Francesca da Rimini tra arte, poesia e musica Stampa
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Martedì 16 Febbraio 2016 13:26

“Ogni giorno dovremmo ascoltare una Canzone, leggere   una   bella Poesia, vedere un bel Quadro e, se possibile, dire qualche parola ragionevole”

Goethe


Francesca, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna, è forse la figura più conosciuta della Commedia dantesca, certamente quella che  ha appassionato intere generazioni di studenti per la sua tragica storia d'amore con Paolo, figlio di Malatesta da Verucchio, signore di Rimini. E' possibile che Dante abbia incontrato Paolo nel 1282, quando questi era stato nominato capitano del popolo a Firenze.  Tre anni dopo venne ucciso dal fratello Gianciotto, che lo aveva colto in flagrante adulterio con la moglie Francesca. Fine della storia! Un fatto di cronaca nera come se ne sentono tanti anche oggi:  “marito uccide la moglie sorpresa a tradirlo con l'amante”. Dante, invece, ha scelto di trasformare lo scandalo in una tenera e romantica relazione che ha ispirato la fantasia di pittori, musicisti, poeti e drammaturghi.  E' questa la potenza dell'arte che, unita alla profonda sensibilità del poeta fiorentino, ha fermato in un punto,sublimandola, la storia dei due amanti colti nell'atto del bacio, sì da farne per sempre nell'immaginario collettivo il simbolo dell'amore e della passione. Così il Canto V dell'Inferno è diventato il Canto di Francesca, secondo la ben nota formula desanctisiana, per la stupenda creazione di una donna forte, che niente rinnega, assolutamente disarmante nel candore con cui difende il suo amore: Amor, ch'a nullo amato amar perdona…

Superato l'ostacolo Minosse, il grottesco guardiano infernale che giudica le anime attorcigliando la lunga coda, grazie alla formula lasciapassare di Virgilio, Dante si trova davanti lo spettacolo delle “anime tristi di coloro che la ragion sommettono al talento”, cioè i lussuriosi, trascinate dalla bufera infernale come in vita furono travolte dalla tempesta della passione. Davanti a lui si avvicendano figure rese celebri dalla letteratura classica e romanza: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano e tante altre  “ch'amor di nostra vita dipartille”. Tra  pietà e smarrimento, il suo sguardo viene attratto da due che vanno insieme, leggeri, nel vento e “quali colombe” rispondono al suo richiamo e si avvicinano  ai due poeti.

Questa immagine, aerea e leggera, è stata ripresa da vari pittori, ognuno con la peculiarità del proprio stile. L'illustratore per eccellenza della Divina Commedia Gustave Doré, pittore ed incisore francese, ha aggiunto all'incisione una xilografia colorata,dove si avverte un gusto romantico e drammatico più intenso rispetto alla litografia.

Ary Scheffer, pittore olandese che operò soprattutto in Francia, rappresenta le dolenti e bellissime figure dei due amanti che dominano con il loro andamento orizzontale sul drammatico sfondo scuro.

Su di loro è spostata tutta l'attenzione del pittore, che relega i due poeti a una posizione marginale e buia.

Decisamente singolare la scelta di Vitale Sala, che rappresenta un'ampia panoramica del cerchio dei lussuriosi con le anime disposte tutte  a coppie, e non solo Paolo e Francesca, in costume storico e non nude forse per scrupoli di pudicizia. Sala anticipa anche la conclusione del canto V mostrando Dante, che sopraffatto dalla commozione,  è caduto a terra “come corpo morto cade”.

Infine Gaetano Previati, pittore che ha attraversato diverse fasi artistiche. Qui siamo nel periodo simbolista (1909) legato anche all'uso della tecnica divisionista, fatta di filamenti lunghi e luminosi che dissolvono la forma per accentuarne il significato spirituale.

O animal grazїoso e benigno...

Da questo punto (v.88) in poi il Canto è quasi interamente occupato dal racconto di Francesca, che ricambia la sensibilità di Dante dicendo che lei e il suo compagno pregherebbero volentieri per lui, se Dio potesse ancora ascoltarli:

“se fosse amico il re de l'universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c'hai pietà del nostro mal perverso”.

Nel volgere di poche terzine ritorna il termine “pietà” che ritroveremo per la terza volta nella terzina conclusiva del canto nella variante “pietade” a fare rima con “cade”. Evidentemente una parola-chiave che testimonia una certa vicinanza del poeta al dramma dei due cognati. La pietà di Dante, tuttavia, non vuol essere una sorta di sottaciuta excusatio, una assoluzione del peccato di lussuria o un'attenuazione del tradimento di Francesca, sibbene umana compassione  verso una condizione dolorosa da parte di chi conosce bene la forza travolgente della passione d'amore.

“Siede la terra dove nata fui...”

Senza dire il proprio nome, Francesca si presenta col luogo di nascita, sfondo necessario per  capire l'amoroso incanto che segue, perché è proprio nella sua terra di Ravenna, “la marina dove 'l Po discende”, che Francesca s'innamorò di Paolo. In quei tempi Ravenna si trovava vicino al mare prima che i detriti del Po  la allontanassero dalla costa. Si sente in questa terzina tutta la nostalgia nel ricordo affettivo della terra natia con l'immagine dello scorrere del fiume, connotato, per così dire, di umana sofferenza, che dopo i travagli e le difficoltà del fluire, può finalmente placarsi con i suoi affluenti nel mare, confondendo le sue acque con quelle marine.

E poi l'amore, cantato, esaltato attraverso le tre celeberrime terzine:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Amor... Amor... Amor...”  -  Francesca sta cercando di giustificare il suo tradimento in nome dell'Amore. E utilizza formule tipiche dell'amore trobadorico e cortese, come era inteso e vissuto nelle Corti medievali, nei termini usati dai fedeli d'amore e sviluppati dalla poesia toscana fino agli esiti dello Stil novo, in particolare di Guinizzelli, che certifica l'identità di amore e cuore gentile dotato di nobiltà d'animo (“Al cor gentil rempaira sempre amore”). Il genere di poesia che lo stesso Dante aveva praticato e a cui si dedicava ancora nel 1300.     “Amor, ch'a nullo amato...”

L'amore non permette che chi è amato a sua volta non ricambi l'amore. E' una tesi questa sostenuta da un monaco francese, Andrea Cappellano, il quale nel suo trattato “De Amore” aggiunge che il vero amore, forte, autentico, senza condizionamenti, si realizza fuori del matrimonio e sottolinea: “La scusa del matrimonio non esonera dall'amore”. L'affermazione di Cappellano va contestualizzata. Erano tempi in cui il matrimonio non era una scelta libera, ma un contratto. C'erano contratti che legavano in giovanissima età, addirittura da ragazzi. Dante, ad esempio, venne legato da promessa di matrimonio con Gemma all'età di dodici anni per interesse delle due famiglie, gli Alighieri e i Donati. Tutto si riduceva ad un contratto ed era facile che il tradimento potesse arrivare prima o poi.  Francesca non rinnega niente, anzi ribadisce: questo amore “ancor non m'abbandona”. Un modo di mostrare tutta la sua forza, la sua coerenza di donna innamorata, oltre ogni condanna, umana e divina. “L'eroina dell'amore -dice Foscolo- , la donna in cui l'amore-passione è nobilitato fino al punto che essa, pur sapendosi dannata, pare che si creda non indegna del tutto di mandare lagrime e preghiere a Dio”.

E il grande critico romantico Francesco De Sanctis soggiunge: “Francesca è donna e non altro che donna, ed è una compiuta persona poetica, di una chiarezza omerica. (…)  Francesca non è il divino, ma l'umano e il terrestre... Non ha Francesca alcuna qualità volgare o malvagia, come odio, o rancore, o dispetto, e neppure alcuna speciale qualità buona; sembra che nel suo animo non possa farsi adito altro sentimento che l'amore. 'Amore, Amore, Amore!'. Qui è la sua felicità e qui è la sua miseria. (…) La sua parola è di una sincerità formidabile. -Mi amò, ed io l'amai-, ecco tutto”.

E' sempre il sentimento amoroso quello che ha condotto lei e Paolo ad una morte.

“Quand'io intesi quelle anime offense,

chinai 'l viso...”

Dante china il viso e rimane assorto. Sta riflettendo sulle parole di Francesca connesse con le tematiche della letteratura amorosa, di cui egli stesso è un autorevole esponente, e vive un momento

di profondo autoesame. In realtà si sta interrogando sul ruolo e sulla responsabilità di chi con la sua arte, col fascino della letteratura può indirizzare il comportamento dei lettori. Passati i quarant'anni, Dante prende coscienza della natura distorta di quei concetti amorosi, che nell'episodio di Francesca  vengono denunciati come causa scatenante della passione e fonte di inganno. E' la responsabilità dell'intellettuale, dell'artista che sa di potere assurgere a modello di imitazione. Oggi lo possiamo facilmente constatare attraverso i mass-media: internet e televisione in testa. Protagonisti a vario titolo dello spettacolo o della cronaca  fanno tendenza e orientano sempre di più le scelte dei giovani con risultati non di rado sconcertanti o tragici, determinati dal desiderio di imitazione.

Francesca, i tuoi martìri...

Avendola ormai riconosciuta come protagonista della vicenda, Dante le si rivolge chiamandola per nome e chiedendo maggiori particolari sul momento che determinò la scoperta dell'amore, quale sia stata la scintilla che ha causato l'incendio. La domanda di Dante non va intesa come morbosa curiosità di particolari pruriginosi, ma come richiesta funzionale al tema del rapporto tra letteratura e morale.

E Francesca, sottolineando che non c'è cosa più triste che ricordare i tempi felici nelle situazioni dolorose, tra il pianto racconta la sua storia. La scena si apre su un stanza privata della corte di Rimini ed è una vivace miniatura dove i due leggono la storia di Lancillotto e Ginevra culminante nel bacio fatale che li rese adulteri e li condusse a una morte:

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fїate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disїato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Finisce qui il racconto di Francesca, tra le lacrime di Paolo che non ha mai proferito parola. A noi resta l'immagine di una donna viva, appassionata, tesa ancora alla rivendicazione del suo amore. Francesca è la quintessenza dell'amore, la figura realizzata e compiuta dell'amore-passione, secondo l'interpretazione figurale di Auerbach, il critico tedesco, per il quale le anime nell'aldilà realizzano compiutamente ciò che hanno cominciato ad essere sulla terra, dove sono solo “umbrae futurorum”, cioè anticipazioni dell'altra vita.

LetturaBacio - Morte. I tre momenti di queste ultime terzine sono stati isolati  come in dei fotogrammi e riproposti da molti pittori. Il tedesco Anselm Feuerbach, che operò a lungo a Roma, ha interpretato con sensibilità neoromantica il soggetto tradotto in chiave idilliaca nel momento del bacio, che ha avuto diverse versioni. Tra le più riproposte quella dello scozzese William Dyce, autore di soggetti tratti dal ciclo arturiano. La delicatezza del tratto e l'equilibrio compositivo rendono la scena molto dolce e romantica, grazie anche allo sfondo lunare. Il pittore rappresenta

La tela di Amos Cassioli, eccellente ritrattista, ci consegna una Francesca composta e timidarispetto a un Paolo decisamente più ardente  ed intraprendente.

Oltre che pittore Dante Gabriel Rossetti fu anche poeta e studioso di Dante. Fu tra i fondatori del movimento artistico inglese dei Preraffaelliti, che si rifaceva ai pittori del passato prima di Raffello.

Qui  recupera la spiritualità del passato colorandola coi suoi tipici tratti sensuali ed estetizzanti.

La tela forse più famosa è quella del pittore francese Jean Auguste Dominique Ingres, espressione del neoclassicismo in opposizione alle tendenze romantiche. Il dipinto risolve la scena del bacio in un'immagine trobadorica adatta ad un soggetto medievale. Di Francesca viene messa in evidenza la sua pudicizia, riservando tutto l'ardore amoroso a Paolo che si protende ardito verso la cognata.    A destra, di scorcio, Ingres ha inserito la figura del marito tradito, Gianciotto Malatesta, intento a spiare la coppia e pronto a usare la spada.                                                                                                           Il tema dell'uccisione è stato affrontato da  Gaetano Previati in uno dei diversi periodi artistici che ha attraversato. Qui è sotto l'influsso della Scapigliatura, ai cui canoni si è ispirato, dando del soggetto dantesco un'interpretazione realistica ed  un'attualizzante carica di erotismo.

Suggestiva la soluzione iconografica dell'unica spada che trafigge i due amanti, unendoli in un macabro amplesso presso un letto che occupa quasi tutto lo spazio del ristretto formato orizzontale della tela.

Per finire, Alexandre Cabanel, pittore francese, che in questo quadro mostra  gli elementi caratteristici della tradizione classica nella sapiente composizione, nella fattura liscia e i tratti precisi, nei dettagli iconografici c

Il libro caduto dalle mani di Francesca ricorda che i due stavano leggendo  un romanzo d'amore cortese, mentre l'assassino, nascosto dietro una tenda, tiene ancora in mano la spada insanguinata.

Nella conclusione del  Canto la pietade s'impadronisce completamente di Dante, che sviene e cade a terra:

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangёa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.

L'umana compassione dell'uomo Dante non gli impedisce di esercitare il suo ruolo di giudice, condannando Paolo e Francesca all'Inferno. La comprensione non può arrivare a scusare il peccato. Bisogna tuttavia dire che un certo riguardo per questi peccatori Dante l'ha usato. Siamo nei piani alti dell'Inferno, appena al di sotto delle anime linde del Limbo. Tanto vento, d'accordo, ma stanno peggio quelli del cerchio sottostante, i golosi, riversi nel fango e nella pioggia battente. Insomma, le  tentazioni della gola sono considerate dal poeta fiorentino più gravi di quelle della carne!

L'affascinante storia creata da Dante doveva subire in seguito una serie di amplificazioni romantiche, iniziate con Boccaccio, primo studioso di Dante e della Commedia, che commentò in pubbliche conferenze (Esposizioni sopra la Comedia) a Firenze tra il 1373 e il 1374, fermandosi al XVII canto dell'Inferno dopo cinquantanove lezioni a causa della malattia che l'anno dopo lo portò alla morte. Boccaccio, dopo aver osservato che la storia narrata da Dante era verosimilmente inventata (come faceva a sapere che i due amanti stavano leggendo un romanzo arturiano?), parla dell'inganno a danno di Francesca attraverso un matrimonio per procura:

“... venne in Ravenna Polo, fratello di Gian Ciotto, con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo bello e piacevole uomo e costumato molto. (...)  E fatto poi artificiosamente il contratto delle sponsalizie e andatone la donna a Rimino, non s'avvide prima dello 'nganno che essa vide la mattina seguente al dì delle noze levare da lato a sè Gian Ciotto” . La realtà, però, probabilmente fu diversa. Innanzitutto riesce difficile credere che Francesca non conoscesse i due fratelli, Paolo e Gianciotto, dal momento che le due famiglie, Polenta e Malatesta, entrambe guelfe, erano da tempo alleate contro i nemici ghibellini (i Traversari e i Parcitadi). Inoltre all'epoca della relazione con Francesca, siamo intorno al 1285, Paolo era sposato e aveva due figli,Uberto e Margherita. Anche Francesca aveva una figlia di nove anni, Concordia, nata in seguito al matrimonio, fatto nel 1275 per consolidare l'intesa tra le due famiglie, con Gianni il Ciotto, cioè lo Zoppo, in una parola Gianciotto, personaggio di grandi qualità militari, ma piuttosto violento nel carattere e deforme nel fisico. Secondo l'autore del Decameron, Paolo e Francesca divennero amanti e continuarono a commettere adulterio per diverso tempo, approfittando delle frequenti assenze di Gianciotto, impegnato come podestà a Pesaro.  Avvertito però da un servitore “ occultamente tornò a Rimino e da questo cotale, avendo veduto Polo entrare nella camera di madonna Francesca, fu in quel punto menato all'uscio della detta camera, nella quale non potendo entrare, ché serrata era dentro, chiamò di forza la donna e diè di petto nell'uscio”.  La situazione precipita: Paolo pensa di fuggire attraverso una botola che dava nella stanza sottostante, ma il corpetto gli rimane impigliato” ad un ferro, il quale ad un legno di quella cateratta era; per che, avendo già la donna aperto, ed entrato Gianni dentro, incontanente s'accorse Polo esser ritenuto per la falda del coretto; e con uno stocco in mano correndo là per ucciderlo, e la donna, accorgendosene, acciò che quello non avvenisse, corse oltre presta e misesi in mezzo tra Polo e Gianni, il quale avea già alzato il braccio con lo stocco in mano e tutto si gravava sopra il colpo: avvenne quello che egli non arebbe voluto, cioè che prima passò lo stocco il petto della donna che egli agiugnesse a Polo. Per lo quale accidente turbato Gianni, sì come colui che più che se medesimo amava la donna, ritratto lo stocco, da capo ferì Polo e ucciselo: e così amenduni lasciatogli morti, subitamente si partì e tornossi all'uficio suo. Furono poi li due amanti con molte lacrime la mattina seguente sepelliti e in una medesima sepoltura”. Questa è la versione data da Boccaccio in un giorno di novembre del 1374 nella Chiesa di Santo Stefano di Badia a Firenze. L'efficacia affabulatoria del grande certaldese è fuori discussione e dopo più di cinque secoli il suo racconto verrà ripreso in versi, bellissimi anche se un po' gonfi, da Gabriele D'Annunzio nella tragedia Francesca da Rimini, del 1901, il quale ne farà anche una versione teatrale rappresentata al Costanzi di Roma e interpretata da Eleonora Duse,  amata dal poeta, alla quale aveva donato una copia dell'opera con la dedica “Amarti ora e sempre”.  Il personaggio di  Francesca, donna volitiva e aggressiva, viene costruito per far risaltare le doti interpretative della Duse, che vi si immedesima  perfettamente.  La tragedia del Pescarese, a differenza di quella omonima del 1815 di Silvio Pellico, collaboratore del Concilatore e autore del romanzo Le mie prigioni, che era caratterizzata anche da aneliti di libertà e da accenti patriottici  tipici del periodo, si consuma nella sensualità e nell'erotismo, quasi una legittimazione delle pulsioni amorose tanto care all'autore de Il Piacere.

Alcuni anni dopo D'Annunzio concederà al librettista Tito Ricordi l'autorizzazione ad adattare la sua tragedia per la musica di Riccardo Zandonai. La maggiore efficacia scenica del libretto rispetto alla tragedia oscurò in breve la fama dell'opera teatrale provocando la risentita ostilità del Vate, che non volle mai assistere alle rappresentazioni dell'Opera lirica. Questa, in quattro atti, venne rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino il 19 febbraio 1914 e ancora oggi rimane il capolavoro riconosciuto di Zandonai per la ricchezza timbrica, che sottolinea gli snodi psicologici del dramma, per la strumentazione vivida, ricchissima di armonici, che si lascia alle spalle gli effetti facili del Verismo peggiore e riecheggia Strauss e Debussy. Intenso, ma senza forti concessioni morbose, il momento in cui l'amore si disvela attraverso la lettura del romanzo arturiano con la forte identificazione Paolo-Lancillotto e Francesca-Ginevra, nel III atto.  Nel finale la passione divampa. Il libro “galeotto” viene messo da parte. Adesso sono loro, non altri, i protagonisti della storia, come ci dice in una bella poesia lo scrittore argentino Jorge Luis Borges:

Inferno, V, 129

Lascian cadere il libro, ormai già sanno                                              Sono Paolo e Francesca

che sono i personaggi del libro.                                                             ma anche la regina e il suo amante

Adesso sono Paolo e Francesca,                                                           e tutti gli amanti esistiti

non due amici che dividono                                                                   dal tempo di Adamo e la sua Eva

il sapore di una favola.                                                                          nel prato del Paradiso.

Si guardano con incredulo stupore.                                                       Un libro, un sogno li avverte

Le mani non si toccano.

Hanno scoperto l’unico tesoro;                                                             che sono forme di un sogno già sognato

hanno incontrato l’altro.                                                                        nelle terre di Bretagna.

Non tradiscono Malatesta                                                                      Altro libro farà che gli uomini,

perché il tradimento richiede un terzo                                                    sogni essi pure, li sognino.

ed esistono solo loro due al mondo.

Ma la musica aveva già incontrato Francesca da Rimini nell'omonima opera sinfonica di Pëtr Il'ič Tchaikovskij, composta in meno di tre settimane nel 1876 ed eseguita in prima assoluta a Mosca l'anno seguente sotto la direzione del suo maestro Anton Rubinstein. La fantasia è articolata in tre  parti secondo la struttura  ABA' .                                                                                                       A- La sezione iniziale rappresenta “la bufera infernal che mai non resta”,ossia il vento che trascina le anime dannate dei lussuriosi;                                                                                                            B- La sezione centrale è il canto d'amore di Francesca, affidato prima al clarinetto solista e sviluppato poi, secondo un procedimento tipico di Tchaikovskij, per accrezione degli strumenti musicali fino ad esiti parossistici;                                                                                                               A'- Nella sezione finale il suono dei corni richiama i protagonisti alla realtà infernale: il tempo della confessione e dei ricordi è finito, per gli amanti ricomincia l'eterno tormento.

Abbastanza singolare è il fatto che Tchaikovskij lesse il canto dantesco sul treno che l'avrebbe portato ad incontrare a Bayreuth l'odiata musica di Wagner. E tuttavia qualche eco wagneriana (L'anello del Nibelungo) si può riscontrare nella sonorità degli ottoni e negli intensi cromatismi dell'Allegro iniziale, mentre la sezione cantabile include un passaggio dell'addio di Wotan che chiude La Valchiria. La stessa inusitata lunghezza di questa melodia sembra ispirata al principio wagneriano dell'endlose Melodie, la melodia infinita.

Notevole anche la Francesca da Rimini, opera in un atto di Sergej Rachmaninov su libretto di Modest Il'ič Tchaikovskij. L'inizio della composizione risale al 1900 durante un viaggio in Italia, quando l'autore scrisse il duetto di Paolo e Francesca. Riprese il lavoro negli anni successivi e a Mosca nel 1906 diede, sotto la sua stessa direzione, la prima  rappresentazione al Teatro Bolshoi.      A differenza dell'omonima opera di Zandonai, che racconta una storia d'amore in ambiente prerinascimentale, Rachmaninov cerca di entrare direttamente nell'atmosfera infernale in modo diretto e asciutto, ponendo come protagonisti Dante e Virgilio, che osservano le anime tascinate dal vento e chiedono a Paolo e Francesca di raccontare la loro storia.  Particolarmente bello è il breve arioso cantato da Francesca, dove il conflitto tra amore e dovere di fedeltà si palesa per l'ultima volta, prima del definitivo cedimento.

Non piangere, Paolo mio. Non devi!

Benché i baci ci siano impediti

e noi dobbiamo restare separati quaggiù

il nostro passaggio sulla terra è breve.

Non piangere! Noi riceveremo la ricompensa

delle nostre sofferenze terrene nella gioia dell'aldilà.

Laggiù, nel luogo delle tenebre e delle privazioni,

s'innalza il tempo dell'amore immortale.

Lassù, al di là di questo mondo,

stretta nelle tue braccia nel cielo azzurro,

io sarò tua per l'eternità.

Anche il teatro comico si è interessato alla storia dei due amanti. Particolarmente gustosa la parodia di Antonio Petito, attore e commediografo napoletano, grande maschera di Pulcinella, che nel 1866 scrisse la farsa Tragedia a Vapore. Partendo dalla tragedia Francesca da Rimini, scritta da Silvio Pellico, l'autore la rivisita contrapponendo al linguaggio alto della tradizione letteraria il “parlato” popolare, il basso del dialetto. Dalla lettura storpiata di un suggeritore pasticcione e illetterato nascono gli equivoci, i malintesi, i paradossi linguistici degli attori che si cimentano in un fuoco di fila di battute, scherzi, giochi di parole, doppi sensi e travestimenti. Una parodia ingenua e sapiente insieme, con passaggi davvero esilaranti.

L'avvento del Cinema nel Novecento produsse inizialmente diversi cortometraggi muti fino a quando, nel 1949, il regista Raffaello Matarazzo (che nello stesso anno trionfò con il film Catene) realizzò una Francesca da Rimini, pellicola non eccezionale d'impostazione tipicamente melodrammatica, dove troviamo anche il cantante napoletano Roberto Murolo nella parte di un giullare di corte. Nel finale, dall'atmosfera vagamente shakesperiana,  i due amanti decidono di porre fine col veleno alla loro difficile relazione, ma la loro scelta  viene brutalmente troncata dal pugnale di Gianciotto che li sorprende nell'ultimo abbraccio.

In conclusione, il Canto di Francesca è un canto d'amore e resta il più emozionante di tutto il poema. La simpatia (e l'indulgenza) per Francesca risponderà certamente -come è stato varie volte osservato-  a un senso di gratitudine per la generosa ospitalità ravennate offerta a Dante ramingo da Guido Novello da Polenta, nipote di Francesca, ma vuol essere anche, se non soprattutto, il segno della  proiezione del sentimento del poeta. Insomma, in quei versi Dante, che sapeva d'amore, ci ha messo anche un po' di se stesso. Egli conosceva i sentimenti di quella donna perché erano i suoi. Francesca doveva essere stata un suo specchio al femminile, come lui divisa tra matrimonio imposto dalle famiglie e spontaneità della passione. Ed è per questo che la pietosa tenerezza di Dante, così condivisibile nella sua umana compassione, ha trovato e trova sempre tanta sintonia nei lettori.