserirono anche elementi della musica fiamminga con le sue raffinate fioriture. Insomma, la villanella segna l'incontro della tradizione popolare con la musica colta. Tra le villanelle più famose vanno segnalate: “Si li femmene purtassero la spada” (sarebbero ancor più crudeli con gli uomini di quanto non lo siano col loro fascino!) e la splendida “Villanella ch'all'acqua vaie” , dove un innamorato osserva estasiato le bellezze di una giovane villanella che a lui sembra  una “riggina” (regina)   quando va ad attingere l'acqua con la “lancella” (=anfora). Il testo è di anonimo, ma la melodia dolcissima, aggraziata e sublime, dal sapore lievemente medioevale, ricorda certe musiche suonate dai menestrelli di  corte tipici del Rinascimento.

 

Villanella ch'all'acqua vaie                                Ahimmé, ahimmé!

Ch'io moro mirando a te

Moro pe' tte e tu nun lu saie                          Non m'importa d'essere nato

Ahimmé, ahimmé!                                          Mmiezze 'a nu bosco o aggraziato

Ch'io moro mirando a te!

Quanno vai cu la lancella                                 Ahimmé, ahimmé

Pari riggina e nun villanella                            Ch'io moro mirando a te”

Ultimamente è stata ritrovata una raccolta dove questa villanella viene attribuita a Giovanni Leonardo Dell'Arpa, uno di quei cantori girovaghi di cui parlavo prima, evidentemente  famoso per la sua abilità nel suonare lo strumento tanto da farlo associare al nome. Risale al '500 anche un'altra canzone napoletana Fenesta vascia, di anonimo ma sopravvissuta nella trascrizione di Guglielmo Cottrau, un francese con cittadinanza napoletana. Il padre, venuto in Italia all'inizio dell'Ottocento al seguito di Giuseppe Bonaparte,  si era stabilito a Napoli sotto il regno di Gioacchino Murat (1808-1815). Guglielmo andava nei vicoli e nei bassi a sentire motivi e a trascriverli, contribuendo così a preservare un patrimonio inestimabile. Cottrau affidò questo testo all'abate Giulio Genoino, poeta e giornalista, che intervenne sui versi dell'anonimo cinquecen-tesco adattandoli al napoletano del 1800 senza snaturarne il fascino. La poesia è costituita da due ottave di endecasillabi, in rima alternata ABABABAB e la musica fu scritta in origine per il calascione (una sorta di liuto a tre corde dal manico lungo) poi sostituito dal mandolino. La versione di Genoino del 1825 è comunque agevolata da un testo molto musicale, ricercato nelle parole e nel fraseggio, segno che l'anonimo del '500 non era un semplice cantastorie ma un poeta colto. La canzone viene citata anche nel romanzo “Senza famiglia” di Hector Malot, dove è cantata dal girovago Vitali, cognome peraltro diffuso nel napoletano. Franz Liszt, il celebre compositore ungherese, ha scritto delle variazioni sulla melodia di questa canzone che aveva sentito a Napoli durante il suo soggiorno in Italia.

E' la storia di un amore senza speranza di un giovane innamorato di una ragazza dura e insen-sibile ai suoi sentimenti che abita nel piano terreno di un palazzotto con una finestra bassa (vascia), misera, la finestra appunto di un basso napoletano. I richiami d'amore del giovane non riescono a far breccia nel cuore della bella e la canzone si chiude con la struggente annotazione delle lacrime d'amore che non sono acqua.

 

Testo di Fenesta vascia

in napoletano

Fenesta vascia 'e padrona crudele,
quanta suspire mm'haje fatto jettare!...
Mm'arde stu core, comm'a na cannela,
bella, quanno te sento annommenare!
Oje piglia la 'sperienza de la neve!
La neve è fredda e se fa maniare...
e tu comme si' tanta aspra e crudele?!
Muorto mme vide e nun mme vuó' ajutare!?...

Vurría addeventare nu' picciuotto,
cu na langella a ghire vennenn'acqua,
Pe' mme ne jí pe chisti palazzuotte:
Belli ffemmene meje, ah! Chi vó' acqua...
S'affaccia na nennella da llá 'ncoppa:
Chi è 'stu ninno ca va vennenn'acqua?
E io risponno, co parole accorte:
Só' lacreme d'ammore e nunn'è acqua!...

traduzione

Finestra bassa di una padrona crudele,
quanti sospiri mi hai fatto sprecare!...
Questo cuore m'arde come una candela,
bella, quando ti sento nominare! 
Sù, prendi ad esempio la neve!
La neve è fredda ma si fa accarezzare...
E tu perché sei così aspra e crudele?!
Mi vedi mezzo morto e non mi vuoi aiutare!?....

Vorrei diventare un bel garzone,
e andare con la brocca a vender l’acqua,
e poter gridar tra questi palazzi
“Donne mie belle, ah! chi vuole l’acqua...”
Si affaccia una ragazza lassù in alto:
“Chi è il bel garzone che vende l’acqua?”
Le risponderei con parole accorte:
“Sono lacrime d’amore, non è acqua!...”

 

Tra musica popolare e musica colta esistono passaggi e scambi continui. E' il caso di certe arie di Melodrammi che si ritrovano nelle canzoni, per quanto si potrebbe affermare che si sia verificato il processo inverso, che le arie, cioè, abbiano attinto alle melodie di famose canzoni. Un esempio significativo ci viene offerto dalla canzone napoletana Fenesta ca lucive, anche rielaborata da Giulio Genoino su richiesta del Cottrau autore della melodia che ricorde- rebbe motivi del “Mosè” di Rossini (“Dal tuo stellato soglio”) e della “Sonnambula” di Bellini (“Ah! Non credea mirarti”). La canzone è tratta dalla tradizione orale e viene ascritta a una melodia napoletana seicentesca dell'epoca di Masaniello, ovvero a una poesia siciliana cinquecentesca di Matteo di Ganci con la  tragica storia della baronessa di Carini, per quanto nella canzone non ci sia alcun atto violento e sanguinoso, ma solo il dolore di un giovane che non vedendo la finestra della sua bella illuminata viene a conoscenza della sua morte e disperato, su indicazione della sorella di costei, si precipita alla sua sepoltura, scoprendone il cadavere in putrefazione. Sono particolari piuttosto macabri tipici del gusto di tanta letteratura secentesca, che per fortuna la musica, dolcissima di tono preromantico, riesce a mettere in secondo piano. Fu pubblicata nel 1842 dall'editore Girard, amico e collaboratore del Cottrau. Propongo solo la prima strofa, al fine di evitare i particolari più macabri.

 

 

In napoletano

Fenesta ca lucive e mo’ nun luce

Sign’è ca nenna mia stace ammalata 
S’affaccia la sorella e me lo dice
Nennella toja è morta e sotterrata.

Chiagneva sempe ca durmeva sola 
Mo’ duorme co’ li muorte accompagnata.

Traduzione

Finestra che splendevi ed ora non splendi
segno è che la mia piccola è ammalata
S’affaccia la sorella e me lo dice
la tua piccola è morta e sotterrata

Piangeva sempre perché dormiva sola
ora dorme in compagnia dei morti.