C'è Musica e ... Musica 8. I cantautori (parte seconda) Stampa
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Sabato 12 Marzo 2016 17:27

Suggestioni  ed  echi  letterari  nella  Canzone  d'Autore (2^ parte)

 

Gran parte del fascino della canzone d'autore risiede anche nella sua scrittura letterariamente alta, spesso in emulazione e in concorrenza con testi di poeti e scrittori, da cui riprende immagini e stilemi.  La mia attenzione si rivolge ora ad alcune canzoni di Lucio Battisti, Roberto Vecchioni e Francesco De Gregori.

 

Lucio Battisti

 

Dopo aver parlato di cantanti (Guccini, Dalla, De André) dichiaratamente  di sinistra o con venature anarcoidi, passo a un cantante considerato di destra, o comunque scelto come riferimento da giovani di quella tendenza politica  che era in contrasto fortissimo nei primi anni Settanta con quella meglio gioventù, di cui l'omonimo film di Marco Tullio Giordana ha tessuto l'apologia.  Qui va subito detto che, quando si tratta di vera arte, certe distinzioni politiche non hanno senso e risultano operazioni di bottega piuttosto meschine.

Un grande musicista -e Battisti certamente lo è stato- non può essere catalogato politicamente. Ha le sue idee, ovviamente, ma ad entrare nel cuore e nell'immaginario della gente sono solo le sue straordinarie  melodie.  Si può dire anzi che non esista artista che abbia inciso nella memoria collettiva quanto e come Lucio Battisti, nonostante non cantasse mai di politica per i suoi tempi e nonostante si facesse vedere poco e malvolentieri. Lucio ha saputo congiungere il meglio delle melodie classiche, tradizionali, con le nuove tendenze musicali. Se un paragone si può fare, nella storia della musica contemporanea ciò che ha compiuto Battisti in Italia è paragonabile soltanto a quello che i Beatles realizzarono per la musica anglosassone nei primi anni Sessanta. Non va, però, sottaciuto il contributo fondamentale  del paroliere che ha firmato i testi delle canzoni, vale a dire Giulio Rapetti, in arte Mogol, che ha collaborato con Battisti per almeno quindici anni in profonda sintonia umana, artistica e spirituale. Non si potrebbero altrimenti spiegare gli straordinari risultati dei due autori in quegli anni.  “Mogol è stato un geniale paroliere -scrive Marco Rossi, critico e saggista-  e Battisti uno straordinario musicista. (…) Battisti ha sentito nella sua straordinaria ispirazione musicale certi contenuti e Mogol, sempre tramite l'ispirazione poetica, ha saputo trasporre quei sentimenti ...in corrispondenti testi”.

I suoi motivi musicali e le parole di Mogol entrarono ad una tale profondità nel cuore     e nell'immaginario collettivo degli Italiani che persino un documento delle Brigate rosse, alla fine degli anni Settanta, aveva per titolo Le discese ardite e le risalite, due frasi, cioè, riprese dalla canzone Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi. La canzone fa parte dell'album Il mio canto libero del 1972 ed esprime l'impossibilità di frenare il sentimento da parte del protagonista nonostante le sue  delusioni ed esitazioni.  Canzone  bellissima per le immagini aeree e lo spirito di libertà che aleggia in un intreccio di fantasie oniriche...


Come può uno scoglio
arginare il mare
anche se non voglio
torno già a volare
Le distese azzurre
e le verdi terre
le discese ardite
e le risalite
su nel cielo aperto
e poi giù il deserto
e poi ancora in alto
con un grande salto

 

 

Nelle canzoni di Battisti-Mogol i richiami letterari sono piuttosto subliminali, come nella Canzone del sole che, come vedremo tra poco, ha qualche attinenza con una lirica di Gozzano, Il gioco del silenzio. A me i versi di Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi ricordano tanto alcuni passaggi de Il battello ebbro di Arthur Rimbaud,  poeta simbolista e surrealista,  il poeta veggente in grado di giungere, attraverso lo sregolamento di tutti i sensi, a una visione dell'ignoto, che è anche la visione dell'assoluto e del nulla...

Rimbaud - Il Battello Ebbro

Mentre discendevo i Fiumi impassibili,
Non mi sentii più guidato dai bardotti:
... libero di discendere i Fiumi. (…)...
Più leggero di un sughero ho danzato sui flutti (...)
E da allora mi sono immerso nel Poema del Mare,
Intriso d'astri, e lattescente,
Divorando gli azzurri verdi... (...)
Conosco cieli che esplodono in lampi, e le trombe
E le risacche e le correnti: conosco la sera,
L'Alba che si esalta come uno stormo di colombe! (...)
Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori, (...)
I flutti che rotolavano in lontananza (...)
...la circolazione di linfe inaudite,
e il risveglio giallo e blu dei fosfori canori! [...]
Io, perduto battello sotto i capelli delle anse
scagliato dall'uragano nell'etere senza uccelli,(...)
Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Le bateau ivre parte da una situazione reale di navigazione su un fiume, ma poi il battello, non più soggetto al  controllo dei bardotti (manovranti che dalla riva guidano con le funi il battello senza equipaggio), si ritrova in balia di se stesso e si immerge, spirito solitario, nel Poema del mare.

Il poeta s'immedesima nel battello, anzi è il battello stesso fatto poeta, che si lascia condurre in un'altalena di emozioni, di onde che lo proiettano verso il cielo fino a confondersi con l'aria e poi lo

sprofondano nel vortice più cupo dell'oceano. Come in un sogno il poeta suscita sensazioni ed emozioni. Insomma, il battello ebbro, insofferente di ogni legame e di ogni schema, significa lo stesso fluire della fantasia poetica, è l'io poetico invaso e quasi posseduto dal mare della poesia che, dopo aver scoperto oceani, linfe inaudite, fosfori canori, arcobaleni e schiume di fiori, in quel medesimo mare rischia di annullarsi.    Così il senso di annientamento in Battisti-Mogol:

Dove vai quando poi resti sola

senza ali tu lo sai non si vola

Io quel dì mi trovai per esempio

quasi sperso in quel letto così ampio

Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei

io la morte abbracciai

ho paura a dirti che per te

mi svegliai

Oramai fra di noi solo un passo

Io vorrei non vorrei ma se vuoi...

 

Accennavo prima  a La canzone del sole. Ricordo che la canzone segna il debutto di Battisti con la nuova casa discografica da lui fondata nel 1971, la Numero Uno, dopo aver lasciato Ricordi dove aveva debuttato. E' il momento dell'autonomia e dell'autogestione. I musicisti che l'accompagnano da lì a un anno formeranno l'ossatura del grande gruppo rock PFM (Premiata Forneria Marconi). La canzone, che è una pietra miliare nella storia dei 45 giri, deve la sua permanenza nella memoria collettiva grazie alla sua semplicità: una ballata di tre soli accordi che si sommano gli uni agli altri e due linee melodiche che girano intorno interrotte soltanto da un intermezzo per archi e da un ritornello sospeso, il famoso O mare nero, o mare nero, o mare ne..., che a volte viene scambiato per il titolo. Un uomo incontra un suo amore adolescente, ma la ragazza è molto cambiata da quella dei suoi ricordi fatti di innocenza e di colori: l'acqua verde, le bionde trecce, le calzette rosse... E ne ha paura. Non la riconosce più nella donna che ha davanti, stretta da chissà quante braccia. E non riconosce più nemmeno il mare, che adesso è nero, ma una volta era chiaro e trasparente come me...

La canzone del sole

Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi

Le tue calzette rosse

E l'innocenza sulle gote tue

Due arance ancor più rosse

E la cantina buia dove noi

Respiravamo piano

E le tue corse, l'eco dei tuoi no, oh no

Mi stai facendo paura.

Dove sei stata cos'hai fatto mai?

Una donna, donna dimmi

Cosa vuol dir sono una donna ormai.

Ma quante braccia ti hanno stretto, tu lo sai

Per diventar quel che sei

Che importa tanto tu non me lo dirai, purtroppo.

Ma ti ricordi l'acqua verde e noi

Le rocce, bianco il fondo

Di che colore sono gli occhi tuoi

Se me lo chiedi non rispondo.

O mare nero, o mare nero, o mare ne...

Tu eri chiaro e trasparente come me

O mare nero, o mare nero, o mare ne...

Tu eri chiaro e trasparente come me.

 

Innocenza contro maturità. La canzone si chiude con il lieto finale: gli occhi della donna sono pieni d'amore e l'uomo, per fortuna, se ne accorge, a dispetto dei suoi ricordi e proprio grazie al sole

Ma ti ricordi le onde grandi e noi

Gli spruzzi e le tue risa

Cos'è rimasto in fondo agli occhi tuo

La fiamma è spenta o è accesa?

O mare nero, o mare nero, o mare ne...(...)

Il sole quando sorge, sorge piano e poi

La luce si diffonde tutto intorno a noi

Le ombre ed i fantasmi della notte sono alberi

E cespugli ancora in fiore

Sono gli occhi di una donna

Ancora piena d'amore.

Di Battisti e Mogol c'è tantissimo in questa canzone: il valore della costruzione ritmica, certe parole sgusciate fuori dalla metrica, una donna amata e antagonista,   la coda anomala, gli archi     che dopo il ritornello portano in alto la melodia.  Mogol  sostiene di essersi ispirato, oltre che a una sua avventura giovanile, a qualche passaggio e atmosfera di una poesia di Guido Gozzano,  Il gioco del silenzio, pubblicato nel settembre del 1910 sulla rivista “La Riviera  Ligure”.

Qui il poeta crepuscolare rievoca un amore giovanile, un idillio lontano. Tanto lontano da destare un interrogativo: è mai accaduto  davvero?  Si tratta di un ricordo spensierato e piacevole, come un prato morbido di velluto, oppure di un sogno inconsistente, opaco come un cielo che s'annera nell'attesa di un temporale?  Ricordo o Sogno?  Ad accomunare la poesia alla Canzone del sole c'è l'incanto e il piacere di stare in compagnia dell'amata. Ci sono grida e corse, risate fatte di cuore e di esuberanza, canti e colori.

Non so se veramente fu vissuto

quel giorno della prima primavera.

Ricordo – o sogno ? – un prato di velluto,

ricordo – o sogno ? – un cielo che s’annera,

e il tuo sgomento e i lampi e la bufera

livida sul paese sconosciuto …

 

Poi la cascina rustica del colle

e la corsa e le grida e la massaia

e il rifugio notturno e l’ora folle

e te giuliva come una crestaia,

e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia

e il ritorno in un velo di corolle …

 

Poi tutto sfuma nella tenue trasparenza delle corolle di fiori dei pescheti rosa e dei mandorli bianchi e comincia l'insistita richiesta di lui -Parla! … Parla! … Parla!

 

Parla ! – Salivi per la bella strada

primaverile, tra pescheti rosa,

mandorli bianchi, molli di rugiada …

Parla! – Tacevi, rigida pensosa

della cosa carpita, della cosa

che accade e non si sa mai come accada …

 

Parla! – seguivo l’odorosa traccia

della tua gonna …

a cui si contrappone l'ostinato, eloquente  silenzio della bocca di lei

 

E ancora mi negasti la tua voce

...

e ancora mi negasti la tua voce.

 

Giocosa amica, il Tempo vola, invola

ogni promessa. Dissipò coi baci

le tue parole tenere fugaci …

Non quel silenzio. Nel ricordo, sola

restò la bocca che non diè parola,

la bocca che tacendo disse: Taci! …

 

E tutto rimane come sospeso e sognante...

 

 

Roberto Vecchioni

 

E' facile imbattersi nelle canzoni di Vecchioni in richiami, citazioni, atmosfere e suggestioni del mondo letterario e artistico, tanto di epoca classica quanto moderna e contemporanea. Da Omero a Saffo, Da Orazio a Leopardi e a Pascoli, da Velasquez a Van Gogh, da Rimbaud a Pessoa, a Borges, da Pavese ad Alda Merini e a tanti  tanti altri. C'è davvero l'imbarazzo della scelta.  Il Professor Vecchioni intreccia nei suoi testi motivi personali e riferimenti colti, è un cantautore che sfugge ad ogni classificazione, anzi rifiuta l'etichetta di cantautore reclamando quella di poeta. Anche il suo impegno politico, dichiaratamente di sinistra, esula dall'universalità del suo messaggio. Alterna la sua attività di artista con  quella di insegnante di lettere, prima nei Licei ora all'Università, ed è anche autore di libri di successo.

Gli anni Settanta sono stati per Vecchioni anni di rivolta e di poesia e non è un caso che nel 1976 una canzone dell'album Elisir sia dedicata  ad Arthur Rimbaud, A.R., simbolo assieme a Verlaine della  “rivolta ottonovecentesca, una sorta di fascinazione più per le sfaccettature della poesia che per il percorso esistenziale e umano, dove si pone un limite alla pur fortissima identificazione biografica e artistica” (P. Jachia) tra l'autore  milanese e il poeta francese.

Atmosfere e suggestioni del mondo antico sono espressione di come l'antichità sia per il Nostro fonte continua d'ispirazione con i suoi miti e i suoi eroi, in particolare quelli omerici, che ritroviamo nella canzone L'ultimo spettacolo, posta a chiusura dell'album Samarcanda, del 1977, introdotto dall'omonima canzone che, insieme a Luci a San Siro, del 1971, lo ha reso immediatamente riconoscibile presso grande pubblico.  “In chiave malinconica, nostalgica, evocativa insegue a lungo un se stesso sdoppiato in un rapporto di odio/amore con un personaggio femminile, segnato nella vita reale da sofferenze e addii” (“La canzone d'autore in Italia”, Treccani). Ne L'ultimo spettacolo Vecchioni fonde mirabilmente conoscenza letteraria e condizione personale identificandosi in un protagonista viaggiatore su una nave... con tutta la voglia di cantare/ gli uomini, il mondo, e farne poesia. Con questa nave egli parte da solo, perchè la donna da lui amata ha deciso di andare via e di lasciarlo (il riferimento riguarda concretamente la fine del suo rapporto con la moglie Irene).

L'uomo/poeta approda a Troia … e vidi terra/ i Greci, i fuochi e l'infinita guerra. E' il luogo antico dove si combatte una guerra eterna, che va oltre lo scontro narrato nell'Iliade tra Achei e Troiani: è la battaglia dell'uomo contro il destino...

Li vidi ad uno ad uno

mentre aprivano la mano

e mi mostravano la sorte

come a dire: “Noi scegliamo,

non c'è un dio che sia più forte”.

E l'ombra nera che passò

ridendo ripeteva “no...”

L'ombra nera (il destino, la morte) ricorda che non sono gli uomini a decidere, ma il Fato che incombe e toglie libertà di scelta e dignità. Visione pessimistica che Vecchioni in seguito, nel 2013, in Esodo rivedrà, rivalutando il libero arbitrio dell'uomo ...la decidiamo noi la vita/ tirando i dadi finchè non viene il numero che avevamo pensato.   Questi uomini, che il protagonista partendo, si era immaginato ...grandi/ dietro grandi scudi, si rivelano essere, nell'atto della guerra (e, metaforicamente, nelle battaglie della vita), piccoli, goffi, disperati e nudi. Gli eroi valorosi lasciano il posto alla miseria del vivere quotidiano.  La visione sognante continua e viene evocato Omero, che per rimanere dentro al sogno e poter cantare le grandi imprese degli eroi nell'Iliade, ha scelto consapevolmente di togliersi la vista, in un'originale e poetica interpretazione della leggendaria cecità del Vate, forse suggestionata dal mito di Edipo:

Laggiù conobbi pure un vecchio aedo
che si accecò per rimaner nel sogno

A questo punto torna la realtà dell'autore costretto a staccarsi dalla sua donna:

con l'occhio azzurro invece ho visto e vedo,

con l'occhio blu mi volto e ti ricordo

 

L'occhio azzurro rappresenta la condizione presente che contrasta con l'occhio blu, l'insieme cioè di tutti i ricordi e i rimpianti del passato.   Il protagonista, dopo aver assistito anche al tenero e straziante abbraccio di Achille all'amato Patroclo morente:

Ho visto fra le lampade un amore:
e lui che fece stendere sul letto
l'amico con due spade dentro il cuore,
e gli baciò piangendo il viso e il petto...

 

è costretto a tornare bruscamente alla realtà: lei parte, è finita!

E son tornato per vederti andare
e mentre parti e mi saluti in fretta
fra tutte le parole che puoi dire
mi chiedi: "Me la dai una sigaretta?"

 

Una storia sentimentale chiusa da una banale richiesta assolutamente lontana dalla criticità della situazione e dalla  sensibilità del sognante viaggiatore.

Tra i personaggi del passato riproposti in chiave moderna vi è anche Alessandro Magno. Vecchioni ce lo racconta con le paure e i suoi sogni di bambino in Alessandro e il mare, canzone dell'album Milady del 1989:

E tornava bambino,
e tornava bambino,
quando stava da solo a giocare nei viali
di un immenso giardino;
la fontana coi pesci
dai riflessi d'argento,
che poteva soltanto guardarla,
mai buttarcisi dentro.

 

Oppure, dopo aver conquistato tutto fino agli estremi confini dell'Asia, desolatamente impotente di fronte alla vastità dell'Oceano, in un quadro di Stranamore (Pure questo è amore), canzone del 1978 dall'album Calabuig, Stranamore e altri incidenti:

Ed il più grande
conquistò nazione dopo nazione,
e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione
perchè più in là
non si poteva conquistare niente;
e tanta strada per vedere un sole disperato
e sempre uguale e sempre
come quando era partito.

Si possono qui cogliere chiari accostamenti al poemetto Alexandros del 1895 di Giovanni Pascoli, inserito poi (1904) nei Poemi conviviali, dove il poeta di Myricae e dei Canti di Castelvecchio reinterpreta in chiave simbolica figure del mondo classico, caricandole di una moderna condizione esistenziale.  Alessandro, giunto al limite estremo del mondo, si trova di fronte a un Oceano immobile, di fronte al Niente e  prende amaramente coscienza che è stato vano il grande impulso che lo ha spinto ad andare sempre oltre, e che la realtà è sempre deludente, molto più piccola del suo sogno (“Il sogno è l'infinita ombra del vero”, ossia la realtà, che è limitata, proietta nel sogno un'ombra infinita)...

 

dai  Poemi ConvivialiAlexandros

I

– Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
ecco, la terra sfuma e si profonda

dentro la notte fulgida del cielo.

II
Fiumane che passai! ...

Montagne che varcai! ...

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare;

il sogno è l’infinita ombra del Vero.

III
Oh! più felice, quanto più cammino
m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino! ...

ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…

e il canto passa ed oltre noi dilegua. –

 

I rimandi letterari in Vecchioni -l'ho già detto- sono davvero tanti e interessanti. Tuttavia tempo, spazio e senso delle proporzioni impongono di concludere. Lo faccio spostandomi nei primi anni Novanta, quando Vecchioni riprende un mito famosissimo, quello di Orfeo ed Euridice, allontanandosi però dalla versione classica greco-latina e dal Melodramma. Questa volta il tramite letterario è Cesare Pavese, autore nel 1947 dei Dialoghi con Leuco', il libro suo più caro, che lo scrittore aveva con sé al momento della morte. Una raccolta di dialoghi, dove la cruda tematica esistenziale viene riscattata dal gusto della favola  e dall'esuberanza della parola.    In uno di questi, L'inconsolabile, Orfeo racconta alla ninfa Bacca come egli abbia scelto consapevolmente di non rispettare il divieto di Plutone e si sia voltato: ORFEO: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela.

Vecchioni componendo Euridice, nel 1993, segue la versione di Pavese e mette l'accento sulla volontà di Orfeo di voltarsi, perchè... non si ama chi è morto (gli fa dire l'autore dei Dialoghi), e dopo aver vinto col suo canto le resistenze del dio degli Inferi il cantore tracio decide: mi volterò...

 

Ma non avrò più la forza                                                    mi volterò perchè l'ho visto il gelo
di portarla là fuori,                                                             che le ha preso la vita,
perché lei adesso è morta                                     e io, io adesso, nessun altro,

e là fuori ci sono la luce e i colori;                                     dico che è finita;
dopo aver vinto il cielo                                                      e ragazze sognanti m'aspettano
e battuto l'inferno,                                                               a danzarmi il cuore,
basterà che mi volti                                                             perchè tutto quello
e la lascio alla notte,                                                            che si piange non è amore;
la lascio all'inverno...                                                          mi volterò perchè tu sfiorirai,

E mi volterò                                                                        mi volterò perchè tu sparirai,
le carezze di ieri mi volterò perchè già non ci sei
mi volterò                                                                            e ti addormenterai per sempre.
non saranno mai più quelle
mi volterò
e nel mondo, su, là fuori
mi volterò
s'intravedono le stelle

Un brano tra i più richiesti ed eseguiti nei concerti di Vecchioni è Luci a San Siro, inserito nell'album  Parabola del 1971. Canzone in cui meglio di ogni altra l'autore si rispecchia  e dove fa un bilancio della sua vita.  Nella seconda strofa il Professor Vecchioni rimembra i toni di un'ode di Orazio, il poeta del Carpe diem che, sullo sfondo del monte Soratte bianco di neve, ripete l'invito a  Taliarco a godere il momento presente:

 

Quid sìt futùrum cràs, fuge quaèrere...       Non stare a chiederti cosa accadrà domani...

(...)         Nùnc et càmpus et àreae             ...Ora il Campo Marzio, le piazze

lenèsque sùb noctèm susùrri                      e i bisbigli sommessi sul far della notte

còmposità repetàntur hòra,                         vanno cercati all'ora concordata,

 

nunc èt latèntis pròditor ìntimo                     ora (va cercata) la gradita risata rivelatrice

gratùs puèllae rìsus ab àngulo                     della ragazza nascosta in un angolo appartato

pignùsque dèreptùm lacèrtis                        e il pegno strappato alle braccia

àut digitò male pèrtinàci.  (Ode I, 9)              o al dito che fa poca resistenza.

 

Con Vecchioni, ovviamente, siamo a Milano, a San Siro, c'è la nebbia  e... soprattutto c'è una ragazza, che come la puella oraziana si fa trovare facilmente:

Luci a San Siro di quella sera

Che c'è di strano siamo stati tutti là,

Ricordi il gioco dentro la nebbia?

Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là.

Ma stai barando, tu stai gridando,

Così non vale, è troppo facile così

Trovarti amarti giocare il tempo

Sull'erba morta con il freddo che fa qui.

Francesco De Gregori

 

Mi pare opportuno concludere questi spunti sui cantautori con alcune considerazioni su un raffinato  compositore di musiche e autore di canzoni: il romano Francesco De Gregori,  detto Il Principe.  Nelle sue canzoni si percepisce il senso della poesia e di tanta letteratura, soprattutto del Novecento, calate in una sorta di vaghezza lunare dove la realtà si lascia illuminare da una luce                                                                            sommessa, come nell'attacco di una canzone del 1978, Natale:

 

C'è la luna sui tetti e c'è la notte per strada...

 

Non ricorda forse il famoso incipit leopardiano de La sera del di festa ?

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

Posa la luna...

 

con la notte sentita  prima che descritta, in questo Idillio del 1820, aperto con la musicale magia di   parole vaghe e sonore. Leopardi passa poi all'invocazione per la bella donna oggetto di sguardi e di ammirazione dei recanatesi, che dorme beata e sogna senza pensare alla piaga... in mezzo al petto di chi sa, disperatamente, di non poter entrare nei suoi pensieri...

Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: (...) e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro.

Qui qualche aggancio, sia pure in una situazione sentimentale assolutamente antitetica, si può trovare tanto nei termini (dormi e sogni/sogno) quanto nella ripresa delle due strofe (Tu dormi... tu dormi in Leopardi, E tu scrivimi... e tu scrivimi in De Gregori)

 

E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.

E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.

 

Oltre all'ammirazione e alla passione per De Andrè (“senza di lui -ha detto De Gregori- non sarei diventato un cantautore”) grande importanza nella sua formazione musicale e nella scrittura dei testi hanno avuto l'ascolto, la conoscenza e lo studio di tutta la discografia di Bob Dylan, per il quale qualche mese fa è uscito un tributo, una sorta di atto d'amore, una dichiarazione di provenienza da parte di De Gregori, che ha tradotto e inciso undici brani del grande Maestro statunitense.  Francesco può essere tranquillamente inserito nella ridottissima schiera dei poeti anche se egli ha sempre nobilitato il suo mestiere affermando: “Scrivere canzoni non è da meno che scrivere poesie, mestieri diversi e altrettanto nobili”.

Sin dagli inizi Francesco De Gregori è stato accusato di ermetismo, specialmente per la canzone

Alice, in ragione del fatto che le immagini mutano di continuo e sembrano non avere alcun filo logico. Certamente qualcosa di Quasimodo, Luzi, Montale (dal quale ha ripreso La Storia, ma con

una visione assolutamente diversa) c'è negli accostamenti analogici, ma forse sarebbe meglio parlare di rappresentazione enigmatica della realtà, attraversata da immagini che si formano e

svaniscono come in un sogno. La sua è una sintassi onirica, presente  in molta letteratura del Novecento, slegata, che attraverso richiami analogici e intuitivi ci trasporta in un mondo di immagini cangianti, capaci di ingenerare  emozioni, grazie anche alla musica.

Proprio come in Alice, brano di apertura dell'album Alice non lo sa del 1973, dove possiamo legittimamente trovare, grazie al nome, un punto di riferimento nella protagonista de Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie , creata dalla fervida fantasia dello scrittore britannico Lewis Carrol (1832-1898).           Il libro racconta la storia di una bambina, Alice, che si addormenta e sogna di seguire un coniglio bianco in un mondo fantastico (che contraddice le leggi fisiche del mondo reale), pieno di personaggi incredibili e paradossali: il mondo, appunto, delle meraviglie.          E' un viaggio alla ricerca della propria identità sotto la spinta della curiosità.

Per il resto la canzone di De Gregori accosta senza credibile coerenza figure e situazioni: Irene, che

si guarda nello specchio e accende un'altra sigaretta, e Lili Marleen (protagonista di una famosa canzone del 1941 in voga tra i soldati al fronte) sorridente e bella più che mai, lo sposo che non vuole più sposare la sposa incinta creando sconcerto tra gli invitati, e Cesare che perduto nella pioggia / sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina (riferimento -è stato detto- a Cesare Pavese che si buscò una brutta polmonite aspettando sotto la pioggia l'attrice-ballerina americana Costance Dowling  per un appuntamento... dimenticato) e poi un mendicante arabo che ha... un cancro nel cappello/ ma è convinto che sia un portafortuna. E c'è soprattutto lei, ignara di tutto (...tutto questo Alice non lo sa), ma protagonista  incantata  a guardare i gatti...

Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole
mentre il mondo sta girando senza fretta.

che ritroviamo qualche strofa dopo, sempre alle prese coi gatti...

Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole
mentre il sole a poco a poco si avvicina.

e infine.......

Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole
mentre il sole fa l’amore con la luna.

 

Ma sentiamo lo stesso De Gregori: “Mi ha ispirato Alice nel Paese delle Meraviglie. L'immagine di Alice che guarda i gatti appartiene a Carrol e alle illustrazioni di John Tenniel: quella bambina con gli occhi sgranati era stato il primo impatto visivo quando da piccolo lessi il libro. La verità è che venivo da un periodo in cui ero attratto da tutto ciò che nell'arte non seguiva un filo logico. Mi ero innamorato degli scrittori dadaisti, Tristan Tzara, avevo letto Joyce, lo stream of consciousness, Freud e L'interpretazione dei sogni “.

A me piace concludere con uno stralcio dal romanzo di Lewis, il dialogo tra Alice e Ghignagatto:

“  ...-Vorresti dirmi per dove devo andare?- chiese Alice.
-Dipende molto dal luogo dove vuoi andare-rispose il Gatto.
-Poco m'importa dove...- disse Alice.
-Allora importa poco sapere per dove devi andare- soggiunse il Gatto.
-... Purchè giunga in qualche parte...- riprese Alice...
E tentò un'altra domanda -Che razza di gente c'è in questi dintorni? (…) matti...                                                                               -Ma io non voglio andare fra i matti- osservò Alice...
-Oh non ne puoi fare a meno,- disse il gatto -qui siamo tutti matti.
Io sono matto, tu sei matta-

-Come sai che io sia matta?- domandò Alice.
-Tu sei matta,-disse il Gatto -altrimenti non saresti venuta qui “ (cap.VI).

 

Secondo me anche i cantautori un po' … matti, in fondo, lo sono!